CAPITOLO LXX.

_Carattere del Petrarca e sua coronazione. Libertà e antico

governo di Roma risorto per opera del tribuno Rienzi. Virtù e

vizj, espulsione e morte di questo tribuno. Partenza dei Papi

d'Avignone e loro ritorno a Roma. Grande scisma d'Occidente.

Riunione della Chiesa latina. Ultimi sforzi della libertà

romana. Statuti di Roma. Istituzione definitiva dello Stato

ecclesiastico._

[A. D. 1374]

I moderni non vedono nel Petrarca[280] che il Cantore italiano di Laura

e dell'amore. In questo armonioso Poeta l'Italia ammira, o piuttosto

adora, il padre della sua lirica poesia, e l'entusiasmo o l'ostentazione

del sentimento ne ripetono i canti o per lo meno il nome. Qualunque

essere possa l'opinione di uno straniero, non avendo egli che una

nozione superficiale della lingua italiana, dee starsi in ordine a ciò

al giudizio di una nazione ragguardevole pe' suoi lumi. Nondimeno oso

sperare, o presumo, che gli Italiani non mettano a confronto una serie

di Sonetti e di Elegie d'un andamento sempre uniforme e noioso, co'

sublimi componimenti dei loro epici Poeti, colla originalità selvaggia

del Dante, colle regolari bellezze del Tasso, coll'inesausta varietà

dell'inimitabile Ariosto. Mi vedo anche men atto a giudicare sul merito

dell'amante, ed eccita in me poco interesse una passione metafisica

concetta per una donna tanto vicina al chimerico, che si è dubitato se

vi sia stata[281]; sì feconda[282] che mise al Mondo undici figli

legittimi,[283] mentre il suo spasimato cantava e disacerbava i suoi

amorosi affanni presso alla fontana di Valchiusa[284]. Secondo

l'opinione del Petrarca e quella de' più gravi suoi contemporanei,

questo amore era un peccato, e i versi che lo celebravano un futile

passatempo. Egli dovette ai suoi versi latini e ad alcuni tratti di

filosofia e di eloquenza, scritti nel medesimo idioma, la sua fama, di

cui non tardarono a risonare la Francia e l'Italia: i suoi amici e

discepoli si moltiplicarono in ciascuna città; e comunque il grosso

volume delle sue Opere[285] or dorma in pace, dobbiamo nondimeno encomj

e gratitudine all'uomo che coll'esempio e coi precetti fece rivivere il

gusto e lo studio degli autori del Secolo d'oro. Il Petrarca aspirò dai

suoi primi anni alla corona poetica; e dopo avere ottenuti nelle tre

facoltà gli onori accademici, ei ricevè anche il grado supremo di

maestro, o dottore in poesia[286]. Il titolo di Poeta laureato

mantenutosi costantemente, piuttosto per consuetudine che per effetto di

vanità alla Corte d'Inghilterra[287] venne inventato dai Cesari della

Germania. Nelle provoche di musica dell'Antichità[288], il vincitore

otteneva un premio; credeasi che Virgilio e Orazio fossero stati

coronati nel Campidoglio; idea che accese la fantasia del Petrarca;

fattosi sospiroso di ottenere gli onori medesimi[289], oltrechè il

lauro[290] avea per lui un nuovo vezzo venutogli della somiglianza col

nome di Laura. Il lauro, e Laura, fattisi scopo degli ardenti suoi voti,

crebbero di pregio ai suoi occhi per la difficoltà di ottenerli; ma se

la virtù, o la prudenza di Laura rendettero questa inesorabile[291], il

Petrarca vinse almeno la ninfa della poesia, e potè vantarsi del primo

trionfo. La vanità di questo Poeta non fu per vero delicatissima, poichè

ad assicurarsi meglio l'adempimento delle sue brame, celebrò da sè

medesimo le proprie fatiche e il buon esito delle medesime; popolare era

divenuto il suo nome, i suoi amici s'adoperavano fervorosamente per lui,

onde superò finalmente, colla destrezza dell'uom di merito che sa

ostentare rassegnazione, le opposizioni pubbliche, o segrete della

gelosia, o del pregiudizio. Aveva trentasei anni, quando fu sollecitato

di accettare ciò che egli ardentemente agognava; e trovavasi nella sua

solitudine di Valchiusa nel giorno in cui ricevette questo solenne

invito per parte del Senato di Roma; ed altro simile ne ricevè

dall'Università di Parigi. Certamente non era attributo nè della

dottrina di una scuola di teologia, nè della ignoranza di una città

abbandonata al disordine, il concedere questa Corona immortale, benchè

ideale soltanto, che decretano al genio gli omaggi del pubblico e della

posterità; ma tal molesta considerazione il Petrarca dal suo animo

allontanò. Dopo alcuni momenti d'incertezza e di gioia si risolvè per

gli onori che la Metropoli del Mondo offerivagli.

[A. D. 1341]

La cerimonia della coronazione[292] fu celebrata in Campidoglio sotto

gli auspizj di quel supremo Magistrato della Repubblica che del Petrarca

era ad un tempo il protettore e l'amico. Vi comparvero dodici giovani

patrizj in abito di colore scarlatto, e sei rappresentanti delle

primarie famiglie vestiti di verde, che portavano ghirlande di fiori.

Appena il Senatore, Conte di Anguillara, collegato coi Colonna, si fu

collocato sul trono, facendogli corteggio molti Principi e Nobili, il

Petrarca venne chiamato da un araldo, e surse in piede. Dopo avere

recitato un discorso sopra un testo di Virgilio e messi voti

triplicatamente per la prosperità di Roma, s'inginocchiò innanzi al

trono, d'onde il Senatore, ponendogli la Corona sul capo, pronunciò

questi pochi detti ben più preziosi di essa: «Tale è la ricompensa del

merito». Il popolo esclamò: «Lunga vita al Campidoglio e al Poeta!» Il

Petrarca recitando un sonetto a gloria di Roma, fece sfarzo del suo

ingegno poetico e d'un animo che sentiva la gratitudine. Trasferitosi il

corteggio al Vaticano, Petrarca prostrandosi al Reliquiario di S.

Pietro, si tolse dal capo la profana corona poc'anzi ottenuta. Il

diploma[293] che venne porto al Petrarca, gli concedea il titolo e i

privilegi di Poeta laureato dismessi d'uso da tredici secoli,

conferendogli facoltà di portare a suo grado una corona d'alloro, o

d'edera, o di mirto, di vestire l'abito di poeta, d'insegnare,

disputare, interpretare, comporre in qualunque luogo, e sopra qualunque

argomento di letteratura. Tal grazia gli ratificarono il Senato ed il

popolo, insignendolo in oltre del carattere di cittadino di Roma,

siccome premio allo zelo che per la gloria di cotesta città avea

dimostrato; onore d'alto riguardo e da esso ben meritato. Avendo egli

attinte negli scritti di Cicerone e di Tito Livio le idee di quegli

egregi cittadini vissuti ne' bei tempi della Repubblica, coll'opera di

sua ardente immaginazione, arricchivale del calore del sentimento, e

ogni sentimento si trasformava in passione. La vista de' Sette Colli e

delle maestose loro rovine invigorì queste vivaci impressioni. Prese ad

amar sempre più una nazione che dopo averlo coronato, per proprio figlio

adottavalo; gratissimo figlio che si mosse a pietà e ad indignazione

all'aspetto della povertà e dell'invilimento di Roma; dissimulando i

falli de' suoi novelli concittadini, applaudiva con entusiasmo agli

ultimi eroi e alle ultime matrone della Repubblica; e trasportato dalle

ricordanze del passato, e acceso di speranze sull'avvenire, cercava di

velar fino a sè stesso l'obbrobrio de' tempi nei quali vivea. Roma agli

occhi suoi era sempre la padrona legittima dell'Universo; il Papa e

l'Imperatore, l'uno il Vescovo, l'altro il Generale di Roma, aveano

abbandonato il loro posto facendosi lecita una ignominiosa ritirata

sulle rive del Rodano e del Danubio; ma la Repubblica, rivestendo le

antiche virtù, potea ricuperare l'antica libertà e l'antico dominio.

Intantochè, giuoco dell'entusiasmo e della propria eloquenza[294], si

abbandonava coll'animo alle luminose chimere che n'erano figlie, una

vicissitudine politica, che parve pronta ad avverarsi, venne a rendere

attoniti il Petrarca, l'Italia e l'Europa. Imprendo ora a ragionare

dell'innalzamento e della caduta del tribuno Rienzi[295]. L'argomento è

importante; i materiali in gran numero, e le contemplazioni animate di

un bardo, fatto fervoroso del patriottismo[296], ravviveranno il

racconto, copioso di circostanze, ma semplice, del Fiorentino[297] e

soprattutto del Romano[298] che questa parte di Storia hanno trattata.

In un rione della città abitato solamente da artigiani e da ebrei, il

maritaggio di un ostiere con una lavandaia diede vita al liberatore di

Roma[299]. Nicola Rienzi Gabrini non potea ricevere da tali genitori nè

dignità, nè ricchezze; ma eglino s'imposero sagrifizj per procurargli

una liberale educazione, da cui riconobbe e la sua gloria e l'immatura

sua morte. Questo giovane plebeo che studiò la storia e l'eloquenza

negli scritti di Cicerone, di Seneca, di Tito Livio, di Cesare e di

Valerio Massimo, sollevossi per ingegno al di sopra degli eguali e dei

contemporanei. Con ardore instancabile interpretava i manoscritti, e le

iscrizioni degli antichi marmi, e dilettandosi di traslatarli nella

lingua volgare del suo paese, spesse volte si lasciava trasportar sì che

esclamava: «Ove sono oggidì que' Romani, ove le loro virtù, la loro

giustizia e possanza? Perchè non nacqui io in tempi più felici?[300]».

Dovendo la Repubblica inviare alla Corte di Avignone un'ambasceria

composta di tre Ordini dello Stato, Rienzi per suo ingegno ed eloquenza

fu nominato fra i tredici Deputati de' Comuni. Colà ebbe l'onore di

arringare Papa Clemente VI, e il diletto di conversare col Petrarca,

ingegno che a quel di Cola si confaceva; ma la povertà e l'umiliazione

impacciavano le sue mire ambiziose, onde il patriotta romano vedeasi

costretto a vestire un sol abito e a vivere delle elemosine dello

spedale. Fosse per giustizia che si volle rendere al merito del

medesimo, o aura temporanea di fortuna, si tolse finalmente da quello

stato di abbiezione, ottenendo l'impiego di notaio appostolico, d'onde

gli derivarono e uno stipendio giornaliero di cinque fiorini d'oro, e

più estese ed onorevoli corrispondenze, e la facilità di esporre a

pubblico confronto l'illibatezza delle sue parole e delle sue azioni,

co' vizj che allor dominavano nello Stato. La sua eloquenza rapida e

persuasiva facea grande impressione sulla moltitudine, ognor propensa

all'invidia e alla censura. Mortogli un fratello per mano d'assassini,

l'impunità di costoro l'infiammò di nuovo ardore, in un tempo in cui era

impossibile scusare, o esagerare i disordini pubblici. Sbandite vedeansi

dall'interno di Roma l'integrità e la giustizia, che pur d'ogni civile

società sono lo scopo. Molti cittadini[301], i quali si sarebbero forse

rassegnati agli aggravj che li ferivano soltanto nelle persone, o negli

averi, mossi dalla gelosia, ingenita soprattutto ne' Romani, sentivano

più d'ogni ingiuria il disdoro bene spesso arrecato al pudore delle lor

donne; erano oppressi parimente dall'arroganza dei superbi Nobili e

dalla prevaricazione de' Magistrati corrotti; e, giusta gli emblemi

allegorici, per più riprese, e in diverse fogge comparsi sopra certe

pitture che il Rienzi esponeva a pubblica vista nelle strade e nelle

chiese, la sola differenza tra i cani e i serpenti consisteva in ciò che

i primi abusavano dell'armi, delle leggi, i secondi. Intanto che la

folla attratta dalla curiosità di questi quadri, stavasi contemplandoli,

l'oratore pien d'ardimento, e sempre apparecchiato, ne svolgeva il

senso, ne applicava la satira, accendea le passioni degli spettatori, e

lasciava tralucere una lontana speranza di conforto e di liberazione. I

privilegi di Roma, la sovranità di essa, eterna su i proprj Principi e

le proprie province, erano, in pubblico e in privato, l'argomento de'

suoi discorsi. Un monumento di servitù divenne fra le sue mani un titolo

di libertà, uno sprone a ricuperarla; intendo il decreto col quale il

Senato concedea amplissime prerogative all'Imperator Vespasiano, inciso

sopra una tavola di bronzo, che vedeasi tuttavia nel coro della chiesa

di S. Giovanni di Laterano[302]. Il Rienzi convocò, per udire la lettura

di un tale decreto, molto numero di plebei e di Nobili, ad accogliere i

quali avea fatto preparare un chiuso recinto. Egli vi comparve vestito

d'un abito in cui scorgeasi la magnificenza e ad un tempo non so che di

mistero; dopo letta e tradotta in volgar lingua questa iscrizione[303],

ne fece il comento diffondendosi con fervida eloquenza sull'antica

gloria del Senato e del popolo, dai quali ogni specie di poter legittimo

derivava. L'indolente ignoranza de' Nobili non permettea loro

d'accorgersi ove andassero a ferire queste singolari rimostranze; alcune

volte per vero dire, maltrattarono con parole, e sin con percosse, il

plebeo che voleva assumere le parti di riformatore; ma spesse volte

ancora gli lasciarono la libertà d'intertenere colle sue minacce e

predizioni i cittadini che attorno al palazzo Colonna assembravansi; e

il moderno Bruto[304] sotto la maschera di pazzo buffone si nascondea.

Mentre così comportava di essere scopo alle lor decisioni, la

restaurazione del _Buono Stato_, sua espressione prediletta, compariva a

mano a mano al popolo un avvenimento desiderabile, poi possibile, e per

ultimo imminente: così preparati gli animi de' plebei ad applaudire al

liberatore che veniva loro promesso, vi fu tra essi chi ebbe il coraggio

di secondarlo.

[A. D. 1374]

Una profezia, o piuttosto una intimazione affissa alla porta del tempio

di S. Giorgio, fu la prima spiegazione pubblica de' suoi disegni;

un'assemblea di cento cittadini, convenuti di notte tempo sul monte

Aventino, fu il primo passo verso l'esecuzione di questi disegni. Dopo

avere preteso dai cospiratori un giuramento di mantenere il segreto e di

aiutarlo, mostrò loro l'importanza dell'impresa e la facilità di

condurla a termine: discordi fra loro i Nobili, privi di soccorsi, forti

soltanto pel timore che l'immaginaria loro possanza inspirava; congiunti

nel popolo il diritto e il potere; bastanti le rendite della Camera

Appostolica ad alleggerire la miseria pubblica; l'utile che lo stesso

Pontefice avrebbe trovato nel vederli trionfare de' nemici del governo e

della libertà. Dopo avere assicurato alla manifestazione delle sue

intenzioni l'appoggio di una banda di fedeli partigiani, ordinò loro, a

suon di tromba, di essere, senz'armi, nella notte della domane, innanzi

alla chiesa di S. Angelo per provvedere alla restaurazione del _Buono

Stato_; fu questa notte impiegata nel far celebrare trenta Messe ad

onore dello Spirito Santo. Allo schiarire del giorno uscì della chiesa

col capo scoperto, armato di tutto punto, e fiancheggiato da cento

cospiratori. Il Vicario del Pontefice, semplice Vescovo di Orvieto,

indotto a sostenere una parte in questa singolare cerimonia, camminava

alla destra del Rienzi, dinanzi al quale venivano portati tre stendardi,

emblemi dei disegni de' congiurati. L'un d'essi stendardi, detto la

_bandiera della Libertà_, rappresentava Roma, che, seduta sopra due

lioni, tenea in una mano una palma, nell'altra un globo; sul secondo

stendardo, _bandiera della Giustizia_, vedeasi S. Paolo colla spada

sguainata; sul terzo, S. Pietro colle chiavi della _Concordia_ e della

_Pace_. Incoraggiavano il Rienzi gli applausi d'una innumerabile folla

che intendea poco il significato di tutto questo apparecchio, ma datasi

cionnullameno a grandi speranze: la processione si condusse lentamente

dal Castel Sant'Angelo al Campidoglio. Nondimeno alcuni interni moti che

il Rienzi si sforzava nascondere, non permetteano all'animo suo di darsi

con piena tranquillità al sentimento del suo trionfo. Asceso, senza

incontrare ostacoli e con apparente fiducia, sulla rocca della

Repubblica, dall'alto del balcone arringò il popolo, che ne confermò gli

atti e le leggi nel modo per lui il più lusinghiero. I Nobili, come se

stati fossero sforniti di armi, e inabili a prendere verun partito,

rimasero spettatori costernati e silenziosi di questa stravagante

sommossa, per la quale era stato ad arte scelto il momento, in cui

Stefano Colonna, il più formidabile di tutti i Nobili, dimorava fuori di

Roma. Al primo sentore delle accadute cose, vi ritornò, e standosi nel

suo palagio, ostentò di sprezzare questo movimento popolare, facendo

noto al Deputato del Rienzi, che a proprio bell'agio avrebbe fatto

gettar giù dalle finestre del Campidoglio il pazzo, dal quale

quell'ambasceria gli veniva. Immantinente sonò a stormo la grande

campana; e fu tanto rapida la sollevazione, e tanto incalzante il

pericolo, che Stefano Colonna raggiunse a precipizio il sobborgo S.

Lorenzo, d'onde, dopo avere preso fiato un istante, si allontanò, sempre

colla medesima sollecitudine, fintantochè si vedesse in sicuro nel suo

Castello di Palestrina, ove in appresso rampognò sè medesimo di poca

antiveggenza, per non avere spenta la prima scintilla di un sì

formidabile incendio. Dal Campidoglio emanò una intimazione generale e

perentoria a tutti i Nobili, perchè si ritirassero tranquillamente ne'

loro dominj; questi obbedirono, e la loro partenza assicurò la

tranquillità di Roma, che sol cittadini liberi, ed obbedienti al nuovo

ordine di cose, omai racchiudea.

Ma una sommessione volontaria coi primi trasporti dell'entusiasmo

dileguasi, onde il Rienzi conobbe quanto gli rilevasse giustificare la

sua usurpazione col darle forme regolari, e mediante un titolo legale

sancirla. Dipendea dalla sua volontà che il popolo grato, ed ebbro del

riacquistato uso del potere, accumulasse sopra di lui i titoli di

Senatore e di Console, d'Imperatore e di Re; ma preferì l'antico e

modesto nome di tribuno; sacro titolo del quale la protezione delle

Comuni formava l'essenza: quell'ignorante plebe poi non sapea che il

tribunato non avea mai conferito il diritto di partecipare al potere

legislativo, o esecutivo della Repubblica. Col nome pertanto di tribuno,

il Rienzi, acconsentendo i Romani, pubblicò salutarissimi regolamenti

per la restaurazione e il mantenimento del _Buono Stato_. Conforme ai

voti della onestà e della inesperienza, fu promulgata una legge per

terminare entro quindici giorni tutte le cause civili. La frequenza in

que' giorni degli spergiuri, e i gravi danni che ne derivavano,

giustificano forse un'altra legge che puniva il calunniatore, o il

testimonio falso, colla medesima pena cui sarebbe soggiaciuto, se

colpevole, l'accusato. Il legislatore può vedersi costretto dai

disordinamenti politici del tempo a percotere con pena capitale tutti

gli omicidj, a prescrivere il taglione per qualsisia ingiuria. Non

essendovi da sperare una buona amministrazione della giustizia che dopo

avere abolita la tirannide de' Nobili, fu stabilito, che niuno, eccetto

il supremo Magistrato, non avrebbe il possesso, o il comando delle

porte, de' ponti, o delle torri dello Stato; che niun presidio

particolare verrebbe introdotto nelle città o castella del territorio

romano; che niun privato avrebbe il dritto di portar armi, o di

fortificar la sua casa, nè in città, nè in campagna; che i Baroni

sarebbero eglino stessi mallevadori della sicurezza delle pubbliche

strade, e dello spaccio libero delle derrate; che ogni protezione

conceduta ai malfattori ed ai ladri verrebbe punita con una menda di

mille marchi d'argento. Inutili però e ridicoli sarebbero stati questi

regolamenti, se non gli avesse sostenuti una forza capace di tenere a

freno la licenza de' Nobili. Al primo momento di sospetto, la campana

del Campidoglio potea mettere in armi più di ventimila volontarj; ma il

tribuno e le leggi abbisognavano d'una forza più regolare e più stabile.

In ciascun porto della costa, venne collocato un naviglio incaricato di

proteggere il commercio. I tredici rioni della città somministrarono,

vestirono, e pagarono a proprie spese una milizia permanente di

trecensessanta uomini a cavallo, e di mille trecento fantaccini; e già

si ravvisa lo spirito delle repubbliche nel donativo di cento fiorini,

assegnato con decreto, come testimonianza dì pubblica gratitudine agli

eredi de' militari che pel servigio dello Stato avessero perduta la

vita. Senza timore di comparire sacrilego, il Rienzi adoperò le rendite

della Camera Appostolica alla pubblica difesa, alla istituzione di

pubblici granai, al sollievo delle vedove, degli orfani, e de' conventi

poveri. L'imposta sui fuochi, l'altra sul sale, e l'altra sulle dogane,

produceano ciascuna centomila fiorini annuali[305]; gli è forza credere

che gli abusi fossero giunti al massimo eccesso, se, come vien detto, la

giudiziosa assegnatezza del tribuno triplicò, in quattro, o cinque mesi,

la rendita della tassa sul sale. Dopo avere così riordinate le forze e

le rendite della Repubblica, il Rienzi intimò ai Nobili, che ne'

solitarj loro castelli continuavano tuttavia a godere independenza, di

trasferirsi al Campidoglio, per prestare ivi giuramento di fedeltà al

nuovo Governo, e di sommessione alle leggi del _Buono Stato_. Temettero

questi per la loro sicurezza, ma ben sentendo che un rifiuto sarebbe

stato anche più pericoloso dell'obbedienza, i Principi, e i Baroni

ritornarono a Roma, e come semplici e pacifici cittadini rientrarono

nelle proprie case. I Colonna, gli Orsini, i Savelli, e i Frangipani si

videro confusi dinanzi al tribunal d'un plebeo, di quel vil buffone che

aveano sì spesse volte deriso, alla quale umiliazione aggiugneasi la

rabbia di dover celare, senza averne la forza, l'interno dispetto. Egual

giuramento fu pronunziato a mano a mano dalle diverse classi della

società, dal Clero e dagli agiati cittadini, dai giudici e dai notai,

dai mercanti e dagli artigiani. L'ardore e la sincerità delle giurate

cose, vie più manifestavasi a proporzione dell'avvicinarsi alle ultimi

classi. Tutti giurarono di vivere e di morire in seno della Repubblica e

della Chiesa, l'interesse della quale il Tribuno ebbe l'arte di

collegare al proprio, chiamando per formalità suo collega nella carica

il Vescovo d'Orvieto, Vicario del Papa. Gloriavasi il Rienzi di avere

liberati il trono e il Patrimonio di S. Pietro da un'aristocrazia di

ribelli, e Clemente VI, rallegrandosi per allora di vedere depressi i

Nobili, mostrava di credere alle manifestazioni d'affetto che gli

venivano per parte del Riformatore, di averne per accetti i servigi e di

confermare la podestà che il popolo gli avea conferita. Un intensissimo

zelo per la purezza della Fede animava le parole, e forse il cuore del

Rienzi; lasciò credere accortamente che lo Spirito Santo lo avesse

incaricato di una missione soprannaturale, condannò a gravi multe

pecuniarie coloro che non adempirebbero il dovere annuale della

Confessione e della Comunione, si diede con opera indefessa e vigorosa a

mantenere la felicità spirituale e temporale del fedele suo popolo[306].

Non si è forse mostrata giammai con tanto vigore la forza del carattere

di un sol uomo, come nel subitaneo cambiamento politico, benchè

passeggiero, che il tribuno Rienzi operò. Egli sottomise un covazzo di

banditti alla disciplina d'un esercito, o d'un convento; paziente

nell'ascoltare, pronto nel render giustizia, inesorabile nelle

punizioni. Facilmente poteano avvicinarsi a lui il povero e lo

straniero. Nè la nascita, nè le dignità, nè le immunità della Chiesa

valevano a salvare un reo, o i complici del reo. Aboliti in Roma gli

edifizj privilegiati, e tutti quegli asili che impacciavano ne' loro

atti gli ufiziali della giustizia, adoperò il ferro e il legno de'

distrutti cancelli alle fortificazioni del Campidoglio. Il vecchio padre

dei Colonna, che avea nel proprio palagio dato asilo a un colpevole,

soggiacque al duplice obbrobrio di averlo voluto salvare e di fare

scorgere la sua impotenza. In vicinanza di Capranica erano stati rubati

un mulo e un vaso d'olio. Il Signor del Cantone, che apparteneva alla

famiglia Orsini, fu condannato a pagare il valore del mulo e dell'olio,

ed inoltre un'ammenda di cinquecento fiorini, per non avere mantenuta

ben difesa la strada; nè la persona de' Baroni, meglio delle lor case o

terre, sottraevasi al rigor delle leggi. O fosse caso, o il facesse ad

arte, Rienzi usava eguale severità ai Capi delle opposte fazioni. Pietro

Agapito Colonna, stato Senatore di Roma, fu arrestato in mezzo alla

strada per un'ingiustizia commessa, o per debiti; e Martino degli Orsini

che ad altri atti di violenza e rapina aggiunse quello di predare un

naviglio naufragato alla foce del Tevere, dovette riparare colla sua

morte l'oltraggio fatto alla pubblica giustizia[307]. Nè il nome di lui,

nè la porpora di due zii Cardinali, nè un maritaggio di recente

contratto, nè lo stato di convalescenza, in cui trovavasi dopo una

mortale infermità, furono circostanze atte a smovere l'inflessibile

Tribuno, che volendo dare un esempio, avea scelta già la sua vittima. I

pubblici ufiziali strapparono dal suo palagio e dal suo letto nuziale

Martino; breve ne fu il processo, e fuor d'ogni dubbio apparve

l'evidenza dei commessi delitti; la squilla del Campidoglio adunò il

popolo; il reo, spogliato del suo manto, ginocchione, e colle mani

legate dietro la schiena, ascoltò la sua sentenza di morte; poscia,

concedutigli brevi momenti per confessarsi, venne condotto al patibolo.

D'indi in poi, qualunque reo, perdendo ogni speranza di evitare il

castigo, quanti eranvi scellerati, partigiani del disordine e oziosi,

purificarono colla loro fuga i recinti e il territorio di Roma. «Allora,

dice il Fortifiocca, le foreste si allegrarono per non essere più dai

masnadieri infestate; i buoi ripigliarono i lavori dell'agricoltura; i

pellegrini tornarono a visitare le chiese; le strade maestre e i

pubblici alberghi si empierono di viaggiatori; il commercio,

l'abbondanza, la buona fede ricomparvero ne' mercati, talchè una borsa

piena di oro poteasi lasciar con sicurezza in mezzo ad una strada la più

frequentata». Quando i sudditi non hanno motivo di temere per le proprie

vite e sostanze l'industria e le ricchezze che la compensano, risorgono

ben tosto di per sè stesse. Roma si manteneva sempre le Metropoli del

Mondo cristiano, e gli stranieri che dalla felice amministrazione del

Tribuno erano stati protetti, ne magnificavano per ogni dove la fortuna

e la gloria.

Incoraggiato dal buon successo de' primi divisamenti, il Rienzi concepì

un'idea anche più vasta, ma forse chimerica di per sè stessa; quella di

unire i diversi Stati dell'Italia, fossero principati, o città libere,

in una Repubblica federale, in cui Roma tenesse, come altre volte, e

giustamente, il primo grado. Non meno eloquente negli scritti che ne'

discorsi, incaricò di numerose sue lettere diversi messaggieri fedeli e

solleciti, che portando in mano un bianco bastone, attraversavano i

boschi e le montagne, e venivano, anche presso i paesi nemici,

riguardati com'uomini insigniti del sacro carattere di ambasciatori.

Fosse adulazione, o verità, raccontarono, tornando dal loro viaggio, di

aver trovati gli orli delle strade piene di prostrate turbe, che

imploravano al loro cammino un buon successo dal Cielo. Se le passioni

fossero state capaci di ascoltar la ragione, se l'interesse pubblico

avesse potuto trionfare del privato, certamente l'Italia confederata e

retta da un Tribunale supremo, si sarebbe riavuta dai mali che le sue

discordie intestine le aveano apportati, e avrebbe chiuse le Alpi ai

Barbari del Settentrione. Ma l'epoca favorevole ad una tale unione era

trascorsa; e se Venezia, Firenze, Siena, Perugia, e alcune città di

minor ordine offersero al _Buono Stato_ la vita e le sostanze de' lor

cittadini, i tiranni della Lombardia e della Toscana non poteano che

disprezzare, o abborrire il plebeo che era pervenuto a fondare una

libera costituzione. Però le risposte che vennero e dalle une e dalle

altri parti d'Italia, abbondavano di manifestazioni di amicizia e di

riguardo al Tribuno. Nè andò guari che il Rienzi ricevè gli ambasciatori

dei Principi e delle Repubbliche, e in mezzo a tanto concorso di

stranieri, e con tutti quelli coi quali o per affari, o per piacere

conversò il notaio plebeo, seppe mantenere il contegno or maestoso, or

nobilmente affabile che ad un Sovrano si addice[308]. L'istante più

glorioso del suo regno si fu allor quando Luigi, Re d'Ungheria, invocò

la giustizia del Tribuno contro la cognata, Giovanna, Regina di Napoli,

accusata di aver commesso al capestro il marito[309]. Il processo di

questa Sovrana venne solennemente a Roma agitato; ma dopo avere uditi

gli avvocati d'ambe le parti[310], il Rienzi ebbe il senno di differire

ad altro tempo la decisione di un sì alto affare, che la spada

dell'Ungarese non tardò poi a conchiudere. Oltre le Alpi, e soprattutto

ad Avignone, questo grande cambiamento di cose eccitò curiosità,

sorpresa ed applausi. Rammentando che il Petrarca era vissuto in

intrinsechezza col Rienzi, e lo avea fors'anche confortato co' suoi

consigli, non troveremo cosa maravigliosa, se gli scritti pubblicati dal

Poeta in que' giorni spirano per ogni dove ardore di patriottismo e di

gioia; il rispetto ch'egli professava al Pontefice, la gratitudine che

doveva ai Colonna, sparvero a fronte de' più sacri obblighi di

cittadino. Il Poeta laureato del Campidoglio approva la sommossa, ne

applaudisce l'Eroe, e in mezzo ad alcuni suggerimenti, e ad alcune paure

che trapelano nella sua _Epistola hortatoria_, annunzia alla Repubblica

belle speranze di una grandezza eterna, e sempre più luminosa[311].

Intantochè il Petrarca alle sue visioni profetiche si abbandonava,

rapidamente declinavano la fama e il poter del suo Eroe. Il popolo che

avea contemplata ammirando l'ascensione della meteora, incominciava ad

accorgersi delle irregolarità che essa dava a diveder nel cammino, e

delle ombre che spesse volte ne oscuravano lo splendore. Più eloquente

che giudizioso, più intraprendente che risoluto, il Rienzi non

assoggettava, quanto avrebbe dovuto, le facoltà della sua mente

all'impero della ragione, ed esagerava sempre in proporzione decupla a

sè medesimo e gli argomenti della speranza e que' del timore; onde la

prudenza che non avrebbe di per sè sola bastato ad innalzarlo a sì alto

grado, non si prese cura di mantenervelo. Giunto all'apice della

grandezza, le sue buone qualità presero insensibilmente l'indole di que'

vizj che confinano con ciascuna virtù.

La giustizia di lui tralignò in crudeltà, la liberalità in profusione,

il desiderio di fama in ostentazione e vanità puerile. Egli avrebbe

dovuto non ignorare che i primi Tribuni, tanto forti e sacri nella

pubblica opinione, non diversi nel tuono, nelle vesti, nel contegno da

un qualunque altro plebeo, da questo si distinguevano solo allora, che

adempiendo gli atti del proprio ufizio, trascorreano la città a piedi,

accompagnati da un solo _viator_, o sergente[312]. Si sarebbero sdegnati

i Gracchi, o forse non avrebbero frenate le risa in veggendo il lor

successore attribuirsi i predicati di SEVERO E MISERICORDIOSO,

LIBERATORE DI ROMA, DIFENSORE DELL'ITALIA[313], AMICO DEL GENERE UMANO,

DELLA LIBERTÀ', DELLA PACE E DELLA GIUSTIZIA; TRIBUNO AUGUSTO. Con un

apparecchio teatrale il Rienzi avea preparato il cambiamento politico

della sua patria; ma di poi, abbandonatosi al lusso e all'orgoglio,

abusò della politica massima che consiglia di parlare ad un tempo agli

occhi e all'animo della moltitudine. Avea ricevuti tutti i doni esterni

dalla natura[314]; ma l'intemperanza col farlo divenire troppo pingue,

lo sformò; sol con una gravità e severità ostentate correggea in

pubblico la sua propensione al riso smodato. Vestiva, almeno ne' giorni

di gala, un abito di velluto, o di raso di varj colori, foderato di

pelliccia e ricamato d'oro: il bastone della sua magistratura che tenea

in mano, era uno scettro d'acciaio tratto ad estrema pulitura,

sormontato da un globo e da una Croce d'oro, che racchiudeva un pezzetto

della vera Croce. Allorchè trascorrea la città, od assisteva ad una

processione, cavalcava un bianco palafreno, simbolo del Governo regio;

gli sventolava sopra la testa il grande stendardo della Repubblica, su

di cui erano dipinti il Sole in mezzo ad un campo di stelle, una colomba

e un ramo d'olivo; gettava alla plebe piastre d'oro e d'argento;

cinquanta guardie armate di labarde lo circondavano; lo precedea uno

squadrone di cavalleria fornito di timballi e di trombe d'argento

massiccio.

[A. D. 1347]

Il desiderio che manifestò di ottenere il grado di Cavaliere[315] diede

solennità all'abbiezione de' suoi natali, e invilì la dignità del suo

ufizio; oltrechè, col farsi armar cavaliere, divenne ad un tempo odioso

ai Nobili, fra i quali prendeva sede, e ai plebei che da lui si vedevano

abbandonati. Per una tal cerimonia, che dissipò le somme che rimaneano

nell'erario, fu posto in opera tutto quanto il lusso e le arti di quella

età potevano somministrare. Partitosi dal Campidoglio il corteggio, si

trasferì al palagio di Laterano, trovando per tutto il cammino e

decorazioni, e giuochi che ne festeggiavano il passaggio; l'Ordine

civile e il militare marciavano, ciascuno, sotto le proprie bandiere; le

matrone romane accompagnavano la moglie del Tribuno, e gli Ambasciatori

de' diversi Stati dell'Italia, presenti alla cerimonia, dovettero

certamente applaudire in pubblico, e deridere in loro cuore, una pompa

tanto nuova e bizzarra. Giunto la sera alla Chiesa e al palagio di

Costantino, congedò, ringraziandola la numerosa sua comitiva, e la

invitò per la festa della domane. Ricevette l'Ordine dello Spirito Santo

da un vecchio Cavaliere dopo la purificazione nel bagno. Nel compiere

questa cerimonia, più che con ogn'altro suo atto, il Tribuno disgustò e

venne in ira ai Romani per essersi valso dal vaso di porfido, d'onde,

giusta una ridicola tradizione, Costantino avea per opera del Pontefice

Silvestro ricevuto il risanamento dalla lebbra che lo affliggea[316].

Osò indi vegliare, o piuttosto dormire, nel recinto sacro del

battistero; ed un caso fortuito avendo fatto cadere il suo letto

solenne, venne tratto da ciò il presagio della sua vicina caduta. Nel

seguente giorno, allorchè i Fedeli si adunavano per le cerimonie del

culto, si mostrò alla folla in maestoso atteggiamento, vestito di

porpora, colla spada e cogli speroni d'oro. Giuntane ad estremo grado la

stoltezza e l'audacia, interruppe i Santi Misteri, alzandosi dal trono,

e fatti alcuni passi verso l'Assemblea, ad alta voce gridò. «Noi

intimiamo al Pontefice Clemente di comparire al nostro Tribunale; gli

comandiamo di risedere nella sua diocesi di Roma; la stessa intimazione

di presentarsi dinanzi a noi volgiamo al Collegio de' Cardinali[317], e

ai due pretendenti Carlo e Lodovico di Baviera, che si arrogano i titoli

d'Imperatori; ordiniamo parimente a tutti gli Elettori dell'Alemagna che

c'instruiscano con qual pretesto hanno usurpato il diritto inalienabile

del popolo romano, solo, antico e legittimo Sovrano dell'Impero[318]».

Sguainò indi la sua spada, vergine ancora, l'agitò per tre riprese verso

le tre parti del Mondo, e nel delirio che lo avea preso, per tre volte

esclamò: «E ciò ancor mi appartiene». Il Vescovo di Orvieto, Vicario del

Papa, voleva adoperarsi ad arrestare il corso di tutte queste pazzie; ma

una musica guerresca soffocava le sue deboli proteste; nè osò

autenticarle col togliersi dall'Assemblea; ma anzi terminata la

cerimonia, pranzò col suo collega Rienzi ad una tavola, fino a quel dì

riservata pel solo Pontefice. Fu apparecchiato un banchetto sullo stile

delle mense di cui un giorno i Cesari soleano presentare i Romani. Gli

appartamenti, i portici, i cortili del palagio di Laterano vedeansi

tutti ingombrati da tavole per gli uomini e per le donne di ogni grado:

un torrente di vino sgorgava dalle narici del cavallo di bronzo che

portava la statua del fondatore di Costantinopoli, e se d'alcuna cosa

difettava quel convito, difettava sol d'acqua: le cure presesi per il

buon ordine e la paura tennero in freno la popolare licenza. Venne indi

assegnato il giorno per l'incoronazione di Rienzi[319]. I più

ragguardevoli personaggi del Clero romano gli posero, l'un dopo l'altro,

sul capo sette corone di differenti metalli, che rappresentavano i Sette

Doni dello Spirito Santo: in tal guisa s'avvisava il Rienzi di seguir

l'esempio degli antichi tribuni! Spettacoli così straordinarj

ingannavano, o lusingavano il popolo, che nella soddisfatta vanità del

suo Capo credea soddisfatta la propria. Ma poichè anche nella vita

privata, si stolse dalle leggi della frugalità e dell'astinenza, i

plebei che sopportato aveano con pazienza il fasto de' Nobili, quello

del loro eguale mal tollerarono. La moglie, il figlio, lo zio del

Rienzi, barbiere di professione, serbando nondimeno ignobili modi,

aveano aperte case da Principi.

Così un semplice cittadino descrive in tuono compassionevole, e forse

con qualche compiacenza, l'umiliazione dei Baroni di Roma: «Comparivano

innanzi al Tribuno col capo scoperto, e colle braccia incrocicchiate sul

petto, e cogli occhi bassi; e oh come tremavano![320]». Fintantochè il

Rienzi contenne unicamente col freno della giustizia la popolazione,

fintantochè le sue leggi parvero essere quelle del popolo romano, la

coscienza costringeva i Nobili ad apprezzare quell'uomo, che detestavano

per orgoglio e per interesse; ma quando le stranezze del Tribuno fecero

sì ch'essi aggiugnessero all'odio il disprezzo, concepirono la speranza

di abbattere un potere, che non era più con egual vigore dalla

confidenza pubblica sostenuto. La comune sventura ridusse per qualche

tempo al silenzio la nimistà dei Colonna e degli Orsini, che si unirono

co' loro voti contra il Rienzi, e forse combinarono insieme i

divisamenti per perderlo. Venne in questo mezzo arrestato un masnadiere

che aveva attentato contro la vita del Tribuno; e, posto alla tortura,

accusò i Nobili, come suoi instigatori. Dacchè il Rienzi incominciò a

meritarsi il destino de' tiranni, ne prese parimente le massime e le

paure. Nello stesso giorno per tanto chiamò, sotto diversi pretesti al

Campidoglio, i suoi principali nemici, tra i quali si noveravano cinque

individui della famiglia Orsini, e tre della Colonna; ma in vece di

trovarsi invitati ad un consiglio, o ad una festa, si videro tenuti

prigionieri sotto la spada del dispotismo, o della giustizia; onde, o

innocenti, o colpevoli, il timore per loro dovette essere eguale. Lo

squillo della maggiore campana avendo adunato il popolo, vennero

accusati di una cospirazione contro la vita del Tribuno; e benchè vi

fosse fra i Romani chi deplorava la sciagura dei prigionieri, un solo

non ardì di sollevare una mano, nemmeno una voce, per sottrarre al

pericolo che le minacciava le teste dei primi Nobili di Roma. La

disperazione sosteneva in essi l'apparenza del coraggio; eglino

trascorsero fra le angosce in separate stanze la notte, e il venerabile

Eroe dei Colonna, Stefano, picchiando alla porta del suo carcere,

supplicò per più riprese le sentinelle perchè con una sollecita morte da

sì indegna schiavitù il liberassero. L'arrivo di un confessore e il

tintinnìo di una campana finalmente fecero ad essi manifesto il loro

destino. Il salone del Campidoglio, preparato all'uopo del sanguinoso

spettacolo, vedeasi tappezzato a rosso e a bianco. Cupa e severa

mostravasi la fisonomia del Tribuno; stavano apparecchiati colle scuri

in mano i carnefici; lo strepito delle trombe soffocava gli accenti che

i Baroni condannati avrebbero voluto volgere ai circostanti; ma in un

momento sì decisivo, lo stesso Rienzi non era men perplesso ed inquieto

de' suoi prigionieri: temea lo splendore dei loro nomi, il risentimento

delle famiglie, l'incostanza del popolo, i rimproveri dell'Universo;

laonde, dopo avere arrecato ad essi mortale oltraggio, potè entrare in

lui la speranza chimerica, che, perdonando, avrebbe ottenuto a sua volta

perdono; e pronunziò un'elaborata diceria assumendo il tuono di

cristiano e di supplichevole; chiamando sè umile ministro dei Corpi

comunali, si fece ad intercedere da questi suoi padroni la grazia de'

Nobili rei, offerendo la propria fede ed autorità, quali mallevadori

della buona condotta che tenuta avrebbero per l'avvenire. «Se la

clemenza de' Romani vi fa grazia, così volse ad essi il discorso, non è

egli vero che promettete di consagrare la vostra vita e le vostre

sostanze alla difesa del _Buono Stato_?». Soprappresi i Baroni da questa

inesplicabil clemenza, risposero con una inchinazione di capo, e

intantochè rinovavano il giuramento di fedeltà, giusta ogni credere,

formavano voti sincerissimi di vendetta[321]. Un sacerdote promulgò a

nome del popolo l'assoluzione loro; poi ricevettero il Pane Eucaristico

in compagnia del Tribuno; indi, dopo avere assistito ad un banchetto,

seguirono la processione; e per tal modo essendo stati adoperati senza

risparmio tutti i contrassegni spirituali e temporali di

riconciliazione, tornarono alle case loro insigniti de' nuovi titoli di

Generali, consoli e patrizj.

La ricordanza del pericolo corso, più che la gratitudine per la loro

liberazione, tennero per alcune settimane cheti gli Orsini e i Colonna;

ma finalmente i più poderosi di entrambe le famiglie, usciti di Roma,

innalzarono a Marino lo stendardo della sommossa. Riparate

affrettatamente le mura di questo castello, i vassalli si trasferirono

presso i loro Signori; chiunque, condannato in contumacia, non potea

sperare la protezion delle leggi, si armò contro il Magistrato; per

tutta la strada che conduce da Marino a Roma, venivano rubate le

mandrie, devastati i vigneti e i campi di biada; e il popolo accusava

Rienzi di quelle calamità che il governo di Rienzi gli avea fatto

dimenticare. Cotest'uomo, il quale faceva assai miglior comparsa dalla

tribuna che sul campo di battaglia, andò lento nelle provvisioni per

arrestare i ribelli, e quando cominciò a decretarne, questi aveano già

raccolti molti soldati e rendute inespugnabili le loro Fortezze. La

lettura di Tito Livio non avea conferito a Rienzi nè il sapere, nè il

valore di un Generale: ventimila Romani si videro costretti a tornar

addietro, privi di buon successo e di gloria, dall'assalto del castel di

Marino; il Tribuno intanto teneva a bada la sua vendetta or con pitture

che mostravano i nemici col capo volto, ora annegando allegoricamente

due cani; fossero almeno stati due orsi, giacchè egli intendeva di

alludere agli Orsini. Con ciò convincendo sempre più della sua

incapacità i ribelli, questi mandarono avanti con maggior vigore le loro

fazioni. Sostenuti in segreto da un grosso numero di cittadini, si

accinsero all'opera d'introdursi, fosse a viva forza, o per sorpresa,

entro Roma, conducendo seco quattromila fantaccini, e mille seicento

uomini a cavallo. Custodita accuratamente era la città; la campana a

stormo sonò tutta la notte. Le porte furono a vicenda guardate con

grande sollecitudine, ed aperte con incredibile audacia. Pur, dopo

qualche titubazione, gli armati esterni credettero opportuna cosa il

ritirarsi; e già le due prime divisioni di questo esercito si

allontanavano, allor che i Nobili del retroguardo, vedendo libero

l'ingresso di Roma, da un imprudente valore si lasciarono trasportare.

Felici nel successo di una prima scaramuccia, furono indi oppressi dal

numero de' Romani e senza remissione trucidati. Quivi perì Stefano

Colonna il Giovane, dal quale il Petrarca aspettava la restaurazione

dell'Italia. Prima di Stefano erano già caduti sotto il ferro nemico e

Giovanni, giovanetto che porgea grandi speranze, e Pietro, che dovette

augurarsi la tranquillità e gli onori della Chiesa, l'un figlio, l'altro

fratello, e un nipote di Stefano, e due bastardi della famiglia Colonna;

e il numero di sette, _le sette corone dello Spirito Santo_, chiamavale

Rienzi, fu compiuto dalle mortali angosce di un inconsolabil padre, del

vecchio Capo della Casa Colonna, che sopravvisse alla speranza e alle

sciagure della sua gente. Il Tribuno, per animare vie più le sue truppe,

immaginò un'apparizione e una profezia di S. Martino e di Bonifazio

VIII[323]. Nell'inseguire almeno i nimici, Rienzi dimostrò un coraggio

da eroe, dimenticando peraltro la massima degli antichi Romani che

abborrivano i trionfi nelle civili guerre ottenuti. Asceso il

Campidoglio, depose sull'altare la corona e lo scettro, millantando, nè

privo affatto di fondamento era un tal vanto, di aver troncata

un'orecchia, che troncar non poterono nè il Papa, nè l'Imperatore[324].

Ricusando, per sentimenti di bassa e implacabil vendetta, ai morti gli

onori della sepoltura, i corpi dei Colonna, ch'ei minacciava esporre

alla pubblica vista in un con quelli de' malfattori più abbietti,

vennero nascostamente sotterrati dalle religiose di lor famiglia[325].

Il popolo entrando a parte del cordoglio di queste pie vergini, e

pentitosi del proprio furore, detestò l'indecente gioia di Rienzi che

andò a visitare il luogo ove quelle illustri vittime avean ricevuta la

morte. Su quel terreno medesimo concedè al proprio figlio gli onori

della cavalleria: ciascun de' Cavalieri della sua guardia percosse con

lieve colpo il giovane neofito, e qui si stette tutta la cerimonia;

l'abluzione del novizzo, ridicola quanto inumana, fu fatta entro uno

stagno ancor tinto del sangue dei Nobili di Roma[326].

[A. D. 1437]

Un lieve indugio avrebbe salvati i Colonna; un mese dopo il suo trionfo,

il Rienzi venne scacciato da Roma. Imbriacato dalle sue vittorie, perdè

quelle poche virtù civili che gli rimanevano ancora, e le perdè senza

essersi acquistata la fama di un abile guerriero. Sorse contro di lui

una fazione ardita e vigorosa entro il recinto stesso di Roma, e quando,

in pubblica assemblea[327], pose i partiti per creare una nuova imposta

e per dar norme al governo di Perugia, trentanove Membri l'opinione di

lui combattettero. Si volle accusarli di perfidia e di corruzione, ma

respingendo questi l'accusa, e obbligando ad operare la forza per

iscacciarli di lì, gli dimostrarono che se la ciurmaglia lo sosteneva

ancora sul trono, disertato aveano dalla sua causa i più rispettabili

cittadini di Roma. Il Papa e i Cardinali, non mai lasciatisi abbagliare

dalle vane proteste del Rienzi, erano giustamente offesi dalla sua

insolente condotta; onde la Corte d'Avignone mandò in Italia un

Cardinale Legato, il quale, dopo una inutile negoziazione e due

parlamenti col Rienzi, lanciò una Bolla di scomunica che spogliava il

Tribuno del suo ufizio, qualificandolo co' nomi di ribelle, di sacrilego

e di eretico[328]. I pochi Baroni che allor rimanevano si trovavano

ridotti alla necessità di obbedire; l'interesse e la vendetta in quel

momento li legarono al servigio della Chiesa; ma rammentando la morte

tragica del Colonna, abbandonarono ad un uom di ventura il rischio e la

gloria del cambiamento che si tentava. Giovanni Pepino, Conte di

Minorbino nel Regno di Napoli[329], o per veri delitti, o per le sue

ricchezze era stato condannato ad un perpetuo carcere; e il Petrarca che

aveva sollecitato per la liberazione del prigioniero, contribuì

indirettamente, e senza volerlo, alla perdita dell'amico. Con

cencinquanta soldati introdottosi destramente in Roma il Minorbino, si

trincerò entro il rione dei Colonna, e pervenne senza fatica a termine

di una impresa che era stata giudicata impossibile. Dal primo istante di

pubblico sospetto, la campana del Campidoglio non interruppe il suo

tintinnìo; ma in vece di accorrere a questo così noto segnale, il popolo

si tenne silenzioso e tranquillo, onde il pusillanime Tribuno, versando

lagrime all'aspetto della pubblica ingratitudine, rassegnò il Governo e

abbandonò il palagio di Stato.

[A. D. 1347-1354]

Il Conte Pepino senza l'uopo di sguainare la spada, restaurò la Chiesa e

l'aristocrazia; si nominarono tre Senatori, primo de' quali fu il

Legato, gli altri vennero scelti nelle famiglie rivali dei Colonna e

degli Orsini. Abolite tutte le instituzioni del Tribuno, ne fu

proscritta la testa. Nondimeno il nome di lui pareva tuttavia sì

formidabile, che i Baroni stettero perplessi tre giorni prima di farsi

coraggio ad entrare in città. Il Rienzi si trattenne più d'un mese nel

Castel S. Angelo, d'onde tranquillamente si ritirò dopo essersi

adoperato indarno a ridestare il coraggio e l'antica affezione de'

Romani. Dileguatasi la lor chimera d'impero e di libertà, mostraronsi

tanto inviliti, che sarebbero stati pronti ad abbandonarsi di proprio

grado alla servitù, purchè tranquilla e ben regolata. Appena

accorgendosi che l'autorità de' nuovi Senatori derivava ad essi dalla

Santa Sede, non vedeano, che per riformare la Repubblica, quattro

Cardinali avevano ricevuta una podestà da dittatori. Roma fu una seconda

volta agitata per le sanguinose querele de' Baroni, che si abborrivano

l'un l'altro, e disprezzavano le Comuni. Le lor Fortezze e nelle città e

nelle campagne vennero rialzate, e di nuovo ancor demolite: e i

tranquilli cittadini somigliavano, dice lo Storico fiorentino, ad un

gregge di pecore, che i rapaci lupi divoransi. Ma quando finalmente

l'orgoglio e l'avarizia de' Nobili ebbero stancata la pazienza de'

Romani, una Confraternita della Beata Vergine protesse, e vendicò la

Repubblica. Sonò a stormo la campana del Campidoglio; i Nobili armati

tremarono innanzi ad una moltitudine d'inermi cittadini; il Colonna, uno

di que' Senatori, ebbe a ventura di salvarsi, scalando una finestra del

palagio; il suo collega Orsini morì lapidato a pie dell'Altare. Due

plebei, Cerroni e Baroncelli, tennero successivamente il pericoloso

ufizio di Tribuni. La mansuetudine del Cerroni rendendolo poco atto a

sostenere un sì grave peso, dopo alcuni deboli sforzi si ritirò con una

fama incontaminata, e con un onesto patrimonio, a godere pel rimanente

della sua vita le delizie de' campi. Il Baroncelli, privo di eloquenza e

di sublimità d'ingegno, per fermezza d'animo si segnalò. Tenendo però

discorsi patriottici, correa sulle tracce dei tiranni; ogni sospetto che

costui concepiva fruttava morte a chi ne era lo scopo, e a lui parimente

fruttarono morte le sue crudeltà. In mezzo a tanti pubblici disastri, i

falli del Rienzi vennero dimenticati, e i Romani si augurarono la pace e

la prosperità del _Buono Stato_[330].

Dopo un esilio di sette anni, il primo liberatore di Roma venne alla sua

patria restituito. Salvatosi dal Castel Sant'Angelo, sotto panni di

frate, o di pellegrino, corse ad implorare l'amicizia del Re d'Ungheria

che in Napoli allora regnava; nè avea intanto mancato di eccitare

l'ambizione di tutti i venturieri coraggiosi, ne' quali a mano a mano

scontrossi; era anche tornato a Roma, confuso tra la folla de'

pellegrini del Giubbileo; indi nascostosi fra gli eremiti

dell'Appennino, avea poscia errato per le città dell'Italia,

dell'Alemagna e della Boemia. Niun lo vedea, ma il suo nome inspirava

ancora terrore; e le angosce in cui stavasi la Corte di Avignone,

provano il merito personale di cotest'uomo, o giovano fors'anche a

supporlo maggiore che nol fosse di fatto. Uno straniero che aveva

ottenuta udienza da Carlo IV, ebbe il coraggio di manifestarsi per il

Tribuno della romana Repubblica, e fece attonita un'Assemblea di

Ambasciatori e di Principi coll'eloquenza di un patriotta, colle narrate

visioni profetiche, coll'annunzio della prossima caduta dei tiranni e

del Regno dello Spirito Santo[331]; ma di qualunque genere si fossero le

speranze che confortarono il Rienzi a manifestarsi, certamente altro non

si guadagnò che di essere custodito qual prigioniero; nondimeno sostenne

il suo carattere d'independenza e di dignità, mostrando di secondare,

come per propria scelta, l'ordine espresso del Pontefice che ad Avignone

il volea. Se la mala condotta tenuta da esso nel tribunato aveva

allontanato da lui l'animo del Petrarca, la sventura dell'amico presente

riaccese la fervida sollecitudine del Poeta, che si dolse acerbamente,

perchè il liberatore di Roma venisse in tal modo dall'Imperatore di Roma

consegnato al Vescovo di Roma. Il Rienzi fu condotto lentamente, ma con

sicura scorta, da Praga ad Avignone, ove fece il suo ingresso a guisa di

un malfattore; condotto in carcere, vi fu incatenato per una gamba; e

quattro Cardinali ricevettero l'ordine di esaminarlo su i delitti di

eresia e di ribellione, de' quali veniva accusato. Ma il processo e la

condanna del Rienzi avrebbero chiamata l'attenzione pubblica sopra tali

argomenti, che prudente cosa era di lasciare sotto il vel del mistero;

la supremazia temporale de' Papi, il dovere della residenza in Roma, i

privilegi civili ed ecclesiastici del Clero e del popolo romano. Il

Pontefice regnante in allora, ben meritevole del nome suo di _Clemente_,

sentì compassione per le sventure, stima per la grandezza d'animo del

prigioniero; e crede inoltre il Petrarca ch'ei rispettasse in quest'uomo

straordinario il nome e il sacro carattere di Poeta[332]. Divenuta più

mite la prigionia del Rienzi, gli vennero conceduti libri; sicchè in

Tito Livio e nella Bibbia che studiò assiduamente cercò la cagione e il

conforto nelle proprie sventure.

[A. D. 1354]

Solamente sotto il Pontificato d'Innocenzo VI, il Rienzi potè sperare

libertà e risorgimento, essendo la Corte di Avignone venuta in sentenza,

che codest'uomo, altra volta sì fortunato nel ribellare, fosse quanto vi

volea in quel momento per acchetare e tor di mezzo l'anarchia della

Metropoli. Dopo avere la ridetta Corte obbligato il Rienzi a prometterle

fedeltà, lo spedì in Italia col titolo di Senatore; ma la morte del

Baroncelli in quel punto sopravvenuta, rendè per poco inutile la

missione; che anzi il Legato, Cardinale Albornoz[333], uom versatissimo

nella politica, gli permise a contraggenio e senza somministrargli

soccorsi, di continuare in tale impresa piena di rischio. Ciò nondimeno

il Rienzi fu accolto sulle prime con quanto favore uom poteva augurarsi;

si ebbe per una pubblica festa il dì del suo ingresso; nè tardò colla

facondia del dire e colla prevalenza che tuttavia possedea a far

risorgere le leggi del _Buono Stato_; ma i vizj, così di lui come del

popolo, ben presto coprirono di nubi un'aurora sì bella. Oh quante volte

in Campidoglio ha dovuto augurarsi la prigionia di Avignone! Dopo

un'amministrazione di quattro mesi, morì trucidato in una sommossa, che

i Baroni romani avevano suscitata. Nel conversare, dicesi cogli Alemanni

e co' Boemi, ne abbracciò i costumi d'intemperanza e di crudeltà; le

sciagure ne aveano snervato l'entusiasmo senza invigorirne la virtù, o

la ragione; a quelle vivaci speranze della verde età, stategli un dì

presagio e certezza di buon successo, era in lui succeduta la fredda

inerzia della diffidenza e della disperazione. Tribuno, avea regnato con

un potere assoluto, ma sancito dalla scelta e dall'amor dei Romani.

Senatore, i cittadini non vedeano in esso che il servile strumento di

una Corte straniera, e intantochè a questi si rendeva sospetto, il

Principe lo abbandonò. L'Albornoz, in cui parea sola intenzione di

perderlo, si mantenne inflessibile nel negargli qualunque soccorso

d'uomini, o di danari. Rienzi, suddito, non osava più metter mano nelle

rendite della Camera Appostolica; e il primo sentor che diede di mettere

imposte, fu segnale di clamori e di sedizione. Nemmeno nell'adempire gli

atti della giustizia, evitò i rimproveri, per lo meno, d'uom crudele, e

spinto da personali considerazioni; sagrificò alla propria diffidenza

uno fra i più virtuosi cittadini di Roma; e allorquando fece eseguire la

sentenza di morte pronunziata contro un assassino da strada, che in

altri tempi gli avea somministrati danari, parve che il Magistrato o

troppo si dimenticasse, o troppo si ricordasse delle obbligazioni del

debitore[334]. Una guerra civile che ridusse a stremo il suo erario,

stancò finalmente la pazienza de' cittadini; mentre i Colonna, rinchiusi

nel lor Castello di Palestrina, non si stavano dal commettere ostilità,

i mercenarj del Rienzi incominciarono ad avere a vile un Capo che

mostravasi geloso fin d'ogni merito secondario. Quest'uomo offerse,

durante l'intera sua vita, un miscuglio bizzarro di eroismo e di viltà.

Nell'atto che una furiosa moltitudine assaliva il Campidoglio, e gli

ufiziali civili, e militari del Rienzi lo abbandonavano, in quel momento

il Senatore, intrepido, ebbe il coraggio di afferrare la bandiera della

libertà, e di mostrarsi al verone, d'onde pronunziò eloquentissima

aringa, a fine di commovere gli animi dei Romani, e farli convinti che

alla propria caduta quella si unirebbe della Repubblica. Ma le

imprecazioni e una grandine di sassi interruppe il suo dire; un dardo

gli trapassò una mano, dal quale istante si diede in preda ad

abbiettissima disperazione; e immerso nel pianto, fuggendo nel più

occulto angolo del suo palagio, nè ivi ancora credendosi sicuro, si

calò, col ministero d'un lenzuolo, in un cortile ove guardavano le

finestre del suo ultimo asilo, divenutogli carcere. Abbandonato da

qualsivoglia speranza, rimase ivi assediato fino alla sera, e

sintantochè le porte del Campidoglio fossero state distrutte dal fuoco,

e atterrate a colpi di azza. Il Senatore tentò fuggire sotto panni di

plebeo, ma ben presto riconosciuto, venne tratto sul gran terrazzo del

palagio, teatro fatale delle sue sentenze e delle loro esecuzioni. Privo

di voce e di moto, ignudo per metà, e quasi morto, rimase così un'ora in

mezzo alla moltitudine, di cui però erasi calmata la rabbia, fecendo

luogo alla curiosità e alla maraviglia; un estremo sentimento di

rispetto e di compassione parlava ancora negli animi a favore del

misero, e forse avrebbe vinto sull'odio, se un assassino più risoluto

degli altri non s'affrettava a piantargli un pugnale nel cuore. Il

Rienzi spirò in quel medesimo istante; il corpo di lui trapassato da

mille colpi (ultimo sfogo della rabbia dei suoi nemici) venne

abbandonato pastura ai cani, e gli avanzi ne furono abbruciati. I

posteri porranno in bilancia, le virtù e i vizj di quest'uomo

straordinario; ma in un lungo periodo di anarchia e di servitù, spesse

volte il Rienzi è stato celebrato coi nomi di liberatore della sua

patria e d'ultimo cittadino romano[335].

[A. D. 1355]

Il primo e il più ardente fra i desiderj del Petrarca sarebbe stato la

restaurazione di una libera Repubblica; ma dopo l'esilio e la morte del

suo eroe plebeo, tornò a volger lo sguardo al Re dei Romani. Il

Campidoglio fumava ancora del sangue di Rienzi, allorchè Carlo IV,

scendea l'Alpi per farsi coronare Imperatore e Re d'Italia. Ricevè a

Milano la visita del Poeta, del quale contraccambiò con illusioni

l'adulazione; e accettò da esso una medaglia d'Augusto, promettendogli,

senza sorridere, che avrebbe imitato il fondatore della Monarchia

romana. Le speranze del Petrarca sempre deluse derivavano da una falsa

applicazione dei nomi e delle massime dell'Antichità. Pure avrebbe

dovuto accorgersi come i caratteri e i tempi non fossero ancora i

medesimi, e quanto incommensurabile differenza disgiungesse il primo de'

Cesari da un Principe boemo innalzato dal favore del Clero al grado di

Capo titolare della germanica aristocrazia. Lungi ch'ei pensasse a

restituire a Roma l'antica gloria e le antiche province, Carlo avea,

mercè d'una segreta negoziazione, promesso al Papa di uscir di Roma il

dì medesimo che verrebbe coronato; onde nella sua non gloriosa ritratta

lo accompagnarono le rampogne del patriotta Poeta[336].

Il Petrarca che avea perduta ogni speranza del risorgimento della

libertà e dell'Impero, a meno sublimi voti si limitò, accingendosi a

riconciliare il Pastore col gregge, e a ricondurre nella sua antica e

vera diocesi il Vescovo di Roma. Nè il suo zelo in ordine a ciò fu mai

veduto affievolirsi; e nel fervore della gioventù, e quando ebbe

acquistata la prevalenza degli anni, non si stette dal volgere

successivamente a cinque Pontefici le sue esortazioni, e l'eloquenza del

medesimo era dal sentimento, e dalla franchezza di una nobile libertà,

sempre animata[337]: figlio di un cittadino di Firenze, preferì in ogni

istante il paese che gli avea data la vita a quello cui la propria

educazione dovea; l'Italia agli occhi del Petrarca fu mai sempre la

regina delle nazioni e il giardino del Mondo. Certamente, ad onta delle

sue fazioni domestiche, essa avea progredito nell'arti e nelle scienze,

nella ricchezza e nella civiltà più della Francia; ma non fu poi tale

fra lo stato delle due nazioni la differenza, che ne venisse un diritto

al Petrarca di qualificare, siccome barbare, tutte le genti poste di là

dall'Alpi. Intanto che facea segno all'odio suo ed ai disprezzi

Avignone, la mistica Babilonia, ricettacolo secondo lui di tutti i vizj

e d'ogni genere di corruttela, dimenticava, che questi scandalosi vizj

non erano produzione indigena del suolo di Francia, ma venuti in

compagnia del potere e del lusso della Corte dei Papi. Egli confessa per

vero che il successore di S. Pietro è il Vescovo della Chiesa

universale; ma soggiunge che l'Appostolo, non sulle rive del Rodano, ma

su quelle del Tevere avea posta la sua residenza, nè può comportare, che

mentre tutte le città del Mondo cristiano s'allegravano della presenza

del loro Vescovo, la sola Metropoli rimanesse solitaria e deserta. Dopo

la traslocazione della Santa Sede, i sacri edifizj di Laterano, del

Vaticano, i loro altari, i lor Santi languivano inviliti ed ignudi; e

come se l'offrire il ritratto d'una moglie vecchia, piangente e oppressa

dalle infermità e dalla vecchiezza, agli occhi di un volubil marito

fosse modo opportuno a ricondurglielo fra le braccia, il Petrarca solea

dipingere Roma sotto la figura di una desolata matrona[338]; ma la

presenza del Sovrano legittimo dovea dissipare le nubi che coprivano i

Sette Colli; un'eterna gloria, la prosperità di Roma, la pace

dell'Italia sarebbero state la ricompensa di quel Pontefice che avesse

osato formare questa generosa risoluzione. Di cinque Papi, ai quali osò

volgere tali conforti il Petrarca, i tre primi, Giovanni XXII, Benedetto

XII e Clemente VI, o se ne presero spasso, o fors'anche se ne

annoiarono; ma finalmente Urbano V tentò un sì memorabile cambiamento,

che da Gregorio XI fu messo a termine. Questi due Pontefici incontrarono

ostacoli pressochè insuperabili all'adempimento di un simil disegno. Un

Re di Francia, che meritò il soprannome di Saggio, non volea sciogliere

i Papi dalla soggezione in cui teneali l'obbligo di soggiornare nel

centro del territorio francese; nativi di questa contrada erano la

maggior parte de' Cardinali, affezionati alla lingua, ai costumi e al

clima d'Avignone, ai magnifici loro palagi e soprattutto al vin di

Borgogna. Riguardavano l'Italia, come un paese straniero e nemico; onde

quando s'imbarcarono a Marsiglia, il fecero con tal ripugnanza, come se

fossero stati banditi, o venduti in Terra infedele. Urbano V visse per

tre anni in sicurezza e in modo onorevole nei Vaticano; vide protetta la

propria dignità da una guardia di duemila uomini a cavallo, e ricevette

quivi le congratulazioni del Re di Cipro, della Regina di Napoli, e

degl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente; ma ben tosto la gioia del

Petrarca e degl'Italiani fece luogo al dolore e allo sdegno. Mosso da

motivi di pubblica o di privata utilità, dai desiderj o proprj, o dei

Cardinali, Urbano tornò in Francia, e la vicinissima elezione del suo

successore vedeasi sciolta dalla tirannide patriottica de' Romani. Però

le Potenze celestiali in soccorso di questi si adoperarono; una santa

pellegrina, Brigida di Svezia, che disapprovava la partenza di Urbano,

gli predisse la morte. Santa Catterina da Siena, la sposa di Gesù Cristo

e la messaggera de' Fiorentini, eccitò Gregorio XI a ritornare a Roma; e

parve che gli stessi Pontefici, questi grandi fautori dell'umana

credulità[339], fossero persuasi delle visioni di una tal donna[340].

Non è però da tacersi che particolari ragioni autenticavano sì fatti

avvisi del Cielo. Una banda di scorridori nemici entrati in Avignone

aveano arrecato oltraggio alla Santa Sede; l'intrepido Capo che la

conducea, pretese dal Vicario di Gesù Cristo e dal Sacro Collegio il

pagamento di un riscatto, ed assoluzione ad un tempo; la qual massima

de' guerrieri francesi che risparmiavano il popolo e spogliavano le

chiese, era una nuova eresia pericolosissima per le sue

conseguenze[341]. Intantochè questi motivi consigliavano il Pontefice ad

abbandonare Avignone, Roma ne sollecitava ardentemente il ritorno. Il

Senato ed il popolo lo riconosceano qual legittimo loro Sovrano, gli

offerivano le chiavi delle porte, de' ponti e delle Fortezze, almeno in

quanto spetta al rione transteverino[342]; ma protestavano in uno di non

poter più sopportare lo scandalo della sua lontananza e i disastri che

ne derivavano, nè nascondeano che, quando egli si fosse ostinato a

rimanere sulle sponde del Rodano, si sarebbero veduti alla necessità di

richiamare in vigore e sostenere l'antico loro diritto di elezione. Già

era stato chiesto all'Abate di Monte Cassino che godea tanta rinomanza e

presso il popolo e presso il Clero, se avrebbe accettata la tiara[343];

e il venerabile Ecclesiastico[344], aveva risposto: «Son cittadino di

Roma, e il mio primo dovere è quello di obbedire alla voce del mio

paese»[345].

[A. D. 1378]

Se la superstizione fosse competente ad indagare le cagioni delle morti

immature[346], se gli eventi dessero norma a giudicare il merito delle

azioni, dovrebbe credersi che l'espediente preso dalla Corte Pontificia,

tanto ragionevole e provvido di per sè stesso, fosse stato una

disobbedienza ai voleri del Cielo. Gregorio XI morì quattordici mesi

dopo il suo ritorno al Vaticano, e venne dietro a tal morte il grande

scisma che per oltre a quarant'anni tenne divisa la Chiesa. Composto in

quel tempo di ventidue Cardinali il Sacro Collegio, sei di questi erano

rimasti ad Avignone; undici Francesi, uno Spagnuolo, e quattro Italiani,

entrarono, seguendo le ordinarie forme, in Conclave, ed essendovi ancora

la legge che prescrive di scegliere il Papa fra i Cardinali, venne, con

unanimità di voti, acclamato Sommo Pontefice l'Arcivescovo di Bari,

suddito del Regno di Napoli, e uomo ragguardevole per zelo e sapere, che

assunse il nome di Urbano VI. La lettera del Sacro Collegio ne attesta

libera e regolare l'elezione, ed inspirato, come d'ordinario, dallo

Spirito Santo il Corpo degli Elettori. Effettuatasi nel consueto modo la

cerimonia dell'adorazione, dell'investitura e della coronazione, Roma e

Avignone obbedirono alla potestà temporale di Urbano VI, alla supremazia

ecclesiastica del medesimo, il Mondo latino. Per più settimane

continuarono i Cardinali ad assembrarsi intorno di lui, largheggiandogli

delle più vive proteste di affezione e di fedeltà. Ma non appena i

calori della state diedero a questi un pretesto convenevole per partirsi

da Roma, ad Anagni e a Fondi si congregarono; ove con sicurezza, e

gettata la maschera, rendettero solenne la lor doppiezza ed ipocrisia.

Scomunicato l'_Anticristo_ di Roma, così allora chiamarono Urbano,

procedettero ad una nuova scelta, il cui favore cadde sopra Roberto da

Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, e venne annunziato dal Sacro

Concistoro alle genti, come il Vicario legittimo di Gesù Cristo.

Chiarirono forzata, illegale, nulla di diritto, e dettata dalle minacce

de' Romani e dal timor della morte la prima elezione; querela però che

da alcune circostanze verisimili sembra giustificata. I dodici Cardinali

francesi, unendo in sè oltre a due terzi de' suffragi ed essendo quindi

padroni della elezione, non par presumibile, qualunque fosse la natura

delle intestine loro dissensioni, che avessero liberamente sagrificati i

proprj interessi e diritti a favore di uno straniero, la cui nomina

dovea rendere certo e perpetuo l'allontanamento loro dalla patria. I

racconti diversi, ed anche contraddittorj de' contemporanei[347], quali

più, quali meno, confermano il sospetto di una popolare violenza.

Proclivi per natura alla licenza e alla sedizione i Romani, a queste

aggiugneano allora uno stimolo la coscienza de' loro diritti, e la paura

di un'altra migrazione. Trentamila ribelli, dicesi, che assediavano il

Conclave, colle loro minacce lo intimorirono; le campane di S. Pietro e

del Campidoglio sonarono a stormo. «La morte, o un Papa italiano» era il

grido universale. I dodici vessilliferi, o Capi de' rioni, in modo di

caritatevole avviso, lo ripetevano; si fecero alcuni apparecchi per

arder vivi i Cardinali refrattarj, e vedeasi grande probabilità, che se

la tiara fosse stata conferita ad un Francese, niun di questi uscisse

vivo dal Vaticano. Nè fu men forzata, continua a dirsi, la loro

dissimulazione durante alcune settimane che trascorsero dopo il

Conclave. Ma l'orgoglio e la crudeltà di Urbano li minacciava di

pericoli anche maggiori, nè tardarono a conoscere quanto pesasse questo

tiranno, sì freddamente atroce che diportavasi pel suo giardino

recitando il Breviario in mezzo ai gemiti di sei Cardinali assoggettati,

per suo ordine, alla tortura in una stanza vicina. Certamente con quel

suo inesorabile zelo gli avrebbe costretti ad adempiere i loro doveri

nelle parrocchie di Roma; e se, per sua mala ventura, non tardava la

promozione di nuovi Cardinali che avea meditata, i Cardinali francesi in

breve sarebbero stati in minor numero nel Sacro Collegio, e d'ogni

appoggio sforniti. Tali motivi e la speranza di rivalicare le Alpi, li

spinsero a turbare sconsigliatamente la pace e l'unità della Chiesa; e

le Scuole cattoliche continuano a disputare sulla validità della prima,

o della seconda elezione[348]. Vanità nazionale, anzichè sentimento del

proprio interesse, regolò, in questa bisogna, le deliberazioni della

Corte e del Clero di Francia[349]. Trascinate dall'esempio di questa

nazione la Savoia, la Sicilia, l'Isola di Cipro, l'Aragona, la

Castiglia, la Navarra e la Scozia, si posero dalla parte di Clemente

VIII, e morto esso, da quella di Benedetto XIII. Roma e i principali

Stati dell'Italia, l'Alemagna, il Portogallo, l'Inghilterra[350], i

Paesi Bassi e i Regni del Nort conobbero valida l'elezione di Urbano VI,

che ebbe Bonifazio IX, Innocenzo, e Gregorio XII per successori.

[A. D. 1378-1418]

Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e

spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu

turbato, e gran parte di questi mali, che da essi principalmente

divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo

alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato

d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni.

La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due

Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a

compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi

straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e

i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta

nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma

s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di

Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale,

co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a

parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri

gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i

Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso

intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma,

un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda

il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamava _Gonfaloniere_, o

General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la

scelta de' loro Magistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e

per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore;

profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue

divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una

guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e

gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la

conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto

la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli

attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o

certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].

[A. D. 1394-1407]

Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello

scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco

sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi

capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito

della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla

riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla

Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana,

erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per

sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste

saggiamente da banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle

ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti

inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la

tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà

di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le

nazioni ricusassero obbedienza[354] a quello fra i due competitori, il

quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la

proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede

vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè

si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata.

Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere,

nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo

eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti

che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli

scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle

fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per

quindici anni i disegni pacifici della Università di Parigi. Una

vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne

ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due

Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di

venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma,

chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi,

Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario,

detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior

successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai

Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante

fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere

la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la

residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un

eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne

risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire

alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e

spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione

della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad

un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi

rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono

animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far

procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono

intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo

innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di

loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura

che non può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti,

per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la

salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».

[A. D. 1404]

Finalmente l'ostinazione e gli artifizj de' due Pontefici stancarono la

pazienza del Mondo Cristiano; sicchè per ultimo ognun d'essi videsi

abbandonato dai proprj Cardinali, che a quelli della contraria fazione,

come ad amici loro e colleghi, si unirono; diffalta da una banda e

dall'altra, che una numerosa assemblea di Prelati e di Ambasciatori

sostenne. Il Concilio di Pisa, giusto egualmente verso entrambe le

parti, rimosse dal soglio e il Pontefice di Roma e quel d'Avignone. Ma

il nuovo Pontefice eletto ad unanimità dal Conclave, Alessandro V, morì

poco tempo dopo, ed essendogli stato immediatamente, e colle stesse

forme, dato per successore Giovanni XXIII, il più dissoluto di tutti gli

uomini, questa troppa fretta de' Francesi e degli Italiani, anzichè

spegnere lo scisma, fece sì che i pretendenti al Trono di S. Pietro, in

vece di due, fossero tre. Impugnati furono i nuovi diritti che il

Concilio di Pisa, e il Conclave che venne dopo di esso, si erano

attribuiti. I Re di Alemagna, di Ungheria e di Napoli parteggiarono per

Gregorio XII, la divozione e l'amor patriottico rendè favorevoli gli

Spagnuoli a Benedetto XIII, loro concittadino (Pietro De Luna).

Gl'inconsiderati decreti del Concilio di Pisa soggiacquero a riforma per

la convocazione del Concilio di Costanza; Concilio, ove l'Imperator

Sigismondo sostenne rilevantissima parte, come avvocato o protettore

della cattolica Chiesa; Concilio che pel numero e la dignità

degl'individui d'Ordine civile ed ecclesiastico, dai quali venne

composto, sembrò piuttosto l'adunata degli Stati generali d'Europa. Fra

i tre competitori, la prima vittima fu Giovanni XXIII, che imputato di

gravi colpe, tentò una fuga, ma venne ricondotto prigioniero; si

cercarono palliamenti alle più scandalose di tali accuse, perchè questa

volta il Vicario di Gesù Cristo non veniva incolpato di minori indegnità

che di pirateria, assassinj, stupri, incesto e sodomia; poi dopo avere

egli stesso riconosciuta giusta la sua condanna, espiò in un carcere

l'imprudenza d'essersi creduto sicuro in una città libera di là

dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si

era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in

mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata

dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per

vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore

imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di

Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un

onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso

dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu

lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario

Castello, due volte al giorno i reami ribelli, fattisi disertori della

sua causa. — Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di

Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro

Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono

aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio,

trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della

Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e

l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveano i Romani per

l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di

questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano.

Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i

voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione

il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico

trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno

dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul

Vaticano[357].

[A.D. 1417]

Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta,

diritto goduto per tre secoli dal Senato[358]; e dalle monete coniate

col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie

delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo,

d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da

Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse

importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. — 1. Il

contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la

molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i

Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città.

Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un

Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa,

assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire

sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il

riconobbero, allorchè la barca ove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma

gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona

artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la

città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte,

disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una

ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè

la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi

repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento

unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe

di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati

tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla

morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di

quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I

Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero

più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un

popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto,

gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a

sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che

era stata una fra le cagioni della sommossa. — 2. Sotto il pacifico

Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le

menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti

di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per

l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per

possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere

raccolte le sue forze militari entro le mura della Metropoli, e

provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla

propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele

avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla

sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che

niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana

cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i

successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo

viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal

suffragio degli alemanni Elettori.

Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de'

Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati

andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e

il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero

e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362].

Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva essere

dottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta

miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale,

al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di

nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a

severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in

questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano

tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi

con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di

broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più

leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano

almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in

banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento,

che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la

podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il

superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di

misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione

estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i due

_collaterali_, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle

leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i

processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano

coteste leggi, che sembra lasciassero campo alle querele private e alle

unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il

Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della

giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del

territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano

quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli

stendardi de' _Caporioni_ particolari, Capi di ciascun rione; e il primo

di questi Capi veniva distinto col grado e titolo di _Priore_. Il potere

legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee

generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro

predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre

classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra,

quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino

maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più

ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri

usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele

prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il

diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad

alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna;

le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via

di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano

in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile

indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo

collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a

mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580,

sotto il Pontificato di Gregorio XIII, e col consenso di questo

Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in

tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I

Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e

comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un

Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in

Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari

uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un

Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le

forme della Repubblica.

[A. D. 1453]

È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj

abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di

Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle

tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un

secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il

Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata,

possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio;

sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di

restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome

immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta

donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli

scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il

Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366] con cui viene dipinto

l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo

appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo

sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine,

pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a

prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo

ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a

difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva

colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo

Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le

vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom

traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato

ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime

infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i

divisamenti concetti; nè lungo tempo dovè aspettarla. In mezzo ai

giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo

attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione

generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco

punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo

a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra

obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore

della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei

Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non

pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei

diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi

partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane

intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il

giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della

Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in

mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il

contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e

in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante

acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi

di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa

tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo

tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento

soldati, e di quattrocento esuli, da lungo tempo avvezzi a sofferire e a

combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà

di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per

ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani,

giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa

e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare;

li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi

li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne

questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran

campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica».

Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il

Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove

assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi

un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un

armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore

l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e

moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia.

Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero

le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della

Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono

compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica

libertà[368]. Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la

loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è

veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali

sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il

più abbietto.

Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse

alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser

fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di

spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano

Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa

feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili

le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò

talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto

il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie

rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le

altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato

dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso,

Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le

sue alle vittoriose grida degli Orsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da

starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi

all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non

si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano;

e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la

moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato

ecclesiastico[370].

[A. D. 1500]

Le folgori spirituali[371] del Vaticano dipendono dalla forza che

l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla

ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora

nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla

violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo.

Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada

di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era

dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le

sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria

militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite

per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi

dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e

coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo

l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si

prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di

Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questa estesa e fertile

contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e

temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi

sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei

raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in

appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia

dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a

tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari

di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati

dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo

periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i

Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e

i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più,

eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia,

dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il

dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in

soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e

di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte

da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del

Settentrione e dell'Occidente, sotto gli stendardi di Carlo V,

distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e

Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed

ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una

disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del

possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e

riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte

l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre

offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per

cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de'

Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli

Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli

ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della

Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di

proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia,

pace e sommessione durate dalla metà del secolo decimosesto alla metà

del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e

dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo

rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro

il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino

allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai

nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi

del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza

soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà

e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni

de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente.

In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le

proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al

proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini

non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e

delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie

pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè

le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno

spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e

stagnante.

La dominazione temporale del Clero è sempre stato soggetto di censura a'

Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la

credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non

piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona

del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie,

trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure

calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe

dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non

soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe,

non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di

lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni

frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj

di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica,

privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere

grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro

alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de'

chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per

l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure

d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una

religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del

dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta

qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i

costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per

uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non

mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli

esempj di Pontefici degni di stare al paragone coi più grandi Potentati.

Il genio di Sisto V[377] si sollevò dall'oscurità di un convento di

Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e

di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli

scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378];

creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti

dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto

nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente

accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel

S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di

conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli

abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i

posteri di trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e

quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne

rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene

un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le

massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante

un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia,

dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione

dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto a me, che desidero morire in pace

con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non

offenderò volontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 · 第 14 / 26 题