NOTE:

[381] Ho già dato conto (nel t. XII, c. LXV, p. 380, 381) dell'età,

dell'indole, e degli scritti del Poggi, ed ivi (not. 1) ho parimente

citata la data in cui comparve il suo elegante dialogo _De Varietate

fortunae_, da cui questo tratto è stato tolto.

[382] _Consedimus in ipsis Tarpeiae arcis ruinis, pone ingens portae

cujusdam, ut puto, templi, marmoreum limen plurimasque passim confractas

columnas, unde magna ex parte, prospectus urbis patet_ (p. 5).

[383] _Aeneid._, VIII. Questa antica pittura di una tinta sì dilicata, e

condotta con tanta maestrìa dovea commovere vivamente un Romano, e i

nostri studj della giovinezza ci mettono in istato di partecipare con

esso d'un tal sentimento.

[384] _Capitolium adeo.... immutatum ut vineae in senatorum subsellia

successerint, stercorum ac purgamentorum receptaculum factum. Respice ad

Palatinum montem.... vasta rudera.... caeteros colles perlustra omnia

vacua aedificiis, ruinis vineisque oppleta conspicies_ (Poggi, _De

Variet. fortunae_, p. 21).

[385] _V._ Poggi (p. 8-22).

[386] _Liber de mirabilibus Romae, ex registro Nicolai cardinalis de

Aragonia, in Bibliotheca sancti Isidori_, Armadio _IV_, n. 69. Il

Montfaucon (_Diarium italicum_, p. 283-301) ha pubblicato un tal libro

con brevissime, ma altrettanto giudiziose note. _Scriptor_, così si

esprime, _XIII circiter saeculi, ut ibidem notatur; antiquariae rei

imperitus, et, ut ab illo aevo, magis et anilibus fabellis refertus:

sed, quia monumenta quae iis temporibus Romae supererant pro modulo

recenset, non parum inde lucis matuabitur qui romanis antiquitatibus

indagandis operam navabit_ (p. 283).

[387] Il P. Mabillon (_Analecta_, t. IV, p. 502) ha pubblicata la

relazione di un pellegrino anonimo del nono secolo, che descrivendo le

Chiese e i Luoghi Santi di Roma, accenna molti edifizj, e soprattutto

alcuni portici che prima del secolo decimoterzo non erano più.

[388] _V._ intorno il _Settizonio_ le _Mém. sur Pétr._, (tom. I, p. 325,

Donato, p. 338, e Nardini, p. 117-414).

[389] L'epoca della costruzione delle piramidi è antica e sconosciuta.

Diodoro di Sicilia (t. I, l. I, c. 44, p. 72) non ci sa dire se fossero

innalzate, mille, o tremilaquattrocento anni prima della Olimpiade

decimaottava. Ser John Marsham, che ha diminuita la lunghezza delle

dinastie egiziane, porterebbe quest'epoca a circa venti secoli prima di

Gesù Cristo. _Canon. Chronicus_ (p. 47).

[390] _V._ l'aringa di Glauco nella Iliade (Z. 146). Omero adopera di

frequente questa immagine naturale e malinconica.

[391] Il dotto critico sig. De Vignolles (_Hist. crit. de la rep. des

lettres_, t. VIII, pag. 74-118; IX, pag. 172-187) pone accaduto questo

incendio nell'A. D. 64, 19 luglio, e la persecuzione de' Cristiani, che

ne conseguì, incominciata nel 15 novembre dello stesso anno.

[392] _Quippe in regiones quatuordecim Roma dividitur, quarum quatuor

integrae manebant, tres solo tenus dejectae; septem reliquis pauca

tectorum vestigia supererant, lacera et semiusta._ Fra gli antichi

edifizj che furono consunti, Tacito novera il tempio della Luna

innalzato da Servio Tullio, la cappella e l'altare consagrati da Evandro

_praesenti Herculi_, il tempio di Giove Statore, fabbricato per adempire

il voto di Romolo, il palagio di Numa, il tempio di Vesta, _cum

penatibus populi romani_. Deplora parimente le _opes tot victoriis

quaesitae et Graecarum artium decora.... multa quae seniores meminerant,

quae reparari nequibant_ (_Annal. XV_, 40, 41).

[393] A. U. C. 507, _repentina subversio ipsius Romae praevenit

triumphum Romanorum.... diversae ignium aquarumque clades pene

absumpsere urbem. Nam Tiberis insolitis auctus imbribus et ultra

opinionem, vel diurnitate vel magnitudine redundans,_ omnia _Romae

aedificia in plano posita delevit. Diversae qualitates locorum ad unam

convenere perniciem; quoniam et quae segnior inundatio tenuit madefacta

dissolvit, ei quae cursus torrentis invenit, impulsa dejecit_ (Oros.,

_Hist._, l. IV, c. 11, p. 244, edizione Havercamp). Fa d'uopo osservare

che lo Storico cristiano si studiava d'ingrandire i disastri del Mondo

pagano.

[394]

_Vidimus flavum Tiberim, retortis_

_Littore Etrusco violenter undis,_

_Ire dejectum monumenta regis_

_Templaque Vestae._

(Hor. _Carm._ l. I, od. II).

Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di

Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio

di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di _vetustissima_ o

d'_incorrupta_?

[395] _Ad coercendas inundationes, alveum Tiberis laxavit ac repurgavit,

completum olim ruderibus, et aedificiorum prolapsionibus coarctatum_

(Svetonio, in _Augusto_, c. 30).

[396] Tacito racconta le rimostranze che le diverse città dell'Italia

portarono al Senato per allontanare sì fatto provvedimento. Può a questo

proposito osservarsi quai progressi ha fatti la ragione. In un affare di

tal natura noi consulteremmo del certo gl'interessi locali; ma la Camera

de' Comuni ributterebbe con disdegno questo superstizioso argomento: _La

natura assegna ai fiumi il corso che ad essi è proprio_ ec.

[397] _V._ le _Epoques de la Nature_ dell'eloquente filosofo Buffon. La

sua descrizione della Guiana, provincia dell'America Meridionale, è

quella di un terreno nuovo e selvaggio; ove le acque abbandonate a sè

medesime non sono per anche state regolate dall'industria degli uomini

(p. 212-561, edizione in 4).

[398] Il sig. Addisson nel suo Viaggio in Italia ha osservato questo

fatto singolare quanto incontrastabile, _V._ le sue Opere (t. II, p. 98,

edizione di Baskerville).

[399] Cionnullameno ne' tempi moderni il Tevere qualche volta ha recati

alla città di Roma notabili danni. Gli Annali del Muratori citano tre

grandi innondazioni che produssero tristissime conseguenze negli anni

1530, 1557, 1598 (t. XIV, p. 268-429; t. XV, p. 99, ec.).

[400] Profitto di questa occasione per dichiarare che dodici anni di più

mi hanno fatto dimenticare, o per meglio dire rifiutare questa Storia

della fuga di Odino da Azoph nella Svezia, Storia alla quale non ho

prestata seria fede giammai (_V._ quanto ne ho detto al capit. X). I

Goti probabilmente non sono altra cosa che Germani; ma oltre quanto

Cesare e Tacito ne hanno favellato, le Antichità della Germania non

presentano che favole e oscurità.

[401] _V._ il capitolo XXXI di quest'Opera.

[402] Cap. XXXI, _ivi._

[403] Cap. XXXIX, _ivi._

[404] Cap. XLIII, _ivi._

[405] Cap. XXVIII, _ivi._

[406] _Eodem tempore petit a Phocate principe templum, quod appellatur

PANTEON, in qua fecit ecclesiam sanctae Mariae semper Virginis, et

omnium Martyrum; in qua ecclesia princeps multa bona obtulit_

(_Anastasius vel potius liber pontificialis in Bonifacio IV_, Muratori,

_Script. rer. ital._, t. III, part. I, p. 135). Secondo un autore

anonimo citato dal Montfaucon, Agrippa avea consacrato il Pantheon a

Cibele e a Nettuno. Bonifazio IV, alle calende di novembre, lo dedicò

alla Vergine, _quae est mater omnium Sanctorum_ (p. 297, 298).

[407] Flaminio Vacca (_V._ Montfaucon, p. 155, 156, ed anche pag. 21, in

fine della _Roma antica_ del Nardini) e parecchi Romani, _doctrina

graves_, andavano persuasi che i Goti avessero sotterrati in Roma i lor

tesori, e prima poi di morire indicati i siti ove gli aveano ascosi,

_filiis nepotibusque_. Lo stesso Vacca narra diversi aneddoti per

provare che, ai suoi giorni, alcuni pellegrini, discendenti de'

conquistatori goti, dai paesi di là dall'Alpi, venivano a Roma per

iscavarne i dintorni, e portarsi via la loro eredità.

[408] _Omnia quae erant in oere ad ornatum civitatis deposuit: sed et

ecclesiam B. Mariae ad Martyres quae de regulis aereis cooperta

discooperuit_ (Anastas. _in Vitalian._, pag. 141). Questo Greco, vile al

pari che sacrilego, non ebbe nè manco il miserabile pretesto di

devastare un tempio pagano, perchè il Pantheon era già divenuto una

Chiesa cattolica.

[409] _V._ intorno alle spoglie di Ravenna la concessione originale di

Papa Adriano I a Carlomagno (_Cod. Carolin._, _epist._ 67, nel Muratori,

_Script. ital._, tom. III, part. II, pag. 223).

[410] Citerò la testimonianza autentica del Poeta sassone (A. D.

887-899), _De reb. gestis Car. M._, l. V, 437-440, negli _Historiens de

France_ (t. V, p. 180).

_Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas,_

_Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit._

_De tam longinqua poterit regione vetustas_

_Illius ornatum Francia ferre tibi._

E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (_Histor. de France_, t.

V, p. 378), _extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae

pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et

marmora devehi fecit_.

[411] Un passo del Petrarca (_Op._, p. 556, 557, _in epistola hortatoria

ad Nicolaum Laurentium_) è sì energico, ed all'uopo, che non posso

starmi dal trascriverlo: _Nec pudor aut pietas continuit quominus impii

spoliata Dei templa, occupatas arces, opes publicas regiones urbis,

atque honores magistratuum inter se divisos_ (mancherà un _habeant_),

_quam una in re, turbulenti ac seditiosi homines et totius reliquae

vitae consiliis et rationibus discordes, inhumani foederis stupendâ

societate convenerant, in pontes et moenia atque immeritos lapides

desaevirent. Denique post vi vel senio collapsa palatia, quae quondam

ingentes tenuerunt viri, post diruptos arcus triumphales (unde majores

horum forsitan corruerunt), de ipsius vetustatis ac propriae impietatis

fragminibus vilem quaestum turpi mercimonio captare non puduit. Itaque

nunc, heu dolor! heu scelus indignum! de vestris marmoreis columnis, de

liminibus templorum (ad quae nuper ex orbe toto concursus devotissimus

fiebat), de imaginibus sepulchrorum sub quibus patrum vestrorum

venerabilis civis_ (dee dire _cinis_) _erat, ut reliquas sileam,

desidiosa Neapolis adornatur. Sic paulatim ruinae ipsae deficiunt._ Ciò

non toglie che il re Roberto fosse l'amico del Petrarca.

[412] Pure Carlomagno con cento de' suoi cortigiani entrò nel bagno e vi

nuotò ad Aquisgrana (Eginhart, c. 22, p. 18); e il Muratori accenna

alcuni di questi bagni pubblici che nell'anno 814 si fabbricavano ancora

a Spoleto (_Annali_, t. VI, pag. 416).

[413] _V._ gli _Annali d'Italia_. Lo stesso Muratori avea trovato questo

e il precedente fatto nella _Storia dell'Ordine di S. Benedetto_

pubblicata dal Mabillon.

[414] _Vita di Sisto V_, di Gregorio Leti, t. III, p. 50.

[415] _Porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi,

vidi fere integram opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum ad

calcem aedem totum et porticus partem disjectis columnis sunt demoliti_

(p. 12). Il tempio pertanto della Concordia non è stato distrutto in una

sedizione, come io avea letto in un Trattato manoscritto del _Governo

civile di Roma_, che mi era stato prestato, mentre colà dimorai, e che

veniva, cred'io, a torto attribuito al celebre Gravina. Il Poggi

assicura parimente che furono ridotte in calce le pietre del sepolcro di

Cecilia Metella (p. 19, 20).

[416] Questo epigramma, che è di Enea Silvio, divenuto indi Papa Pio II,

è stato pubblicato dal Mabillon, il quale lo tolse da un manoscritto

della regina di Svezia (_Musaeum italicum._, t. I, p. 97).

_Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas;_

_Ex cujus lapsu gloria prisca patet._

_Sed tuus hic populus muris defossa vetustis_

_Calcis in obsequium, marmora dura coquit;_

_Impia tercentum si sic gens egerit annos_

_Nullum hinc indicium nobilitatis erit._

[417] _Vagabamur in illa urbe tam magna; quae, cum propter spatium,

vacua videretur, populum habet immensum_ (_Opp._, p. 605, _Epist.

familiares_, 11, 14).

[418] Queste particolarità intorno alla popolazione di Roma nelle

diverse epoche, sono state tolte da un ottimo Trattato del Medico

Lancisi. _De Romani Coeli qualitatibus_, p. 122.

[419] Tutti i fatti che si riferiscono alle torri di Roma e dell'altre

città libere dell'Italia, trovansi nella laboriosa, ed erudita

compilazione pubblicata dal Muratori col titolo _Antiquitates Italiae

medii aevi, Dissert. 26_, t. II, p. 493-496 nell'Opera latina, e t. I,

p. 446 della stessa Opera volgarizzata.

[420] _Templum Jani nunc dicitur, turris Centii Frangapanis; et sane

Jano impositae turris lateritiae conspicua hodieque vestigia supersunt_

(Montfaucon, _Diarium italicum_, p. 186). L'Autore anonimo (p. 285)

accenna _arcus Titi, turris Cartularia; arcus Julii Caesaris et

senatorum, turres de Bratis, arcus Antonini, turres de Cosectis_, etc.

[421] _Hadriani molem.... magna ex parte Romanorum injuria....

disturbavit: quod certe funditus evertissent, si eorum manibus pervia,

absumptis grandibus saxis, reliqua moles extitisset_ (Poggi, _De

varietate fortunae_, p. 12).

[422] Di Enrico IV, (Muratori, _Annali d'Italia_, tom. IX, p. 147).

[423] Mi giova in questo luogo citare un passo importante del

Montfaucon: _Turris ingens rotunda.... Caeciliae Metellae.... sepulchrum

erat, cujus muri tam solidi, ut spatium per quam minimum intus vacuum

supersit; et_ TORRE DI BOVE _dicitur, a boum capitibus muro inscriptis.

Huic sequiori aevo, tempore intestinorum bellorum seu urbecula adjuncta

fuit, cujus maenia et torres etiamnum visuntur; ita ut sepulchrum

Metellae quasi arx oppiduli fuerit. Ferventibus in urbe partibus, cum

Ursini atque Columnenses mutuis cladibus perniciem inferrent civitati,

in utriusve partis ditionem cederet magni momenti erat_ (p. 142).

[424] _V._ Donato, Nardini e Montfaucon. Nel palazzo Savelli si scorgono

tuttavia considerabili avanzi del teatro di Marcello.

[425] Giacomo, Cardinale di S. Giorgio, _ad velum aureum_, nella Vita di

Papa Celestino V da esso composta in versi. (Muratori, _Script. ital._,

t. I, part. III, p. 1, l. I, cap. 1, vers. 132, ec.).

_Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu_

Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum_ (probabilmente

_vocatos_)

_In scelus in socios fraternaque vulnera patres,_

_Tormentis jecisse viros immania saxa;_

_Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas_

_Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo_

_Lumina vicino, quo sit spoliata supellex._

[426] Il Muratori (_Dissertazioni sopra le Antichità Italiane_, t. I, p.

427-431) ne fa sapere che venivano sovente adoperati sassi del peso di

due o tre quintali; qualche volta persino di dodici, o diciotto

_cantari_ di Genova (ogni _cantaro_ pesa cinquanta libbre).

[427] La sesta legge de' Visconti abolì questa funesta usanza,

prescrivendo severamente di conservare _pro comuni utilitate le case de'

cittadini messi in bando_ (_Galvaneus_, nel Muratori, _Script. rer.

ital._, t. XII, p. 1041).

[428] Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e

piangendo additavagli, _maenia_, _lacerae specimen miserabile Romae_, e

annunziava l'intenzione di restaurarle (_Carmina latina_, lib. II,

_epist. Paulo Annibalensi_, XII, p. 97, 98).

_Nec te parva manet servatis fama ruinis_

_Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae_

_Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas_

_Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti_

_Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu!_

_Quod ille nequivit_ (Hannibal)

_Perficit hic aries._

[429] Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua _Verona

illustrata_, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e

Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per

riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il

nome di _Colosseo, o Culiseo_, perchè eguale denominazione fu data

all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè

la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (_in atrio_) del suo

palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19).

[430] Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia

di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o

otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi

nel _Tesoro_ di Sallengro. Il Montfaucon nel _Diarium_ (p. 233) decide

che l'avidità de' Barbari _est una germanaque causa foraminum_.

[431] Donato, _Roma vetus et nova_, p. 285.

[432] _Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus,

cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus_ (Beda, _in Excerptis,

seu collectaneis_ presso il Ducange, _Gloss. med. et infimae

latinitatis_, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo

attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma

prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il

venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra.

[433] Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal

Muratori (_Script. rer. ital._, t. III, p. 1), il passo che attesta

questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla

fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo.

[434] _V. Statuta urbis Romae_, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186.

Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di

Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, _Script. rer. Ital._, t.

XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di _Nagona_ e del monte

Testaceo.

[435] Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa

piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo,

questo cumulo singolare di _maiolica rotta_, sembra solamente serbato ad

una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di

maiali per dare divertimento alla plebaglia (_Statuta urbis Romae_, p.

186).

[436] Il _pallio_, giusta il Menagio, viene da _palmarium_, ma questa è

una ridicola etimologia. È cosa facile da concepirsi come gli uomini

abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o

abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome

premio della vittoria (Muratori, _Diss._ 33).

[437] Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno

millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille

cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete

d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi

era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli

Ebrei. (_Statuta urbis_, _ivi_).

[438] Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti

di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta

la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli _Annali

romani_ (Muratori, _Script. rer. ital._, t. XII, pag. 535, 536).

Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo

in cui vengono raccontate, il carattere della verità.

[439] Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la

ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo.

[440] Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (_Mém. de

l'Acad. des Inscript._, t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo

delle fazioni, _de Tiburtino faciendo_, nel Colosseo, fondandosi sopra

un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma.

[441] _Coliseum.... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem

deletum_ (Poggi, p. 17).

[442] Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura

il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27);

questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione

favorevole per far rivivere un tal diritto.

[443] Dopo aver misurato il _priscus amphitheatri gyrus_, il Montfaucon

(p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era

tuttavia intatto; _tacendo clamat_. Il _Muratori_ (_Ann. d'Ital._, t.

XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice

Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano

VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: _Quod non fecerunt

Barbari, fecerunt Barbarini_; ma può essere che la sola somiglianza

delle parole lo abbia suggerito.

[444] Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo

smantellamento del Colosseo: _Quod si non suopte merito atque

pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res

utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse._

[445] Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad

una menda di cinquecento _aurei_ chiunque demolirà un antico edifizio,

_ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis

perpetuo repraesentent._

[446] Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, _Mémoires

sur Pétrarque_, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto _miraculo rerum

tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu,

nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam

rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror_

(_Opp._, pag. 605, _Familiares_ 11, 14. _Joanni Columnae_).

[447] Egli eccettua, lodandone le _rare_ cognizioni, Giovanni Colonna.

_Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus

dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae_.

[448] L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio,

aggiunge: _Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat

quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem

dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim

imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum

resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant

custodes senatui,_ etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i

quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si

ribellarono; ma _tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in

hebdomada senatoribus nuntiavit._ Agrippa tornò addietro e ridusse ad

obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298).

[449] Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio _captus a Romanis exiit,

ivitque Neapolim_. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (_De

gestis regn. anglor._, l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di

Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i

Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti.

[450] _V._ l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente

osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste

statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele,

vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a

dire prima del vincitore di Dario (Plinio, _Hist. nat._ XXXIV, 19).

[451] Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta

miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro,

ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide

sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio

latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e

portava nel petto una larga ferita (_Pectus perforat ingens_, ec.). Se

questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de'

contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in

quel secolo barbaro apparvero.

[452] _Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput

integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad

plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures

in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus,

horti patronus congesta humo texit_ (Poggi, _De varietate fortunae_, p.

12).

[453] _V._ le _Memorie di Flamminio Vacca_ (n. 57, p. 11, 12) sul finire

della Roma antica del Nardini (1704, in 4).

[454] Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o

diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto

(Labat, _Voyage en Espagne et en Italie_, t. III, p. 217, 218 ). Nel

1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel

1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento

novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della

popolazione abbia continuato.

[455] Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha

fatte sulle diverse parti di questa città (_Diarium. italic._, c. 8-20,

p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi.

Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica

Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di

Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti,

se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli

scritti di Onofrio Panvinio, _qui omnes observavit_, poi le Opere

recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il

Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta

dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti

cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le

iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti

gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome

di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla

munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire

questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima

pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda

ed esatta per la topografia dell'antica Roma.

(_Nota alla pagina 141_) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni

intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora come dottore, ora

come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè

Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj

personali di alcuni Papi non appartennero, nè devonsi attribuire che

all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al

Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto

delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato

Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente,

malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia _Credo

etc._ del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (_Credo etc._, da

noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12)

dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della

_consustanzialità_ di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser

Supremo, vale a dire della _divinità_ di Gesù Cristo, ed i

Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani,

negando i primi la _consustanzialità_ e la _divinità_ di Gesù Cristo, ed

accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè

all'Esser Supremo, ma non _consustanziale_ allo stesso, ossia della

stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo

poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero,

i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa

dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine,

sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi

occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il

Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici

ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i

Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di

molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani,

da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere

nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a

favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli

Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia

Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente

Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte

cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in

cui non v'era la parola _consubstantialem_, determinata dal Concilio di

Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore

Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353

contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo

di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per

ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per

comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e

potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di

Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo

Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani

e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non

voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu

Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di

Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con

Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della _consustanzialità_.

Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio;

ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino

Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S.

Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono

concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio

Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista

situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali,

che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel

quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo

semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e

bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur

troppo l'atto di fede, ossia il _Credo etc._ semi-ariano, di quel

Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore

Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e

divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de'

Concilj di Labbe, edizion di Venezia: _Post quam biennio exulasset

(Liberio) ad subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum

innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio

exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque

dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac

morum turpissimam maculam incurit_. Labbe t. 3, p. 195, edizione di

Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu

poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de'

Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco

la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi

ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la

sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale

dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede

del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera

ed universale.

_Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae

voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego

Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius,

decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At

ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox

consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus,

idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi

perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio,

a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt,

dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu

per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius

sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et

frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem,

et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et

coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego

libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, hanc

sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram,

quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini,

comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et

ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii

ad orientales episcopos._ Bini stesso presso Labbe dice: _haec est vera

illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit_.

Ecco un'altra lettera di Liberio.

_Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium_ (Vescovi ariani

d'Occidente): _eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae

restitui cupit_.

_Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et

unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate

compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae

martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei.

Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae

episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem,

secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae

comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae

romanae etc._ In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani

presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di

che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci

accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: _Liberius medio

victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor

intravit. S. Jeron. in Chron._ S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo

sostenitore della _consustanzialità_ e _divinità_ di Gesù Cristo,

deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj

ariani, così disse pure del Papa Liberio: _Haec est perfidia ariana....

anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi

anathema, et tertio praevaricator Liberii_. _Lib. 6, fragm._, edizione

Parigi 1693.

Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora questione

fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana,

siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il

quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non

una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un

altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu

il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo

Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà,

una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota T. 9, p. 94) contro i

Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè

sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e

dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati

Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i

Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro

Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi

mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale

consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra,

dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le

parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà

in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i

Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel

loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo

una sola volontà. _Hist. sextae Synodi._ Labbe, T. 7, p. 610.

Ecco la lettera.

_Dilectissimo fratri Sergio, Honorius._ Dopo alcune parole dice: _Nec

non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus

novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato,

claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines

offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae

operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei

eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae

naturae Christi Dei vocabulum, ita et operationem unam, vel geminam

suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem

operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum

Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc._ _Actio 13, Conc.

VI._ Labbe, _sacrorum Conc. etc._, edizione Veneta. T. II, p. 582. Il

Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i

Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne

macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò

chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante

piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori

premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche

e di religione.

Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose

che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto

Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri

eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio:

_Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et

secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis,

opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim

anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit;

necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et

exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico

Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema,

Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico

anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano

haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi

anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur

haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et

universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc._

Labbe, T. II, p. 622.

_Sanctum Concilium exclamavit_ (avendo già i Vescovi, ed i procuratori

d'Agatone Papa, e d'altri Vescovi assenti, sottoscritti gli atti) _omnes

ita credimus, Sergio et Honorio anathema, Pyrro et Paulo anathema, Cyro

et Petro anathema, Macario, Stefano, et Polycronio anathema: omnibus

haereticis anathema, qui praedicaverunt et praedicant, et docent, et

docturi sunt unam voluntatem, ut unam operationem in dispensatione

Domini nostri Jesu Christi Dei nostri anathema. Actio 18._ Labbe, T. II,

pag. 655. _Duas igitur in eo (Christo) naturales voluntates, et duas

naturales operationes communiter, atque indivise procedentes

praedicamus; superfluas autem vocum novitates, et harum adinventores

procul ab ecclesiasticis septis abjicimus, idest Theodorum Faranitanum,

Sergium et Paulum, Pyrrum simul et Petrum, qui Costantinopoleos

praesulatum tenuerunt, insuper et Cyprum, qui Alexandrinorum sacerdotium

gessit, et cum eis Honorium qui fuit Romae praesul, utpote qui eos in

his, seculus est. Actio 18._ Labbe, Tom. II, pag. 658.

Chi poi bramasse vedere la continuazione delle controversie fra

Cristiani-cattolici e Cristiani-ariani e semi-ariani, ed altri, de'

quali rimangono ancora alcune popolazioni in alcuni Stati sì d'Asia che

d'Europa, legga i dotti Storici Tillemont, o Fleury, Moseim, o Du Pin,

giacchè bisogna persuadersi che, essendo in tutti i secoli dall'epoca di

Cristo, la Storia ecclesiastica più o meno intimamente legata alla

civile e politica, e bene spesso qual principale agente, non si può

saper bene quest'ultima, e in modo filosofico, cioè col discuoprimento

delle cagioni e dei mezzi, e colla considerazione degli effetti, se non

si sappia la prima. Questa verità dalla grand'Opera di Gibbon, ed anche

dai nostri Commenti illustrativi, posta in luce, dovrebbe apprezzarsi da

tutte le colte persone e letterate, le quali generalmente poco o nulla

si curano dello studio della Storia ecclesiastica (che formò il

fondamento del sapere Storico, morale e politico pei più grandi uomini

dell'Era nostra) riguardandola come un soggetto da preti e da frati, o

da uomini di poco conto, amanti di notizie e cognizioni poco importanti,

mentre al contrario lo è da filosofi profondi, ricercatori dello stato,

e delle variazioni e modificazioni della teologia, della filosofia e

della morale degli uomini, nelle regioni d'Europa, ed in quelle non

lontane d'Asia, cominciando dai Caldei, dagli Egizj, e da Platone fino

a' nostri giorni. (_Nota di N.N._)

(_Nota alla pag. 142_) Il diritto de' rei ecclesiastici, e

particolarmente de' Vescovi condannati, d'appellare a' Papi, ed il

potere di questi di mutare, o annullare le sentenze, date dai Concilj

rispettivi, in materia di delitti, di deposizione, o di giurisdizione,

non avuti ne' primi secoli del cristianesimo, e indi contrastati sempre

con grande vigore, specialmente dalla Chiesa affricana (vedi i Concilj

nazionali e provinciali di questa Chiesa, e le lettere da essi scritte

a' Papi nel quarto e quinto secolo in Labbe, _Sacrorum Conciliorum Nova

et amplissima Collectio etc._, edizione Venezia) furono proposti nel

Concilio provinciale, o nazionale di Sardica l'anno 347, essendo

presidente Osio, favoritore de' Papi, e Vescovo di Cordova, di cui

abbiamo descritto la condotta ed il carattere (vedi la nostra Nota T.

12, p. 8); e cotale proposizione fu approvata da quel Concilio. Ma il

diritto, ed il potere suddetti acquistarono forza maggiore e

consuetudine generale nei paesi occidentali, dopo la promulgazione delle

famose Lettere decretali, falsificate da Isidoro, e la loro accettazione

dalla Chiesa occidentale, come vere ed autentiche, cioè nei secoli nono

e decimo. Aggiungiamo qui, alle cose dette nella mostra Nota nel tomo

nono pagina 307, le prove di retta critica della falsità delle suddette

Lettere decretali di circa cinquanta Papi da Clemente succeduto a S.

Pietro, fino a S. Silvestro, ed anche a Siricio che fu fatto Papa verso

la fine del secolo quarto.

I. Perchè non sono scritte colla bella lingua latina di quei primi

secoli.

II. Perchè il loro stile è lo stesso, segno che furono scritte da una

stessa persona, e non da cinquanta differenti Papi, come il

falsificatore ha voluto far credere.

III. Perchè in queste Lettere si citano sempre i passi della traduzione

latina delle Sacre Scritture, nomata la Volgata, fatta da S. Gerolamo

intorno la fine del quarto secolo, seguo che quelle lettere furono

scritte dopo. S. Gerolamo morì l'anno 420.

IV. Perchè S. Gerolamo stesso, che compose un trattato delle Vite e

degli Scritti degli Autori ecclesiastici che lo avevano preceduto, non

fa menzione delle Lettere Decretali di que' cinquanta Papi, dateci da

Isidoro, come scritte da essi.

V. Perchè non ne parlano i Papi Innocenzo I e Leone I, verso la metà del

secolo quinto, e neppure gli altri Papi fino all'epoca in cui sono state

promulgate, cioè verso la fine dell'ottavo secolo, o nel principio del

nono.

VI. Perchè in queste Lettere si leggono le osservazioni ed i passi del

Codice Teodosiano, fatto compilare da Teodosio II, che lo pubblicò

l'anno 458, cioè cinquant'anni circa dopo Siricio, ultimo degli antichi

Papi, a' quali quelle Lettere sono state attribuite.

VII. Perchè Dionisio detto il _Picciolo_, diligente collettore delle

Lettere Decretali, e degli scritti de' Papi, fatti fino al suo tempo,

cioè fino al principio del secolo sesto, non ebbe notizia delle Lettere

Decretali, dateci da Isidoro, mentre più di tutti era in istato

d'averle, se allora avessero esistito. Della sua grande diligenza egli

stesso ci assicura; _praeteritorum apostolicae sedis praesulum

constituta qua valui cura, et diligentia collegi, ita etc. Epist. ad

Julianum praesbyterum_.

VIII. Perchè le loro date sono quasi tutte false. Le materie poi,

contenute nelle suddette Lettere Decretali, provano pure la loro

falsificazione, fatta in secoli posteriori, perchè parlano di Primati,

di Patriarchi, d'Arcivescovi, e questi titoli non v'erano ne' primi

secoli del cristianesimo, ne' quali l'impostore dice, che sono state

scritte da' Papi. Egli dice nella sua prefazione, per darsi credito, che

fu obbligato da ottanta Vescovi e da altri servi di Dio a fare la sua

collezione de' canoni, che contiene le false Lettere Decretali suddette.

Queste Lettere principalmente sostengono come doverose, e già consuete

le appellazioni a' Papi, dalle sentenze dei Concilj, specialmente nelle

cause de' Vescovi, e della loro deposizione per mancanze, errori, o

delitti, dette poi da' canonisti cause maggiori; proibiscono di tener

Concilj senza licenza del Papa; trattano delle accuse contro i Vescovi,

e determinano molte regole per renderle assai difficili.

Isidoro falsificando le anzidette Lettere Decretali, ed attribuendole a'

cinquanta Papi de' primi secoli, mirò a far credere a' suoi

contemporanei dell'ottavo secolo, che le cose dette e sostenute in esse,

erano già state ammesse, stabilite e poste in pratica ne' primi secoli

del Cristianesimo; era questo il modo sicuro di venire a capo di

conseguirle, in quel tempo di generale e profonda ignoranza; nè

s'ingannò Isidoro nell'usare cotale artifizio, perchè l'effetto seguì il

suo intendimento. Le false Decretali furono credute autentiche e vere

per ottocento anni nella Chiesa occidentale latina, di tal modo

ingannata in una cosa di fatto, cioè fin dopo il Concilio di Trento,

tempo in cui, venuti i buoni studj d'istoria, d'erudizione, di critica,

i Dotti, amanti del vero, ne provarono e pubblicarono la falsità, da

quel tempo, da tutti gli eruditi anche cattolici riconosciuta. Credute

vere ed autentiche dal Clero, e da' Principi e da' popoli le false

Decretali, ne seguì, che si venne a capo, ciò che bramavasi, di

conseguire le cose ch'esse sostenevano, sì perchè ammesse, stabilite e

praticate ne' primi secoli del Cristianesimo, sì perchè avvalorate

dall'autorità di cinquanta de' primi Papi.

L'animoso Nicolò I, già celebre, eletto Papa l'anno 859, insistè molto a

costringere con minacce i Vescovi di Francia (gli altri già le avevano

ammesse) a ricevere le dette Decretali d'Isidoro come canoni,

sostenendone fortemente le massime: ecco una delle sue proposizioni,

scritto in una sua lettera a' Vescovi di Francia: _Etsi sedem

apostolicam nullatenus appellasset_ (cioè il Vescovo reo condannato e

deposto dal Concilio) _contra tot tamen et tanta vos Decretalia_ (cioè

le false d'Isidoro) _efferre statuta, et episcopum, inconsultis nobis,

deponere nulla modo debuistis_. _Epist. 42. Nic. I._ Le cause de'

Vescovi rei, la loro condanna e deposizione, decidevansi ne' Concilj

delle rispettive province, dove la reità era stata commessa, e vi

presiedeva l'Arcivescovo, ossia Metropolitano, secondo l'antico diritto

canonico, stabilito dai Concilj anche generali; perciò i Vescovi di

Francia generalmente non volevano ammettere le promulgate Decretali

(benchè non ne ravvisassero la falsità) perchè erano contrarie a' canoni

antichi, alle consuetudini ed alla autorità dei Metropolitani, data loro

specialmente da' canoni del generale Concilio di Nicea. Incmaro

Arcivescovo di Reims, nel nono secolo, il più erudito di queste materie

che fosse in Francia in quel tempo, rimproverò fortemente Incmero

Vescovo di Laon, perchè sosteneva le massime e l'autorità delle

promulgate Decretali per sottrarsi dal poter del suo Metropolitano:

_quaerens adinventiones, ut te metropolitana subiectione posses exuere,

libellum de patrum antiquorum_ (cioè de' Papi fino a Silvestro, o a

Siricio) _ante sacros Nicenae Synodi, et aliorum sanctorum canones,

editis collegisti, in quibus sententias inter se dissonas, et contra

evangelicam, et apostolicam et canonicam etc._ Flodoardo, _Hist. di

Reims_.

Ma avvenne che i Vescovi delle province belgiche, anche uniti in

Concilj, ammisero le dette Decretali d'Isidoro, e fondarono i loro

Decreti e Canoni sulle Decretali medesime, e ne trascrissero ed ammisero

le sentenze ed i passi, siccome canoni: ce lo prova il dottissimo

Arcivescovo di Parigi, nella metà circa del secolo decimosettimo, Pietro

de Marca: _Sane post tempora Riculfi sententiae aliquot selectae ex

supposititiis epistolis, a gallicanis episcopis in canones suos

transcriptae sunt. In Concilio Aquisgranensi, habito anno 836, quae de

unctione olei infirmorum (Conc. Aquis. pag. 2, c. 8) Chrismate ab

episcopis quotannis consecrando in Coena Domini, decernuntur juxta

statuta Decretalium, e secunda epistola Fabiani, hausta sunt, etsi

tacito Fabiani nomine. Caeterum frequentissime ab episcopis laudata

fuisse verba epistolarum illarum decretalium et earum auctoritatem,

probant tres ultimi Capitularium Libri, quos scriniis ecclesiae

Mogunciacensis in unum corpus compegit Benedictus Levita jussu Autgari,

ejus ecclesiae episcopi, eosque Lothario, Ludovico etc. De Marca Arch.

Par. De Concordia Sacerdotii et Imperii_, l. 3, c. 6.

Aggiuntasi poscia all'insistenza di Nicolò I, quella di Adriano II, e di

Giovanni VIII, o IX, e crescendo la brama e l'interesse de' Vescovi di

togliersi al rigore dei giudizj dei Concilj rispettivi col mezzo delle

appellazioni a Roma, dove trovavano indulgenza, avvenne che finalmente

anche i Vescovi di Francia, uniti in Concilio ammisero l'autorità delle

Decretali d'Isidoro, citate e prese come canoni ne' giudizj, dati dai

Concilj in materie ecclesiastiche, verso la fine del secolo decimo, e ce

lo prova il prelodato Arcivescovo: _Tandem eo deventom est ut tantis

nominibus veterum pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam

gallicanae ecclesiae rectores, qui in Concilio Remensi ab Ugone et

Roberto, regibus Francorum coacto anno nongentesimo nonagesimo secundo,

Anaclecti, Julii, Damasi, et aliorum Pontificum epistolae expenderunt in

causa Arnulphi, ac si in canonum censum receptae essent_, Ibidem, l. 3,

c. 7.

La nuova giurisprudenza ecclesiastica, cui allude l'Autore, ossia il

nuovo diritto canonico, succeduto all'antico de' primi cinque secoli

circa (raccolto nella Collezione di Dionisio il _Piccolo_) onde _antiquo

juri novum successit_, ci dice dottamente anche il _De Marca_, formossi

delle suddette Decretali d'Isidoro, inserite nella sua Collezione

generale dal Monaco Graziano, intorno l'anno 1150, la quale divenne

testo in tutte le scuole, seminarj, ed università; degli scritti di

Gregorio VII, delle Decretali d'Alessandro III, d'Innocenzo III,

d'Onorio III, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, delle costituzioni

dette _Clementine_, di Clemente V etc., ed ecco formato il nuovo _Corpus

juris canonici_.

Vi fu anche un'altra cagione che contribuì naturalmente a cominciare a

stabilire le appellazioni a Roma. Siccome i Papi, come Capi in

particolar modo della Chiesa occidentale, avevano corrispondenza co'

Concilj (generali, inviandovi anche i loro delegati) che nel quarto e

quinto secolo, e dopo adunaronsi nelle province orientali, cioè a

Costantinopoli e nel Asia Minore, così ne sapevano tutte le decisioni sì

dogmatiche, che disciplinari, e tutti i canoni; perciò i lontani e i

rozzi vescovi occidentali domandavano consiglio ed opinione nella fine

del quarto secolo, e nel quinto, e dopo a' Papi, siccome rilevasi anche

da alcune lettere d'Innocenzo I, colle quali risponde alle domande.

Dall'uso delle consultazioni si passò a poco a poco, durante e dopo

lunghi contrasti, ad ammettere ne' Concilj nazionali, o provinciali

(vedi gli atti dei Concilj della Chiesa affricana fino a' tempi di S.

Agostino, e del metropolitano Aurelio) i delegati de' Papi, a conoscere

e a terminare le cause. Ne venne dalle dette maggiori notizie de' Papi

un concorso d'appellanti, che volevano liberarsi dalle sentenze dei

Concilj provinciali, e ne ridondò a' Papi sempre maggiore autorità, e

sempre nuovi favoreggiatori. Per la falsificazione, ed ammissione delle

false Lettere Decretali d'Isidoro, vennero a' Cattolici da' dottori

protestanti acerbe accuse di soverchia credulità, ed a' Papi fiere

invettive, cosa deplorata dal cattolico P. Constant, dotto Benedettino:

vedi la nostra nota al Tomo nono p. 307.

* * * * *

Noi nello scrivere le annotazioni ai cinque ultimi volumi della

grand'Opera d'Odoardo Gibbon abbiamo principalmente mirato, sviluppando

e descrivendo le cose dogmatiche, e d'istoria ecclesiastica, a rendere

innocue le cose da lui dette in materia dogmatica, od in altra

importante, ed a munire il lettore dai tratti concisi e forti, che

potevano fargli gagliarda impressione, qualora non fosse stato istruito

dei luoghi delle Scritture Sacre, e dell'Istoria ecclesiastica e civile.

Del resto noi non ci siamo proposti, nè pretendiamo d'aver purgato

l'Opera del Gibbon da tutto ciò che il buon credente non deve ammettere:

l'imprendimento e la difficile esecuzione di una confutazione compiuta

avrebbe raddoppiato quasi i volumi dell'Opera; gravissimo inconveniente.

Noi abbiamo fidanza che l'opera nostra non sia per essere discara a'

sapienti, e sia utile e piacevole a coloro che non lo fossero.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 · 第 18 / 26 题