CAPITOLO LXXI.

_Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto.

Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato

ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera._

[A. D. 1430]

Sul finire del Regno di Eugenio IV, il dotto Poggi[381] e un suo amico,

servi entrambi del Papa, ascesero la collina del Campidoglio, e

riposandosi fra le rovine delle colonne e de' templi, da quell'altura

contemplarono l'immenso quadro di distruzione che ai loro sguardi

appariva[382]. Il luogo della scena e questo spettacolo offerivano ad

essi un vasto campo di moralizzare sulle vicissitudini della fortuna,

che non risparmia nè l'uomo, nè le più orgogliose fra le sue opere, e

che precipita nello stesso baratro gl'Imperi e le città, laonde

convennero entrambi in questa opinione, non esservi, se si avea riguardo

a quel che era stata, veruna città della Terra, che, più di Roma,

offerisse un aspetto deplorabile e augusto ne' suoi stessi diroccamenti.

«L'immaginazione di Virgilio, dicea il Poggi all'amico, descrisse Roma

nello stato suo primitivo, e tal quale poteva essere allora, che Evandro

accolse il fuggitivo Troiano[383]. La Rocca Tarpea che tu vedi da quella

parte non presentava che una selvaggia e solitaria siepaglia; ai dì del

Poeta, la cima di essa vedeasi coronata dai portici d'un tempio, e dai

lor tetti dorati. Il tempio non è più; i Barbari si sono presi l'oro che

lo fregiava; la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro, e questo

sacro terreno è nuovamente bruttato dalle ginestre e dai rovi. La

collina del Campidoglio, su di cui ci siamo seduti, era, già tempo, la

testa dell'Impero romano, la Fortezza del Mondo, il terrore dei Re.

Onorata dalle pedate di tanti trionfatori, arricchita delle spoglie e

dei tributi di un tanto numero di Nazioni; spettacolo che attraeva gli

sguardi dell'Universo, oh! come è caduta, com'è cambiata, come ha

perduta l'antica immagine! Le vigne impacciano il cammino de' vincitori,

le immondezze lordano que' luoghi ove erano collocati gli scanni dei

Senatori. Volgi gli occhi al monte Palatino, e dimmi se fra

quegl'immensi e uniformi rottami puoi scorgere il teatro di marmo, gli

obelischi, le statue colossali, i portici del palagio di Nerone; esamina

gli altri colli della città, nè troverai per ogni dove che vôti spazj

frastagliati soltanto da orti e rovine. Il Foro, ove il popolo romano

dettava le sue leggi e creava i suoi Magistrati, non contiene oggidì che

recinti serbati alla coltivazione de' legumi, o aree erbose che i bufali

e i maiali calpestano. Tanti pubblici e particolari edifizj, che per la

saldezza di lor costruzione parca sfidassero tutte le età, giacciono

rovesciati, spogliati, sparsi nella polvere, come le membra di un

robusto gigante; e quelle fra queste opere maestose, che alle ingiurie

sopravvissero del tempo e della fortuna, rendono maggiormente dolorosa

l'impressione del molto più che è distrutto[384]».

Coteste ruine vengono partitamente descritte dal Poggi, uno de' primi

che siasi dai monumenti della superstizione religiosa a quelli della

classica sollevato[385]. 1. Fra le opere de' giorni della Repubblica si

discernevano ancora un ponte, un arco, un sepolcro, la piramide di

Cestio, e nella parte del Campidoglio occupata dai gabellieri, una

doppia fila di portici che serbavano il nome di Catulo e la munificenza

di questo Romano attestavano. 2. Il Poggi accenna undici templi, qual

più, qual men conservato, partendosi dal Panteon, tutta via intero, fino

ai tre archi, e alla colonna di marmo, avanzi del tempio della Pace, che

Vespasiano fece innalzare dopo le guerre civili e il trionfo riportato

sopra i Giudei. 3. Trascorre alquanto leggermente, contando fino a

sette, le antiche _terme_, o bagni pubblici, tutti, egli dice, sì andati

a male, che niun d'essi lascia più scorgere l'uso a cui doveva servire,

nè la distribuzione diversa delle sue parti. Pure i bagni di Diocleziano

e di Antonino Caracalla venivano ancora indicati co' nomi de' lor

fondatori, e tuttavia empieano di maraviglia i curiosi, che

contemplavano la saldezza di tali edifizj, la varietà de' marmi, la

grossezza e la moltitudine delle colonne, confrontando i lavori e la

spesa, che a queste fabbriche si saranno voluti, colla utilità e

importanza delle medesime. Oggidì ancora rimangono alcune vestigia delle

Terme di Costantino, di Alessandro, di Domiziano, ovvero di Tito. 4. Gli

archi trionfali di Tito, di Severo e di Costantino si trovavano intatti,

non ne avendo il tempo cancellate che le iscrizioni; il frammento di un

arco trionfale diroccato, serbava il glorioso nome di Traiano; due altri

ancora sulle lor basi vedeansi nella via Flaminia, consagrati alla men

nobile ricordanza di Gallieno e di Faustina. 5. Dopo averne descritte le

maraviglie del Colosseo, potea il Poggi passar sotto silenzio un

picciolo anfiteatro di mattoni, che serviva verisimilmente alle guardie

pretoriane; edifizj pubblici e particolari occupavano già il luogo ove

stettero i teatri di Marcello e di Pompeo, nè altro più discerneasi

fuorchè il sito e la forma del Circo agonale e del gran Circo. 6. Le

colonne di Traiano e di Antonino duravano su i lor piedistalli, ma gli

obelischi egiziani erano infranti, o sepolti sotterra. Già sparito quel

popolo di Dei e d'Eroi, creati dagli scalpelli de' statuarj, non

rimaneva che una statua equestre di bronzo, e cinque marmoree figure,

delle quali le più notabili due cavalli di Fidia e di Prassitele. 7. I

mausolei o sepolcri di Augusto e di Adriano non potevano essere

interamente spariti; ma il primo non offeriva che un mucchio di terra;

quel d'Adriano, chiamato Castel Sant'Angelo, avea preso il nome e le

esterne forme di una Fortezza moderna. Se aggiungeremo alcune colonne

sparse qua e là, e che più non ravvisavasi a qual uso servissero, tali

erano le rovine dell'antica città, perchè le mura, lunghe dieci miglia

di circonferenza, affortificate da trecento settantanove torri, e che

per tredici porte si aprivano, davano a divedere gl'indizj di una più

recente costruzione.

Erano trascorsi oltre a nove secoli dopo la caduta dell'Impero

d'Occidente, ed anche dopo il Regno de' Goti in Italia, quando il Poggi

questo doloroso quadro pingea. Durante il lungo periodo d'anarchia e di

sventure, mentre coll'Impero, l'arti e le ricchezze abbandonavano le

sponde del Tevere, certamente la Città non potè inorgoglirsi di nuovi

abbellimenti, nè tampoco restaurare gli antichi; e poichè è legge di

tutte le umane cose che retrocedano se non procedono, il progresso de'

secoli accelerava la rovina dei monumenti dell'Antichità. Misurare i

gradi dello scadimento, e additare a ciascuna epoca lo stato di ciascun

edifizio, sarebbe lavoro inutile ed infinito; restringerommi pertanto a

due osservazioni che ne gioveranno di norma ad esaminar brevemente ed in

modo generale le cagioni e gli effetti dello scadimento medesimo. I. Due

secoli prima della eloquente lamentazione del Poggi, un autore anonimo

avea pubblicata una descrizione di Roma[386]. Forse per sua ignoranza,

l'indicato scrittore ne ha additate sotto nomi bizzarri, o favolosi le

stesse cose che il Poggi aveva vedute. Però questo topografo barbaro era

d'occhi e d'orecchi fornito; non potea non vedere gli avanzi di

antichità che rimanevano ancora, non farsi sordo alle tradizioni del

popolo. Ora egli indica in apertissime note sette teatri, undici bagni,

dodici archi trionfali, e diciotto palagi, molti de' quali erano spariti

prima de' tempi in cui il Poggi scrivea. Sembra pertanto che molti fra i

più saldi monumenti dell'antichità si conservassero per lungo

tempo[387], e che i principj di distruzione abbiano operato sovr'essi

con duplicato vigore ne' secoli decimoterzo e decimoquarto. 2. La

medesima considerazione può venire applicata ai tre secoli successivi, e

noi cercheremmo indarno il _Settizonio_ di Severo[388], celebrato dal

Petrarca e dagli Antiquarj del secolo decimosesto. Sintantochè gli

edifizj di Roma furono interi, la saldezza della massa e la connession

delle parti resistettero all'impeto de' primi colpi; ma incominciata la

distruzione, i frammenti crollati al primo urto rovinarono affatto.

Dopo molte indagini praticate accuratamente sulla distruzione delle

opere de' Romani, mi sono occorse quattro cagioni principali, l'azion

delle quali si è per dieci secoli prolungata. 1. I guasti operati dal

tempo e dalla natura. 2. Le devastazioni de' Barbari e de' Cristiani. 3.

L'uso e l'abuso fattisi de' materiali somministrati dai monumenti

dell'antichità; e per ultimo le discordie intestine degli abitanti di

Roma.

I. L'uomo perviene ad innalzar monumenti ben più della sua breve vita

durevoli; ma son pur questi, soggetti, siccom'egli, a perire, e

nell'immensità de' secoli, la sua vita e le sue opere non hanno che un

istante. Non è cosa facile cionnullameno il circoscrivere la durata di

un edifizio la cui saldezza ne pareggi la semplicità. Quelle piramidi,

maraviglie degli antichi tempi, eccitavano la curiosità d'uomini vissuti

tanti secoli prima di noi[389]. Cento generazioni sono sparite come le

foglie d'autunno[390]; pur dopo la caduta de' Faraoni e de' Tolomei, de'

Cesari e de' Califfi, quelle stesse piramidi, ferme ed immobili sulle

loro basi, s'ergono ancora sopra le traboccanti acque del Nilo. Un

edifizio composto di diverse e dilicate parti è più soggetto a perire, e

i silenziosi scavamenti del tempo vengono talvolta accelerati dai

turbini e dai tremuoti, dalle innondazioni e dagl'incendj. Certamente

l'atmosfera e il suolo di Roma hanno provate le proprie vicissitudini; e

le alte torri di questa Metropoli sono state crollate dalle loro

fondamenta; ma non appare che i Sette Colli si trovino collocati in

veruna delle grandi cavità del Globo, nè la città ha sperimentati que'

grandi sovvertimenti della natura che ne' climi, sotto cui sono poste

Antiochia, Lima, o Lisbona, annientano in pochi istanti l'opera di molte

generazioni. Il fuoco è l'agente più operoso della vita e della

distruzione; la volontà, o solamente la negligenza degli uomini, può

produrre e dilatare questo rapido flagello. Or vediamo tutte le epoche

degli annali romani contrassegnate da calamità di tal genere. Il

memorabile incendio, delitto, o sventura del Regno di Nerone, continuò,

con più, o men di furore per sei, o nove giorni[391]. Le fiamme

divorarono un immenso numero di edifizj accumulati in quelle strade

anguste e tortuose; e quando cessarono, di quattordici rioni di Roma,

sol quattro restavano intatti, tre furono compiutamente inceneriti, gli

altri sette perdettero la loro forma sotto le rovine fumanti degli

edifizj incendiati[392]. L'Impero trovandosi allora all'apice di sua

gloria, la Metropoli uscì, bella di un novello splendore, delle sue

ceneri, ma i vecchi cittadini deploravano l'irreparabile perdita de'

capolavori de' Greci, de' trofei delle romane vittorie, dei monumenti

dell'antichità primitiva, o favolosa. Nei tempi di squallore e di

anarchia, ciascuna ferita è mortale, ciascuna perdita irremediabile, nè

avvi sollecitudine di Governo, o solerzia di particolare interesse che

vagliano a ristorare la devastazione. Ma due considerazioni ci portano a

credere molto maggiore in una città fiorente, che in una povera, la

devastazione dagl'incendj operata. 1. Le materie combustibili, i

mattoni, i legnami e i metalli vi si consumano, o fondono più presto,

mentre le fiamme assalgono invano ignude pareti, o grosse volte

spogliate de' loro ornamenti. 2. Più spesso che altrove, nelle case de'

poveri, una funesta scintilla produce gl'incendj; ma poichè il fuoco le

ha consumate, i maggiori edifizj che resistettero alle fiamme, o a cui

le fiamme non giunsero, rimangono soli in mezzo ad un vôto spazio, nè

corrono ulteriore pericolo. — La situazione di Roma la espone in oltre

ad innondazioni frequenti. Il corso de' fiumi che discendono dall'uno e

dall'altro lato dell'Appennino, non eccettuandone il Tevere, è

irregolare e poco lungo; basse le loro acque durante l'ardor della

state, le piogge o il didiacciar delle nevi li gonfiano nella primavera,

o nel verno, e in torrenti impetuosi traboccano. Giunti al mare, se il

vento li rispinge, e divenuto incapace di contenerli il lor letto,

rompono ed allagano senza ostacolo le pianure e le città de' dintorni.

Poco dopo il trionfo che celebrò le vittorie riportate nella prima

guerra punica, avendo le piogge straordinarie ingrossato il Tevere, un

traboccamento più durevole e più esteso di quanti se ne erano dianzi

veduti, distrusse tutte le fabbriche poste al di sopra delle colline di

Roma. Diverse cagioni ricondussero gli stessi guasti, e giusta la natura

della parte di suolo innondata, gli edifizj o vennero trasportati dal

subitaneo impulso della corrente, o lentamente sciolti e scavati dallo

stagnamento dell'acque[393]. Eguale calamità essendosi, ne' giorni

d'Augusto, rinnovellata, il fiume ribelle rovesciò i palagi e i templi

situati sulle sue rive[394]; nè le sollecitudini di cotesto Imperatore,

a fine di mondarne e ampliarne il letto colmato dalle rovine,

risparmiarono in appresso ai Cesari successori eguali fatiche e

pericoli[395]. La superstizione e privati interessi si opposero per

lungo tempo al disegno di aprire, scavando nuovi canali, nuovi sbocchi

al Tevere, o ai fiumi che gli portano il tributo delle loro acque[396],

impresa che fu eseguita di poi, ma troppo tardi, nè acconciamente, onde

i vantaggi che se ne trassero non compensarono le fatiche e le spese. Il

freno imposto ai fiumi è la più bella e rilevante fra quante vittorie

gli uomini possano ottenere sulle ribellioni della natura[397]. Ora se

il Tevere produsse simili guasti sotto un Governo vigoroso e solerte,

chi poteva impedire, o chi potrebbe annoverare i disastri, che questo

fiume arrecò alla città di Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente?

Finalmente il male condusse di per sè stesso il rimedio. Il cumulo delle

rovine, e la terra staccatasi dai colli, coll'avere alzato il suolo, a

quanto credesi, di quattordici o quindici piedi al di sopra dell'antico

livello[398], ha fatto sì che la città paventi meno gli straripamenti

delle acque[399].

II. Quegli autori d'ogni nazione che accagionano i Goti e i Cristiani

dell'esterminio de' monumenti dell'antica Roma, avrebbero dovuto

esaminare sino a qual punto poteano sì gli uni che gli altri essere

spinti dal bisogno di distruggere, e fino a qual grado ebbero i modi e

il tempo di abbandonarsi ad una tal propensione. Ho descritto molto

prima il trionfo della barbarie e della religione; or mi rimane indicare

con brevi cenni la correlazione o immaginaria, o reale che può

concepirsi fra questo trionfo, e la rovina dell'antica Roma. Possiamo,

quanto ne aggrada, comporre, o adottare, sulla migrazione de' Goti e dei

Vandali, le idee romanzesche le più capaci di dilettare la nostra

fantasia, supporre che uscirono della Scandinavia ardenti del desiderio

di vendicare la fuga di Odino[400], d'infrangere i ceppi delle nazioni,

di gastigar gli oppressori, di annichilare tutti i monumenti della

letteratura classica, e di collocare la loro nazionale architettura

sulle rovine degli Ordini toscano e corintio. Ma in realtà, i guerrieri

del Settentrione non erano nè abbastanza selvaggi, nè abbastanza

ragionatori per concepire questi divisamenti di vendetta e di

distruzione. Allevati negli eserciti imperiali, i pastori della Scizia e

della Germania, ne aveano adottata la disciplina; e sol perchè

conosceano la debolezza cui era giunto l'Impero, ad invaderne gli Stati

si accinsero. Ma coll'uso della lingua latina aveano appreso a

rispettare i titoli e il nome di Roma; e benchè incapaci di aspirare a

pareggiare le arti e i lavori d'un popolo tanto ad essi nella civiltà

superiore, più ad ammirarli che a distruggerli si mostravan propensi. I

soldati di Alarico e di Genserico, padroni per un momento di una

Capitale ricca e che non opponea resistenza, si abbandonarono, è vero, a

tutta l'effervescenza propria di un esercito vittorioso. Ma in mezzo ai

licenziosi diletti della dissolutezza e della crudeltà, le ricchezze

facili a trasportarsi furono il soggetto delle loro ricerche, nè poteano

trovare motivi d'insuperbire, o di compiacersi, o di sperare vantaggio

nel pensar che atterravano i monumenti de' Consoli e de' Cesari.

Oltrechè, preziosi per loro eran gl'istanti. I Goti sgomberarono da Roma

il sesto giorno[401], i Vandali il decimoquinto[402]; e benchè sia più

facile impresa il distruggere un edifizio che l'innalzarlo, il

precipitoso loro furore non sarebbe stato gran chè efficace sulle salde

fabbriche dell'Antichità. Si ricorderanno i nostri leggitori, che

Alarico e Genserico ostentarono rispetto verso gli edifizj di Roma; che

questi edifizj vennero mantenuti nella loro integrità e bellezza sotto

la prosperosa amministrazione di Teodorico[403]; e che il passeggiero

sdegno di Totila[404] trovò un freno nelle stesse considerazioni di

Totila, e ne' suggerimenti che i suoi amici e i suoi nemici gli diedero.

Se la precitata accusa è mal applicabile ai Barbari, non può dirsi del

tutto lo stesso, rispetto ai Cattolici romani. Le statue, gli altari, i

templi del demonio erano cose abborrevoli agli occhi loro; e v'ha luogo

a credere che, divenuti assoluti padroni della città, si adoperassero a

cancellarne ogni vestigio d'idolatria de' loro maggiori. La demolizione

dei templi dell'Oriente[405] lor ne offeriva un esempio, e serve in un

d'appoggio a tale congettura; onde par verisimile che il merito, o il

demerito di sì fatta azione dovesse in parte attribuirsi ai novelli

convertiti. Nondimeno questa loro avversione si limitava ai soli

monumenti della superstizione pagana, nè colpa eravi, o scandalo nel

conservare gli edifizj che servivano agli affari, o ai diletti della

società. Inoltre, la nuova religione pose in Roma la sua dimora, non per

effetto di un popolare tumulto, ma pe' decreti degl'Imperatori e del

Senato, e per le leggi di quella età. Fra tutti gl'individui, di cui la

Cristiana gerarchia andava composta, i Vescovi di Roma furono

comunemente i più saggi e i meno fanatici, e sarebbe certamente

ingiustizia l'accusarli dell'azione meritoria di avere salvato il

Pantheon[406] per impiegare al servigio della religione questo maestoso

edifizio.

III. Il valore di ciascuna cosa che serve ai bisogni della specie umana

è composto della sua sostanza e della sua forma, della materia e della

manifattura. Il prezzo di essa dipende dal numero di quelli che la

possono comperare, dalla estensione del mercato, e quindi dalla facilità

maggiore o minore di trasportarla al di fuori, giusta e la natura stessa

di questa merce, e la sua situazione locale, e le congiunture

passeggiere di questo Mondo. I Barbari che s'impadronirono di Roma,

usurparono in un istante i lavori di parecchie generazioni; ma eccetto

le cose atte ad una immediata consumazione, non dovettero eccitare la

lor cupidigia tutte quelle che non poteano trasportarsi o sul carriaggio

de' Goti, o sul navilio de' Vandali[407]. L'oro e l'argento furono i

primi soggetti della costoro avidità, perchè in ciascun paese, e sotto

il minor volume possibile, procurano la più considerabile quantità delle

proprietà e del lavoro degli altri. La vanità di un Capo di Barbari

attribuisce forse prezzo ad un vaso, o ad una statua foggiati con questi

preziosi metalli; ma la moltitudine, più grossolana, si affeziona alle

sostanze, senza pensare alla forma; nè v'ha dubbio che, generalmente

parlando, il metallo non sia stato fuso in verghe, o convertito in

monete battute col conio dell'Impero. Agli scorridori meno operosi, o

meno felici, non rimasero da portar via che il rame, il piombo, il

ferro, il bronzo; i tiranni greci s'impadronirono di tutto quanto

sottratto erasi ai Goti e ai Vandali, e all'Imperatore Costante che nel

visitar Roma a guisa di masnadiero tolse perfino le piastre di bronzo

che coprivano il Pantheon[408]. Gli edifizj di Roma poteano per vero

venire considerati siccome una vasta miniera, che diversi e variati

materiali somministrava; il primo lavoro, quello di scavarli dalle

viscere della terra, era già fatto; inoltre, i metalli già purificati e

gettati in forma; i marmi segati e ridotti a pulimento; e dopo aver

soddisfatto la cupidigia degli stranieri, i resti della città, se si

fosse trovato un compratore, rimanevano tuttavia buone materie di

vendita. Erano stati denudati de' preziosi lor fregi i monumenti

dell'Antichità, ma i Romani si mostravano propensi a demolire, eglino

stessi, gli archi di trionfo e le mura, semprechè in ciò vedessero un

guadagno maggiore delle spese del lavoro e del trasporto. Se Carlomagno

avesse posta la residenza dell'Impero d'Occidente in Italia, lungi dal

por mano agli edifizj de' Cesari, il genio di questo Monarca avrebbe

fatto che aspirasse ad esserne il restauratore; ma poichè fini politici

il rattennero tra le germane foreste, non potè soddisfare l'amor suo per

le Arti, che dando ultima opera alla devastazione, e trasportando i

marmi di Ravenna[409] e di Roma[410], nuovo ornamento al palagio che

edificò in Aquisgrana. Cinque secoli dopo Carlomagno, Roberto, Re di

Sicilia, il più saggio e colto Sovrano del suo secolo, si procacciò

nello stesso modo, per aggiunger pregio alle proprie fabbriche, i

materiali, che gli vennero facilmente condotti per la via del Tevere e

del Mediterraneo, onde il Petrarca doleasi con indignazione che l'antica

Capitale del Mondo terminasse da sè medesima di denudarsi per nudrire

l'insolente lusso di Napoli[411]. Però i saccheggi, o le vendite de'

marmi e delle colonne non furono comuni nel Medio Evo: e il popolo di

Roma, superiore in ciò a qualunque altro popolo, avrebbe potuto valersi

degli antichi edifizj ne' suoi bisogni pubblici o particolari; ma la

situazione e la forma di questi stessi edifizj li rendea sotto molti

aspetti inutili alla città e a' suoi abitanti. Ben la stessa di prima

era la circonferenza delle mura; ma non il luogo della città, discesa

dai Sette Colli nel campo di Marte, onde molti di que' famosi monumenti,

che disfidavano le ingiurie de' secoli, trovavansi lungi dalle

abitazioni, e poco meno che in un deserto. I palagi delle famiglie

consolari non convenivano più ai costumi o alla condizione degli incliti

lor successori; perduto erasi l'uso de' bagni e de' portici[412]; i

giuochi del teatro, del circo, dell'anfiteatro disparvero dopo il sesto

secolo; alcuni templi vennero adatti all'uso della religion dominante;

ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di

croce; e l'usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un

particolare modello per le celle e gli edifizj de' chiostri, il cui

numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La

città conteneva quaranta monasteri d'uomini, venti di donne, sessanta

Capitoli e collegi di canonici e di preti[413], che aumentavano, anzichè

ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme

dell'antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non

sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli

abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i

Romani volsero a profitto de' lor bisogni o della loro superstizione; le

più belle colonne d'Ordine ionico e d'Ordine corintio, i più preziosi

marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d'un

convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i

Turchi alle città della Grecia e dell'Asia, ne porgono un esempio di

quanto faceano a que' giorni i Romani. In questa progressiva distruzione

de' monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto

V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del

_Settizzonio_[414]. Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque

profanati, possono ancora destare un sentimento soave di patetica

rimembranza; ma la maggior parte dei marmi (non bastò alla barbarie

sformarli) vennero distrutti, ed arsi per trarne calce. Il Poggi, dopo

il suo arrivo in Roma, avea veduto sparire il tempio della

Concordia[415], e molti altri grandi edifizj; e un epigramma scritto a

que' giorni annunzia una giusta e rispettabil paura, che continuando di

quel tenore, si sarebbero alla perfine annientati tutti i sacri

monumenti della veneranda Antichità[416]. I bisogni e i guasti operati

dai Romani ebbero termine sol perchè la loro popolazione scemò. Il

Petrarca, trasportato dalla sua immaginazione, ha potuto assegnare a

Roma una maggiore quantità d'abitanti che non contenea[417], e però duro

fatica a credere che anche nel secolo decimoquarto vi fossero più di

trentatremila abitanti. Se da quell'epoca, venendo al Regno di Leone X,

si aumentarono ad ottantacinquemila[418], non dubito che tale

accrescimento non sia stato alla città antica funesto.

IV. Ho serbato a trattare per l'ultima la più possente fra le cagioni di

distruzione, le guerre intestine di Roma. Sotto il dominio

degl'Imperatori greci e francesi, la pace della città venne turbata da

frequenti, ma passeggiere sedizioni. Sol declinando la autorità de'

successori di Carlomagno, vale a dire nei primi anni del decimo secolo,

trovasi la data di quelle guerre particolari, la cui licenza, violando

impunemente le leggi del codice e del Vangelo, nè rispettò la maestà del

Sovrano assente, nè la persona del Vicario di Gesù Cristo presente.

Durante un oscuro periodo di cinque secoli, Roma fu perpetuamente

dilaniata dalle sanguinose querele de' Nobili e del popolo, de'

Ghibellini e de' Guelfi, degli Orsini e de' Colonna; ho descritto ne'

due precedenti capitoli le cagioni e gli effetti di questi disordini

pubblici, alcune particolarità de' quali sono sfuggiti alla conoscenza

della Storia, altri non meritano che si porga ad essi attenzione. In

questi tempi, ne' quali ogni disparere veniva risoluto colla spada, ne'

quali niuno potea, per la sicurezza della sua vita, o delle sue

proprietà, riposarsi sopra leggi prive di forza, i possenti cittadini si

armavano or per assalire, or per respingere que' nemici che abborrivano,

e di cui temevano l'odio. Eccetto Venezia, tutte le Repubbliche

dell'Italia si trovavano alla medesima condizione; i Nobili si erano

arrogato il diritto di fortificare le loro case, e d'innalzar salde

torri[419] e valevoli a resistere contro un assalto improvviso. Le città

ringorgavano di munizioni da guerra; Lucca contenea cento torri, la cui

altezza aveano limitata ad ottanta piedi le leggi, e seguendo una

convenevole proporzione, possono applicarsi le stesse singolarità agli

Stati più ricchi e più popolosi. Allorchè il Senatore Brancaleone volle

rimettere in vigore la giustizia e la pace, ebbe per prima cura, il

dicemmo, di demolire cenquaranta delle torri che vedevansi in Roma, e

negli ultimi giorni dell'anarchia e della discordia, sotto il regno di

Martino V, uno de' tredici o quattordici rioni della città, ne contava

ancora quarantaquattro. Sfortunatamente, erano, oltre ogni credere,

accomodati ad uso sì pernizioso gli avanzi della Antichità; i templi e

gli archi trionfali offerivano una base larga, e salda, quanto facea

mestieri, a sostenere i nuovi baloardi di mattoni e di sassi; citerò ad

esempio le torri che furono innalzate sugli archi di trionfo di Giulio

Cesare, de' Titi e degli Antonini[420]. Vi voleano pochi cambiamenti per

trasformare un teatro, un anfiteatro, o un mausoleo, in una forte ed

ampia rocca. Non n'è d'uopo il ripetere che dal molo di Adriano si fece

sorgere il castel Sant'Angelo[421]. Il Settizonio di Severo fu in istato

di resistere all'esercito di un Sovrano[422]. Il sepolcro di Metella è

sparito sotto le fortificazioni di cui venne gravato[423]; i Savelli e

gli Orsini occuparono i teatri di Pompeo e di Marcello[424]; le informi

Fortezze costrutte su questi edifizj, hanno a mano a mano acquistato il

lustro e l'eleganza degl'italiani palagi. Le stesse chiese vennero cinte

d'armi e di spalti, e le macchine da guerra collocate sul comignolo

della chiesa di S. Pietro, atterrivano il Vaticano e il cristiano Mondo

scandalezzavano. Ogni luogo fortificato è soggetto ad assalto, e quanto

viene assalito, a distruzione. Se i Romani fossero riusciti a torre ai

Pontefici il Castel Sant'Angelo, avrebbero annichilato questo monumento

di servitù, come con un pubblico decreto era stata manifestata la loro

deliberazione. Ciascuna piazza vedea esposti in un solo assedio al

pericolo di essere atterrati tutti gli edifizj innalzati per sua difesa;

chè certo in ognuna di tali occasioni non si risparmiavano a questo fine

nè espedienti, nè macchine struggitrici. Dopo la morte di Nicolò IV,

Roma, priva di Sovrano e di Senato, si trovò per sei mesi abbandonata al

furore delle guerre civili. «Le case, dice un contemporaneo, Cardinale e

poeta[425], rimasero rovinate sotto massi d'enorme grossezza, e lanciati

con incredibile rapidità[426]; i colpi dell'ariete infransero le mura,

le torri furono avvolte in mezzo a vortici di fuoco e di fumo, e

l'avidità e il risentimento aizzavano l'ardore degli assedianti». La

tirannide delle leggi compì l'opera della distruzione, e le diverse

fazioni della Italia, abbandonandosi a cieche e sconsigliate vendette,

spianarono a vicenda tutte le case e le castella de' loro

avversarj[427]. Se pongonsi a confronto pochi giorni di straniere

invasioni e secoli d'intestine guerre, non cadrà dubbio sul quanto le

ultime sieno state alla città di Roma esiziali; a sostegno della quale

opinione mi viene all'uopo citare il Petrarca. «Vedete, egli dice,

questi avanzi che attestano l'antica grandezza di Roma! Nè il tempo, nè

i Barbari superbir possono di una tanto incredibile distruzione; è forza

attribuirla agli stessi cittadini di Roma, ai più illustri fra' suoi

figli; e i vostri antenati (egli scrivea ad un Nobile della famiglia

Annibaldi) compierono coll'ariete quel che l'Eroe Cartaginese non potè

colla spada de' suoi guerrieri[428]». La preponderanza di quest'ultima

cagione aumentò il danno con azione reciproca, perchè la rovina delle

case e delle torri che la guerra civile atterrava, costringeva

continuamente i cittadini a procacciarsi dai monumenti dell'Antichità i

materiali per novelli edifizj di distruzione.

Ognuna delle precedenti osservazioni può venire applicata all'anfiteatro

di Tito che ha preso il nome di _Colosseo_[429], sia a motivo della sua

estensione, sia a motivo della statua colossale di Nerone; e che forse

sarebbe durato in eterno, se non avesse avuti altri nemici fuor del

tempo e della natura; gli Antiquarj che hanno calcolato il numero degli

spettatori, propendono a credere che al di sopra dell'ultima gradinata

di pietra vi fossero logge di legno a diversi piani, consumate per più

riprese dal fuoco, e dagl'Imperatori riedificate. Quanto eravi di

prezioso, di portatile, o di profano, le statue degli Dei e degli Eroi,

le ricche sculture di bronzo, o coperte di foglia d'oro o d'argento,

furono prima del rimanente la preda della conquista, o del fanatismo,

dell'avarizia de' Barbari, o de' Cristiani. Nelle enormi pietre di cui è

costrutto il Colosseo scorgonsi molti forami, intorno a' quali le due

più verisimili congetture son le seguenti: 1. Che i filari superiori

fossero congiunti agl'inferiori coll'opera di rampiconi di bronzo, e

che, non essendo in appresso sfuggiti all'occhio della rapina, i Barbari

non abbiano disdegnati anche questi men preziosi metalli[430]. 2.

Essendosi per lungo tempo tenuta una fiera, o un mercato nell'arena del

Colosseo, e un'antica descrizione di Roma facendo menzione di operai che

nel Colosseo prendevano stanza, alcuni han preteso che gli stessi operai

o scavassero, o ingrandissero que' forami per introdurvi pezzi di legno

ai quali si reggessero, le loro tende o bottegugge[431]. Maestoso, ad

onta della semplicità cui venne ridotto, il Colosseo, eccitò il rispetto

e lo stupore de' pellegrini del Settentrione, il cui rozzo entusiasmo si

manifestò con quei sublimi detti, divenuti proverbio, e nell'ottavo

secolo raccolti ne' suoi scritti dal venerabile Beda: «Rimarrà Roma

fintantochè il Campidoglio rimanga in piedi. Quando cadrà il Colosseo,

Roma cadrà, e quando cadrà Roma, rovinerà tutto il Mondo con essa»[432].

Giusta i moderni principj dell'arte militare, il Colosseo dominato da

tre colline, non sarebbe stato scelto per servir di Fortezza; ma, per la

saldezza delle sue mura e delle sue volte, attissimo era a resistere

alle macchine d'assedio, e capace in oltre di contenere nel suo recinto

un numeroso presidio; quando una fazione occupava il Vaticano e il

Campidoglio, l'altra si trinceava al palagio di Laterano e al

Colosseo[433].

Facemmo altrove menzione dell'abolizione de' giuochi dell'antica Roma.

Non si prendano però troppo rigorosamente alla lettera quelle parole;

perchè nei secoli decimoquarto e decimoquinto, la legge[434] o la

consuetudine della città regolava i giuochi che, prima della

Quadragesima, si celebravano sul monte Testaceo e nel circo

agonale[435]. A questi presedea in solenne abito il Senatore, che

aggiudicava e distribuiva il premio, vale a dire un anello d'oro, o il

pallio, come a que' giorni veniva chiamato, pezzo di drappo di lana o di

seta[436]. Il danaro occorrente ogn'anno per cotesti giuochi[437] e per

le corse a piedi, o sopra carri, o a cavallo veniva da una tassa posta

sopra gli Ebrei; eranvi anche altri giuochi più nobili, che si stavano

in una giostra, o torneo, cui convenivano settantadue giovani romani.

Nell'anno 1332, l'arena del Colosseo offerse un combattimento di tori

sull'esempio de' Mori e degli Spagnuoli, riferito nel giornale di un

autore contemporaneo che le usanze di que' tempi descrive[438].

Restaurata quanta parte di gradinate bastava perchè vi sedessero gli

spettatori, con un bando, che fu pubblicato fino a Rimini e a Ravenna,

s'invitarono i Nobili perchè venissero a far prova di abilità e coraggio

in quell'agone pericoloso. La festa accadde nel giorno 3 di settembre;

le Matrone romane, in tre drappelli divise, occupavano tre balconi

coperti di drappo scarlatto; l'avvenente Jacova di Rovere conducea le

Matrone transteverine, schiatta purissima, che ne offre anche ai dì

nostri i lineamenti e il carattere dell'Antichità. Gli altri due

drappelli erano, giusta il solito, formati da quelle delle famiglie che

alla fazione Colonna, e alla Orsini spettavano; e ciascuna di queste

fazioni avea di che inorgoglire pel numero e per la bellezza delle sue

donne. Lo Storico vanta la forma di Savella degli Orsini, e aggiunge

come i Colonna si dolessero perchè mancava la più giovane di lor

famiglia, che ne' giardini della torre di Nerone si era rotta la noce

d'un piede. Uno di que' vecchi cittadini più ragguardevole trasse a

sorte i combattenti, i quali, scesi nell'arena, assalirono i tori, senza

il soccorso d'altre arme fuor d'una lancia, e a piede, a quanto la

descrizione dà a giudicare. Continua il Monaldesco descrivendo i nomi, i

colori e le imprese dì venti de' più distinti fra que' Cavalieri, e fra

questi nomi se ne trovano molti delle più illustri famiglie di Roma e

dello Stato ecclesiastico, i Malatesta, i da Polenta, i Della Valle, i

Cafarello, i Savelli, i Capoccio, i Conti, gli Annibaldi, gli Altieri, i

Corsi. Ciascun d'essi avea scelto il suo colore giusta il proprio gusto

e la sua situazione; e i motti delle imprese additavano, quai

melanconia, quai prodezza, quali spirito di galanteria. _Son solo come

il più giovane degli Orazj_, era l'impresa dell'intrepido; _Vivo nella

desolazione_, quella d'un vedovo; _Ardo sotto la cenere_, di un amante

timido; _Adoro Lavinia, o Lucrezia_, parole equivoche fatte per indicare

una passion più moderna. _Così è pura la mia fedeltà_, molti che ad una

insegna bianca si accompagnavano. _Annego nel sangue; avvi morte più

dilettevole?_ Così un feroce coraggio esprimeasi. _Non v'è alcuno più

forte di me?_ alla quale impresa una pelle di lione aggiugneva

significato. L'orgoglio, o la prudenza degli Orsini non permise loro di

entrare in una lizza, ove tre de' loro rivali ivan pomposi di tre

divise, che l'alterigia provavano dei Colonna: — _Son forte a malgrado

del mio dolore_ — _La forza pareggia in me la grandezza_ — _Se cado, voi

cadrete insieme con me_. Quest'ultima impresa era volta, soggiunge lo

Storico contemporaneo, agli spettatori, a fine d'indicare, che mentre

l'altre famiglie soggiacevano al Vaticano, i soli Colonna sostenevano il

Campidoglio. I combattimenti furono pericolosi e micidiali. Ciascun de'

Cavalieri assalì a sua volta un toro selvaggio, e parve che la vittoria

fosse per gli animali, perchè sol nove di questi giacquero sull'arena, e

vi rimasero morti diciotto Cavalieri, feriti nove. Molte nobili famiglie

dovettero piangere la perdita di qualche congiunto, ma la pompa delle

esequie che vennero celebrate nel tempio di S. Giovanni di Laterano, e

di S. Maria Maggiore, presentò di una seconda festa la popolazione

romana. Non erano certamente queste le lotte, in cui i Romani avessero

dovuto mostrarsi prodighi del loro sangue; nondimeno non possiamo, anche

biasimandone la follia, risparmiar qualche lode alla loro prodezza; e

quei chiari Cavalieri, che si segnalarono per magnificenza e coraggio

nel cimentare le proprie vite alla presenza delle loro amate, inspirano

una sollecitudine d'un genere ben più nobile che non le migliaia di

prigionieri e malfattori che l'antica Roma, a malgrado di essi, traeva

alla macelleria dell'Anfiteatro[439].

Il Colosseo fu rare volte adoperato a tale uso, e forse alla sola festa

che abbiamo ora descritta. I cittadini che ogni dì abbisognavano di

materiali, correano, senza timor nè rimorso, a demolire questo

nobilissimo monumento. Uno scandaloso accordo del secolo decimoquarto

assicurò alle due fazioni il diritto di trar marmi dalla comune cava del

Colosseo[440]; onde il Poggi deplora la perdita della maggior parte di

questi marmi ridotti in calce dagl'insensati Romani[441]. Per reprimere

cotale abuso, e impedire i delitti, che in questo vasto e funereo

recinto poteano di notte tempo commettersi, Eugenio IV lo cinse di mura,

concedendone, mediante una patente durata per lungo tempo, il terreno e

l'edifizio ai monaci di un vicino convento[442]. Dopo la morte del

ridetto Pontefice, essendo stato questo muro, per cagione di una

sommossa, atterrato, il popolo protestò, che il Colosseo non sarebbe mai

più per l'avvenire diventato particolare proprietà, protesta che avrebbe

meritato encomj ai Romani, se veramente avessero rispettato questo

nobile ricordo della grandezza de' loro padri. Nella metà del secolo

XVI, epoca del buon gusto e della erudizione, la parte interna del

Colosseo trovavasi danneggiata; ma intatta erane la circonferenza

esterna, lunga mille seicentododici piedi; e vi si vedevano innalzarsi a

cento otto piedi tre ordini di logge, ciascuno di ottanta archi. Vuolsi

imputare ai nipoti di Paolo III lo stato rovinoso cui presentemente è

ridotto il Colosseo, e tutti i viaggiatori che vanno ad esaminare il

palagio Farnese non possono starsi dal maledire il sacrilegio e il lusso

di cotesti uomini oscuri pervenuti al principato[443]. Vien fatto eguale

rimprovero ai Barbarini, e, sotto ciascun regno successivo, il Colosseo

potè aspettarsi eguali oltraggi sino al momento in cui lo pose sotto la

salvaguardia della religione Benedetto XIV, il più saggio di tutti i

Pontefici, il quale consacrò un luogo che la persecuzione fece campo

delle corone di un numero sì sterminato di martiri[444].

Allorchè il Petrarca vide per la prima volta questi monumenti, le cui

rovine son superiori a quanto di bello possa descriversi, rimase

attonito sulla stupida indifferenza[445] de' Romani[446]; e s'avvide

che, eccetto il Rienzi e un dei Colonna, meglio dei Nobili e dei

cittadini della Metropoli, un abitante delle rive del Rodano conoscea

gli avanzi di tanti capolavori; d'aver fatta la quale scoperta lungi

d'essere vano, avvilito mostrossi[447]. Un'antica descrizione della

città, composta ne' primi anni del secolo XIII, dà a divedere

l'ignoranza e la credulità de' Romani. Senza obbligarmi ad additare gli

abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in

quest'Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle

labbra de' leggitori un sorriso d'indignazione e di disprezzo. «Il

_Capitolio_[448], dice l'Autore anonimo, vien così nominato perchè è il

_capo_ del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta

la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e

grossissime erano coperte di cristallo e d'oro, e sormontate da un tetto

lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto

della rocca, sorgea un palagio, d'oro nella maggior parte, ornato di

pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo.

Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province,

ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un

incantesimo[449] ogni volta che una provincia si ribellava contro Roma,

la statua che la rappresentava si volgea verso il punto dell'orizzonte

ov'erano accampati i ribelli, la campanella sonava, il Profeta del

_Capitolio_ annunziava il prodigio, il Senato non ignorava più il

pericolo che minacciava la repubblica». Trovasi nella stessa Opera un

secondo esempio d'eguale assurdità, benchè riguardi cosa meno rilevante,

cioè i due cavalli di marmo che alcuni giovani trasportarono dai bagni

di Costantino al monte Quirinale. L'Autore ne attribuisce il lavoro a

Fidia e a Prassitele, asserzione sfornita di fondamento, che nondimeno

sarebbe scusabile, se il nostro descrittore non prendesse un abbaglio di

oltre quattro secoli sul tempo in cui vissero questi statuarj greci.

Egli li fa vivere sotto il regno di Tiberio, ed erano, secondo lui,

filosofi o maghi, che adottarono la nudità per emblema delle loro

cognizioni e del loro amore del vero; svelarono all'Imperatore le sue

azioni più segrete, dopo di che, avendo ricusata ogni ricompensa

pecuniaria, sollecitarono l'onore di lasciare alla posterità questo

monumento di sè medesimi[450]. Lo spirito de' Romani in preda alle idee

di magia, perdè ogni vezzo alle bellezze dell'arti; il Poggi non trovò

più a Roma che cinque statue; ed è ventura che tant'altre, sepolte o a

caso, o con premeditazione sotto le rovine, solo in tempi più fortunati

si siano scoperte[451]. La statua rappresentante il Nilo, che orna

oggidì il Vaticano, fu scoperta da alcuni giornalieri che scavavano il

terreno di un vigneto vicino al tempio o al convento della Minerva. Ma

il proprietario, impazientito delle visite d'alcuni curiosi, consegnò

nuovamente alle viscere della terra un tal marmo, a costui avviso, senza

valore[452]. La scoperta di una statua di Pompeo, alta dieci piedi,

diede origine ad una lite, perchè trovata sotto un muro che separava i

fondi di due proprietarj. Che fece il giudice per dar soddisfazione ai

diritti d'entrambi? sentenziò la statua ad essere spaccata per mezzo, e

stava per eseguirsi il decreto, se l'intercessione d'un Cardinale e la

liberalità d'un Pontefice non avessero sottratto l'Eroe di Roma alle

mani de' suoi barbari concittadini[453].

[A. D. 1420]

Ma dissipandosi a mano a mano le nubi della barbarie, la pacifica

autorità di Martino V e de' successori del medesimo si adoperò in uno a

riordinare il governo dello Stato ecclesiastico, e a riparare gli

ornamenti della Capitale. I progressi di questo genere che

incominciarono col secolo XV, non furono l'effetto naturale della

libertà e dell'industria. — Una città di ordinario venne a grandezza per

l'opera e la popolazione dei territorj che le stanno all'intorno; da

questi traggono i cittadini, e le vettovaglie, e le materie prime delle

manifatture e del commercio; ma la maggior parte della Campagna di Roma

non offre che un deserto squallido e solitario: vassalli indigenti e

privi di speranza d'un maggiore compenso vi coltivano indolentemente i

dominj de' Principi, e del Clero che il terreno de' primi usurparono; i

miserabili ricolti di questi dominj vengono o rinchiusi, o asportati dai

calcoli del monipolio. — Il soggiorno di un Monarca, le spese di una

Corte dedita al lusso, i tributi delle province, contribuiscono indi,

benchè per cagioni men naturali, all'accrescimento di una Capitale. I

tributi e le province colla caduta dell'Impero disparvero: se il

Vaticano ha saputo tirare a sè alcune particelle dell'oro del Brasile, e

dell'argento del Perù, il di più che viene a Roma dalle rendite de'

Cardinali, dal salario degl'impiegati, dalle contribuzioni che mette il

Clero, dalle offerte de' pellegrini e de' clienti, è un'aggiunta ben

debole e precaria, sufficiente nondimeno a nodrire l'ozio della Corte e

della città. La popolazione di Roma, inferiore di gran lunga a quella

delle grandi Capitali d'Europa, non oltrepassa le censettantamila

anime[454], e nel vasto recinto delle sue mura la maggior parte de'

Sette Colli non offre che rovine e vigneti. Voglionsi attribuire alla

superstizione e agli abusi del governo la bellezza e lo splendore della

moderna città. Ciascun Regno, quasi senza eccezione, è stato segnalato

dal rapido innalzamento di una nuova famiglia, arricchita, a spese della

Chiesa e dello Stato, da un Pontefice privo di figli. I palagi dei suoi

fortunati nipoti offrono dispendiosissimi monumenti d'eleganza e di

servitù, entro i quali l'architettura, la pittura, la scoltura, in tutta

la lor perfezione, si sono prostituite ai loro padroni. Le costoro

gallerie, i costoro giardini racchiudono i pezzi più preziosi

dell'Antichità, che il buon gusto o la vanagloria ha raccolti. Con

maggior decoro i Pontefici hanno impiegate le rendite ecclesiastiche

alla pompa del culto; ma non fa d'uopo indicare tutta la serie degli

altari, delle cappelle e delle chiese, da essi piamente fondate; astri

inferiori offuscati dallo splendore del Vaticano, dalla cupola di S.

Pietro, il più nobile edifizio che sia mai stato alla religion

consagrato. La gloria di Giulio II, di Leone X, e di Sisto V vi si trova

collegata co' sublimi ingegni del Bramante, del Fontana, di Raffaello e

di Michelagnolo. Quella stessa munificenza che fabbricò tanti templi e

palagi, non si è mostrata meno sollecita nel far risorgere e pareggiare

le opere degli antichi: rialzati gli obelischi che giacevano nella

polvere, vennero collocati ne' luoghi più appariscenti di Roma,

restaurati tre fra gli undici acquidotti de' Consoli e de' Cesari.

Condotti per una serie di portici, di costruzione nuova ed antica, fiumi

artificiali che gettano in belle vasche di marmo torrenti d'acqua

salutifera e refrigerante; lo spettatore impaziente di salire le

gradinate di S. Pietro, trovasi arrestato in cammino all'aspetto di una

colonna di granito egiziano, che sorge all'altezza di centoventi piedi,

in mezzo a due maestose fontane la cui perennità è inesauribile. Gli

Antiquarj e i Dotti hanno portati schiarimenti sulla topografia e i

monumenti dell'antica Roma[455]; e i viaggiatori vengono in folla dalle

più remote contrade del Settentrione, dianzi selvagge, per contemplarvi

rispettosamente le vestigia degli Eroi e visitare gli avanzi dell'Impero

del Mondo.

* * * * *

La Storia della decadenza, e della caduta dell'Impero romano, pittura la

più vasta e forse la più maestosa degli annali del Mondo, ecciterà

l'attenzione di tutti coloro che videro le rovine dell'antica Roma; dee

meritarsi ancora quella di ciascun leggitore. Le varie cagioni e gli

effetti progressivi di questo politico cambiamento vanno collegati colla

maggior parte degli avvenimenti della Storia più rilevanti: esso mette

in chiaro lume la politica artifiziosa dei Cesari, che conservarono per

lungo tempo il nome e il simulacro della Repubblica; gl'inconvenienti

del militar dispotismo; la nascita, il progresso e le Sette del

Cristianesimo; la fondazione di Costantinopoli, il parteggiamento della

Monarchia; l'invasione de' Barbari della Germania e della Scizia che vi

posero stanza; le istituzioni delle leggi civili; il carattere e la

religione di Maometto; la sovranità temporale de' Papi; il risorgimento

e la caduta dell'Impero d'Occidente; le Crociate de' Latini in Oriente;

le conquiste de' Saracini e de' Turchi; la caduta dell'Impero Greco; lo

stato e le sommosse di Roma nel Medio Evo. L'importanza e la varietà

dell'argomento hanno potuto soddisfare lo Storico; egli ha sentite le

proprie imperfezioni, ma sovente ancora ha dovuto incolpare la scarsezza

de' materiali. Fra le rovine del Campidoglio, concepii il divisamento di

un'Opera che ha occupati e ricreati circa vent'anni della mia vita, e

che, comunque sia ancor lungi dal corrispondere pienamente ai miei

desiderj, abbandono finalmente alla curiosità e all'indulgenza del

Pubblico.

Losanna, 27 Giugno 1787.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 · 第 17 / 26 题