Egli ti par di udire un antico imperatore di Roma, Cesare, per cagion

d'esempio, che ragioni con la moglie sua, degna matrona romana, de'

suoi pontefici e della celebrazione delle pubbliche feste. Carlomagno

è il custode della polizia dell'impero suo, quindi egli invigila gli

uomini d'arme, i cherici, e però ch'egli conosce tutta la podestà

della Chiesa, se ne fa correttore e guardiano, e scrive anche in parti

lontane a far che non abbia danno nelle cose sue; testimonio quant'egli

scrive qui appresso al re Offa. «Un prete scozzese, che dimorò qualche

tempo vicino a noi nella parrocchia di Ildeboldo, vescovo di Colonia,

secondo la denuncia del suo accusatore, peccò, mangiando carne in

quaresima. Se non che i nostri preti, non avendo trovata l'accusa

bastevolmente provata, non vollero sentenziarlo; ma pur nullameno,

più non gli consentono, a cagion del suo fallo, d'abitar nel luogo di

sua dimora, onde il volgo ignorante non abbia a vilipendere l'onore

del sacerdozio, e lo scandalo non conduca forse altri ad infrangere

la santità del digiuno; rimessolo al tribunal del vescovo, innanzi

a cui fece i suoi voti al Signore. Noi ti preghiam quindi d'ordinare

ch'egli sia ricondotto al suo paese per esser ivi giudicato: chè ivi

pure osservar si dee la purità dei costumi e la costanza della fede in

grembo alla Chiesa di Dio, sì che quest'unica, perfetta e immacolata

colomba dall'ali d'argento e dalla coda dorata, sfolgorar vi debba di

tutto il suo splendore[66].»

Questa universal vigilanza della Chiesa doveva esser costantemente

sostenuta da fermi atti del principe; calde controversie agitavano

i vescovi, gli abbati ed i monaci; in più d'un luogo la stretta

disciplina era posta in non cale; dove l'ignoranza, e dove la passione

dei cherici; poi il viver rotto e romoroso dei monasteri. L'abbate di

San Martino e i suoi monaci obbedir non volevano al vescovo, credendosi

sciolti da ogni giurisdizione dell'Ordinario, onde Carlomagno scrive

loro in questi severi termini: «Il vescovo Teodolfo si lagna, in una

sua lettera, dei modi poco convenevoli coi quali avete trattata la sua

gente, nè ancor tanto di questo, quanto del poco rispetto che aveste

al vescovo della città vostra, e del disprezzo da voi dimostrato per

gl'imperiali nostri comandamenti. Or questi comandamenti, da noi fatti

scrivere sotto l'autorità del nostro nome, v'imponevano di restituir

nelle mani di questo vescovo un cherico, che, fuggito di prigione,

erasi venuto a ricoverar nella basilica di San Martino; nè questo era

punto un comando ingiusto. Ci siam fatte rilegger amendue le lettere,

la vostra e quella di Teodolfo, e abbiam trovato nelle vostre parole

maggiore acerbità ed ira, e niun sentimento di carità verso di lui;

egli pare che ivi vogliate piuttosto difendere il reo, ed accusare

il vescovo, e dar a intender che si possa e anzi si debba metterlo in

istato d'accusa, laddove le leggi umane e le divine tutte s'accordano

in proibire al reo d'accusare nessuno. Indarno voi lo scusate,

adducendo ch'egli ha interposto appello dinanzi a noi, facendovi

appoggio della massima che ogni accusato e sentenziato dinanzi al

popolo della sua città, ha il diritto anch'esso d'accusare altrui e di

richiamarsene a Cesare. Voi citate ad esempio san Paolo che, accusato

dal popolo innanzi a' principi giudei, fece appello a Cesare, e fu

mandato dai principi stessi dinanzi a lui per essere giudicato; ma

questo non ha niente a che fare col caso presente. L'apostolo Paolo

era accusato sì, ma non giudicato, quando appellò a Cesare, e fu a

lui rimesso; laddove questo ribaldo prete, accusato e sentenziato,

s'è trafugato dal suo carcere per rifuggirsi in una basilica, non

ostante la legge che gliene interdiceva l'entrata fino a penitenza

compiuta, e solo adesso, benchè dicasi ch'ei continua nella peccaminosa

sua vita, egli ricorre a Cesare, ad imitazione dell'apostolo Paolo.

Ma, come Paolo altresì, indarno egli sarà venuto ad invocar Cesare,

perchè noi comandiamo ch'egli sia rimesso nelle mani di colui dalla

cui forza s'è sottratto, a lui solo spettando, parli vero o falso il

colpevole, tradurlo dinanzi a noi, nè occorre che per un uom siffatto

sia niente innovato negli ordini nostri. Non sappiamo poi abbastanza

stupirci della temerità vostra nell'opporsi, soli, agli atti della

nostra autorità. Già dovete saper quante mormorazioni si son fatte, e

non senza ragione, sul vostro modo di vivere; infatti, ora vi chiamate

monaci, ora canonici, e talvolta non siete nè l'un l'altro; sicchè

vegliando al vostro bene, e toglier volendo la mala vostra riputazione,

vi avevamo scelto un maestro e un rettore atto a mostrarvi con le

sue parole e i suoi precetti la retta via, e fattolo venir da lontan

paese, ed uom religioso e di santa vita come egli era, ci confidavamo

che gli esempi suoi vi potesser correggere. Ma, ohimè! tutto fu contro

alla speranza nostra, e il demonio ha trovato in voi quasi altrettanti

ministri a seminar la zizzania fra i sapienti e i dottori della Chiesa,

e ad indurre in peccato d'ira e d'invidia queglino stessi che castigare

e corregger dovrebbero i peccatori. Se non che, speriamo, Dio non vorrà

permetter ch'essi cedano alle maligne vostre suggestioni. Quanto a voi,

spregiatori degli ordini nostri, canonici o monaci che vi chiamiate,

verrete a quella delle nostre grandi udienze, che vi sarà dal presente

nostro messo assegnata; nè vi giovi a sollevarvi dall'obbligo di

comparire ad espiar l'inaudita temerità vostra la lettera in cui

tentate di giustificare la vostra ribellione.»

In questa lettera Carlomagno tutta manifesta l'ira sua, e il subitano

e forte suo risentimento; l'Austrasio, che vuole tutto soggetto,

si maraviglia che vi sia chi ardisca resistere agli imperiali suoi

comandi; detto il suo volere, ognuno ubbidir dee, e quel ch'egli

dice agli abbati, dice anche ai re, imperando su tutti. «Mi è venuto

all'orecchio, scrive egli a Pipino re d'Italia, suo figlio, che alcuni

duchi e subalterni loro, castaldi[67], vicarii, centurioni, e i loro

ufiziali, come sono i falconieri, i cacciatori e altri siffatti, nello

scorrer qua e là le provincie da essi abitate, levano tasse non che

sugli uomini liberi, sulle chiese di Dio, sui monasteri dei frati e

suore, sugli ospizii, sul popolo e sugli operai che lavorano le vigne,

i campi ed i prati delle chiese, di questi ultimi anche servendosi per

far costruire gli edifizi loro, continuamente privandoli della carne

e del vin loro, contro ogni giustizia, con mille altre angherie di

cui gli opprimono. Onde è, caro figliuol mio, che ti mandiam questa

lettera, acciò che tu applichi tutta la cura e la prudenza tua a

riparare il male. Ci fu detto altresì che in alcuni luoghi, certuni

de' nostri soggetti e de' tuoi, pretendono esser nullo il partecipar

che abbiam fatto loro di vari capitolari scritti nella legge, e sotto

simil pretesto ricusino di ubbidir loro ed averli per leggi. Ora, tu

sai i discorsi che noi medesimi abbiam tenuti teco sul proposito di

questi capitolari, onde ti preghiamo di farli conoscere ed eseguire in

tutto il regno da Dio confidato alla tua vigilanza, e ti raccomandiamo

di provedere affinchè facciasi quanto abbiamo ordinato così intorno

all'uccisione dei vescovi e dei preti, come all'altre cose. Intanto, in

riguardo a' preti, ci par conveniente, che se il prete sia nato libero,

si triplichi l'ammenda imposta dalla legge, e il medesimo s'egli sia

stato anche solo ferito. Se poi v'ha dubbio ch'ei sia nato servo, si

faranno indagini sull'origine sua per sapere se debbasi o no far pagare

triplicata l'ammenda. Così facciaci anche rispetto ai diaconi.»

Tanto per la legge politica; ecco ora una lettera di Carlomagno intorno

alla predicazione della parola divina, perchè egli signoreggiar vuole

eziandio la dottrina, la parte morale dell'uomo, l'intelletto. La

lettera è indiritta al vescovo di Liegi. «La paternità vostra tenga

bene in mente quanto le abbiam più volte detto in consiglio, circa

le predicazioni nella Santa Chiesa di Dio, ed il modo in cui ella

doveva predicare, ed istruire il popolo secondo l'autorità dei sacri

canoni. Per prima cosa, in quanto riguarda la legge cattolica, noi

le dicevamo, sia debito a chi imparar non ne può di più, recitare

almeno a memoria l'Orazione dominicale ed il Simbolo della fede, quali

gli Apostoli ce li hanno insegnati, nè ad alcuno sia lecito levare

dal fonte battesimale niun fanciullo, senz'aver prima recitato, alla

presenza di vostra paternità o d'alcun de' suoi preti, l'Orazione

dominicale ed il Simbolo. Se non che avendo nel giorno dell'Apparizione

del Signore trovato parecchie persone che volean far battezzare

dei fanciulli, noi abbiamo ordinato che ognuna di esse, fosse

appartatamente e diligentemente esaminata per vedere se, come dicemmo,

tutte sapessero l'Orazione domenicale e il Simbolo, e ne furon trovate

parecchie che non sapevan nè l'una nè l'altro; onde allora fu da noi

ordinato che venisse loro impedito di levare nessuno dal sacro fonte,

finchè imparato non avessero, sì da recitarle a mente, le dette due

orazioni, il che fu cagione a molti di grande vergogna. Ed appresso,

eccellentissimo vescovo, ci parve bene di ordinare un digiuno, e che

ognun si astenesse dal vino e dalla carne, digiunando fino all'ora

nona, eccettuati quelli ai quali non è consentito farlo dall'età o

dalle infermità loro.»

Tutto si mescola e confonde in questi tempi, e mentre Carlomagno

impone i digiuni e le penitenze come un vescovo, ordina pure agli

abbati di seguirlo alla guerra coi loro armigeri, e un armamento

all'abbate Folrado, uomo di scienza. «Tu verrai, così gli scrive, co'

tuoi armigeri al luogo assegnato, perchè d'indi muover tu possa verso

qualunque altro luogo noi saper ti facessimo, a mano armata, cioè

con armi, arnesi, munizioni da bocca, vesti, tutto ciò insomma che fa

di bisogno in guerra. Ognuno de' tuoi cavalieri abbia scudo, lancia,

spada, mezza spada, il suo arco, il suo turcasso, le sue frecce; ogni

tuo carro contenga scuri, asce, cunei, pale di ferro, e tutti gli

altri arnesi utili contro il nemico. E di questi arnesi e munizioni da

bocca ve n'abbia per tre mesi, e dell'armi e degli abiti in quantità

sufficiente per mezzo l'anno. Tanto ti ordiniamo perchè tu il faccia

eseguire, e perchè tu ti rechi pacificamente al luogo assegnato, cioè

senza toccar nulla per via, salvo il fieno, la legna e l'acqua di cui

tu possa avere bisogno[68].»

Questi frammenti delle epistole di Carlomagno da lui scritte o da'

suoi scrivani e segretari, danno meglio a conoscer l'indole del

conquistatore, del re, dell'imperatore, che non tutti i sistemi e le

classificazioni dei tempi moderni; bello è veder l'imagine dell'uomo

ne' suoi propri scritti, che ivi è tutto trasfuso il pensar suo. Invano

tu ivi cercheresti alcuna division filosofica, ogni cosa essendovi

insiem mista e confusa; le leggi civili coi canoni ecclesiastici, i

capitolari coi concilii. La possanza di Carlomagno tutto domina dal

governo generale della società, sino alla disciplina della Chiesa

e all'amministrazione domestica del palazzo. Con la lettura di

questo carteggio epistolare di Carlomagno tu puoi formarti concetto

dell'indole e della podestà sua, la quale podestà è un misto di

attribuzioni politiche e religiose, una creazione selvaggia che tien

della terra, della scienza e della barbarie, gli è il caos sbrogliato

dalla mente d'un supremo intelletto, il solo, in tant'opera, superiore

al suo secolo, con una società intorno che resiste al vigoroso impulso

suo.

CAPITOLO V.

LA CHIESA E LE SUE COSTITUZIONI SOTTO CARLOMAGNO.

Conflitto per l'unità. — Eresie. — Le due principali. —

Gl'iconoclasti. — La dottrina di Felice da Urgel. — I libri

carolini. — I vescovi. — Gli abbati. — Aspetto dei grandi

monasteri. — La Regola. — Le cronache. — I cartolari. — Le mense

ecclesiastiche. — Abbozzo della famiglia monacale. — Le terre ed i

servi.

768 — 814.

La grand'opera di Carlomagno si congiunge sostanzialmente con la

podestà e l'unità della Chiesa; la corona imperiale sorge accanto alla

mitria pontificia, la spada presso al pastorale; i capitolari sono una

perfetta confusione del diritto civile con la legge ecclesiastica.

Ai primi secoli del periodo franco, l'universalità della Chiesa non

è principio ammesso dappertutto; ella va debitrice del suo splendor

temporale e dell'indole sua di sovranità secolare principalmente a

Carlomagno, alle pratiche di quest'ultimo ed all'intimità sua con

Adriano e Leone papi; donde avvien poi una specie di ristaurazione di

quelle due podestà del pontificato e dell'impero, l'una delle quali

tende sempre all'unità sua per istabilirsi su quella pietra da cui la

Chiesa dee sollevarsi tutta rigogliosa di maestà e di vigore; l'altra

attende ad ordinare il governo e la società materiale. Leone saluta

l'impero in Carlomagno, e l'imperatore protegge questo pontefice

doppiamente minacciato, e dal popolo di Roma e dalla moral ribellione

dell'eresia; accordo misterioso che non ebbe a durar se non un tempo,

però che il pontificato e l'impero si separarono, e ricominciò il

naturale conflitto tra il soldato ed il cherico che già era fin dal

nascere della doppia podestà dei papi. Come reprimer passioni che

bollivano nel cuor dell'uomo prepotente e brutale, e strappargli dalle

avide labbra la tazza del banchetto, e farlo soggetto alla castità,

alla sobrietà, alla temperanza?

L'unità della Chiesa risultava dalla dottrina sua; i papi possedevano

in sè l'autorità dell'interpretazione, e i concilii l'applicavano come

legge civile. L'eresia era una separazione dalle dottrine fondamentali,

una specie di sminuzzamento del potere; l'ingegno non s'arresta, ma

procede innanzi sempre con un'azion violenta che arde e divora, e

rintuzza l'autorità perch'essa vuol comandargli; quindi nasce l'amor

della disamina che in un'ardente e fisicosa immaginazione va senza posa

operando, e questo travaglio ingenera l'eresia. Due grandi turbazioni

ebbe la Chiesa a quei giorni, l'una recatale dagli iconoclasti,

distruttori delle imagini e delle statue, l'altra da Felice da Urgel,

il quale interpretando in senso stretto il Simbolo niceno, negava la

natura spirituale e divina del Figliuolo di Dio.

L'eresia degli iconoclasti, che fu come una rappresaglia delle

barbarie, non voleva il culto delle imagini, e que' salvatichi

settatori manomettevano brutalmente i capolavori delle arti, invocando

l'antica avversion de' cristiani contro all'idolatria e a quell'olimpo

popolato di Dei con belle forme d'oro e d'avorio uscite degli scarpelli

d'Apelle[69] e di Fidia; il culto delle imagini, a dir loro, altro

non era che un rinovare l'idolatria. L'ingordigia d'alcuni de' greci

imperatori trovar pur volle imagini, materie d'oro e d'argento, e

rubini, e altre pietre preziose da gittar come spoglie ai soldati;

Carlo Martello dava i feudi e le mense della Chiesa alle sue genti, e

gl'imperatori di Bisanzio distribuivan fra le loro gli aurei ornamenti

dei reliquiari e degli altari. Il popolo minuto, sempre credente e

sempre artista, che vuol dar corpo alle idee sue, in ciò ch'egli ama

e venera, in Dio e negli spiriti celesti, era fautore ardentissimo

delle imagini, chè al leggere o all'udire di qualche divota leggenda,

gli nascea il desiderio di vedersela tutta, e bella foggiata sotto

agli occhi, e voleva scolpirla, dipingerla per indi prostrarsegli

innanzi, però che aveva l'amore e il culto del bello. Il terzo Concilio

niceno accolse una dottrina di mezzo che posava sopra buoni principii;

non si voleva, secondo esso, adorar le imagini, e offrir loro le

stesse preghiere che a Dio ma potevasi, anzi dovevasi onorarle come

rappresentazioni d'un pio pensiero, e una specie di leggenda marmorea.

I libri carolini attribuiti a Carlomagno, e di cui per avventura fu

autore Alcuino, sono anch'essi rivolti contro la materiale adorazione

delle imagini, ed ivi si par che l'imperatore accetti egli pure,

ma in senso circoscritto, alcuna delle massime degli iconoclasti.

Nato egli in mezzo alle foreste, era cresciuto nell'idea d'un culto

senza imagini, e certo colui che atterrato aveva in Sassonia l'idolo

colossale d'Irminsul, sentir doveva qualche ripugnanza per quei santi

di marmo, e per quei dipinti che rappresentavano la storia sacra.

Nel suo carteggio coi papi Adriano e Leone, Carlomagno viene a poco a

poco ricredendosi dell'opinione sua eretica, promulgata dal concilio

di Francoforte[70], e «s'egli scrisse, ivi dice, contro il concilio

di Nicea, si fu perch'ei non ne comprese bene il senso». Infatti

esso concilio non ingiungeva altrimenti d'adorare le imagini alla

maniera degli antichi Greci, e conforme al culto de' pagani per gli

Dei dell'Olimpo, nè di offrir loro sacrifizi, come all'Apollo dei

gentili, o all'Ercole dalle forti membra, o alla Venere di Pafo;

mainò; il culto de' santi altro esser non dovea che l'adorazione

di Dio stesso, e la venerazione verso coloro che aveano praticati e

rigorosamente osservati i precetti del cristianesimo; i santi erano i

servi di Cristo, ed onoravansi come discepoli suoi, nè si adoravano.

Queste dottrine, esposte da Adriano in una bella difesa dell'arte,

cioè della scultura e della pittura, ricreder fecero Carlomagno delle

sue germaniche opinioni contra le imagini. I libri carolini divenivano

quindi senza scopo, e furono dismessi come un'antica dottrina caduta

in disuso dopo l'interpretazione delle parole del concilio di Nicea.

Il culto delle imagini prevalse, nel medio evo, perchè si confaceva

col genio del popolo; i templi vuoti ben potevano acconciarsi alle

meditazioni dei filosofi, ma il volgo avea bisogno della sua Madonna

in manto celeste, del suo Cristo che il guardasse fiso e benigno, del

Padre Eterno dal guardo severo, di san Pietro che cammina sull'acque,

di Paolo, l'Apostolo della Grecia, e contemplar volea l'inferno in

atto d'ingoiare i reprobi, e il cielo sempre aperto ai tribolati ed

ai poveri di questo mondo. Queste imagini allettavano i fedeli nelle

chiese, destavano in essi sentimenti di devozione, e confortavano il

popolo con l'aspetto d'un avvenir di perdono pel giusto, e di tremende

pene pel reo. Questo culto delle imagini produsse i bei dipinti, e creò

i capolavori dell'Italia, principiando dai freschi del Campo Santo[71],

fino al _Giudizio universale_ di Michelangelo, nella cappella Sistina.

Mentre l'eresia degli iconoclasti va dileguandosi e perdendosi, sorgon

quasi al tempo medesimo le dottrine di Felice da Urgel, le quali

dottrine non erano, checchè ne scrivan taluni, sue originali, ma

sì di Elipando, vescovo di Toledo, nato sotto quel medesimo sole di

Spagna, che divampar fece più volte le fantasie de' Visigoti, e erano

un tralignamento e deterioramento delle dottrine ariane. In mezzo ai

Saraceni di Spagna, ed in tempo che era d'uopo liberare il paese con

la forza e l'unità cattolica, l'apparizion di questa dottrina mosse un

gran sollevamento e una funesta guerra civile; Felice da Urgel, si fece

propugnatore dell'eresia, concetta nei termini qui appresso. Il simbolo

degli Apostoli diceva: «Cristo figliuolo procede dal padre come sua

carne e sangue suo.» Nè Felice negava, come gli Ariani, la divinità di

Gesù Cristo, ma dicea che egli era sol figliuolo di Dio per adozione,

modo filosofico di spiegar il mistero della Trinità che confonde la

mente. Elipando, già vecchio, austero di costumi, cristiano e vescovo,

scriveva assai, nè la perdonava, con l'aguzza sua penna, a chiunque

facevasi a contender con lui nella dottrina. Felice, all'incontro, era

giovine, d'indole soave, trattoso, senza macchia, assisteva alle preci

con iscrupolosa pietà, e digiunava con grandissimo rigore.

I due eresiarchi fecero, con la loro predicazione, smisurati progressi

nelle provincie meridionali, dove l'arianesimo avea, già tempo,

signoreggiato le menti ed i cuori. Ma trovarono un valorosissimo

avversario alla loro predicazione in papa Adriano, che conservar volea

l'unità della Chiesa in questo conflitto di dottrine e di passioni, ed

in quel modo che combattuto avea gl'iconoclasti, si chiariva contra

l'eresia di Felice, la quale fu eziandio condannata dal concilio

narbonense, a cui convennero i vescovi della Gallia meridionale. Era

bisogno attraversarsi al contagio che già dilatavasi per tutte le

città e fra il popolo della campagna; e l'avversario più formidabile

dell'eresia, quello che la ferì al cuore, si fu Carlomagno, il quale

vedeva in essa una reazione del Mezzogiorno contra il Settentrione.

In mezzo dunque alle sue vittorie su i Sassoni, egli convocò un

concilio in Ratisbona, dov'ei comparve col severo suo cipiglio, e

con quell'occhio di bragia che tremar faceva i più animosi guerrieri.

Felice presentossi umilmente, s'inginocchiò dinanzi all'imperatore e

ai padri, ed attese la sua sentenza. «Felice, gli disse Carlomagno,

ritratti tu quanto hai scritto? Spiega le tue dottrine.» E Felice,

tutto tremante, svolse le sue dottrine sull'Incarnazione, che inorridir

fecero, siccome la storia del concilio riferisce «Assai male, disse

l'imperatore, ma pur vanne a Roma ad aggiustarla col papa.» Felice, in

obbedienza, partissi per Roma, dove, inginocchiatosi dinanzi Adriano,

fece la sua ritrattazione nella chiesa di san Pietro.

Elipando non seppe come lui acquistarsi il merito del pentimento, chè

vecchio pervicace com'egli era, scrisse anzi parecchi libri a difender

la sua dottrina; la quale facendo sempre maggiori progressi, che

rendean testimonio del rinforzare ogni dì più dell'eresia, Carlomagno

convocò un nuovo concilio a Francoforte, ci venne in persona con

bellicoso apparato, e di nuovo intender vi fe' la sua voce. «Santi

vescovi, diss'egli, da un anno in qua che questo pessimo lievito

dell'eresia, si va più che mai dilatando, l'errore ha penetrato fino

nei più rimoti distretti del nostro regno; onde io credo necessario di

stirpar dalla radice questa mala pianta con una censura dommatica». Il

concilio di Francoforte dichiarò infatti, che la dottrina di Felice

era una sinistra e diabolica inspirazione. Grande sconvolgimento

recò nella Chiesa la predicazione di questa eresia, e occupò tutto

il pontificato di papa Adriano, quell'accorto Romano che aveva a

difendersi nel medesimo tempo contra i Greci, i Longobardi e la rapace

ambizione del principe de' Franchi. Tutte le eresie del medio evo,

non altramente che nella prima Chiesa, si riferivan pur sempre o a

qualche scuola filosofica del mondo antico o al sincretismo della

scuola alessandrina, perpetuo conflitto tra le idee ed i principii che

costantemente dividono gl'intelletti: l'autorità, la disamina, l'unità,

lo sminuzzamento. Le forme sole si cambiano, ma le idee restano sempre

le stesse, e i principii passano invariabili a traverso dei secoli,

solo pigliando veste nuova. Così Felice da Urgel rinovava peritosamente

le dottrine di Nestorio e degli Ariani, e siccome in quei paesi

meridionali le fantasie corron dietro a tutte le novità, così la setta

degli Albigesi, collegar potrebbesi con queste prime predicazioni del

detto Felice, chè già il terreno era preparato per ogni sorta di nuovi

semi.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 6 / 23 段