CAPITOLO LXIX.

_Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale

de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di

Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori.

Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione

e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone.

Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli

Orsini._

[A. D. 1100-1500]

Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero

romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che

avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i

destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con

sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per

esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che

successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di

una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i

successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più

rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e

gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le

conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per

contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale

liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù.

Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e i suoi Cesari, nè

la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione

dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa

intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta

independenza. Il loro Vescovo divenne[161] il padre temporale e

spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le

geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare

costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai

sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo

clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il

medesimo[162]; la purezza del sangue romano, passato per mille estranei

canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la

rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del

carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene

degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere

quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende

politiche della _Città di Roma_, che si sommise all'autorità temporale

dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di

Costantinopoli.

[A. D. 800-1100]

Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i

Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il

trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna

conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso

del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la

Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo

luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i

successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si

contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia,

sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive

del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certa

distanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che

correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de'

lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili

emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e

le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica.

L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima

volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente

sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano

debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S.

Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato;

i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso

manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa

nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano!

Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di

Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio

di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione

degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle

monete del Papa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano

nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto

il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i

pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non

erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare

quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un

popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse

incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore

attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli

alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e

della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine

dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio

Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio;

sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro

partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la

lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere

imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi

dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa

sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma. L'Imperatore

avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su

l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il

Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe

straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a

divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non

dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna,

veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior

parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del

popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata

dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella

Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano

alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo.

Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il

dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i

più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il

diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima.

L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste

profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di

quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti

che erano reali e durevoli. Il nome di _Dominus_, o di Signore, vedeasi

scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto

con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma,

per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni,

avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla

città, o sul Patrimonio di S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi,

gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile

colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una

sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una

nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci

Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di

superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una

all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel

Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea

ottener sulla Terra. I vizj personali[167] dell'uomo poteano, egli è

vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli

scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più

pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di

ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e

i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo.

Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello

squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al

martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi

di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano,

creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso

fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che

vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno, inchinati a baciargli il

piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale

interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di

assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè

dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso,

traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che

la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune

mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande

numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non

poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi

discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma

una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva

il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della

Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che

lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come

civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti

nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano

sollecitati or con consigli, or con intimazioni i Vescovi e gli Abati

del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder

grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi

al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere

riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli,

spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia,

rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno

non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de'

clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173]

fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà

e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali

volgevansi all'utile de' Romani.

Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una

volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale.

Ma l'opera del pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata

dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per

coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de'

commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor

rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a

momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti

vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna

di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini,

senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor

ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione

è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri,

diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non

gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175] possono impadronirsi con

forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un

Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare

i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un

oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un

tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto,

che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore

le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i

rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de'

moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla

pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione,

esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla

violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti

avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo;

ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito,

venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli

Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli

stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo

Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de'

poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste

eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione

ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza

del loro Vescovo[176], che per effetto di ricevuta educazione e del suo

carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del

diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze

della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la

prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i

decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione

che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il

nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più

rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare

affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era

tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici

del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo

entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai

confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto

abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero

molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi

ai piedi del Santo Padre[177].»

[A. D. 1086-1305]

Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà

trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la

lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le

passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del

Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e

con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia

disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni,

e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie

bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli.

Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore

delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a

Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178] sostennero fino al

momento della loro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i

Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e

alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità,

vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il

racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol

suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole;

quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del

dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i

Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel

giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della

moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato

da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della

ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della

Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu

annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore

e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua,

trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi,

alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra

dinanzi al Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi.

Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande

ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un

esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le

acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era

stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto

aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono

l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio

Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave,

furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i

Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo,

afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli

risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal

guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una

sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del

Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto

a chiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole

impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo,

il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in

cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per

fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa

disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane,

vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e

mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di

S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura, _scossa la

polve delle sue scarpe_, _l'Appostolo_ si allontanò da quelle mura, fra

cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e

confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo

Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di

questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181].

Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal

narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra

il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in

arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia

da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo

vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti

del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli

Romani cavarono a questi gli occhi, risparmiando un tal barbaro

trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi

fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti

giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di

mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri

prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o

il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali

circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in

questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel

palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze

l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo

continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e

seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non

affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della

discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di

fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace

all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e

il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai

particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma

eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il

trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo

discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare

una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non

conosce dice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de'

Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile,

che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere

usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a

regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per

ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse

le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a

fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al

Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione,

gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano,

nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino

stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè

sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori;

insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se

chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi

nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e

la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica».

Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della

carità cristiana[183]; ma comunque bizzarro e tristo possa apparire, non

è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo

dodicesimo[184].

[A. D. 1140]

Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai

loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani

poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò

loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano

dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate,

avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di

ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria,

venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla

semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero

posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e

l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non

mai sollevatosi dagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito

di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella

dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I

suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e

dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi,

confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale,

onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità,

faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato

discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in

sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta

e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici

disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo

maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie

alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso

manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresia

_politica_ dovette la sua fama e tutte le sventure alle quali

soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non

appartenere a questo Mondo il suo regno, deducendone intrepidamente che

gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de'

laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare

ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di

rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie

de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per

metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma

per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a

chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche

tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine

diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta

a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole

dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188] nel Concilio generale

di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la

paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il

decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il

discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo,

oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era

stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa di

educazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una

libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano

talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un

secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu

nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il

quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da

Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del

Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo,

giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e

del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191]

avendo finalmente eccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il

nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato

partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò

lo stendardo della ribellione.

[A. D. 1144-1154]

Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da

prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò

eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando

nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del

Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano,

diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del

Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città.

Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro

diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i

Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì il _nome_ d'Imperatore, ma

a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo

spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo

spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al

Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano

usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto

parrocchie di Roma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi

senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e

atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle

spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia

ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè

il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di

dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel

Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più

intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in

questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e

che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò

dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale.

Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto

alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un

Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la

città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano

disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e

spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse

colpe col pentimento, e meritandosi l'assoluzione col bando del

sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la

imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al

riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi

della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe

coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e

i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di

continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a

rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica.

Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche

dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione,

essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un

individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro

nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione

de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per

impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il

martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi

d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero

gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un

soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta

dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di

esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmente alla scuola

d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la

Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle

scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la

giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più

particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe

degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava

la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.

[A. D. 1144]

L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e

nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano

restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due

Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici

plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del

popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si

dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna

volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma

tali titoli venivano conceduti dagl'Imperatori, avvero i possenti

cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado,

della lor dignità[198] e fors'anche delle pretensioni che avevano di

derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che

apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo,

e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della

Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del

Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di

alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente

forma ad una nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in

Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e

molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello.

L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che

con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una

cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben

combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù,

l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le

discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de'

suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea

proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere

il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200] Come

assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità

necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si

abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del

fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più

nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale

a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a

cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi

avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano

alle leggi della città di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza

accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e

imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di

Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro

libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un

titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente

divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne'

paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile

un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono,

o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche

famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i

tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che

insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per

lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201].

Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del

secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza,

annunziarono o confermarono l'independenza di questa Capitale. 1. Il

monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa

quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce

alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima

che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i

precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio

durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi

sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne'

tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo

Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica

cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean

corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura;

distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i

lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il

primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare

nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica

bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza

dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi

s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari

avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e

d'argento; cedettero al Senato quello di fabbricar monete di bronzo e di

ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui

largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla

cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno

ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro

uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte

le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non

meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma

ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di

battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale

sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II

portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli

Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo

secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra

una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano

sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO

ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro

rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato

dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del

Senatore e le armi di sua famiglia[205]. 3. Col declinare del poter

dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città,

questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale:

nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile

e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che

consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli

uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che

alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo;

ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi,

gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una

volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecero

di meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che

per una terza parte, mettendo in vece di lui un _patrizio_; ma un sì

fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per

un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della

sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un

Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o

certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da

ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al

Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e

chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso

gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad

un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma

limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di

Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua

carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se

mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri

legislativo ed esecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre

all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più

intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era

compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj

de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo,

forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la

scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o

parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una

libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono

più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un

Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo,

dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il

perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o

privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro

pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al

successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e

della Repubblica[211].

In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli

pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di

amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al

più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo

eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro

governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori

di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro

avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte,

prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici,

sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più

temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della

loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori

que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel

medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle

italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa

apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si

vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea,

purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e

d'illibato carattere, guerriero ad un tempo e uomo di Stato, e che

unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un

tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di

pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore

e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da

giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa

esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e

l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero.

Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore,

egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe

potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. Chiamavasi

_Podestà_[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o

Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione

della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome

convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla

moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la

prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea

comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampoco

accettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria

con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che

fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.

[A. D. 1252-1258]

In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna

italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati

dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama,

e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite,

questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto

venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne

determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della

città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di

crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e

del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel

possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine.

Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe

tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza

del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad

un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in

Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di

masnadieri. Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo

costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e

sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani

indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono

d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni

pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere

la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere,

e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza

di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare

la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero

mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie

romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà,

la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli

ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la

qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col

passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne

ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi

a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del

medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro,

racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una

grande colonna di marmo[215].

[A. D. 1263-1278]

Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano

bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria

obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe,

che già munito di potere independente, si trovasse in istato di

difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si

unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più

ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo

tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore

che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista

del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà

dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo

soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente

espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole

dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che

accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il

misero Corradino, e i Papi videro con torvo occhio nel principe francese

un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè

l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato

in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno;

talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di

Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice,

mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo

l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno

essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò

che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di

assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i

personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV,

che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere

eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di

Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare

autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma al _nobile

e fedele Martino_, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema

della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto

di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo, se così gli parea, o per via

di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso

titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la

libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che

accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria

loro Metropoli.

[A. D. 1144]

Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la

Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti

della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i

proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare.

Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I,

offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute

loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia

giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A.

D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e

sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo

esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la

Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a

non disdegnare la sommessione de' suoi figli e vassalli, e a non

ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato

siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di

discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e il

_Siciliano_ hanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi alla

_nostra_ libertà, e alla _vostra_ coronazione. Il nostro zelo e il

nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il

lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle

famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri

nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne

abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera

nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può

senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo,

introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto

quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra

gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi

stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere

l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri

predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella

Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare

Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senato e del

popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive

luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a

Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra

poco, e Roma nol vide.

[A. D. 1155]

Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di

più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori

governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed

ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori

di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete

orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed

amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del

Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano

sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i

diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della

medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che,

ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina

dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente

e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri

peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri

Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile

istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza

scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno

consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armi alla vostra persona e al

servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma?

Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222].

Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son

data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo,

il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete

il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la

giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le

patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli

vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete

cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene

anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era

ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro

vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un

monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de'

primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa

saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si

ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose

del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna.

Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia

edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno

stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà.

Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezza del Senato e il

coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle

legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non

si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue

virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più

degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra

sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai

Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati,

implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri

riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e

domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi

liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio.

Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene.

Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani

son forse indebolite per vecchiezza?[224] Son io vinto? son prigioniero?

Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e

invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete

giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramenti sono superflui; se

ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia?

Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere

restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io

difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie

liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre

volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla

importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte

pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà.

Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il

suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero

dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il

numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa

vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città,

della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un

Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane

entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico

che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il

popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono

sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e

dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i

Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidoglio del grande

stendardo, detto il _Carroccio_ di Milano[226]. Estinta la Casa di

Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le

loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici

fossero deboli e rifiniti[227].

Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte

Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande

immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro

guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?) furono oggetto di

terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di

aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo.

Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si

attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi

Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la

selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate;

ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria

cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata

si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e

il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe

stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare

l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma,

spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe

le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le

ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere

veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e

posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè

padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e

le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e

tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i

vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il

Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro

ambizione, sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali

sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de'

primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle

falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano

i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una

spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano.

Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano

alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè

rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo

valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per

ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore

intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città

rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per

tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero

successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di

Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali

Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più

mai[230]; le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da

torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le

colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi

giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è

Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha

riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di

Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani

ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse

volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di

queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e

nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo,

possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232] e di

Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili

giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole

guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria

alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso di Tuscolo, e

stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i

morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono

contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella

spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega,

l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro

sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano

comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester.

Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di

loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il

numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la

sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile

esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato

possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle

legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il

conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i

Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle

quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per

breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di

disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto

connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari,

ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de'

mercenarj stranieri.

L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna

del Signore[234]; sotto i primi Principi cristiani, la cattedra di S.

Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite

ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e

dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata

la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente

su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero

giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea

impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori

ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento

la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in

giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa

Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e

dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de'

Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle

elezioni spariva per le sommosse di una città che non conoscea più

superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate

chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi,

l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti

argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan

fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza

poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi

Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un

Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno

de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che

non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si

vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli

uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179,

instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo

le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo

Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il non

partecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i

Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo

grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto,

venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè

i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli

erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in

Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa

cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti

allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si

pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo

ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava

sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati

gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice

dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il

caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando

due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse

volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che

lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano

tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di

Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A.

D. 1274)[238] pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie

obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche

registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle

esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di

convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla,

vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune,

o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una

sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati

prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato

al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati

civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno

e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i

Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la

mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi

vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la

sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della

Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni

casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e

promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali

debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de'

Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra

alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il

precetto della clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo

della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande

impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però

dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239] uno

specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In

tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro

Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che

credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più

essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D.

1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi

restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i

Romani[241] dinanzi alla Chiesa di S. Pietro; nel qual luogo, rimosso

dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di

questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del

popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il

Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi

l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due

giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una

terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro

impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua

carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e

alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto

del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè

ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la

propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano

legittimo[243]; e questo assalto tentato fuor di tempo contro il

privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò.

Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano,

non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del

popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti

durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si

credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza

nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di

questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i

Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi

continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi

vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le

guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali

terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le

sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo,

e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore

tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la

lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S.

Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio,

ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per

correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli

ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando; e appena giunti in Roma si

chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione;

veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate,

delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli

stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di

Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e

fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e

chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose

sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che

seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove

non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il

trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle

rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un

effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di

Francia[245]. Alle armi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto

(A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del

Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè

sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio

di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo

che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da

trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di

Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano

posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani

dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano.

Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna,

aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il

Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire

gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il

suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il

Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che

durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano

irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo.

Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo,

ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di

moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo

teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperioso

di cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma,

preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj,

l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde

il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un

martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un

magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con

accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne

con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè

Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua

mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò

sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle

quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli

effetti[246][247].

[A. D. 1140]

Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della

lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte

contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbe stata

obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa

offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del

suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma

conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio

avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani,

l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle

seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono

regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza

e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione

dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i

Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune

maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e

s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti

segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la

residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio

propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la

Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che

trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in

Avignone[249], rimasta per oltre a settantasette anni[250] la fiorente

residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da

tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone

offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la

cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi

fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto

l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del

Venesino,[251] paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone.

Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi

Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa

la Sovranità d'Avignone, che non pagarono più di ottantamila

fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un

popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e

onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la

loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita

di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori

di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal

pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si

andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che

odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di

Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove

risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria.

[A. D. 1300]

I progressi dell'industria aveano formate e arricchite le Repubbliche

dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse

della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio,

e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti

dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole,

il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio,

inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de'

sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero.

La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli

seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio;

l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'_Anno Santo_[254], non fu

men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la

beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia

priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più

prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed

avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava

per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finire di ciascun

secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità

popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde

vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in

campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300,

la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce

per implorare le indulgenze dell'Anno Santo _come era consueta cosa il

concederle_. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota

loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze

de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione

plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e

alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi

Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la

Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi

dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna,

vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di

ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e

dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare

non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati

tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità

potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti

individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo

alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de'

pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la

contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in

que' giorni, assicura che durante il giubbileo non si trovarono mai meno

di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che

in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più

lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a

somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non

avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza

contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S.

Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè

fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli

alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta

l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino,

di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria,

spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la

gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente

VI[257] un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa

ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un

tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della

Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de'

suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350 sulla

legge mosaica, dalla quale prese il nome di _Giubbileo_[258]. Si obbedì

alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e

liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice

flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli

dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle

matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro

Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di

stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi

l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di

trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di

questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni

della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei

Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della

superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno

l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di

profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, il sorriso del filosofo

turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].

Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda

alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le

numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e

dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della

natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi,

spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e

ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori

municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di

Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il

debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli

ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità

del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che

il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi

la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che

potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loro querele

metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li

rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262];

onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi

stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano

orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di

oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti

erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per

mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi,

e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più

bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile

da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma

l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di

Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo

alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il

Regno di Leone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il

Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico

nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del

medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII,

questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la

Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero

il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono

nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi,

e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi

sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del

popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e

l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza

di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte

di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi

fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è

mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a

diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi

mantenute[265]. La famiglia de' _Frangipani_, contò Consoli nel

risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità

ch'essa ebbe di _frangere_, dividere il suo pane col popolo in tempo di

carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome

i _Corsi_ e i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città

entro il recinto delle proprie fortificazioni. I _Savelli_, di

derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro

dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori

l'antico soprannome di _Capizucchi_; i _Conti_ hanno conservati gli

onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gli _Annibaldi_[266]

debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata

dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.

Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di

mestieri distinguere le famiglie rivali de' _Colonna_ e degli _Orsini_,

la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di

Roma moderna.

1. Il nome e le armi de' Colonna[267] hanno dato luogo a molte assai

incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non

hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè

quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che

guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a

parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome,

ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano

provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi di _Cavae_; possedeano

per altro legittimamente i feudi di Zagarola e di _Colonna_ nella

Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata

di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un

tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata

in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di

Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli

stessi Colonna e del Pubblico, traggono essi la propria origine dalle

rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti

per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini

di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito,

sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo,

il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei

fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati.

Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro

trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di

Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti

della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne

trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice

imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questo

Pontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio

VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta

famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione

di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e

temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi

personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S.

Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono

le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata

Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul

terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna

desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e

ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti

pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta;

duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e

condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la

loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del

tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di Bonifazio VIII, il

popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità

che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal

calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini

d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi

dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII

ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti

d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero

fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273].

Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far

prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di

Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai

Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona

reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in

merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal

Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli

antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono

l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura,

fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era

per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome che veniva

perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?»

— «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne

il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per

riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano

Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o

della Corte di Avignone.

2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274] nel secolo dodicesimo, chiamati da

prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande

dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo

della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e

pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che

li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti

di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V

e Nicolò III[275]. Le ricchezze degli Orsini provano quanto antico sia

l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il

dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj

parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e

nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di

Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore

sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in

forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la

Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del

potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i

Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini

quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi

sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si

scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti

furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine

e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad

Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica;

convennero finalmente che in ciascun anno verrebbero eletti due Senatori

rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari

nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la

sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di

quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui

delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e

trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo

trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la

vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa

un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo

Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un

collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del

Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che

il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma

e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i

serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e

salda marmorea COLONNA[279].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 · 第 12 / 26 题