anch'esso ad uso dei laici, e difficil molto essendo l'interpretazione
dei libri sacri. Alcuino e Teodolfo la pongono a ragguaglio di tutti
per via di compendii in lingua latina ed anche in lingua volgare. Tutte
queste menti si vengono concitando sotto il forte e generoso impulso di
Carlomagno, che le anima e protegge; Alcuino è guiderdonato con ricche
abbazie, Teodolfo è promosso al vescovado d'Orleans, Lanfranco ottiene
la metropolitana di Lione; tutti si fanno stromenti a Carlomagno per
illuminarlo e sublimarlo; l'uno gl'insegna le lettere, l'altro il
latino ed il greco, ed egli tien con tutti loro intimo e familiare
carteggio.
La teologia è la scienza di quell'età, è il fondamento d'ogni
discussione. I dommi cattolici non son eglino la base di quella
società? Tutto la fede religiosa comprende, e mal conoscerebbe lo
spirito di quel secolo, chi credesse ivi all'azione della filosofia,
foss'anche speculativa, al tutto estranea a quella credente
generazione. Se non che alcuni libri di greci sofisti incominciavano
sotto i Carolingi a penetrar nell'impero franco, e le compilazioni che
sotto il pseudonimo di Dionigi l'Areopagita comparvero, precedettero
d'oltre ad un secolo le dottrine dello Scoto. Io non voglio
magnificar l'altezza degli scoprimenti del tempo antico, chè anzi
chi suppor volesse un'ampia libertà d'indagini a quel tempo di forza
e di cattolicismo, mostrerebbe di non sapere che cotali ardimenti
dell'ingegno non sarebbero stati pure compresi a que' giorni, dove
le teoriche religiose medesime aveano alcun che di materiale, e le
controversie tutte versavano intorno al culto delle immagini. Tuttavia
le pratiche con Costantinopoli favoreggiar dovettero il progresso
della filosofia, benchè rarissime si trovin le citazioni dei libri
d'Aristotile, i quali non furono, a dir proprio, conosciuti, se non per
le arabe traduzioni del secolo nono. Ella è cosa incontrovertibile che
la compilazione sotto il falso nome di Dionigi l'Areopagita, diffusasi
in Occidente verso il regno di Carlo il Calvo, operò potentemente
sugli studi filosofici; lo Scoto venne solo a compierli, nel secolo
duodecimo; e il mondo attinse il primo lume alle faci del greco
sapere, che conserva vasi nelle scuole di Costantinopoli; poi gli Arabi
recaronvi le traduzioni della scuola alessandrina col suo sincretismo,
finchè due secoli dopo il medio evo accolse le teoriche dello Scoto,
capo della filosofia scozzese e maestro della scienza.
Del resto, in Occidente, i progressi non erano nè grandi nè vigorosi;
e valga il vero, si può egli dare il nome di astronomia ai calcoli
per fissare le date ed ai computi ecclesiastici delle feste mobili? In
fatto d'astronomia disputavasi intorno al sistema aristotelico, intorno
alla scuola alessandrina, intorno al sistema tolemaico; Teodolfo ed
Alcuino eran di diversa opinione; quegli volea che l'anno astronomico
principiasse a settembre; questi ponea quel ch'egli chiamava il _salto
della luna_ in novembre. Singolari son le teoriche da Alcuino esposte
intorno al sistema lunare; al tempo che la luna accostasi a quel
salto astronomico, di cui tanto ragionano i dotti di quel secolo, egli
segna sulla carta certe figure, che poi manda a Carlomagno, e questi
discute con lui per farlo persuaso dell'esattezza delle sue proprie
osservazioni, e lo regala d'imperfetti stromenti tolti dalla civiltà
egiziana e romana. Non altrimenti che appresso tutte le primitive
nazioni, quei dotti e quei sapienti molto osservano il movimento
ed i fenomeni degli astri; al principio del secolo nono v'ebbe un
lungo ecclisse di sole, che spaventò tutte quelle generazioni; il
monaco d'Angouleme, che meritossi il titolo d'astronomo, prenunziò
la congiunzione di Mercurio col sole nell'anno 807, e nel mese di
febbraio fu veduto in cielo quel fenomeno che annunziava, al dir dei
contemporanei, lo scontro di eserciti in guerra, e forse altro non era
che un'aurora boreale, tinta in rossiccio. La discussione scentifica
posossi quindi fra le memorie della scuola alessandrina ed i libri
meramente della scuola greca aristotelica; ogn'anno, quand'aveasi a
determinare la Pasqua secondo il rito del concilio Niceno, sorgeano
vive discissioni procedenti da calcoli astronomici; l'astronomia era
fatta scienza indispensabil pe' cherici: «un sacerdote di Dio dee
saper fare i conti» dice un dei capitolari di Carlomagno. Il libro
del Computo ecclesiastico, ingiunto dai concilii ai preti e nei
monasteri, diviene il fondamento così d'ogni scienza, e gli astronomi
furono preposti a tutti gli altri maestri, per la ragione che le feste
ecclesiastiche dipendevano dalle combinazioni dei numeri e dei tempi.
Negli studi del medio evo trovasi sempre unita all'astronomia la
geografia, scienza, della quale aveasi sotto Carlomagno imperfettissima
cognizione; vero è che Teodolfo, sempre studioso, erasi provato a
comporre un globo sferico con tutti i segni dello zodiaco, ma la
spiegazione ch'egli ne dà è priva d'ogni esattezza. Egli si pare che in
questa scuola domini la teoria di Tolomeo sulla forma della terra; ma
non ben se la intendono intorno alle basi d'un sistema sferico: Alcuino
pone per principio che la terra è quadrata, e il mondo, a dir suo, è
fermo su quattro punti cardinali[60], e diviso in tre parti, Europa,
Affrica ed Indie, le quali sono da lui descritte in modo vago, come uno
spazio immenso dalla parte di Oriente. Tutto ciò che sapevasi a que'
giorni di geografia, veniva dai pellegrini e dai vescovi viaggiatori,
che andavano a predicar la fede tra i Barbari; le città e le provincie
erano rozzamente segnate sopra qualche pergamena o papiro, e tutto
ciò che serbavasi del mondo antico, era tolto dalla scuola romana o
bisantina.
La scienza nondimeno forma tutta l'occupazione di quegli uomini che
scoprir vogliono i riposti misteri suoi, e Teodolfo, il poeta italiano,
uomo di fantasia, la rappresenta sotto l'imagin d'un albero, co'
suoi rami madornati e coi fioriti suoi ramoscelli di mille colori; la
grammatica forma la radice, da un lato esce la rettorica, dall'altro
sorge la dialettica con tutto il rigoglio d'un lussureggiante rampollo,
poi vengon, come tre sorelle strettamente abbracciate, la musica, la
geometria e l'astronomia; e questo simbolo viene da Teodolfo svolto
non senza un certo ardimento di pensiero. In tempo che gli altri
sapienti altro non fanno che applicarsi alla Sacra Scrittura e allo
studio dei salmi e dei libri biblici, egli confessa di gustar un
interno diletto al leggere, e meditare gli autori pagani, e negli
opuscoli suoi continua è la citazione de' bei versi di Virgilio e
delle commedie di Terenzio. Anche i versi del sassone Alcuino san
dello studio degli antichi; celebra l'arrivo di papa Leone in Francia,
e usa la lingua poetica nello scriver epitafi e descriver l'oriuolo
a polvere del Tempo, che corre presso all'eternità, intanto ch'egli
biasima coloro i quali troppo si dedicano agli autori profani e a
Virgilio principalmente, e ch'ei dice ad un suo discepolo: «tu sei
troppo virgiliano,» e che ad un vescovo amico suo rimprovera la
soverchia passione di lui per l'Eneide. In qualche monastero a que'
giorni parlavasi il greco; v'erano scuole in cui veniva pubblicamente
insegnato, e il latino era la lingua comune della Chiesa. Non è quindi
maraviglia che gli antichi fossero letti e consultati quai maestri in
letteratura e in poesia. Carlomagno medesimo non isdegnò il meccanismo
de' versi latini, come vedemmo nel tenero epitafio suo di papa Adriano,
ed anch'egli usava quella poetica lingua nelle sue epistole a Paolo
Diacono.
Dettava pur versi nella patria favella, e spesso ancora in tedesco e
in idioma germanico; facea raccogliere le tradizioni degli antenati, e
voleva che gli scaldi e i poeti serbassero le memorie del passato e le
vittorie degli avi. Di qui forse l'origine di quelle canzoni eroiche,
onde ci restano oggidì ampie reliquie; se non che il tempo ha distrutto
gli originali di questi monumenti in lingua barbarica, e poche parole
appena, poche frasi sparse qua e là nelle iscrizioni latine, additano
la lingua che parlavasi nel secolo ottavo; niuno tuttavia negar può
che non vi fossero a quei tempi tradizioni e leggende scritte nel
sermone della patria, alcune delle quali tradizioni mescolavansi
con la vita dei santi. Le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria
furono attinti a queste prime fonti; l'imaginazione dei trovatori vi
lavorò sopra di ampie epopee, ma la sostanza di questa poesia vien
da quelle leggende, di cui fan menzione le cronache, da quei canti in
lingua teutonica, che a gran diligenza si raccoglievano per ordine di
Carlomagno. Quei primi canti disparvero, perchè al tutto estranei alla
vita solitaria dei monaci ed allo spirito loro di conservazione; le
croniche, all'incontro, si son tramandate d'età in età, con la cura e
la religione d'un sacro monumento; la lingua del chiostro fu la latina,
quella del campo la tedesca; le croniche appartenevano all'ordine
monastico, le canzoni eroiche all'ordine militare; le une furono
conservate all'ombra delle solitudini; le altre si dileguarono, come il
suono delle grandi battaglie, in preda ai venti delle generazioni.
Le canzoni eroiche si recitavano a gran voce in battaglia e nelle
corti dei feudatari, ma nessun antico manoscritto ci pervenne con le
note e le scale segnate come in quelli venuti dappoi; pur nondimeno
non è a dubitar che siffatte canzoni non fosser cantate, e il nome
loro medesimo ce lo insegna. E le poesie omeriche non furono anch'esse
cantate per le campagne della Grecia? Le _cantilene giocolari_, come
Alcuino le chiama, erano in contrapposizione col canto della Chiesa,
grave e solenne; e recitavansi su arie allegre da menestrelli e
trovatori, laddove gl'inni cattolici procedeano da due origini, dal
canto gallico, che teneva un certo che di druidico e di selvaggio, e
dal canto fermo romano o greco, e v'ebbe tra le due scuole vivo ed
ardente contrasto, chè la Chiesa delle Gallie serbar voleva i suoi
canti.
Carlomagno inchinava per la forma romana, siccome la più soave e
appropriata agli inni di gioia, e il monaco di San Gallo ci narra
come lo dilettassero gl'inni cantati, e com'ei volesse che i cherici
ripetessero ad alta e sonora voce le lezioni della cattedrale[61], e
come spesso a quelle assistesse, accennando egli stesso col dito o con
la punta del bastone ognuno a cui toccava la volta sua di cantare.
Il canto fermo scritto consisteva nel metter sulla parola degli inni o
dei salmi alcuni piccioli quadretti di note, le cui code stendevansi
in alto o in basso; i fanciulli scolpivano, cantando, le sillabe,
ed i cherici facevano il basso, intantochè l'imperatore mostrava,
sorridendo, la contentezza sua nell'udire il perfetto accordo di
quelle voci. Un giorno, tanto gli piacque il canto dei Greci, che
ordinò si cantassero sul medesimo tuono le parole latine. Dalla Grecia
pure venne, come già dicemmo, quel magnifico istrumento, maraviglia
di tutta la generazione, l'organo dir vogliamo, che fu a Carlomagno
mandato dall'imperatore di Costantinopoli, a quel modo che gli fu dal
califfo di Bagdad mandato l'orologio meccanico. Fino a quel tempo i
Franchi non avean conosciuto che certi strumenti a corda ed a fiato,
ma poi che udirono quei mille suoni, che rimbombando si diffondeano
per la cattedrale, come le mille voci del giudizio finale, quando
quelle canne, artificiosamente ordinate, ad esprimer si fecero tutte
le passioni del cuore e dell'anima, i cherici rinunziarono quasi
spontaneamente all'arpa ed alle tibie romane. L'organo è lo strumento
sacro che meglio s'accordi con le aspirazioni religiose; l'organo e
gli inni sono l'espression vera dell'evo medio, e quelli che meglio di
ogn'altra cosa interpretare a noi ne possono i vivi e profondi affetti,
le misteriose angosce, il pio simbolismo.
Accanto alla musica veniva la pittura, ma non viva ancora che per la
tradizione di Roma e di Bisanzio, nessun'arte speciale essendovi che
riferir si possa al regno di Carlo, non più che al tempo dei Merovei;
tutto toglievasi dalle scuole di Costantinopoli o di Roma, e le informi
pitture, quali son quelle che oggidì s'incontrano in alcuni rari
manoscritti, come a dire nella Bibbia di Carlo il Calvo, le coperte
d'avorio, i finimenti di rame, d'argento e d'oro, incastonati, e le
lettere, che pur sono un lavoro d'arte, niente hanno di originale;
la pittura, la cesellatura, la miniatura venivano dai Bisantini. La
forma secca germanica appare all'incontro più profondamente segnata
nelle opere dell'architettura, ivi dominando la scuola lombarda con
le pesanti e solide sue fondamenta. Qualche rara reliquia ci porge
ancora un indizio dell'architettura carlinga, come a Poitiers alcune
muraglie tuttora in piedi, e ad Aquisgrana alcuni avanzi del coro della
cattedrale, a cui si adoperarono massi di solida pietra, e le colonne
di porfido tolte a Ravenna; ma sono monumenti che mai non appartengono
ad un'età solamente, trovandovisi innestate le colonne e i mosaici
dei tempi anteriori. In Aquisgrana, esempigrazia, ci son rottami del
palazzo imperiale di Ravenna, e mosaici ancor più curiosi; la badia
poi di San Ricchieri, come fu descritta dal Padre Mabillon, riconosceva
l'origine sua dal secolo ottavo. Ogni giorno intanto ne porta qualche
resto dei monumenti dell'antichità, sì che in breve non avremo dell'età
carlinga altro che polvere.
Questo quanto alle arti. Quanto alle scienze gravi, le scuole
monastiche tenevano il primo luogo, favorite, a tutto potere, da
Carlomagno. A cui non era giunto il grido, nella Francia neustriaca,
delle scuole di Corbia, di Fontenelles, di Ferrieres, di San Dionigi
e di San Germano? Così nell'Austrasia nessuna scuola contender poteva
il primato a quelle di Fulda e di San Gallo, fondate da Carlomagno. In
Italia, il monastero di Montecassino possedeva il meglio dell'antico
sapere; ivi tutto insegnavasi, e specialmente l'interpretazione della
Scrittura. Lo studio del diritto canonico ristringevasi ai concilii
antichi; il diritto civile desumevasi dai capitolari e dalla legge
salica e ripense; alcune città e popolazioni della Gallia erano
governate dal diritto romano. Considerati come opera in corpo, i
capitolari sono un bel monumento di diritto civile, e tal che può
mettersi allato del codice teodosiano e del giustinianeo: considerati,
parte per parte, il diritto non era ivi una dottrina, ma tutti
formavano una raccolta di editti di polizia sociale, tali da richieder
più obbedienza che studio.
La scienza della medicina era al grado medesimo d'imperfezione; solo
gli scritti d'Ippocrate aveano alquanto rischiarata la pratica; aveasi
cognizione dei semplici, per quanto Plinio ne insegna, e ci aveano
alcune scuole per apprender la medicina come arte, e i capitolari ne
fanno menzione, laddove ingiungono di mandare i fanciulli a simili
scuole. Tale a que' tempi si era la credenza nei sortilegi e nelle
malíe, che ognuno comprenderà facilmente come trascurata esser vi
dovesse la scienza vera; non istudiavasi punto a que' giorni, ma si
credeva. Le Regole fatte per gli ordini religiosi di San Benedetto
imponevano che in ogni convento ci fosse un fratello medico ed una
spezieria, ed a' tempi cavallereschi ci ebber leggende intorno a
meravigliose guarigioni, che lo studio de' semplici altro non era
che un passatempo di quelle nobili castellane. Recavansi dalla
Siria balsamo, unguenti, droghe e medicamenti già belli e preparati,
eseguivansi gli aforismi d'Ippocrate, regolati con qualche tradizione
della scuola alessandrina. Tutto poi si faceva senza disamina,
senza osservazione; si pigliavano i fatti com'erano, e quando la
cronica riferiva un avvenimento, la generazione ci prestava intera
fede; leggende, pergamene, documenti, tutto ammettevasi per verità
fondamentale. Non ci ha spirito di critica in checchè sia; chè
quella generazione, tutta di credenza e di fede, non ragiona punto,
ma ubbidisce; e se pure ella discute, sì il fa intorno a parole;
nè parimenti ella s'inabissa punto nelle interpretazioni de' sensi
scritturali; quanto alla scienza razionale, ella non c'intende nulla, e
la vita per lei altro non è che una gran leggenda.
In sul primo fervore di una tal quale ristaurazione degli studi
romani, vediamo nei dotti dell'ottavo secolo una gioia innocente;
studiando i tempi passati, contemplan essi coll'ardor de' neofiti
i belli avanzi dell'antichità, s'ingolfano con entusiasmo negli
studi, e quest'ammirazione in loro dei tempi antichi è sì ardente,
che i vescovi, abbati e cherici, studiosi delle scienze, si danno
scambievolmente i nomi dei poeti e degli oratori antichi che degni
giudican del culto loro, e dl questo nodo Davide il salmista ed Omero
il cantor delle sublimi rapsodie prestano i nomi loro ai letterati
dell'ottavo e del nono secolo; Carlomagno forma una specie d'areopago
e d'accademia, nella quale ciascuno toglie a prestito un nome:
Davidde[62], Samuele, Oniaste, Omero, Virgilio; nè oramai più si
chiamano che con questi soprannomi. Tale si è l'indole di tutti i tempi
di risorgimento, e il carattere delle età in cui cominciasi a studiare;
ognun gittasi con ardore ed entusiasmo verso le cose del passato,
sempre nuove per chi le ha innanzi neglette. Le rarità dei libri sì
in papiro come in pergamena, era motivo che venissero bramosamente
cercati[63], pagatosi come le reliquie sacre e facevasi il giro
dell'Italia e della Grecia per pur raccoglierne alcuno. E' non furono
gli Arabi a tramandar, come fu scritto, i più degli autori greci per
imperfette traduzioni, ma essi venner dirittamente da Costantinopoli,
e ci son manoscritti che recano ancora l'impronta degli studi greci.
Le comunicazioni con Costantinopoli furono frequentissime sotto
Carlomagno, e ancor più a' tempi de' pellegrinaggi; d'altra parte il
greco era in uso nelle scuole monastiche; onde perchè ricorrere agli
Arabi, per aver da loro una traduzion di seconda mano? Ben dagli Arabi
venir poterono alcuni libri di geometria e di cabalistica, padroni come
essi erano d'Alessandria; ma quanto agli autori principali della Grecia
ed ai poeti latini dell'antichità, essi erano pienamente conosciuti
dalla generazione letterata dell'ottavo e del nono secolo[64].
Grande fu a que' tempi l'influenza delle scuole bisantine su tutte
le forme e lo spirito della scienza, tanto che fino i caratteri
merovingi, informi così come sono, e in cui son mescolate l'orme della
sassonica origin loro, spariscono anch'essi quasi del tutto per dar
luogo alle lettere con tanta perfezione formate, che sono nelle bolle
di Roma e nei papiri di Costantinopoli. Le poche scritture e diplomi
che ci rimangono del secolo nono, sono tratteggiate a perfezione, e i
caratteri loro s'accostano per poco a quegli ammirabili manoscritti del
nono e del decimo secolo, fra i quali primeggia il codice a penna di
Gregorio Nazianzeno, bel monumento d'arte, posseduto dalla Biblioteca
reale, lavoro di pazienza e di perizia che più non rifarebbesi ai
nostri tempi svagati.
Carlomagno fu il centro di tutto questo scientifico movimento; tutto,
tutto egli raccolse intorno alla grandezza sua, e intantochè certe
cronache dicono ch'egli a stento accozzar sapeva le sue lettere, altri
monumenti ce lo presentano per l'illuminato protettore dei dotti.
Non ci rimangono firme di sua mano, chè ne' suoi diplomi, accanto
alla sua bolla e sigillo, trovasi il suo monogramma sì, ma pur sempre
tratteggiato dal suo scrivano o cancelliere, conforme usavano i
principi del secondo lignaggio[65]. Nè v'ha punto contraddizione in
questa medesimezza d'un principe ignorante per sè stesso, e protettor
nondimeno delle scienze e degli studi; questo capo, questo Barbaro,
ama, al par di tutti i conquistatori, la poesia, e si fa cantar dagli
scaldi le storie della patria, chè Carlomagno pure sapeva, al par
d'ogni altro re che fondar volle un grande sistema di governo, l'azione
dall'antica letteratura esercitata sulla compagnia civile; egli resta
germanico sì, per l'indole sua, per la sua forza, per l'origine sua;
ma quanto al pensare, egli studia di farsi Romano. Nelle militari sue
spedizioni accompagnar si fa dai leudi, dai conti suoi; ma quand'egli
ha a ordinar l'impero, a far leggi di buon governo, chiama in aiuto ed
appoggio suo i cherici, e solerte e proveduto, com'egli è in ogni cosa,
tien corrispondenza con tutti. Pochi sono i monumenti scritti venuti
da lui di prima mano, nè altro più abbiamo di suo che poche lettere,
ma son fattura d'un uomo che riempiè della sua fama il medio evo, e
però la storia raccoglier dee, come sacre reliquie, tutto che vien da
un'origine si sublime. V'ha sempre dell'oro in mezzo a questa polvere,
e della grandezza sempre in mezzo a queste ruine!
La badia di Fulda, gran fondazione del secolo ottavo, è la stanza
prediletta del principe d'Austrasia, non altrimenti che la badia di
Montecassino è la fondazione dei re longobardi; e Carlomagno gode
poi di carteggiar con quegli abbati, che con la mitra in capo, e
col pastorale in mano, venner tante volte ad accoglierlo: «Tu dèi
dunque sapere, scrive quindi a Bogolfo, abbate di Fulda, aver noi
pensato, insiem coi nostri fedeli, esser utile che nelle chiese e
nei monasteri, di cui Dio ci ha confidato il supremo governo, ognun
dei cherici attenda non solo ad osservare una vita disciplinata, ed
a praticare gli ufizi della nostra santa religione, ma sì ancora, se
il Signore gli abbia dotati delle necessarie facoltà, ad istruirsi
nello studio delle belle lettere, come regola onesta e difesa dei lor
buoni costumi. Così pure vogliamo che lo studio e la dottrina giovino
loro a purgare il discorso, onde, con la vita loro esemplare e con
la piacevol maniera del dire, adempiano i comandamenti di Dio, però
che scritto è: — Sarete assolti o dannati secondo le vostre parole.
— Nell'occasione dell'averci, quest'anno, parecchi monasteri fatto
sapere ch'essi indirizzavan per noi fervide orazioni al cielo, ci
siamo accorti, per le lettere loro, che, se retto è l'animo, scorretto
è lo stile, e che tradur non possono, senza sconcio, per iscritto, i
buoni pensieri che ad essi vien suggerendo la loro devozione per noi.
Or questo loro scorretto scrivere ci ha messo in timore, che dalla
scarsa loro dottrina sieno impediti a ben comprendere il testo della
Sacra Scrittura, ben sapendo noi che, se gli errori di lingua sono
dannosi, quelli che falsano il senso son più dannosi ancora. Laonde noi
vi esortiamo a non trascurar le belle lettere non solo, ma sì ancora
ad applicarvi diligentemente a studiare e scrivere i misteri della
Scrittura, affin di poterli facilmente comprendere.»
Nella qual epistola, opera certamente di Alcuino, si appalesa l'amore
alle lettere di Carlomagno, volendo egli che i cherici studino e
scrivano con eleganza e correzione di stile. Dai campi della Sassonia
scrive indi ad Adriano: «Signor nostro: Re Carlo, vostro figlio, e
la figlia vostra e nostra donna Fastrada, figlio e figlia di Nostro
Signore, e tutta la casa vostra vi salutano; tutti i preti, i vescovi,
gli abbati e tutta la congregazione devota in Dio, e così tutta la
generalità del popolo franco vi salutano. Il figliuol vostro vi rende
grazie dei legati che gli mandaste e delle dolci vostre lettere, con
cui lo fate certo della prospera conservazione di vostra salute.»
Carlomagno soggiorna indi nel monastero di Fulda, e d'ivi carteggia
con la regina Fastrada, una delle donne sue, intorno all'astinenza
e al digiuno. «Con l'aiuto di Dio (così egli), noi abbiam fatto
per tre giorni orazione, principiando alle none di settembre, per
impetrare da Dio misericordioso pace, vittoria, salute, ed insieme
un prospero viaggio, e per supplicarlo d'aiutarci sempre e sostenerci
e difenderci. I nostri preti ordinarono a tutti quelli che per età e
per salute fare il potessero, d'astenersi dalla carne e dal vino, e
per ottenere licenza di bere alcun po' di vino per questi tre giorni,
i più ricchi e facoltosi di noi donarono, secondo le forze loro, ma
non manco di un danajo; oltre di che ognuno fece anche limosine, più o
meno abbondanti, secondo il suo stato. Ciascun prete disse una messa,
salvo gli impediti da malattia, e quei cherici che sapevano i salmi, ne
recitaron cinquanta, restando a piè nudi intantochè oravano. Tale si è
il comandamento dei sacerdoti, a cui tutti abbiamo stimato conveniente
di sottometterci, ed è voler nostro che tu faccia il medesimo coi
nostri fedeli. Quanto a te ed a ciò che per la tua debolezza ti si può
concedere, ci rimettiamo nella prudenza tua.»