d'esempio, che ragioni con la moglie sua, degna matrona romana, de'
suoi pontefici e della celebrazione delle pubbliche feste. Carlomagno
è il custode della polizia dell'impero suo, quindi egli invigila gli
uomini d'arme, i cherici, e però ch'egli conosce tutta la podestà
della Chiesa, se ne fa correttore e guardiano, e scrive anche in parti
lontane a far che non abbia danno nelle cose sue; testimonio quant'egli
scrive qui appresso al re Offa. «Un prete scozzese, che dimorò qualche
tempo vicino a noi nella parrocchia di Ildeboldo, vescovo di Colonia,
secondo la denuncia del suo accusatore, peccò, mangiando carne in
quaresima. Se non che i nostri preti, non avendo trovata l'accusa
bastevolmente provata, non vollero sentenziarlo; ma pur nullameno,
più non gli consentono, a cagion del suo fallo, d'abitar nel luogo di
sua dimora, onde il volgo ignorante non abbia a vilipendere l'onore
del sacerdozio, e lo scandalo non conduca forse altri ad infrangere
la santità del digiuno; rimessolo al tribunal del vescovo, innanzi
a cui fece i suoi voti al Signore. Noi ti preghiam quindi d'ordinare
ch'egli sia ricondotto al suo paese per esser ivi giudicato: chè ivi
pure osservar si dee la purità dei costumi e la costanza della fede in
grembo alla Chiesa di Dio, sì che quest'unica, perfetta e immacolata
colomba dall'ali d'argento e dalla coda dorata, sfolgorar vi debba di
tutto il suo splendore[66].»
Questa universal vigilanza della Chiesa doveva esser costantemente
sostenuta da fermi atti del principe; calde controversie agitavano
i vescovi, gli abbati ed i monaci; in più d'un luogo la stretta
disciplina era posta in non cale; dove l'ignoranza, e dove la passione
dei cherici; poi il viver rotto e romoroso dei monasteri. L'abbate di
San Martino e i suoi monaci obbedir non volevano al vescovo, credendosi
sciolti da ogni giurisdizione dell'Ordinario, onde Carlomagno scrive
loro in questi severi termini: «Il vescovo Teodolfo si lagna, in una
sua lettera, dei modi poco convenevoli coi quali avete trattata la sua
gente, nè ancor tanto di questo, quanto del poco rispetto che aveste
al vescovo della città vostra, e del disprezzo da voi dimostrato per
gl'imperiali nostri comandamenti. Or questi comandamenti, da noi fatti
scrivere sotto l'autorità del nostro nome, v'imponevano di restituir
nelle mani di questo vescovo un cherico, che, fuggito di prigione,
erasi venuto a ricoverar nella basilica di San Martino; nè questo era
punto un comando ingiusto. Ci siam fatte rilegger amendue le lettere,
la vostra e quella di Teodolfo, e abbiam trovato nelle vostre parole
maggiore acerbità ed ira, e niun sentimento di carità verso di lui;
egli pare che ivi vogliate piuttosto difendere il reo, ed accusare
il vescovo, e dar a intender che si possa e anzi si debba metterlo in
istato d'accusa, laddove le leggi umane e le divine tutte s'accordano
in proibire al reo d'accusare nessuno. Indarno voi lo scusate,
adducendo ch'egli ha interposto appello dinanzi a noi, facendovi
appoggio della massima che ogni accusato e sentenziato dinanzi al
popolo della sua città, ha il diritto anch'esso d'accusare altrui e di
richiamarsene a Cesare. Voi citate ad esempio san Paolo che, accusato
dal popolo innanzi a' principi giudei, fece appello a Cesare, e fu
mandato dai principi stessi dinanzi a lui per essere giudicato; ma
questo non ha niente a che fare col caso presente. L'apostolo Paolo
era accusato sì, ma non giudicato, quando appellò a Cesare, e fu a
lui rimesso; laddove questo ribaldo prete, accusato e sentenziato,
s'è trafugato dal suo carcere per rifuggirsi in una basilica, non
ostante la legge che gliene interdiceva l'entrata fino a penitenza
compiuta, e solo adesso, benchè dicasi ch'ei continua nella peccaminosa
sua vita, egli ricorre a Cesare, ad imitazione dell'apostolo Paolo.
Ma, come Paolo altresì, indarno egli sarà venuto ad invocar Cesare,
perchè noi comandiamo ch'egli sia rimesso nelle mani di colui dalla
cui forza s'è sottratto, a lui solo spettando, parli vero o falso il
colpevole, tradurlo dinanzi a noi, nè occorre che per un uom siffatto
sia niente innovato negli ordini nostri. Non sappiamo poi abbastanza
stupirci della temerità vostra nell'opporsi, soli, agli atti della
nostra autorità. Già dovete saper quante mormorazioni si son fatte, e
non senza ragione, sul vostro modo di vivere; infatti, ora vi chiamate
monaci, ora canonici, e talvolta non siete nè l'un l'altro; sicchè
vegliando al vostro bene, e toglier volendo la mala vostra riputazione,
vi avevamo scelto un maestro e un rettore atto a mostrarvi con le
sue parole e i suoi precetti la retta via, e fattolo venir da lontan
paese, ed uom religioso e di santa vita come egli era, ci confidavamo
che gli esempi suoi vi potesser correggere. Ma, ohimè! tutto fu contro
alla speranza nostra, e il demonio ha trovato in voi quasi altrettanti
ministri a seminar la zizzania fra i sapienti e i dottori della Chiesa,
e ad indurre in peccato d'ira e d'invidia queglino stessi che castigare
e corregger dovrebbero i peccatori. Se non che, speriamo, Dio non vorrà
permetter ch'essi cedano alle maligne vostre suggestioni. Quanto a voi,
spregiatori degli ordini nostri, canonici o monaci che vi chiamiate,
verrete a quella delle nostre grandi udienze, che vi sarà dal presente
nostro messo assegnata; nè vi giovi a sollevarvi dall'obbligo di
comparire ad espiar l'inaudita temerità vostra la lettera in cui
tentate di giustificare la vostra ribellione.»
In questa lettera Carlomagno tutta manifesta l'ira sua, e il subitano
e forte suo risentimento; l'Austrasio, che vuole tutto soggetto,
si maraviglia che vi sia chi ardisca resistere agli imperiali suoi
comandi; detto il suo volere, ognuno ubbidir dee, e quel ch'egli
dice agli abbati, dice anche ai re, imperando su tutti. «Mi è venuto
all'orecchio, scrive egli a Pipino re d'Italia, suo figlio, che alcuni
duchi e subalterni loro, castaldi[67], vicarii, centurioni, e i loro
ufiziali, come sono i falconieri, i cacciatori e altri siffatti, nello
scorrer qua e là le provincie da essi abitate, levano tasse non che
sugli uomini liberi, sulle chiese di Dio, sui monasteri dei frati e
suore, sugli ospizii, sul popolo e sugli operai che lavorano le vigne,
i campi ed i prati delle chiese, di questi ultimi anche servendosi per
far costruire gli edifizi loro, continuamente privandoli della carne
e del vin loro, contro ogni giustizia, con mille altre angherie di
cui gli opprimono. Onde è, caro figliuol mio, che ti mandiam questa
lettera, acciò che tu applichi tutta la cura e la prudenza tua a
riparare il male. Ci fu detto altresì che in alcuni luoghi, certuni
de' nostri soggetti e de' tuoi, pretendono esser nullo il partecipar
che abbiam fatto loro di vari capitolari scritti nella legge, e sotto
simil pretesto ricusino di ubbidir loro ed averli per leggi. Ora, tu
sai i discorsi che noi medesimi abbiam tenuti teco sul proposito di
questi capitolari, onde ti preghiamo di farli conoscere ed eseguire in
tutto il regno da Dio confidato alla tua vigilanza, e ti raccomandiamo
di provedere affinchè facciasi quanto abbiamo ordinato così intorno
all'uccisione dei vescovi e dei preti, come all'altre cose. Intanto, in
riguardo a' preti, ci par conveniente, che se il prete sia nato libero,
si triplichi l'ammenda imposta dalla legge, e il medesimo s'egli sia
stato anche solo ferito. Se poi v'ha dubbio ch'ei sia nato servo, si
faranno indagini sull'origine sua per sapere se debbasi o no far pagare
triplicata l'ammenda. Così facciaci anche rispetto ai diaconi.»
Tanto per la legge politica; ecco ora una lettera di Carlomagno intorno
alla predicazione della parola divina, perchè egli signoreggiar vuole
eziandio la dottrina, la parte morale dell'uomo, l'intelletto. La
lettera è indiritta al vescovo di Liegi. «La paternità vostra tenga
bene in mente quanto le abbiam più volte detto in consiglio, circa
le predicazioni nella Santa Chiesa di Dio, ed il modo in cui ella
doveva predicare, ed istruire il popolo secondo l'autorità dei sacri
canoni. Per prima cosa, in quanto riguarda la legge cattolica, noi
le dicevamo, sia debito a chi imparar non ne può di più, recitare
almeno a memoria l'Orazione dominicale ed il Simbolo della fede, quali
gli Apostoli ce li hanno insegnati, nè ad alcuno sia lecito levare
dal fonte battesimale niun fanciullo, senz'aver prima recitato, alla
presenza di vostra paternità o d'alcun de' suoi preti, l'Orazione
dominicale ed il Simbolo. Se non che avendo nel giorno dell'Apparizione
del Signore trovato parecchie persone che volean far battezzare
dei fanciulli, noi abbiamo ordinato che ognuna di esse, fosse
appartatamente e diligentemente esaminata per vedere se, come dicemmo,
tutte sapessero l'Orazione domenicale e il Simbolo, e ne furon trovate
parecchie che non sapevan nè l'una nè l'altro; onde allora fu da noi
ordinato che venisse loro impedito di levare nessuno dal sacro fonte,
finchè imparato non avessero, sì da recitarle a mente, le dette due
orazioni, il che fu cagione a molti di grande vergogna. Ed appresso,
eccellentissimo vescovo, ci parve bene di ordinare un digiuno, e che
ognun si astenesse dal vino e dalla carne, digiunando fino all'ora
nona, eccettuati quelli ai quali non è consentito farlo dall'età o
dalle infermità loro.»
Tutto si mescola e confonde in questi tempi, e mentre Carlomagno
impone i digiuni e le penitenze come un vescovo, ordina pure agli
abbati di seguirlo alla guerra coi loro armigeri, e un armamento
all'abbate Folrado, uomo di scienza. «Tu verrai, così gli scrive, co'
tuoi armigeri al luogo assegnato, perchè d'indi muover tu possa verso
qualunque altro luogo noi saper ti facessimo, a mano armata, cioè
con armi, arnesi, munizioni da bocca, vesti, tutto ciò insomma che fa
di bisogno in guerra. Ognuno de' tuoi cavalieri abbia scudo, lancia,
spada, mezza spada, il suo arco, il suo turcasso, le sue frecce; ogni
tuo carro contenga scuri, asce, cunei, pale di ferro, e tutti gli
altri arnesi utili contro il nemico. E di questi arnesi e munizioni da
bocca ve n'abbia per tre mesi, e dell'armi e degli abiti in quantità
sufficiente per mezzo l'anno. Tanto ti ordiniamo perchè tu il faccia
eseguire, e perchè tu ti rechi pacificamente al luogo assegnato, cioè
senza toccar nulla per via, salvo il fieno, la legna e l'acqua di cui
tu possa avere bisogno[68].»
Questi frammenti delle epistole di Carlomagno da lui scritte o da'
suoi scrivani e segretari, danno meglio a conoscer l'indole del
conquistatore, del re, dell'imperatore, che non tutti i sistemi e le
classificazioni dei tempi moderni; bello è veder l'imagine dell'uomo
ne' suoi propri scritti, che ivi è tutto trasfuso il pensar suo. Invano
tu ivi cercheresti alcuna division filosofica, ogni cosa essendovi
insiem mista e confusa; le leggi civili coi canoni ecclesiastici, i
capitolari coi concilii. La possanza di Carlomagno tutto domina dal
governo generale della società, sino alla disciplina della Chiesa
e all'amministrazione domestica del palazzo. Con la lettura di
questo carteggio epistolare di Carlomagno tu puoi formarti concetto
dell'indole e della podestà sua, la quale podestà è un misto di
attribuzioni politiche e religiose, una creazione selvaggia che tien
della terra, della scienza e della barbarie, gli è il caos sbrogliato
dalla mente d'un supremo intelletto, il solo, in tant'opera, superiore
al suo secolo, con una società intorno che resiste al vigoroso impulso
suo.
CAPITOLO V.
LA CHIESA E LE SUE COSTITUZIONI SOTTO CARLOMAGNO.
Conflitto per l'unità. — Eresie. — Le due principali. —
Gl'iconoclasti. — La dottrina di Felice da Urgel. — I libri
carolini. — I vescovi. — Gli abbati. — Aspetto dei grandi
monasteri. — La Regola. — Le cronache. — I cartolari. — Le mense
ecclesiastiche. — Abbozzo della famiglia monacale. — Le terre ed i
servi.
768 — 814.
La grand'opera di Carlomagno si congiunge sostanzialmente con la
podestà e l'unità della Chiesa; la corona imperiale sorge accanto alla
mitria pontificia, la spada presso al pastorale; i capitolari sono una
perfetta confusione del diritto civile con la legge ecclesiastica.
Ai primi secoli del periodo franco, l'universalità della Chiesa non
è principio ammesso dappertutto; ella va debitrice del suo splendor
temporale e dell'indole sua di sovranità secolare principalmente a
Carlomagno, alle pratiche di quest'ultimo ed all'intimità sua con
Adriano e Leone papi; donde avvien poi una specie di ristaurazione di
quelle due podestà del pontificato e dell'impero, l'una delle quali
tende sempre all'unità sua per istabilirsi su quella pietra da cui la
Chiesa dee sollevarsi tutta rigogliosa di maestà e di vigore; l'altra
attende ad ordinare il governo e la società materiale. Leone saluta
l'impero in Carlomagno, e l'imperatore protegge questo pontefice
doppiamente minacciato, e dal popolo di Roma e dalla moral ribellione
dell'eresia; accordo misterioso che non ebbe a durar se non un tempo,
però che il pontificato e l'impero si separarono, e ricominciò il
naturale conflitto tra il soldato ed il cherico che già era fin dal
nascere della doppia podestà dei papi. Come reprimer passioni che
bollivano nel cuor dell'uomo prepotente e brutale, e strappargli dalle
avide labbra la tazza del banchetto, e farlo soggetto alla castità,
alla sobrietà, alla temperanza?
L'unità della Chiesa risultava dalla dottrina sua; i papi possedevano
in sè l'autorità dell'interpretazione, e i concilii l'applicavano come
legge civile. L'eresia era una separazione dalle dottrine fondamentali,
una specie di sminuzzamento del potere; l'ingegno non s'arresta, ma
procede innanzi sempre con un'azion violenta che arde e divora, e
rintuzza l'autorità perch'essa vuol comandargli; quindi nasce l'amor
della disamina che in un'ardente e fisicosa immaginazione va senza posa
operando, e questo travaglio ingenera l'eresia. Due grandi turbazioni
ebbe la Chiesa a quei giorni, l'una recatale dagli iconoclasti,
distruttori delle imagini e delle statue, l'altra da Felice da Urgel,
il quale interpretando in senso stretto il Simbolo niceno, negava la
natura spirituale e divina del Figliuolo di Dio.
L'eresia degli iconoclasti, che fu come una rappresaglia delle
barbarie, non voleva il culto delle imagini, e que' salvatichi
settatori manomettevano brutalmente i capolavori delle arti, invocando
l'antica avversion de' cristiani contro all'idolatria e a quell'olimpo
popolato di Dei con belle forme d'oro e d'avorio uscite degli scarpelli
d'Apelle[69] e di Fidia; il culto delle imagini, a dir loro, altro
non era che un rinovare l'idolatria. L'ingordigia d'alcuni de' greci
imperatori trovar pur volle imagini, materie d'oro e d'argento, e
rubini, e altre pietre preziose da gittar come spoglie ai soldati;
Carlo Martello dava i feudi e le mense della Chiesa alle sue genti, e
gl'imperatori di Bisanzio distribuivan fra le loro gli aurei ornamenti
dei reliquiari e degli altari. Il popolo minuto, sempre credente e
sempre artista, che vuol dar corpo alle idee sue, in ciò ch'egli ama
e venera, in Dio e negli spiriti celesti, era fautore ardentissimo
delle imagini, chè al leggere o all'udire di qualche divota leggenda,
gli nascea il desiderio di vedersela tutta, e bella foggiata sotto
agli occhi, e voleva scolpirla, dipingerla per indi prostrarsegli
innanzi, però che aveva l'amore e il culto del bello. Il terzo Concilio
niceno accolse una dottrina di mezzo che posava sopra buoni principii;
non si voleva, secondo esso, adorar le imagini, e offrir loro le
stesse preghiere che a Dio ma potevasi, anzi dovevasi onorarle come
rappresentazioni d'un pio pensiero, e una specie di leggenda marmorea.
I libri carolini attribuiti a Carlomagno, e di cui per avventura fu
autore Alcuino, sono anch'essi rivolti contro la materiale adorazione
delle imagini, ed ivi si par che l'imperatore accetti egli pure,
ma in senso circoscritto, alcuna delle massime degli iconoclasti.
Nato egli in mezzo alle foreste, era cresciuto nell'idea d'un culto
senza imagini, e certo colui che atterrato aveva in Sassonia l'idolo
colossale d'Irminsul, sentir doveva qualche ripugnanza per quei santi
di marmo, e per quei dipinti che rappresentavano la storia sacra.
Nel suo carteggio coi papi Adriano e Leone, Carlomagno viene a poco a
poco ricredendosi dell'opinione sua eretica, promulgata dal concilio
di Francoforte[70], e «s'egli scrisse, ivi dice, contro il concilio
di Nicea, si fu perch'ei non ne comprese bene il senso». Infatti
esso concilio non ingiungeva altrimenti d'adorare le imagini alla
maniera degli antichi Greci, e conforme al culto de' pagani per gli
Dei dell'Olimpo, nè di offrir loro sacrifizi, come all'Apollo dei
gentili, o all'Ercole dalle forti membra, o alla Venere di Pafo;
mainò; il culto de' santi altro esser non dovea che l'adorazione
di Dio stesso, e la venerazione verso coloro che aveano praticati e
rigorosamente osservati i precetti del cristianesimo; i santi erano i
servi di Cristo, ed onoravansi come discepoli suoi, nè si adoravano.
Queste dottrine, esposte da Adriano in una bella difesa dell'arte,
cioè della scultura e della pittura, ricreder fecero Carlomagno delle
sue germaniche opinioni contra le imagini. I libri carolini divenivano
quindi senza scopo, e furono dismessi come un'antica dottrina caduta
in disuso dopo l'interpretazione delle parole del concilio di Nicea.
Il culto delle imagini prevalse, nel medio evo, perchè si confaceva
col genio del popolo; i templi vuoti ben potevano acconciarsi alle
meditazioni dei filosofi, ma il volgo avea bisogno della sua Madonna
in manto celeste, del suo Cristo che il guardasse fiso e benigno, del
Padre Eterno dal guardo severo, di san Pietro che cammina sull'acque,
di Paolo, l'Apostolo della Grecia, e contemplar volea l'inferno in
atto d'ingoiare i reprobi, e il cielo sempre aperto ai tribolati ed
ai poveri di questo mondo. Queste imagini allettavano i fedeli nelle
chiese, destavano in essi sentimenti di devozione, e confortavano il
popolo con l'aspetto d'un avvenir di perdono pel giusto, e di tremende
pene pel reo. Questo culto delle imagini produsse i bei dipinti, e creò
i capolavori dell'Italia, principiando dai freschi del Campo Santo[71],
fino al _Giudizio universale_ di Michelangelo, nella cappella Sistina.
Mentre l'eresia degli iconoclasti va dileguandosi e perdendosi, sorgon
quasi al tempo medesimo le dottrine di Felice da Urgel, le quali
dottrine non erano, checchè ne scrivan taluni, sue originali, ma
sì di Elipando, vescovo di Toledo, nato sotto quel medesimo sole di
Spagna, che divampar fece più volte le fantasie de' Visigoti, e erano
un tralignamento e deterioramento delle dottrine ariane. In mezzo ai
Saraceni di Spagna, ed in tempo che era d'uopo liberare il paese con
la forza e l'unità cattolica, l'apparizion di questa dottrina mosse un
gran sollevamento e una funesta guerra civile; Felice da Urgel, si fece
propugnatore dell'eresia, concetta nei termini qui appresso. Il simbolo
degli Apostoli diceva: «Cristo figliuolo procede dal padre come sua
carne e sangue suo.» Nè Felice negava, come gli Ariani, la divinità di
Gesù Cristo, ma dicea che egli era sol figliuolo di Dio per adozione,
modo filosofico di spiegar il mistero della Trinità che confonde la
mente. Elipando, già vecchio, austero di costumi, cristiano e vescovo,
scriveva assai, nè la perdonava, con l'aguzza sua penna, a chiunque
facevasi a contender con lui nella dottrina. Felice, all'incontro, era
giovine, d'indole soave, trattoso, senza macchia, assisteva alle preci
con iscrupolosa pietà, e digiunava con grandissimo rigore.
I due eresiarchi fecero, con la loro predicazione, smisurati progressi
nelle provincie meridionali, dove l'arianesimo avea, già tempo,
signoreggiato le menti ed i cuori. Ma trovarono un valorosissimo
avversario alla loro predicazione in papa Adriano, che conservar volea
l'unità della Chiesa in questo conflitto di dottrine e di passioni, ed
in quel modo che combattuto avea gl'iconoclasti, si chiariva contra
l'eresia di Felice, la quale fu eziandio condannata dal concilio
narbonense, a cui convennero i vescovi della Gallia meridionale. Era
bisogno attraversarsi al contagio che già dilatavasi per tutte le
città e fra il popolo della campagna; e l'avversario più formidabile
dell'eresia, quello che la ferì al cuore, si fu Carlomagno, il quale
vedeva in essa una reazione del Mezzogiorno contra il Settentrione.
In mezzo dunque alle sue vittorie su i Sassoni, egli convocò un
concilio in Ratisbona, dov'ei comparve col severo suo cipiglio, e
con quell'occhio di bragia che tremar faceva i più animosi guerrieri.
Felice presentossi umilmente, s'inginocchiò dinanzi all'imperatore e
ai padri, ed attese la sua sentenza. «Felice, gli disse Carlomagno,
ritratti tu quanto hai scritto? Spiega le tue dottrine.» E Felice,
tutto tremante, svolse le sue dottrine sull'Incarnazione, che inorridir
fecero, siccome la storia del concilio riferisce «Assai male, disse
l'imperatore, ma pur vanne a Roma ad aggiustarla col papa.» Felice, in
obbedienza, partissi per Roma, dove, inginocchiatosi dinanzi Adriano,
fece la sua ritrattazione nella chiesa di san Pietro.
Elipando non seppe come lui acquistarsi il merito del pentimento, chè
vecchio pervicace com'egli era, scrisse anzi parecchi libri a difender
la sua dottrina; la quale facendo sempre maggiori progressi, che
rendean testimonio del rinforzare ogni dì più dell'eresia, Carlomagno
convocò un nuovo concilio a Francoforte, ci venne in persona con
bellicoso apparato, e di nuovo intender vi fe' la sua voce. «Santi
vescovi, diss'egli, da un anno in qua che questo pessimo lievito
dell'eresia, si va più che mai dilatando, l'errore ha penetrato fino
nei più rimoti distretti del nostro regno; onde io credo necessario di
stirpar dalla radice questa mala pianta con una censura dommatica». Il
concilio di Francoforte dichiarò infatti, che la dottrina di Felice
era una sinistra e diabolica inspirazione. Grande sconvolgimento
recò nella Chiesa la predicazione di questa eresia, e occupò tutto
il pontificato di papa Adriano, quell'accorto Romano che aveva a
difendersi nel medesimo tempo contra i Greci, i Longobardi e la rapace
ambizione del principe de' Franchi. Tutte le eresie del medio evo,
non altramente che nella prima Chiesa, si riferivan pur sempre o a
qualche scuola filosofica del mondo antico o al sincretismo della
scuola alessandrina, perpetuo conflitto tra le idee ed i principii che
costantemente dividono gl'intelletti: l'autorità, la disamina, l'unità,
lo sminuzzamento. Le forme sole si cambiano, ma le idee restano sempre
le stesse, e i principii passano invariabili a traverso dei secoli,
solo pigliando veste nuova. Così Felice da Urgel rinovava peritosamente
le dottrine di Nestorio e degli Ariani, e siccome in quei paesi
meridionali le fantasie corron dietro a tutte le novità, così la setta
degli Albigesi, collegar potrebbesi con queste prime predicazioni del
detto Felice, chè già il terreno era preparato per ogni sorta di nuovi
semi.