metropolitane ed alle suffraganee, governate dagli arcivescovi e
vescovi, capi spirituali di tutta la provincia; 2.º ai principali
ordini religiosi, i più de' quali sottrarsi volevano alla giurisdizione
episcopale. Continuo è nel medio evo il contrasto di questi privilegi,
e Carlomagno invan si prova, ne' suoi capitolari, a ordinarli; i
vescovi si affatican di tener soggette all'autorità loro le badie,
e queste di sottrarsene co' privilegi dei papi. I quali privilegi
venivano stabiliti da bolle e diplomi, che celebravano la grandezza
dell'istituzione, però che quando una pia fondazione acquistava odore
di santità, e le reliquie traevano intere popolazioni a prostrarsi
dinanzi a questo o quel martire, i papi concedevano a gara immunità
a quei monasteri, e di tutte la prima era quella di francarli dalla
giurisdizione dei vescovi; ed allora tutta l'autorità concentravasi
nell'abbate, e la mitra e la croce abbaziale ponevansi alla pari con
la mitra e la croce episcopale. Le badie di questo modo si governavano
da sè, indipendenti e solo soggette alla regola loro; di questo modo
i monasteri di San Dionigi e le pie solitudini di Sant'Omer e di
Fontenelle venivano sciolte, per bolle pontificie, dalla giurisdizione
dei vescovi, intantochè altre, come a dir San Martino di Tours e
San Bertino, aver volevano gli stessi privilegi. Grandissima era
la riputazione e l'autorità degli abbati, pii pastori di quelle
benedettine colonie, confidate quasi sempre al reggimento d'uomini
di gran sapere, e chiarissimi in letteratura. Alcuino, il luminare
de' tempi carlinghi, ottenne quasi nel tempo medesimo le abbazie di
Ferneres nel Gatinese, di San Lupo a Troyes, e il picciol monastero
di San Josse a San Ponthieu; poi più tardi, in sul sommo de' suoi
meriti, quando insegnava umane lettere nel palazzo di Carlomagno, ne fu
rimunerato con l'abbazia di San Martino di Tours.
Se tu ne togli alcuni pochi abbati, di bellicosa natura, che
accompagnavano il principe alla guerra, regnava ne' monasteri
un'altissima santità di costumi, e una gran semplicità di vita; su di
che leggasi la leggenda di san Benedetto d'Aniano che fondò la pia
sua religione in mezzo al deserto, la vita di sant'Adalardo, abbate
di Corbia, tenerissimo cultor delle lettere, e ricoglitore della
più ricca biblioteca dei monasteri nel medio evo; smisurata era la
riputazion loro nel mondo cattolico, e l'episcopato medesimo ebbe
spesso a toglier massime ed esempi da questi pii fondatori degli ordini
religiosi. Due personaggi sopra tutti eminenti aveva l'episcopato:
Teodolfo l'uno, promosso alla cattedrale vescovile di Orleans, ed un
dei _missi dominici_ più zelanti nell'entrar del secolo nono. Aveva
costui bastante pratica del mondo, chè nato nobile fra i Longobardi,
erasi sposato a una fanciulla di nome Gisela, della quale rimasto indi
vedovo, si consacrò al sacerdozio, ed ottenne il vescovado d'Orleans.
Ei fu il cherico, a così dire, politico, del regno di Carlomagno,
periodo pontificale piuttosto che episcopale, però che la podestà dei
vescovi non venne a dismisura crescendo se non sotto Lodovico Pio; le
tradizioni vogliono altresì che Teodolfo fosse un de' compilatori dei
capitolari. L'altro di questi più eminenti personaggi dell'episcopato
fu Agobardo, che splendè principalmente sotto il predetto Lodovico,
ma che pur appartiene, per gli anni suoi giovanili, al regno di
Carlomagno. Egli era uomo fortissimo e sapientissimo, e gli _Annali di
Lione_ lo ripongon tra i vescovi più ardenti favoreggiatori dell'umana
cultura. Noi lo vedremo in breve sopra campo più vasto.
Gli studi adunque si concentravano nei monasteri, e tutto
apparecchiavasi sotto la protezione delle badie, e nella silenziosa
solitudine del chiostro. Che se pure in talun di quei ricchi monasteri
udivasi il latrato dei cani, e lo squittito dei falchi, misto allo
strepito dell'armi, dir deesi tuttavia, per amor del vero, che le più
di quelle colonie, attendevano a coltivare i campi e le scienze. Molte
anche furono riformate da Carlomagno, e i cherici regolari, costretti
alla vita monastica, ebbero a sottomettersi alle discipline della
Regola di San Benedetto. I monasteri erano a que' tempi come società
appartate, con loro leggi e consuetudini, loro sostanze e serventi; gli
_Annali Benedettini_ ci recano innanzi il mirabile ordinamento delle
grandi famiglie di San Dionigi, di San Marino, di San Germano e di
Fontenelle, intantochè gli avanzi tuttora in piedi di quelle solitudini
dar ci possono indizio della forma di quei monumenti al deserto.
La badia era per lo più edificata in mezzo ad una foresta, incolta,
tetra, fra gli urli de' lupi, però che le città non ispiravano divoti e
malinconici pensieri, e il sito era quasi sempre appiè d'una collina, o
alla sponda d'una riviera. Ivi tutta la colonia poneva mano all'opera;
rizzavansi celle accanto l'una dell'altra, senza distinzione, per segno
di fratellanza, poi, fra breve, una porzione della selva cadeva sotto
la scure, e quegli operosi fraticelli vi disegnavano un orticello
da seminarvi i legumi, nè i più superbi e nobili fra loro, i figli
stessi dei re, sdegnavano punto questa coltivazion del verziere, e
vi passavan ore dolcissime a veder crescere le maraviglie di Dio;
ogni monaco viveva in comunità, ma pure aveva il suo orticello per
proprio sollievo; le celle sorgevano ad una ad una, come le arnie
dell'api, fatte, dice Agobardo arcivescovo di Lione, a distillarvi il
mele dell'orazione e dello studio; alte muraglie segregavano quindi
il monastero dal mondo, e ne facevan come una città di Dio, in salvo
dalle passioni. O nobili ed antiche badie di Corbia, di Jumieges, di
Fontenelle, come i vostri avanzi rendono ancor testimonio della pietà
di Batilde, vostra regal fondatrice, di Batilde, che da schiava della
Sassonia fu sublimata al trono dei Franchi! In questi avanzi più che
altrove, è da cercar l'instituzione della vita monastica, chè ivi
è tuttora in piedi l'umile refettorio, in cui, durante il grave e
tacito desinare, un monaco leggeva le massime della Scrittura, ovver
le leggende de' Santi, a quel modo che i re legger si facevan le gesta
dei passati, mentre girava intorno la tazza traboccante del vino di San
Greal!
In mezzo alle celle sorgeva la sacra cappella, che i monaci ornavano
come il gioiello della lor solitudine: gli uni scolpivano l'oro
dell'arca benedetta, gli altri formavano i legni nell'officina del
convento, chi tesseva lino, e chi tagliava tonache di bigello; il
monastero era il modello di tutta la contrada, il centro dell'industria
e delle arti; vi s'insegnavano i metodi, le varie coltivazioni, l'arte
d'irrigare e svolgere i terreni, di fecondar le selve e i deserti.
A due cose principalmente attendeva la grandiosa istituzione di San
Benedetto, allo studio e al dissodar le terre. Lo studio poneva sua
stanza nell'ampie biblioteche e nelle scuole attinenti a ciascun
monastero. — Vedi tu quel giovin monacello, colla fronte coronata di
pochi e radi capegli neri, tutto circondato di manoscritti e codici
antichi? Egli va pazientemente copiandoli, miniandoli d'oro, di
carmino, d'azzurro, ei passa così gli anni della sua vita a compiere,
un sudatissimo lavoro, a ben punteggiare ed a correggere i testi, a
leggere ed a raffrontare Omero e Virgilio, ed i Salmi, opera ancor
più stupenda. — Io per me non posi mai l'occhio o la mano su alcuno
di questi manoscritti miniati del medio evo, senza sentirmi dentro
profondamente commosso; tutta una vita fu consumata in questo lavoro;
queste pitture, ora quasi appien cancellate, furon tratteggiate dalla
paziente mano d'un povero padricciuolo, con davanti a sè l'oriuolo a
polvere che versava le ore, e un teschio da morto appiè della croce,
che lo guardava coi vuoti occhi suoi, e dirgli pareva fuor degli
eburnei denti della sua bocca:
«Quale or tu sei, tal io pur era; e quale
Ora son io tal tu sarai. Con vano
Disío, del mondo seguitai le gioie:
Or son cenere e polve, e ai vermi pasto.[72]»
Quante cose morte furon risuscitate in quelle solitudini! E quante
passioni vi furon morte, e quante dolorose istorie del cuore umano!
Mille affetti ci si fanno incontro, sotto le oscure ed umide vôlte
delle basiliche cristiane; quelle antifone, quel canto fermo, quei
suoni lamentosi dell'organo, quel contrasto dell'armonia che passar
ci fa dall'arpa degli angeli ai ringhii dei dannati, tutto questo fu
creazione, e non senza grandezza certo e magnificenza, di quell'età
solitaria e silenziosa. Quelle generazioni se ne sono andate; esse
compirono il dover loro, a noi ora a compiere il nostro! chè morto un
secolo, altri ne succedono a ricominciare un'opera non mai finita,
come il masso d'Issione che sempre scende, e risale al luogo dond'è
partito. Nel passar da una generazione all'altra non si veggono che
ruine e distruzioni, tristo spettacolo che parla eloquente all'anima
commossa, come ti avvien nelle campagne di Roma, se inciampi in un
fusto di colonna coperto dall'edera, o nelle ruine d'un tempio accanto
ai cipressi della villa Adriana.
Le scuole monastiche sempre si collegano con la Regola degli ordini
religiosi di San Benedetto; ivi si dettavano istruzioni ai cherici
novelli, alla gioventù del popolo, e a que' monaci che s'innalzavano
dalla terra per combattere moralmente contro la gente da spada e da
guerra. In coteste scuole monastiche insegnavasi la gramatica, la
lettura dei libri sacri, le tradizioni della Scrittura, le opere
antiche, Sant'Agostino, San Girolamo, valenti padri della Chiesa
che commossero il mondo coi loro scritti. Esse scuole erano salite
in tanto grido a' tempi di Carlomagno, che venivan dalla Sassonia,
dall'Inghilterra, dalla Germania a San Martino di Tours, a Jumieges, a
San Benedetto alla Loira, per istudiare sotto i maestri che dettavano
a' cherici novelli, e v'era ben anco una scuola di canto grave e severo
pel rito gallico, e pel sassone, più dolce, o più sonoro, a seconda
del metodo greco o del romano. Questa scuola monacale pel canto,
antichissima com'era, procedeva dai primi tempi della Chiesa; facevasi
scelta di petti robusti per farli cantare i tormenti dell'inferno, o
i lamenti de' salmi penitenziali; e raccoglievansi le voci innocenti
della puerizia, a imitazion de' cori dei leviti a Gerusalemme, per
intuonar gl'inni delle vergini di Sion e le lodi di Jehova; l'ufizio
de' cantori nelle cattedrali ben è atto a ricordar quale stima si
facesse del canto fermo ecclesiastico. A questi ammaestramenti pe'
cherici s'aggiungano alcuni lievi rudimenti di geometria, d'astronomia,
e di prosodia latina, e si farà concetto appieno dell'educazion delle
scuole monastiche, dove la scienza fu perpetuamente e santamente
conservata.
Il secondo precetto di San Benedetto era questo: «Fratelli, coltivate
la terra, lavorate, arate.» E appunto da esso procedevano que'
grandi coltivamenti delle foreste e dei deserti. I Bollandisti,
quegli infaticabili ricoglitori delle antiche leggende, ci hanno
dato a conoscer la vita intima di quei fondatori dei monasteri, che
ritiravansi in orridi deserti fra i bronchi e gli spini, allargavan le
loro colonie a Mezzodì, sotto que' soli ardenti, ed aveano a combattere
contra il velenoso serpente, la vipera acquattata sotto le pietre, la
molesta salamandra, e l'aspide mortale, celato fra l'erba fiorita. Al
settentrione in vece, que' poveri padri aveano a difendersi contra i
lupi, che a branchi scorrevano la pianura; contra il terribil cignale,
e l'astutissima volpe che facea la guerra al pollaio e alla greggia.
Poi que' buoni religiosi contrastavano, con invitta perseveranza,
contra una ingrata natura, rompevano, a forza di marra, lo steril
macigno, e spianavano l'incolto terreno, nè eran usi scegliere il
miglior suolo, ma tale essi il facevano, e in breve bei vigneti, prati
condotti ad arte e verzieri, succedevano a quelle balze selvagge. Ogni
monaco era ortolano, e al primo tocco del mattutino, ognuno ponevasi al
lavoro; poi ci tornava dopo le preci, senza lasciarsi mai scorare da
impedimento che fosse; tutti, come dice frate Adalberto, fino a notte
sudavano, e quando poi la terra intorno al monastero era ben coltivata,
qualche famiglia di coloni veniva a lavorar con loro, ed a viver sotto
le loro leggi. Il servo che fuggiva dal maggiordomo troppo disumano
del feudatario, riparava nel monastero, sotto la protezione delle
immunità sue, all'ombra del pastoral dell'abbate, nè ad alcuno era
lecito penetrare in quel santo asilo; il medesimo scherano fermavasi
pauroso sulla soglia per tema di non aver petrificati i piedi, però che
mille leggende raccontavansi di chi avea posto la mano nel bene altrui:
un tale avea fatto per rapir certa trave da una chiesa, e le sue mani
v'eran rimaste appiccate, ad esempio dei violenti che non rispettano
l'avere altrui; un altro era stato sì ardito da romper con man profana
i sigilli d'un'arca, ed ecco che un tremito improvviso gli avea prese
le membra, con bava che gli uscia di bocca, e così, finchè il Santo
medesimo era venuto a perdonargli. Maravigliose leggende, che in que'
tempi di violenza frenavano la mano del forte e del brutale.
Oh quante anime lacerate dal dolore ricoveravano in quelle solitudini
del deserto! quanti venivano nei monasteri a cercar porto dopo le
tempeste della vita! I servi ivi eran quasi tutti volontari, sì
dolce era il reggimento di Dio, nè alcuno attentavasi d'affligger con
battiture le loro spalle gravate di tante fatiche. Il pastorale era una
verga proteggitrice, non punitrice.
Poi, fra breve, accanto alle badie sorgevan villaggi sotto la loro
speciale giurisdizione, ed esse concedevano tratti più o men grandi
di terra da coltivare ai servi e ai coloni, senza fitto nè livello
di sorta. Ogni monastero possedeva di ampie tenute, procedenti alcune
dai doni di re o baroni, e altre dall'industria stessa dei monaci nel
dissodare e coltivare la terra. Presto mi avverrà, con l'analisi del
Poliptico d'Irminone, di narrar tutta questa innumerabil famiglia di
monasteri, la coltivazion delle terre, la quantità dei servi che le
abitavano, la differenza fra i coloni ed i servi sotto schiavitù,
la diversa natura dei terreni, la loro girevole varietà, i loro
frutti, le gravezze loro. La gran famiglia dei monaci di San Germano,
di San Martino di Tours, di Fulda, di Jumieges, di San Benedetto,
propagginavan colonie sino ai confini dell'Italia e de' Pirenei;
gli abbati eran veri sovrani, ma buoni e paterni, indipendenti dai
vescovi; ma non sì tosto traviavan dalla Regola, il papa scrivea
loro di rientrar nella disciplina, santa non essendo la vita monacale
presso a Dio, se non per l'umiltà e fraternità universale. E che cosa
era infatti il monastero sotto i Carolingi? non altro che una gran
congregazione di fratelli tutti eguali sotto un abbate, dittatore,
il più delle volte, elettivo, che riduce così a realtà que' grandi
principii di governo: l'eguaglianza, la fraternità, la gerarchia,
l'elezione, la podestà forte e grande sotto una regola, una gran carta
comune.
Lo storico che voglia formarsi un giusto concetto di questo periodo
del medio evo, dee ad uno ad uno squadernar i cartolari delle badie, e
quegli archivi rosi dal tempo; chè ivi si trovano tutti gli affetti,
tutte le consuetudini della vita fra quell'antica società: ivi la
nota del battesimo che lancia l'uomo nella vita, ivi del matrimonio
che lo congiunge alla donna, ivi della morte inesorabile che a tutti
ed a tutto lo svelle. Nei cartolari si trovan pure i contratti per
la vendita d'un servo, l'emancipazione di uno schiavo, la donazione
d'un campo, l'allegagione, la misura dei terreni, il fitto. La cronica
ci narra i fatti generali della storia, i fenomeni della natura, il
turbine che svettò i campanili, il vento che fece suonar le campane,
i lupi che a grandi torme scesero alla pianura; la cronica raccoglie
le memorie dei combattimenti, delle spedizioni militari, dei costumi,
delle usanze de' cavalieri; la pia leggenda ci racconta la vita di
qualche povera pastorella, da Dio recata a grande stato per insegnare
agli uomini il rispetto dovuto al seno verginale della fanciulla
e alla castità della donna; il diploma e il cartolare son come il
ragguaglio di questa vita pubblica[73]. Leggete: qua una pia dama, di
nome Ildegarda, o Berta, o Batilde, dona ad un monastero un tratto
di terreno, con livello in danaro, per averne in cambio orazioni
propiziatorie dopo la morte sua; colà il leudo, il conte, il re,
tremendi potentati, si ricordano l'eguaglianza del sepolcro e la morte
che viene, e parendo loro d'udir suonare la campana de' morti, in
mezzo alle loro corti bandite, s'affrettano a dettare ne' cartolari:
«Vogliamo che sien celebrate messe pel riposo dell'anima nostra, e
fatta elemosina ai poveri.» E questa voce elemosina si trova in quasi
tutte quelle pergamene.
Nell'età del vigore e della vita, impeto e passioni violente: nell'età
della vecchiaia e della decrepitezza, debolezza e pentimento, e quindi
l'aspergersi di cenere che quei cavalieri faceano, appoggiati sull'elsa
della spada foggiata in forma di croce. E tuttor li veggiamo, quei
prodi paladini, nelle loro marmoree figure, smozzicate dal tempo o
dalla mano degli uomini, chè noi non abbiamo a cosa del mondo avuto
rispetto, ed immemore troppo de' suoi padri la presente generazione ha
frugato con sacrilega mano fin entro alle tombe. Dio non voglia ch'ella
sia rimeritata con egual misura!
CAPITOLO VI.
L'INSTITUZIONE PRINCIPALE DEI _MISSI DOMINICI_.
Origine dei _missi dominici_. — Mobilità dei magistrati. —
Giuramento dei vassalli. — Tributi. — Ufizio dei _missi_. —
Capitolari ond'è ad essi affidata l'esecuzione. — Toccasi della
giustizia. — Delle persone. — Delitti pubblici e privati. —
Giurisdizione assoluta sui placiti, sui conti e sui giudici. —
Soprantendenza sui monasteri. — Sulle mense reali. — Relazioni
dei _missi dominici_ all'imperatore. — Teodolfo, un di questi nel
Mezzodì. — Poema intorno alle sue rimembranze.
802 — 811.
Nell'instituzione dei _missi dominici_, o messi, o inviati regi,
ristringonsi la mente amministrativa, e la formula personale, se così
mi è lecito dire, di Carlomagno. I conti, i difensori delle marche o
frontiere ed i duchi, altro non sono che uomini da guerra introdotti
nella gerarchia ad amministrar le rendite, la giustizia, ed a difendere
il territorio; laddove i _missi dominici_ formano il fondamento di
tutto l'edifizio politico dei carolingi; nessun atto di rilievo si
fa senza di loro, e rappresentanti lo stesso imperatore, riproducono
la podestà sua in tutti i luoghi, che, onorati della sua confidenza,
discorrono. La quale smisurata autorità loro si spiega per la medesima
costituzion dell'impero da Carlomagno governato, il quale impero non
ha nè confini ben fermi, nè limitazioni delle provincie esattamente
segnate, laonde tutto incerto essendo e indeterminato, è bisogno d'una
specie di magistrato ambulatorio, d'un'autorità girovaga che esamini
in nome del principe lo stato del paese, i diritti e gl'interessi di
tutti, e tali appunto son gli ufizi dei _missi dominici_; messi del
padrone, uomini della sua casa, che gli fan relazione di quant'ebbero a
vedere nel loro politico itinerario; hanno essi facoltà d'inquisire, di
giudicare, di sospendere, di sentenziare su tutte le questioni che si
agitano nei placiti reali.
Siffatta instituzione non piglia, a dir vero, grandezza e consistenza
se non al tempo in cui Carlomagno è sublimato all'impero, poichè
fin a tanto che in fronte a innumerabili eserciti gli convenne andar
conquistando in Sassonia, in Lombardia, su' Pirenei, all'Ebro, egli non
potè se non indirettamente applicarsi all'interna amministrazione. Ma
coronato ch'egli è a Roma, e con la palla in man dell'impero, ei dee
naturalmente ordinar le provincie, collegarle ad un centro comune, ed
a questo unire l'instituzione dei _missi dominici_, che erano quasi
sempre eletti fra i vescovi e i conti. Il primo capitolare intorno a
questi commissari regi, reca la data del secondo anno dell'impero, e
tratta d'una generale inspezione delle provincie. «Il serenissimo e
cristianissimo Carlo imperatore (così il capitolare) fatta una scelta
de' più prudenti e savii signori della sua corte, così arcivescovi,
vescovi ed abbati come laici, gli ha mandati in giro pel suo regno,
a invigilar che i suoi sudditi vivano secondo la retta disciplina,
a quelli commettendo d'informarsi e fargli quindi sapere, ciò che
esser vi può nelle leggi di contrario al bene e alla giustizia, per
opporvi riparo con l'aiuto di Dio, e affinchè niuno, possa, come di
frequente avviene, andar contro la legge scritta, e recar pregiudizio
alle chiese di Dio, ai poveri, alle vedove, agli orfani, nè ad alcun
altro cristiano. Così pure affinchè ognuno conducasi con prudenza e
giustizia, e attenda alle cose sue e della sua professione, lasciando
da parte l'amor dell'illecito guadagno. Affinchè, similmente, le
religiose sieno ben custodite, i laici e i secolari vivano onestamente
secondo le leggi loro, senza commetter delitti; affinchè tutti,
in somma, vivano in pace e carità. Questi messi han pur carico di
cercare diligentemente se vi sia chi abbia a richiamarsi di qualche
ingiustizia, a serbar così la giurata fede, ed a rendere a tutti piena
giustizia; e se mai avvenga qualche caso, che neppur con l'aiuto
del conte della provincia abbiano potuto renderla, scrivano di ciò
in chiari termini nei brevi che indirizzeranno all'imperatore. Nè
lusinghe, nè doni, nè parenti, nè timor di potenti li trattengano
principalmente dal render giustizia. L'imperatore ordina altresì,
che ogni uomo del suo regno, sia ecclesiastico, sia laico, rinovi
al sovrano il giuramento fattogli quando non era se non re, e questo
a principiar dell'età di dodici anni, ed a tutti sarà pubblicamente
spiegato il valore di esso giuramento che gli obbliga a serbar fede
all'imperatore tutto il tempo del viver loro, a non introdurre nemici
nell'impero suo, ed a non lasciar che si commetta contro di lui
infedeltà veruna.»
Cotesti ordini dati ai messi regi intorno al giuramento di fedeltà
si riferiscono, come pare, alla originaria fondazione dell'impero,
al passaggio dalla semplice dignità di re a quella d'imperatore. Ivi
Carlomagno raccomanda pure a' suoi messi di assumere il giuramento
solenne che stringe i popoli all'impero, con una formola sacramentale
da lui medesimo imposta; e dall'età compiuta di dodici anni, fino
all'ultima vecchiezza, tutti prestar deggiono indistintamente questo
giuramento al nuovo imperatore; conti, leudi e vescovi, che sieno,
assoluto comando ai messi imperiali d'esigerlo da tutti.