Fra queste smisurate opere, che si attribuiscono ad un sol uomo, sono

alcuni disegni accennati dalle croniche, i quali mostrar possono fino a

che segno giungesse di attività la mente di Carlomagno. Le tradizioni

riferiscono ch'egli aveva fatto costruire un ampio ponte sul Reno[52]

di rimpetto a Magonza, gli archi del quale furono portati via in una

crescenza del fiume, con dolor grande di lui, che fece rifarneli di

legno. Chi osservi la larghezza del fiume a Magonza, e la rapidità

della corrente, non potrà far di non persuadersi che se il genio

dell'imperatore godea di vincer le difficoltà opposte dalla natura, e

non guardava agli ostacoli, l'arte dell'operaio dovea pure esser già

portata ad una gran perfezione. La solidità delle cattedrali e degli

altri edificii comprova la grandezza a cui l'arte era pervenuta; nè

però Carlomagno avea solo a disposizion sua uomini di razza germanica,

pazienti e laboriosi, ma sì pure gli artieri longobardi, che aveano

ereditato parte del gusto e delle tradizioni dell'antica Roma, e insiem

con essi i Greci, che nelle opere d'industria non aveano pari. Le

macchine da guerra erano spinte ad una gran perfezione, e in ciò pure

i Romani erano i maestri di tutti, sia per innalzar una torre, sia per

render salda una muraglia. Quel ponte del Reno, di faccia a Magonza,

ricostruito su pile di legno e di pietra, rimase incendiato per

l'imprudenza dei barcaiuoli, nè Carlomagno, già volgendo il suo regno

alla fine, fu in tempo più di rifarlo.

Ben più vasto e gigantesco disegno ancora, e tal che forse gareggia

con le opere moderne più belle, si fu quello che Carlomagno formò di

congiungere, con un largo canale, il Reno e il Danubio, con Ratisbona

da un capo e Magonza dall'altro. Sfuggita non era l'importanza di

simil canale all'imperatore, il quale volea congiungere il Baltico al

Mar Nero, in modo da navigar giù pel Reno e pel Meno dall'Oceano fino

a Costantinopoli. Com'ei videsi padron delle terre che si stendono

dalla Belgica all'Ungheria, si pose a vagheggiar questo disegno;

la distanza fra Magonza e Ratisbona è d'un centinaio di leghe o in

quel torno; i canali di Druso e di Corbulone, il primo che congiunge

il Reno all'Issel, e il secondo il Reno alla Mosa, gli danno l'orma

d'un'opera più grandiosa, che farebbe abbracciar tra loro, come due

fratelli, il Danubio ed il Reno. Egli stesso, recasi sulla faccia

del luogo, scandaglia i fiumi, conosce la possibilità dell'opera

evidentissimamente, e poi vi pon mano.

Chi scorre oltre Ratisbona un tre leghe, nel suo contado, trova un

fiume, non troppo grande, chiamato anche ai dì nostri l'Altmul, il

quale ha sue sorgenti presso Rattemburgo nella Franconia; oggidì esso

non è in ogni parte navigabile, perchè tutte quelle belle campagne

n'han tratto rigagnoli, ed assorbono le sue acque. Andando in su per

questo fiume il tratto di sette leghe, trovasi poco lunge la Riza,

la quale di nuovo incontrasi in Franconia sotto il nome di Renitz, e

passando a Norimberga, si gitta per la via di Bamberga nel Meno. Ora

in questa tratta di fiumi, che viene a brevissime distanze annodandosi

come una bella lista d'argento, non aveasi a contrastar se non contro

alcuni ostacoli del terreno, e contro la difficoltà di navigare in

acque che non dappertutto serbano l'uguale profondità. Dal Reno al Meno

elle si confondono in un ampio letto, e dal Meno al Renitz il corso

era piano ancor più, e di questo andare giungevasi fino a Norimberga:

la difficoltà del lavoro stava solo nell'aprire una via alle acque

dell'Altmul alla Renitz, e appunto questa fu la via che venne schiusa

col canale della larghezza di venti piedi, che l'imperatore scavar fece

con infaticabile attività.

Gli annali di Fulda ci recano alcuni particolari intorno a questi

ragguardevoli lavori, e il poeta sassone gli ha celebrati ne' suoi

versi, dove chiama questo canale col nome di _grande, anzi grandissimo

fosso_, in fatti in alcune parti esso avea quasi trecento piedi di

larghezza, a guisa d'un ampio bacino. Nel compierlo ebbesi a cozzare

contro le irruzioni dei Sassoni, e, cosa più difficil da vincere

ancora, contro gli scoscendimenti del terreno. Ad incuorar gli operai

che vi lavoravano, Carlomagno fece in persona il viaggio del canale

che aprir volea, e imbarcatosi a Ratisbona[53], dal Danubio entrò

nell'Altmul, per salirlo, fino al canale, in un fragilissimo navicello;

nè quello essendo per anche compiuto, si condusse per terra fino alla

Renitz, dove di nuovo imbarcatosi, seguitò il corso del fiume, sino

a che fu entrato nel Meno, d'onde venne a fermarsi per alcun tempo a

Virzburgo, e poi a Francoforte, dove tenne una dieta solenne. Anche ai

dì nostri veder si possono alcune vestigia di questo canale, o meglio

di quest'ampio cavamento di terra, il quale non è oramai più che un

fosso; in fatti il villaggio situato ivi presso serba tuttora il nome

di _Graben_, che in lingua tedesca significa fosso[54]. A Carlomagno

si vuol pure attribuire l'edificazione di quei palazzi e la fondazione

di quelle masserie, che ancor si trovano in Baviera e in Sassonia,

e formarono il soggetto de' suoi capitolari. Parecchie di queste

residenze, in mezzo alle fitte foreste della Gallia, vere borgate che

poi si mutarono in città, erano state edificate dai re merovingi;

Carlomagno le aveva quindi allargate d'assai, ed ancor durano a

Francoforte alcune vestigia dei palazzi carlinghi, e in Francia

parecchie città van debitrici dell'origin loro a queste ville o colonie

reali.

Parlando di questi primi tempi, in cui le idee non si manifestano mai

chiaramente, dir non si può in modo assoluto che Carlomagno proteggesse

il commercio; e' sarebbe questo uno di quei sistemi che in istoria

non s'hanno a proclamare appunto per la fallacità loro. Il commercio

nasce e cresce da sè medesimo, nè si crea, così come non si governa.

La regolare amministrazione di Carlomagno favoreggiò bensì pratiche

più attive e più sicure; i conti, i giudici, i _missi dominici_ cessar

fecero la maggior parte di quelle rapine e di quelle depredazioni

che impedivano le comunicazioni da città a città e da provincia a

provincia. Avendo Carlomagno avuto politiche corrispondenze con la

Grecia, coi Longobardi, coi califfi e coi Saraceni, seguir ne dovette

una più attiva frequenza nelle comunicazioni e una maggior sicurezza

nel commercio reciproco, sì che si trasportarono, senza tema, le

spezierie della Siria, i tappeti di Bagdad, le sete di Costantinopoli,

i reliquari d'oro, le manifatture d'avorio, i vini di Spagna e i

profumi dell'Arabia; il qual commercio era la conseguenza delle

pratiche coll'Oriente e delle nuove vie aperte fra popolo e popolo.

Quella tra queste che tenevano i devoti pellegrini, ci mostra che le

navi dei Franchi visitavano già le città della Siria nel nono secolo.

Se non che, principe di razza germanica com'egli era, Carlomagno

aveva troppo da fare in assicurar la sua conquista, e consolidare

l'impero suo, onde poco pensiero pigliavasi del commercio, e animo

tutto militare e avverso al lusso, proibiva gli abiti sfarzosi ed

i ricchi ornamenti delle corti plenarie, sfogo naturale ai prodotti

dell'industria, chè un impero senza lusso è la morte del traffico.

Pur nondimeno in alcuni de' suoi capitolari l'imperatore statuisce

certe discipline, che si riferiscono all'amministrazione più ancora

che all'incremento del traffico; egli stabilir vuole l'unità delle

monete e delle misure in mezzo a que' popoli sì diversi di leggi e di

costumi, e però assegna il valor della libbra d'argento e del danaio,

e li divide e suddivide, affinchè questa base divenga comune a tutti

i contratti; egli vorrebbe che non ci fosse se non una sola moneta

in tutta l'ampiezza dell'impero suo, e questa unità procedente da un

principio semplice, gli sta grandemente a cuore, ne tratta in tre o

quattro capitolari, e cosa ancor più curiosa, si è che in questi atti

ritrovasi la prima idea del _maximum_, o della meta, o tariffa, o

tassazione del prezzo alle merci e derrate, come chiamar si voglia, che

poi fu dopo secoli, messo in opera nei tempi grossi della rivoluzione

francese. Infatti il pensier d'una tassazione del prezzo alle merci e

la fissazion d'una meta, oltre la quale ecceder non possa, appartener

dee di necessità ad un governo forte e violento, che non guarda ad

interesse alcuno di privati, purchè giunga all'ordinamento sociale

ch'ei si propone. Il lusso, quella gran molla delle transazioni

commerciali, è da lui proscritto con quella schernevole brutalità,

che spesso caratterizza la podestà sua. Le cronache ci conservarono

infatti alcuni tratti di scherno, usati da Carlomagno verso i suoi

baroni, e il monaco di San Gallo, quel poetico narratore dei tempi

antichi, ci racconta lo stratagemma che l'imperatore usò per distorre

i suoi cortigiani dal vestir sontuoso. «In un certo giorno di festa,

dice il cronista, Carlo dopo la celebrazion della messa, disse a' suoi:

— Non ci lasciamo annighittir in un riposo che ci condurrebbe alla

scioperaggine, e andiamo così vestiti come siamo, a caccia, finchè

ci venga fatta preda di qualche fiera. — La giornata era fredda e

provigginosa, e Carlo aveva indosso un abito di pelle di castrato, che

non valea più del sarrocchino, di cui piacque alla divina Sapienza si

coprisse le spalle san Martino, per aver le braccia nude e spedite

a celebrare il santo sacrifizio. Gli altri grandi, venuti pur or di

Pavia, ove i Veneziani aveano di fresco recato dalle contrade oltremare

tutte le ricchezze dell'Oriente, erano abbigliati, come a' dì solenni,

d'abiti tutti carichi di pelurie d'augelli di Fenicia, contornate

di seta, e di piume del collo, del dorso e della coda de' pavoni,

cui arricchivano la tiria porpora e frange di scorza di cedro[55];

sovra alcuni di essi splendevano stoffe trapunte, sovr'altri pellicce

di ghiri. In quest'arnese corsero le selve, onde ne tornarono tutti

stracciati dai rami degli alberi, dai rovi e dalle spine, trapassati

dalla piova e lordi dal sangue delle belve e dalle sozzure dei corpi

loro. — Nessuno, disse allor Carlomagno, cangi vestito, finchè

non è l'ora del mettersi a letto, che le vesti, così addosso, si

rasciugheranno meglio. — A quest'ordine ognuno, più sollecito del

corpo, che dei vestimenti che il coprivano, si pose a cercar fuoco per

iscaldarsi; poi come furono ritornati e dimorati col re fino a notte

scura, li congedò e andarono a' loro quartieri; dove al levarsi di

dosso quelle sottili pellicce e finissime stoffe, che al fuoco s'erano

tutte raggrinzate e contratte, le videro andare in pezzi, facendo uno

scroscio simile a quel di aride bacchette spezzate, onde que' poveretti

piangevano e sospiravano al veder così andar a male tanta spesa in una

sola giornata. Avendo l'imperatore ad essi ingiunto di presentarsi a

lui il mattino vegnente con gli stessi vestiti, ubbidirono, ma tutti

allora, anzichè far bella comparita ne' loro abiti nuovi, mettevano

schifo, coperti com'erano di stracci tutti sozzi e scoloriti. Carlo

intanto, chè accortissimo era, comandava ad un suo cameriere, di

nettare un poco il suo abito e recarglielo, e fatto questo, prendendolo

tra le sue mani, e mostrandolo tutto pulito e intatto agli astanti:

— O stoltissimi, disse, che siete! qual è ora il più prezioso e più

utile de' nostri vestiti? Il mio che mi costò un soldo, o i vostri che

vi costarono non che libbre d'argento di peso, parecchi talenti? — Ed

essi precipitaronsi coi volti contro terra, sostener non potendo il

terribile suo sdegno[56]. E sì costante fu Carlomagno nel dar di tali

esempi pel corso di tutta la vita sua, che niun di quelli ch'ei degnava

di ammettere nella grazia ed intimità sua, si ardì mai di portare in

campo e contra il nemico altro indumento, che l'armi sue e vesti di

lana e di lino. Che se alcuno di grado inferiore ed ignaro di questa

prammatica, presentavasi a lui in abito di seta e arricchito d'oro e

d'argento, lo proverbiava forte, e accomiatavalo corretto, ed anche

reso più saggio con queste parole: — O uom tutto d'oro! o uom tutto

d'argento! o uom di scarlatto! e non ti basta, sciaurato, di perir

solo in battaglia, che vuoi anche lasciar in mano ai nemici queste

ricchezze, con le quali era meglio redimer l'anima tua, perch'essi ne

facciano ornamento agl'idoli del gentilesimo?»

Fra' signori franchi erasi diffuso l'amor delle pellicce, delle

stoffe, de' manti lunghi, da fibbiagli d'oro, e già sotto l'impero di

Carlomagno si riproducevano i tempi tanto sfarzosi e orientali del re

Dagoberto; i conti e i giudici amavano di sfoggiarla; le donne tutte

coperte di bende d'oro, portavano braccialetti, quali usavansi nelle

pubbliche cerimonie a Bisanzio; nei palazzi venivan moltiplicandosi le

suppellettili d'avorio; i libri dell'antico e nuovo Testamento erano

riccamente guerniti e adorni di miniature i manoscritti; i Franchi

portavano guanti di pelle di daino e corone in capo; i baroni e i conti

comparivano anche nelle diete e consigli fregiati di belle gioie; i

vescovi portavano pastorali e mitre e cappe d'oro.

I baratti e le compere delle merci faceansi nelle fiere, mercati e

landitti licenziati e assegnati dai diplomi, e perchè le vie erano poco

sicure, i mercatanti ci venivano per carovane. Alcuni di tali mercati

e landitti tenevansi attorno alle cattedrali, dove a provvedersi

venivano i nobili, i monasteri ed il popolo minuto, e godevano di gran

riputazione; ivi si ponevano in mostra le merci e le pietre preziose,

e ci si vedeano attruppati sotto a tende i mercanti sassoni, lombardi,

bretoni, greci, saraceni e principalmente ebrei sotto la protezione del

santo patrono del luogo e del pastoral abbaziale. Tutte le merci erano

franche d'ogni gabella, salvo il livello al monastero che prestava

il luogo. Varii sono i diplomi di Carlomagno che autorizzano questi

mercati, dove, secondo l'antiche consuetudini, si vendea d'ogni cosa,

fin anco il servo comprato in Sassonia o in Bretagna, e raso come i

servi di Dio ne' monasteri; soggetto questo delle continue doglianze

degli uomini santi e pietosi, i quali patir non potevano questo

traffico di carne umana; e bello è legger l'esortazioni dei vescovi

con che si studiavano di persuadere i cristiani a desister da quella

scellerata consuetudine.

I trasporti delle mercanzie facevansi per acqua o per le strade

maestre ed altre vie, di cui ci rimangon tuttora le vestigia; i Romani

aveano tagliata la Gallia in mille selciate vie, utili monumenti della

grandezza loro, e le merci erano a traverso di queste trasportate

sulle fiere e sui mercati, esenti, per via, dal pedaggio e da mille

altre gabelle stabilite dall'uso a profitto del conte o del vescovo.

Quando queste mercanzie procedevano da paesi lontani, erano imbarcate

e navigate sopra legni a mille remi, i più de' quali, sassoni, danesi

o frisoni, venivan dal Baltico, ed erano lunghe barcacce in forma di

piroghe, sì che resister potessero contro le fortune di mare. Queste

barche erano moresche o longobarde o greche nel Mediterraneo, ed ivi

elle s'accostavano alle galere romane; Marsiglia nel Mediterraneo,

e Venezia nell'Adriatico, erano già rinomate pel traffico loro, e le

flotte greche erano in grido per la forza e l'armamento loro, siccome

quelle che, mercè il fuoco greco o lavorato, resister sapevano agli

assalti de' Saracini.

Carlomagno volle aver pure la sua marineria, onde fece cavar porti,

e Bologna di Francia a lui dee il suo ingrandimento, e la fondazione

del faro che annunzia alle navi la terra vicina. La marineria del

secolo nono era in un militare e mercantile; l'imperatore avea già

compreso che l'impero suo era a mezzodì e a tramontana ugualmente

minacciato dalle navi sassoni e saracene, e il timor di questo danno

appalesasi nello spirito delle sue leggi e delle sue provvisioni; egli

se ne sgomenta e le vede dappertutto; al quale proposito il monaco

di San Gallo racconta il fatto di quelle barche dei Normanni da lui

fatte cacciare dal porto d'una città della Gallia narbonese, e del

suo pianto prevedendo i mali che coloro avrebbero, in progresso di

tempo, recato all'impero suo, di che già più sopra s'è toccato. Se non

che la Gallia narbonese era più esposta alle correrie dei Saraceni,

che non a quelle dei Normanni, però che gli Scandinavi tentato ancor

non aveano il Mediterraneo, laddove i Mori, arditi al par di quelli,

depredavan con le flotte loro la Provenza e la Settimania; e coloro

che l'imperatore pigliò per Normanni, erano forse Mori di Spagna o

d'Affrica, grandissima essendo la confusione che regna intorno a questo

proposito nelle cronache; nè in mezzo alle grandi tribolazioni di quei

tempi, non ben sapevasi d'onde procedesse il male; il provavano, e ne

accagionavan sempre la causa principale; nel tempo che il monaco di San

Gallo scriveva, i Normanni erano il maggior flagello della generazione,

ed essa attribuiva loro tutti i mali che su lei traboccavano.

Ad evitar queste depredazioni, Carlomagno fondò un doppio ordine di

fortificazioni alle foci de' fiumi, per dove i Saraceni e i Normanni

penetrar potevano nelle maggiori città, e fece rizzar fari e torri e

ponti militari ad ogni sbocco de' fiumi che metteano capo nell'Oceano,

nel Mediterraneo e nell'Adriatico: sul Reno, sulla Loira, sulla Senna,

sulla Gironda e sul Rodano; ed a presidio di queste fortificazioni,

esser ci dovea, sotto gli ordini d'ogni conte, una squadra di piccioli

legni, che guardasse la foce, e la difendesse contra tutti gli assalti

del nemico. Poi, certi operai formati in maestranze o compagnie,

i quali si trovano nei diplomi indicati sotto il nome di _nautes_,

ebbero il carico di costruirvi ponti muniti di torri, dove stavano

guardie armate ad impedire il passo ai pirati normanni e saracini.

I detti legni dovean proteggere le picciole barche mercantili, che

navigavano da un porto all'altro. Così, poi che Carlomagno vide il

pericolo che gli sovrastava per mare, provvide tosto a difendersi

contro le correrie dei nuovi Barbari, e in ogni cosa diè compimento

a' concetti suoi, niente lasciando a mezzo. Se non che queste diverse

precauzioni riuscivano piuttosto a un ordinamento militare, che ad una

ragionevole proiezione pel commercio, chè gli argomenti dell'industria

e le transazioni del traffico non giungono per lo più, se non ai tempi

di più inoltrata civiltà. Carlomagno era più che altro, un guerriero

ed un barbaro tagliato alla germanica, e benchè dai papi Adriano e

Leone spinto a poco a poco verso la civiltà romana, ei conserva sino

alla fine le inclinazioni e consuetudini dell'origine sua; non gli fa

di bisogno, esempigrazia, più che un mantello di lontra, e una pelle

di castrato per coprirsi; e ad amministrare e regger l'impero da lui

fondato, non vuole altro aiuto che quel dei lampeggianti occhi suoi e

della ferrea sua mano; si fa beffe del lusso, vuole che i suoi leudi

perseverino nell'antica e soldatesca semplicità loro, temendo di

vederli ammollire, e serba la splendidezza pe' giorni solenni, quando

ei vuole a tutti manifestare ch'egli è l'erede dell'imperio romano, e

ch'ei può gareggiare in lustro coi principi che regnano a Bisanzio!

CAPITOLO IV.

STATO DELLE SCIENZE E DELLE LETTERE SOTTO CARLOMAGNO.

Indole scientifica di Carlomagno. — Suo spirito germanico. —

Sua inclinazione per la letteratura greca e romana. — Le tre

menti del sapere. — Alcuino sassone, Teodolfo lombardo. Landrado

germano. — Protezione alle lettere. — Filosofia. — Astronomia. —

Geografia. — Grammatica. — Poesia. — Musica. — Storia e cronache.

— Canzoni eroiche. — Pratica generale dell'agricoltura. — Tendenza

letteraria. — I dotti. — Le scuole. — Costumi ed usi dei dotti

alla corte di Carlomagno. — Carteggio di questo principe. — Alcuni

frammenti delle sue lettere.

768 — 814.

Carlomagno è uomo, come vediam dalla storia, d'indole evidentemente

scientifica. Spesso di mezzo alle civiltà primitive emergon uomini

che corrono con indicibile ardore verso lo studio, ed avviene allora

che nell'opere loro si mesce un non so che di rozzo, di selvatico,

di strano, che ritrae della prima loro educazione. Ben è vero che

Carlomagno ama con entusiasmo gli studi romani, ma in sostanza

egli resta pur sempre germanico. Eginardo narra ch'ei seppe appena

accozzar le lettere e comporre a stento i caratteri del suo nome di

_Karolus_[57], scritto appiè degli ordini e dei diplomi. Studia egli la

scienza romana per genio, o solo per dare maggior lustro e profondità

all'opera sua? Uomo di guerra e di conquista, egli ha nondimeno

compreso tutto il profitto ch'ei trar può dall'educazion latina, — a

voler aggentilire i costumi e gli spiriti; egli vide l'Italia, i suoi

monumenti, le sue grandezze; egli udì la sua lingua, la sua musica; e

qual pro cavar non puossi pe' popoli dalla grande educazion romana o

bisantina? Egli è in amistà co' papi, i quali hanno intorno vescovi e

abbati che parlano la lingua greca o latina, e scrivono in latino, egli

condur vuole la doppia mossa della Chiesa e della scienza, e al par di

tutte le menti sovrane, ei domina e regge ogni cosa che tocchi.

Tre uomini gli dan mano ad eseguire i suoi disegni di scientifico

ordinamento; Alcuino, Teodolfo e Landrado, i quali appo lui

rappresentano tre civiltà, tre lingue, tre popoli; Alcuino è sassone di

stirpe, come san Bonifazio, parla l'idioma di quei popoli da Carlomagno

domati fino alle rive dell'Elba, ed ha la viva ed ardente loro

imaginazione; Teodolfo è lombardo, e rappresenta al di là dell'Alpi

la letteratura latina, la civiltà di Milano, di Ravenna e di Roma;

Landrado è uomo di patria germanica, e conserva e perpetua il profondo,

solido e certo sapere. Alcuino è un cherico di fortissimi studi, come

tutto il chiericato anglosassone di quel tempo, ed ha fatto laboriose

e feconde indagini intorno alla Sacra Scrittura, alla grammatica, alla

rettorica e scritto assai.

Teodolfo è il poeta degl'Italiani; le più dell'opere sue sono in

versi, egli tutto descrive nella sua bella lingua, e vedesi ch'egli

ha studiato Orazio, Virgilio e Ovidio pure. Un dei _missi dominici_,

com'egli era, di Carlomagno, nelle provincie meridionali, lo spiritoso

viaggio a Brindisi gli suggerisce il pensiero di descrivere in versi

i luoghi da lui visitati nella sua legazione, e il fa con singolar

magistero. La pittura ch'egli ivi porge della Settimania e della

Provenza, è briosa, colorita, nè visita pure una città senza tutte

riferirne a minuto le origini, gli usi, i costumi. Landrado, faticoso

scrittore, come son tutti quelli di razza germanica, ha continuo

carteggio cogli abbati, ammaestra i cherici, le donne, i fanciulli,

ad esempio di san Girolamo, raffronta e punteggia le opere della Sacra

Scrittura, e tutto pazienza, rettifica i caratteri merovingi, ad essi

dando forma più pura e più studiata, che in prima non avevano. Alcuino

è pur esso un grande correttore e punteggiator del greco e del latino;

critico sodo e paziente, corregge gli errori de' manoscritti biblici;

poi apprende l'ebraico, il siriaco, ed è siffattamente immedesimato

con Roma, ch'ei dà il titolo di _Pandette_ alla raccolta delle opere

sue; il suo lavoro intorno alla Bibbia è solenne, però che la Bibbia

è il gran libro dei popoli, e tutta la generazione vi applica: nelle

badie si commentano i salmi, le monache stesse sillogizzano intorno

al senso dei libri sacri, e la badessa di certo monastero della

Neustria, in carteggio con Alcuino, gli dice come le gravi sull'animo

quella sentenza del profeta: _tutti gli uomini sono mendaci_. A

somiglianza dei primi padri della Chiesa, Alcuino è in corrispondenza

epistolare con le donne consacrate alla vita monastica, e abbiamo di

quel dotto abbate un trattato indiritto alla vergine Eulalia; quelle

giovinette, votatesi alla solitudine, si stimavano forti sì da leggere

sant'Agostino[58], ed Alcuino ne fece un ristretto per uso loro[59].

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 4 / 23 段