Ecco di presente un solenne giudizio feudale: nelle vendette sue di

capo signore, Carlomagno ha fulminato il duca Tassillone di Baviera,

i Franchi hanno dato il guasto alle terre dei Bavari, ed un consesso

d'uomini d'armi e di conti e di vescovi è già ragunato pel giudizio a

Francoforte, innanzi ai quali è citato Tassillone; or ecco le parole

del consesso: «Abbiam fatto il seguente capitolare intorno a Tassillone

cugino del re Carlo, che fu duca di Baviera. Tassillone presentossi

alla dieta, chiedendo perdono dei falli da lui commessi, tanto contra

il re Pipino e il reame dei Franchi, quanto contra il re Carlo,

piissimo nostro signore. Egli avea già mancato alla fede giurata, ma

ci chiese grazia per questo, lasciando ogni ira e risentimento suo,

e abbandonando tutti i diritti che egli e i figliuoli suoi, maschi

e femmine, aver potessero sul ducato di Baviera, che avrebbe dovuto

legittimamente appartenergli, ed a tor di mezzo ogni lite in avvenire,

ne fece ampia rinuncia, raccomandando i suoi figli e le sue figlie alla

misericordia del re. Onde il re e signor nostro, tocco da compassione

per lui, gli perdonò i suoi falli, lo restituì nella sua grazia, e lo

prese in grande affezione, facendogli sperar di più la misericordia

di Dio. Indi fatte tre copie di questo capitolare, tutte del medesimo

tenore, una ne fu custodita in palazzo, un'altra ne fu consegnata a

Tassillone nel monastero dov'è egli ritirato, e la terza conservasi

religiosamente nella santa cappella del palazzo. In questa medesima

dieta di Francoforte, il piissimo nostro signore ha proibito, di

consenso del Concilio, ad ognuno, o ecclesiastico o laico, di vendere

i grani a prezzo maggiore della tariffa pubblicamente assegnata e

stabilita, sia tempo d'abbondanza o tempo di carestia. L'avena si

pagherà un danajo il moggio, due il moggio l'orzo, tre la segale,

quattro il frumento[35]. Se vendasi il grano converso in pane, si daran

per un danajo dodici pani di frumento, ciascuno del peso di due libbre;

al prezzo medesimo quindici pani di segale, venti di orzo e venticinque

d'avena, ciascun del medesimo peso. I grani del re saran venduti al

prezzo d'un danajo l'avena, ogni due moggia, e così l'orzo, due denari

la segale, tre denari il frumento. Chiunque tien benefizi da noi,

invigilar dee che nessuno de' suoi schiavi muoia di fame, nè vender

potrà, ai prezzi assegnati, se non il superfluo alla casa.»

Dopo questo capitolare, che statuisce una specie di tariffa o meta

pel prezzo dei grani, Carlomagno si fa a regolar il valore del denario

carolino, perchè s'egli ha fermo il prezzo delle derrate, gl'importa

pur di stabilir il valsente della moneta, chè le son cose le quali si

dan mano[36]. Poi assegnato il maggior prezzo dei grani e il valor dei

denari, egli statuisce con leggi speciali i diritti dei venditori e

dei compratori. Infatti questa tassazione assoluta del prezzo delle

derrate, si è quella che nei tempi difficili accenna, senza più, la

dittatura suprema.

Ma l'atto più ampio, più particolareggiato della sollecitudine

regia, quello che mostra in Carlomagno la maggior cura per una buona

amministrazion civile, si è il _capitolare de villis_, intorno

all'azienda dei poderi del regio dominio. Fu egli fatto per solo

volere di Carlomagno, o regolato in una dieta? Quest'editto, l'opera

prediletta di Carlomagno, fu scritto dal segretario o scrivano suo.

«Noi vogliamo, dice il principe, che le ville da noi stabilite servano

a noi soli e non ad altrui[37]. I nostri servitori vi saranno con

essonoi alloggiati, ed i giudici si guarderanno dal convertirli in

servi loro, nè potranno obbligarli a far per essi alcun servizio,

nè lavoro di sorte alcuna, nè ricever da essi alcun presente, come

sarebber cavalli, buoi, vacche, verri, castrati, porcelletti, agnelli,

nè altre cose, come ortaggi, mele, pollame o uova. Se alcun de' nostri

servitori commetta qualche fraude per furto o negligenza, la paghi col

capo[38]; per gli altri falli ei sia frustato secondo la legge, eccetto

il caso d'omicidio e d'incendio, in cui si può dare riparazione.

Abbiasi ben cura di fare giustizia ad ognuno secondo la propria legge.

Quanto alle riparazioni a noi dovute, i servi nostri sieno flagellati.

I Franchi domiciliati nei nostri poderi e nelle nostre ville, saranno

soggetti alle proprie lor leggi, e quanto essi daranno a riparazione

delle colpe loro, rientrerà nell'erario nostro[39]. Ognuno de' nostri

giudici si renda ne' luoghi da lui governati al tempo delle opere,

vale a dire, verso la stagione in cui si semina, si ara, si miete,

si fan seccare i fieni e si vendemmia, e invigilino, affinchè tutto

sia fatto bene e a dovere. Noi vogliam pure che i nostri giudici dian

la decima di tutte le rendite nostre alle chiese situate nei nostri

poderi[40]. Essi abbiano pur cura de' nostri vigneti, e li facciano

prosperare, ponendo poi il vino in buon vasellame, e avendo tutta la

cura che non vada a male. E ne facciano comperare pe' nostri valletti e

trasportar nelle nostre ville, e quando accada che ne abbian proveduto

più del bisogno, ce lo faccian prima sapere per gli ordini nostri in

proposito. Ci mandino pure i nostri ceppi di vite, e faccian portare

il vino che ci è dovuto nei nostri cellieri. Vogliamo altresì che

ogni giudice tenga ne' luoghi dove esercita la sua giustizia, moggia,

sestarii e misure per lo liquido e pel grano, simili a quelle che noi

serbiamo nel proprio nostro palazzo. Gli uffiziali nostri, le guardie

de' nostri boschi e de' nostri cellieri, i nostri palafrenieri ed i

nostri esattori invigileranno, affinchè nei nostri poderi si paghino i

tributi. Nè alcun giudice potrà levar tributi per sè o pe' suoi cani

sulla nostra gente o sugli stranieri. Abbiasi grandissima cura de'

nostri stalloni, nè si lascino troppo a lungo dimorar nello stesso

luogo, chè forse non perdano così le lor buone qualità, e se alcun

d'essi viene a morire, ci sia fatto sapere a tempo opportuno, prima

della stagione che si suol far coprire le cavalle, e queste sieno

diligentemente custodite, e i puledri sieno a tempi loro spoppati.

Se gli stalloni sono troppi insieme, si sbranchino, e se ne formi

un armento appartato. I puledri ci sieno tutti mandati a palazzo per

la festa di san Martino d'inverno. Noi vogliamo che adempiasi tutto

ciò che noi o la regina avremo ordinato, o che ordineranno in nome

nostro il nostro siniscalco e il nostro cantiniere; e chiunque per

negligenza non l'abbia adempiuto, si asterrà dal bere dal momento

in cui gli sia intimato, fino a che sia venuto a chiederci perdono

alla presenza nostra o della regina. Se il giudice che doveva eseguir

l'ordine, trovavasi in campo, in giro, in messaggio o dove che sia, e

l'ordine sia dato a' suoi subalterni, vengano essi a piedi al palazzo,

astenendosi da bere e mangiare insino a tanto che abbiano esposte le

ragioni onde furono impediti d'obbedire, e abbiano ricevuto il castigo

loro sul dorso o in qualunque altro modo fosse per piacere a noi o alla

regina[41].»

Questa cura e questa vigilanza sul celliere e sulle razze sotto gli

ordini del cantiniere e del siniscalco, si stendono a tutte l'altre

cose, ai giudici, ai giurati, ai leudi, agli uomini liberi ed ai

servi, ai frutti pur anco della terra; Carlomagno porta l'attenta

sollecitudine d'un fittaiuolo nell'amministrazione delle sue terre,

ben sapendo egli che esse formano la rendita sua più certa. «Le

nostre galline e le oche abbiano tanta farina che basti loro e della

migliore, ecc.» Poi nell'operosa sua sollecitudine, si piglia pensiero

dei banchetti del sovrano, e dar vuole alla sua tavola la sontuosità e

la splendidezza delle sue corti plenarie. Il banchetto era una delle

condizioni feudali, il capo signore era tenuto all'ospitalità verso

a' suoi leudi, ed a raccogliergli intorno alla tavola rotonda nelle

sue regie ville o nelle grandi sue diete. «Ogni giudice acquistar

faccia nel circuito dei dominii quanto è necessario alla nostra tavola,

invigilando affinchè tutto sia di buona qualità e assortito con gusto

e diligenza, e faccia impastar pan fresco tutti i giorni per nostro

uso, e tutto ciò che ci vien dato, sia buono del pari, così la farina

come il grano[42]. Alle calende di settembre ci verrà fatto sapere

se i nostri armenti sieno stati o no bene pasciuti. I maggiordomi

non avranno a lor dipendenza più terre che visitar non ne possono e

sopravvedere in un giorno. V'abbia sempre fuoco acceso nelle case[43],

e vi si faccia la guardia per sicurezza, ecc.»

E' ti parrebbe, al leggere questo capitolare, di vivere ai tempi

dell'Iliade, e d'assistere a quegli sterminati pasti d'Ajace e di

Diomede, dove rosolavansi i buoi ad un fuoco ardente. La mensa feudale

era un de' maggiori obblighi dell'alto signore, e Carlomagno n'ha cura

particolare; vuole che i grandi piatti di cacciagione sieno inondati

di vin del Reno, quand'egli torna stanco dalla caccia in lontane

foreste; e le foreste pure son segno alle sue sollecitudini. «Le

nostre selve sieno ben custodite, e fatte tagliare quand'è bisogno,

e non si lascino dilatare i campi a danno del bosco[45]. Abbiasi cura

egualmente delle nostre bestie selvagge, ed anche i nostri sparvieri

ed astori sieno usati a vantaggio nostro. E se qualcuno dei nostri

giudici o maggiordomi o dei loro uomini, lasci andare, per ingrassarlo,

un suo porco in alcuno dei nostri boschi, sia tenuto perciò a pagare

una decima, per buon esempio d'altrui. Abbiasi pur l'occhio attento a'

nostri campi, alle nostre messi, ai nostri prati. I giudici riceveranno

le uova ed i pollastri dalle mani de' nostri servi, e faranno vendere

quelli che avanzano al nostro bisogno. Ci sarà in ogni villa un numero

sufficiente di cignali femmine, di pavoni, di fagiani, d'uccelli

acquatici, di pernici e di tortori; e gli edifizi dei nostri palazzi,

con le siepi che li fasciano, sieno bene guardati. Le stalle, le

cucine, i mulini ed i torchi sieno tenuti in buona condizione, affinchè

i nostri uffiziali possano pulitamente adempier l'uffizio loro. In

ogni camera delle nostre ville ci sieno letta, materassi, guanciali di

piuma, coperte e lenzuola; ci debbon pur essere tappeti sui banchi e

vasi di rame, di piombo, di ferro, di legno; alari, catene, treppiedi,

asce o scuri, succhielli ed ogni sorta d'utensili, sì che non ci sia

bisogno d'andarne in prestito. I giudici abbiano pure tutte le armi

ed armature che si portano contra 'l nemico, e le tengano in buono

stato, poi tornati dal campo, le rimettano nelle ville. Proveggan essi

ancora il nostro gineceo di tutto quanto il necessario: lino, lana,

guado, minio, robbia, pettini, strettoi e tutta l'altra minutaglia

che ci fa di bisogno. A quaresima si faran due parti dei legumi, del

formaggio, del burro, del mele, della mostarda, dell'aceto, del miglio,

del pane, del fien secco e in erba, dei navoni, della cicoria, del

pesce preso ne' vivai; una parte per noi e l'altra pel vescovo. Ciascun

giudice avrà nel circuito delle terre commesse al suo governo, operai

pratici di lavorare il ferro, l'oro e l'argento, ed esperti calzolai,

tornitori, carpentieri, legnaiuoli, sartori, uccellatori e uomini

abili a far la cervogia, il sidro di poma e di pere, e tutti gli altri

liquori; e abbiano pasticcieri da impastar torte, e fabbricatori di

reti, e tanti altri operai, che troppo lungo sarebbe l'enumerar qui

tutti[46].»

Così queste ville, regie fondazioni, piantate sovra sì ampie

basi, erano, come oggidì si chiamerebbero, poderi modelli veri,

che racchiudevano operai d'ogni fatta, e servi e coloni sotto il

reggimento d'un conte o d'un giudice, che corrispondea direttamente

coll'imperatore. Facean questi poderi il reddito più grosso della

corona, ed insieme co' monasteri diedero origine a borgate e villaggi;

ond'è che Carlomagno pigliavasi cura grandissima per mantenerli in

buona forma e condizione, come si può veder negli altri provvedimenti

di questo medesimo capitolare, circa la loro conservazione. Il podere,

o la villa, giacea, per solito, in mezzo a qualche spaziosa foresta,

dove il sovrano veniva a soggiornare in tempo d'inverno nelle sue

cacce a sant'Uberto, il patrono degli animosi cacciatori. L'educazione

dei cani, dei falchi, degli sparvieri era oggetto delle maggiori

regali sollecitudini, però che i cani erano delle razze bellissime

di Scozia e di Germania, danesi e svevi dal corto pelo e molossi dal

dente aguzzo. «Quel giudice a cui sieno commessi i nostri cani novelli

(così lo stesso capitolare), li pascerà del suo o li confiderà a' suoi

subalterni i _maggiori_, i _decani_, i _cellarii_, i quali avranno cura

pur di ben pascerli; che se o noi o la regina ordinassimo di allevarli

del nostro in alcuna delle nostre ville, il giudice allora sceglierà un

uomo che n'abbia cura. Il giudice farà che i nostri servi, ne' giorni

di servigio, abbiano tre libbre di cera e sei libbre quei servi che

si trovassero nel luogo da noi abitato il giorno di sant'Andrea, e lo

stesso il giorno della mezza quaresima. Egli ci farà pur sapere ogui

anno a Natale, per nostro lume, ogni cosa intorno a' nostri bovi e

boattieri, a' nostri schiavi e bifolchi, e così l'entrate da lui levate

sui campi, sul vino e in qualunque altro modo, le scritture fatte e

sciolte, le bestie prese dalla mandria nel bosco, e il ritratto delle

ammende imposte; ci renderà conto di quanto riguarda la marineria e i

navigli degli uomini liberi e de' centurioni che servono nei nostri

allodii, dei mercati, dei vigneti, del fieno, di quanto concerne i

boschi, i legnami, le pietre e gli altri materiali, e di tutto ciò che

ci torni utile sapere sul fatto dei legumi, del miglio, del pane, della

lana, del lino, della canapa, della frutta, delle noci e nocciuole,

degli arbusti piantati o tagliati, degli orti, delle pecchie, de'

vivai, de' cuoi, delle pelli, delle carni, del mele, della cera, del

sego, delle bevande, come sono il vin cotto, l'idromele, l'aceto, la

cervogia, il vin vecchio e nuovo; e ci diran delle galline, dell'uova,

delle oche, dell'anitre, e finalmente di quanto fecero i pescatori,

i manifattori, i carpentieri, i calzolai, i tornitori, i sellai, i

lavoratori del ferro e del piombo e gli esattori delle imposte[47].»

Alla lettura di quest'ampio capitolare _De villis_, sì minuto, sì

specificato, ben tu puoi farti, senza più, giustissimo e gravissimo

concetto della domestica amministrazione di Carlomagno, poichè ivi

egli intende a stabilire i suoi redditi e ad ordinar le sue colonie

fiscali, una delle più meravigliose creazioni di quei tempi. Le

ville non eran già solo masserie di campagna più o manco estese,

ma formavano una intera colonia, ed eran picciole società composte

d'operai d'ogni mestiere, i quali, sotto il reggimento d'un delegato

del fisco, lavoravano pel ben comune e pel profitto del padrone,

specie di tradizioni, così, della famiglia romana ed unione di

schiavi e di liberti. Il capitolare _De villis_ è una delle opere

più compiute di Carlomagno, perch'esso comprende l'amministrazione

d'ognuna delle sue tenute, e ci fa penetrar nella vita interna della

società; l'operaio del pari che il cultore, apparteneva al fisco regio,

e tutti concorrevan con l'opera loro al miglioramento del podere.

Codesti capitolari ci rivelano eziandio lo stato dei beni stabili a

que' tempi, la condizione dei servi e degli uomini liberi, il genere

di coltura delle terre, chè i Galli erano grandi agricoltori, e dopo

aver confusi i metodi loro con le tradizioni di Roma, gli aveano indi

via più perfezionati pel commercio loro cogli Arabi. Le ville erano

il patrimonio dei re, ed aveano coloni ed altri operai per la terra,

artieri che fabbricavano l'armi per la guerra o costruivano bottame per

la vendemmia; ogn'uomo aveva il suo stato, ogni uomo della tenuta il

suo impiego; le più dell'entrate raccoglievansi in natura; il signore

riceveva il vin delle sue ville, i ricolti de' suoi campi, le carni

de' suoi castrati e de' suoi maiali, dei quali tenea conto ad uno per

uno, perchè ne avea bisogno ne' suoi conviti, quando a ribocco sgorgava

entro la tazza feudale il vin del Reno e della Mosella. Laonde ognuno

di questi poderi, era un corpo, un insieme che raccoglieva, come in una

città, tutte le arti e tutti i mestieri.

L'atto onde sono sì mirabilmente ordinate le ville carlinghe, non è

a proprio dire, un capitolare, ma sì una regola composta e data fuori

da Carlomagno per l'azienda del suo medesimo patrimonio, e quand'ei fa

compilar quest'ampio codice d'amministrazione, altro ancor non è che il

re de' Franchi, nè ancor la corona imperiale gli ha cinta la fronte; è

il tempo ch'egli si prende ancor più pensiero dell'ordinamento de' suoi

poderi, che dell'impero suo. Tale si era la consuetudine dei Franchi

della prima schiatta: e' s'applicavano a bene amministrare l'entrate

del loro patrimonio, tanto ragguardevoli a que' tempi, da rendere

insensibile quasi l'imposta generale. L'entrate del fisco consistevano

principalmente in livelli, in contribuzioni, in natura, in servitù

per le pubbliche vie, in biada, vino, armi per la guerra e per le

corti regie, ed in servigi personali. Da ultimo i redditi del signore

crescevano di pochi soldi o denari d'argento imposti agli uomini liberi

ed obbligati a mantener lo splendore della corona.

CAPITOLO III.

OPERE PUBBLICHE, COMMERCIO, INDUSTRIA.

Delle grandi opere che si riferiscono a Carlomagno. — Torri.

— Fari. — Campi, militari o valli. — Chiese. — La cattedrale

d'Aquisgrana. — Tradizioni intorno alle chiese di Colonia e di

Magonza. — Il gran ponte sul Reno. — Il gran canale. — Congiunzione

del Danubio col Reno. — Commercio. — Unità delle monete. —

Il maximum, o tariffa delle merci e delle derrate. — Lusso. —

Pellicce. — Gioje. — Fiere e mercati. — Marineria. — Ponti. —

Costruzion delle navi. — Custodi dei porti e dei fiumi. — Stato

delle compagnie de' barcaiuoli.

768 — 814.

Quando un grand'uomo ha con la sua fama signoreggiato una generazione,

le tradizioni popolari gli attribuiscono tutte le grandi cose avvenute

al tempo suo, e in lui concentrano le opere fatte prima da altre

razze già estinte, ed è come il simbolo delle maraviglie d'una civiltà

trapassata. Se ci ha un tempio in sfasciumi, se ruine di monumenti,

le son cose tutte lasciate da quest'uomo passando nella vita; intorno

a lui si annodano tutti gli avvenimenti, tutte le pompe d'un secolo.

Tale a noi presentasi appunto la memoria di Carlomagno! Scorrete le

città del Reno e del Meno, Magonza, Francoforte, Colonia, Aquisgrana,

le città tedesche o belgiche, ogni muraglia diroccata, ogni palazzo

che cade, ogni chiesa che ruina, a udir la gente, furono edifizi di

Carlomagno; nella Francia meridionale ben anco, attribuite gli sono le

ampie e quadrate torri dell'arte romana, testimonio la torre Magna di

Nimes. Dalle balze de' Pirenei, che ancor ripetono Roncisvalle, fino

alla Sassonia, dove sì popolare è ancora il nome di Vittichindo, non

v'ha che questa sola tradizione. Carlomagno ha tutto fatto; egli è il

fondatore di tutto che v'ha di più solido e forte nell'ottavo e nel

nono secolo.

Difficilissimo adunque si è nelle indagini storiche diffinire il

vero o il falso di tutte queste tradizioni; Carlomagno fu il grande

edificatore de' pubblici monumenti, non è chi ne dubiti, chè egli

attinto avea dalle memorie romane il bisogno di lasciar dopo di sè

lunghe vestigia del suo nome, e le sue faccende coi Longobardi, le

sue corrispondenze con la Grecia gli avevano dato il genio e i modi

a compiere grandiose opere d'arte. A vantaggiare il sistema suo

militare, egli si diede innanzi tratto a rizzar gagliarde torri e

campi trincerati, o valli, alla foggia delle legioni, a difender le sue

frontiere contro le irruzioni dei popoli vicini, e ancor se ne trovano

vestigi, che alla forma loro palesan la data dell'ottavo e del nono

secolo. Le quali torri sono costrutte come quelle quadrate che i Romani

piantavano nei paesi conquistati, a mantenere in soggezione i popoli

vinti, e si compongono di quattro forti muraglie, alcuna delle quali

munita di merli, con isfogate aperture[48]. Allato a queste torri,

sulla marina, sorgevano fari ad esplorar il mare, alcuni dei quali,

come il poeta sassone e il monaco di San Gallo riferiscono, furon da

Carlomagno fatti costruire in modo che si mandavan segni l'un l'altro

ad annunziar la presenza delle flotte nemiche. In progresso di tempo

poi, quando le tremende invasioni dei Normanni minacciaron tutte le

frontiere della Gallia ed i fiumi che ne fecondano le terre, quelle

torri, qua e là piantate, furon destinate a preservare il paese dai

pirati scandinavi, e quando, ai giorni del decadimento, le furon poste

in non cale, i Normanni penetrar poterono fino ai monasteri e alle

città della Senna e della Loira, funesta depredazione che contristò

tutto il secolo nono.

Carlomagno attende poi principalmente ad edificar cappelle e basiliche,

però che il cristianesimo è il suo perno di civiltà, il nerbo del suo

governo, onde, non che proteggere i monasteri, dotarli di tesori, e

arricchirli d'entrate, ne fabbrica e fonda di nuovi. Padrone com'egli è

delle miniere e delle foreste germaniche, egli invia a Roma lo stagno,

il piombo, il legname necessari alle chiese del mondo cristiano. Ma la

cattedrale, per cui ha maggior tenerezza, è quella da lui edificata

in Aquisgrana; quindi egli spoglia Ravenna de' suoi marmi e del suo

porfido[49] per costruirne la cappella reale dov'egli viene ogni dì

solenne ad orare, e dove sarà rizzato il suo mausoleo.

Chi visita quell'antica città ci trova in ogni luogo le vestigia

di Carlomagno; quell'acque, che bollenti ivi corrono in quell'ampio

serbatoio, dove l'operaio discende ogni giorno per bever nella tazza di

cuoio a tutti comune, come il pecchero del medio evo, furono scoverte

da Carlomagno, ed egli edificar fece quella piscina ove i poveri

malati andavano a cercar la guarigione, ed ove egli stesso amava di

bagnarsi. Quella cattedrale, che è il vanto e il gioiello della città

più ancor vetusta di Colonia, fu fatta edificar dall'imperatore, egli

stesso ne pose le fondamenta, ed ivi tuttor si veggono il sedile di

gelida pietra, dov'egli si assise, il tesoro tutto splendido della

memoria sua, e la tomba dove l'uom gigantesco[50] volle esser deposto,

al di sotto della gran cupola di marmo. La cattedrale d'Aquisgrana è

anteriore all'arte gotica, vi campeggia lo stile bisantino, e nulla

v'ha della scuola moresca o di quei piccioli ghiribizzi del secolo

decimoterzo; ci sono invero alcune addizioni fattevi col tempo, e che

l'ignoranza ad aggiunger venne alla semplicità della basilica; ma il

concetto di questo monumento appartiene al secolo nono, e la pietà

delle generazioni ha sottratto queste reliquie al dente del tempo che

tutto stritola e consuma.

Magonza, Colonia, Francoforte, anch'esse vogliono aver tutte cattedrali

e monumenti pubblici procedenti da Carlomagno. Per le popolazioni

germaniche, l'augusto imperatore è un conquistatore, un legislatore,

un santo; la grandezza sua non fu, sol per esse, passeggera sopra la

terra, ma ella sfolgora ben anco in cielo in mezzo agli angioli, ai

confessori ed ai martiri. In quei paesi del Reno dove le compagnie

dei muratori fecero sì grandi cose, noi troviam Carlomagno scritto

fra i capi loro, e le tradizioni il rappresentano, e con esso Rinaldo

di Montalbano, e Orlando e gli altri più famosi paladini, in atto di

cambiar tutti i loro nobili manti nel povero vestito dell'operaio, per

dar mano ad innalzar cattedrali, e ad edificar monasteri[51]. Rinaldo,

con la squadra in mano, portò anch'esso i suoi gran petroni per la

basilica, e queste favolose tradizioni, insieme con le leggende intorno

ai fatti degli angioli e dei santi, giovano a spiegare la maggior

parte delle opere maravigliose di Colonia, di Magonza, di Francoforte

e d'Aquisgrana. Cattedrali, castelli fortificati sui poggi del Reno,

torri solitarie, tutti questi monumenti si riferiscono alla storia di

Carlomagno; ogni filo d'erba che spunta sulle ruine di Fulda, ti ripete

il nome del grande imperatore.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 3 / 23 段