CAPITOLO LXVIII.

_Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista

definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di

Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero

romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di

Maometto II, sua morte._

L'assedio di Costantinopoli fatto dai Turchi, eccita primieramente i

nostri sguardi e la nostra curiosità sul personaggio e sul carattere del

possente distruttore di questo Impero[59]. Maometto II era figlio di

Amurat II; la madre di lui, insignita de' titoli di Cristiana e di

Principessa, trovossi verisimilmente confusa tra la folla delle tante

concubine che venivano d'ogni paese a popolare lo _harem_ del Sultano.

Educato da prima nelle massime e ne' sentimenti d'un devoto seguace

dell'Islamismo, finchè in lui durò questo fervore, non v'era volta in

cui avesse toccate donne infedeli, che non si tergesse indi le mani e il

volto colle abluzioni prescritte dalla legge. Ma sembra che, cogli anni

e colla consuetudine di regnare, si ammollisse in lui la severità di

così stretta osservanza; e l'animo ambizioso di questo principe,

disdegnando riconoscere alcuna potestà maggior della sua, vuolsi che, in

alcuni momenti di libertà, qualificasse senza riguardi il Profeta della

Mecca coi predicati d'impostore e di masnadiero. Ma, agli occhi del

pubblico, sempre mostratosi rispettoso alla dottrina e ai precetti del

Corano[60], i suoi privati trascorsi non giunsero mai a saputa del

popolo; però a tal proposito, non conviene prestar cieca fede alla

credulità degli stranieri e de' settarj, ognor proclivi a pensare che

uno spirito, recalcitrante alla verità, opponga poi all'errore e alle

cose assurde un disprezzo ancor più invincibile. Addottrinato da

abilissimi maestri, fece rapidi progressi nel corso degli studj che nel

tempo della sua educazione gli vennero prescritti; assicurasi che egli

parlasse o intendesse cinque lingue[61], l'araba, la persiana, la caldea

o l'ebraica, la latina e la greca. Potea contribuire al suo diletto la

persiana, alla sua edificazione l'araba; le quali due lingue d'ordinario

tutti i giovani dell'Oriente imparavano. Attese le corrispondenze che

trovavansi fra i Greci ed i Turchi, era naturale in lui il desiderio di

conoscere la lingua d'una nazione ch'ei divisava di soggiogare: e doveva

parimente essergli piacevole d'intendere gli encomj in versi, o in prosa

latina[62], che all'orecchio gli pervenivano[63]; ma non intendiamo di

qual giovamento potesse divenirgli, o qual merito raccomandasse alla sua

politica il rozzo dialetto de' suoi schiavi ebrei. Famigliari erano ad

esso la storia e la geografia, e ardea di nobile emulazione in leggendo

le vite degli Eroi dell'Oriente e forse di quelli dell'Occidente[64]. I

suoi studj di astrologia, poteano essere scusati dalle assurde massime

di quel secolo, oltrechè questo studio, vano in sè stesso, suppone in

chi lo professa alcuni principj di matematica; le generose

sollecitazioni fatte ai pittori dell'Italia, perchè venissero a stare

presso di lui, e le ricompense delle quali ai medesimi largheggiò, il

palesarono acceso di un gusto profano per le belle arti[65]. Ma la

religione e le lettere non pervennero a domare il suo carattere

selvaggio ed impaziente di freno. Nè rammenterò già a questo proposito,

perchè pochissima fede le presto io medesimo, la storia de' quattordici

paggi fatti sventrare dinanzi a sè, per conoscere qual d'essi avesse

mangiato un popone, nè l'altra leggenda della bella schiava da lui

medesimo decollata per dare a divedere ai suoi giannizzeri che le donne

non avrebbero mai soggiogato il loro padrone. Il silenzio degli Annali

turchi che accusano di ubbriachezza soli tre Principi della dinastia

ottomana[66], attesta la sobrietà di Maometto II; ma sono fuori di

dubbio i suoi furori e l'inflessibilità delle sue passioni. Sembra

dimostrato ad evidenza che, e nel campo, e nella reggia, lievissimi

motivi lo indussero a versar torrenti di sangue, e che le sue

inclinazioni, contrarie alla natura, arrecarono spessi oltraggi ai più

nobili fra i suoi giovani prigionieri. Durante la guerra d'Albania, egli

meditò le lezioni del padre, e ne superò di buon'ora la gloria, onde

all'invincibile scimitarra di questo Sultano viene attribuita la

conquista di due Imperi, di dodici Reami, e di dugento città, calcolo

però falso e dalla sola adulazione instituito. Egli aveva

indubitatamente tutte le prerogative di un soldato, e quelle fors'anche

di un Generale: la presa di Costantinopoli suggellò la sua fama; ma

ponendo in confronto le imprese, i soccorsi per eseguirle, e gli

ostacoli, lo stesso Maometto II avrebbe dovuto rifiutar, vergognandone,

l'adulazione di chi lo mettea al pari di Alessandro e di Timur. Le forze

da lui guidate furono sempre superiori di numero a quelle dell'inimico,

e nondimeno, le sue conquiste non si estesero al di là dell'Eufrate e

del mare Adriatico, e nondimeno, ne interruppero il corso e Uniade, e

Scanderbeg, e il Re di Persia, e i Cavalieri di Rodi.

[A. D. 1451-1481]

Sotto il regno di Amurat, Maometto gustò due volte i diletti del trono e

due volte ne scese: la sua giovine età non gli permettea d'opporsi al

ritorno del padre; ma non la perdonò più mai ai Visiri che questo

salutare espediente aveano consigliato. Dopo avere sposata la figlia di

un Emir turcomanno, e assistito alle feste che durarono due mesi, partì

con sua moglie da Andrinopoli per Magnesia, ov'era la residenza del suo

governo. In meno di sei settimane, lo richiamò un messaggio del Divano

che annunziavagli la morte del padre, e la propensione che mostravano i

giannizzeri a ribellarsi. Ma la rapidità del suo arrivo, e il vigore che

ei dimostrò, li ricondussero tosto all'ubbidienza: attraversò

l'Ellesponto con una scelta guardia, e alla distanza di un miglio da

Andrinopoli, gli furono incontro, per prosternarsi ai suoi piedi, i

Visiri e gli Emiri, gl'Imani e i Cadì, i soldati ed il popolo, che gioia

e tenerezza ostentavano. Egli avea allora ventun anni, e allontanò ogni

motivo di sedizione colla morte, indispensabile a' suoi fini, de'

fratelli tuttavia fanciulli[67]. Vennero a congratularsi con esso, e a

sollecitarne l'amicizia, gli Ambasciatori delle Potenze d'Asia e

d'Europa, coi quali favellò in termini che additavano moderazione e

pace. Ridestò fiducia nell'animo del greco Imperatore con solenne

giuramento e lusinghevoli assicurazioni che andavano unite alla ratifica

del Trattato stipulatosi dal padre suo coll'Impero; finalmente assegnò

un ricco dominio, in riva allo Strimone, al pagamento annuale de'

trecentomila _aspri_ dovuti alla Corte di Bisanzo, che, per secondare le

istanze del Sultano, custodiva un Principe della Casa ottomana. Ma i

suoi confinanti dovettero palpitare in veggendo la severa austerità di

questo giovane Monarca nel riformare il fasto della Casa imperiale. Le

somme di danaro che da Amurat venivano consagrate al lusso, egli adoperò

ai fini della sua ambizione. Licenziò, incorporandone una parte nel suo

esercito, un reggimento di settemila falconieri; nella state di quel

primo anno del suo regno, trascorse a capo delle sue soldatesche le

province dell'Asia; e dopo avere umiliato l'orgoglio de' Caramani, ne

accettò la sommessione, affinchè non gli dessero impaccio ad eseguire

imprese di maggior conseguenza[68].

[A. D. 1451]

I Casisti musulmani, e soprattutto turchi, avean deciso non potere i

Fedeli tenersi obbligati da una promessa contraria agl'interessi e ai

doveri di lor religione, ed essere in facoltà del Sultano l'annullare i

Trattati fatti da lui e da' suoi predecessori; privilegio immorale, che

la giustizia e la magnanimità di Amurat avea disdegnato. Ma l'ambizione

persuase al figlio di Amurat, il più orgoglioso di tutti gli uomini, la

bassezza di discendere agli artifizj della dissimulazione e della

perfidia. Colla pace sul labbro e colla guerra nel cuore, ei non pensava

che ad impadronirsi di Costantinopoli, e a rompere co' Greci; i Greci

stessi gliene somministrarono imprudentemente il pretesto[69]. I greci

Ambasciatori, ai quali dovea parer ventura l'essere dimenticati,

seguirono al campo il Principe turco per chiedergli il pagamento, anzi

l'aumento della somma di danaro annuale ch'egli sborsava all'Impero di

Bisanzo. Importunarono parimente con tale inchiesta il Divano; laonde il

Visir, amico de' Cristiani in segreto, lor fece conoscere i sentimenti

de' suoi colleghi e di Maometto. «Insensati e miserabili Romani, dicea

Calil; noi conosciamo i vostri disegni, e voi non sapete il pericolo in

cui vi state! Lo scrupoloso Amurat più non vive, e la sua Corona è

passata sul capo di un giovane vincitore che alcuna legge non frena, che

alcun ostacolo non può arrestare. Se vi scampate da lui, ringraziatene

la divina bontà che differisce tuttavia il gastigo de' vostri peccati.

Perchè volerci provocare in modo indiretto, e con vane minacce? Mettete

in libertà il fuggitivo Orcano. Coronatelo Sultano della Romania.

Chiamate gli Ungaresi dall'altra riva del Danubio, armate contro di noi

le nazioni dell'Occidente, e siate sicuri esser questo il vero modo di

fabbricarvi ed affrettarvi la vostra rovina». Ma se queste tremende

parole del Visir spaventarono gli Ambasciatori, altrettanto li

rincorarono l'umana accoglienza e gli affettuosi detti del Principe

ottomano. Maometto promise loro che appena fosse di ritorno ad

Andrinopoli, ascolterebbe le querele de' Greci, e si prenderebbe

pensiero de' loro veri interessi. Poi, toccata appena l'altra riva

dell'Ellesponto, abolì per prima cosa il pagamento annuale che solea

farsi ai Greci, ordinando si scacciassero dalle rive dello Strimone

tutti i loro impiegati. Date così a divedere le sue ostili intenzioni,

non tardò un secondo decreto che minacciava assedio a Costantinopoli, e

in tal qual modo incominciava a metterlo ad effetto. L'avolo di Maometto

II avea sulla costa asiatica edificata una Fortezza che dominava il

passaggio angusto del Bosforo. Ora il nipote risolvè di innalzarne una

più formidabile di rincontro a questa sulla costa europea; laonde mille

muratori ricevettero in primavera il comando di trovarsi in un paese

detto Azomaton, situato ad una distanza circa di cinque miglia dalla

Capitale dell'Impero greco[70]. L'eloquenza è l'espediente dei deboli;

ma l'eloquenza dei deboli rare volte persuade, e gli Ambasciatori di

Costantino adoperarono invano quest'arme per distorre Maometto dagli

ideati divisamenti; ebbero bel rimostrare che l'avolo del Sultano, per

fabbricare solamente una Fortezza nel proprio territorio, ne avea

chiesta permissione all'Imperatore Manuele, nè trattavasi allora di una

duplice fortificazione che rendesse i Turchi padroni dello Stretto,

siccome questa, il cui fine non poteva essere se non se di rompere la

lega fra le due nazioni, d'impedire il commercio de' Latini sul mar

Nero, e fors'anche di affamare Costantinopoli. «Io non intraprendo nulla

contro la vostra città, rispondea lo scaltrito Sultano, ma pensate che

le sue mura sono il limite del vostro Impero. Vi siete forse dimenticati

le strettezze in cui si trovò mio padre, quando vi collegaste cogli

Ungaresi, quando questi invadeano dalla banda di terra il nostro

territorio, e quando aprivate alle galee francesi l'ingresso

dell'Ellesponto? Amurat dovette guadagnarsi colla forza il passaggio del

Bosforo, e lo effettuò, perchè il poter vostro non corrispondeva alla

vostra mala volontà. Mi ricordo che io, allora fanciullo, stavami ad

Andrinopoli; quella volta i Musulmani tremarono, e i _Gaburi_[71] ci

derisero per qualche tempo sulla nostra disgrazia. Ma quando mio padre

riportò quella vittoria ne' campi di Warna, fece voto, sappiatelo,

d'innalzare, per assicurarsi meglio, una Fortezza sulla riva

occidentale; ed io devo mantenere i voti di mio padre: avete voi forse

il diritto o la forza per impedirmi di far quel che voglio sul mio

territorio? Perchè questo spazio di terra è mio, i possedimenti de'

Turchi, in Asia, arrivano fino alle sponde del Bosforo; e quanto

all'Europa i Romani l'hanno abbandonata. Tornate a casa vostra, e dite

al vostro Re; che l'Ottomano presente è molto diverso dai suoi

predecessori; che le sue risoluzioni oltrepassano tutto quanto quelli

desiderarono; che egli fa più di quanto essi poteano risolvere. Partite,

non vi verrà fatto alcun male; ma farò scorticar vivo il primo di voi

che tornasse da me con un siffatto messaggio». Dopo una simile

intimazione, Costantino, per valore e per grado il primo di tutti i

Greci[72], avea risoluto di prender l'armi, e impedire che i Turchi si

avvicinassero maggiormente, e sulla riva europea del Bosforo si

stanziassero. Ma il rattennero i consigli de' suoi Ministri dell'Ordine

civile ed ecclesiastico, che gli fecero abbracciare un men nobile e in

uno men prudente sistema. Questi lo indussero ad opporre nuova pazienza

a nuovi oltraggi, a lasciare agli Ottomani il biasimo di farsi i primi

aggressori, ad affidare nella fortuna e nel tempo, così la loro difesa,

come la distruzione di una Fortezza, che Maometto, i Consiglieri

diceano, non potea conservar lungo tempo in vicinanza ad una vasta e

popolosa Capitale. Tra le speranze de' creduli e i timori de' saggi, il

verno trascorse, differendosi sempre di prendere provvedimenti che

avrebbero dovuto stare a cuore di ciascun cittadino, nè lasciare a verun

d'essi un istante sol di riposo. I Greci si accecarono sul pericolo che

li minacciava, sintanto che il giungere di primavera e l'avvicinare di

Maometto, li facesse certi della loro inevitabil rovina.

[A. D. 1452]

Rare volte vengono disobbediti gli ordini di un padrone che mai non

perdona. Ai 26 di marzo, la pianura di Azomaton si vide coperta di uno

sciame d'indefessi turchi operai, ai quali, e per terra e per mare, e

dall'Europa e dall'Asia, venivano portati i materiali di cui

abbisognavano[73]. Nella Catafrigia si preparava la calce; dalle foreste

di Eraclea e di Nicomedia erano tratte le legna; gli scavi della Natolia

somministravan le pietre. Ognuno dei mille muratori, aiutato da due

manovali, aveva l'obbligo giornaliero di due cubiti di fabbrica. Datasi

forma triangolare alla Fortezza[74], ciascun angolo di essa venne

fiancheggiato da una grossa torre, la prima delle quali stava sul pendio

della collina; le due altre occupavano le coste del mare. La grossezza

delle mura era di ventidue piedi, di trenta il diametro delle torri; un

saldo spianato di piombo formava il coperchio dell'edifizio. Maometto in

persona sollecitava e con instancabile ardore regolava il lavoro;

ciascuno dei tre Visiri volle per sè l'onore di avere terminata una

delle tre torri; lo zelo de' Cadì con quello dei giannizzeri gareggiava;

non v'era servigio, comunque triviale, che non venisse nobilitato

dall'idea di servir Dio e il Sultano, e la solerzia della moltitudine

animavano gli sguardi di un despota, il cui sorriso diveniva pronostico

di felicità, un'occhiata severa, di morte. Atterrito l'Imperator greco

in veggendo procedere un'opera ch'egli non era più in tempo di

arrestare, cercò ma indarno, di ammollire con modi carezzevoli, e con

donativi, l'animo d'un inesorabile nemico, che anzi desiderava e

fomentava tutte le occasioni di venire ad aperta guerra; occasioni che

non poteano più tardare ad offrirsi. Osservando alcuni Cristiani che gli

avidi e sacrileghi Musulmani adoperavano, e certamente senza scrupolo, i

frantumi di sontuose chiese poste in rovina, e perfino le colonne di

marmo consagrate all'Arcangelo S. Michele, col volersi opporre,

ricevettero la palma del martirio dalle mani stesse dei distruttori.

Costantino avea chiesta una guardia turca che proteggesse i campi e i

ricolti de' sudditi greci; e veramente Maometto questa guardia gli

concedè, ma comandandole per prima cosa di lasciar pascolare liberamente

i muli e i cavalli del campo, e di proteggere i Turchi contro i nativi,

ogni qualvolta i secondi si avvisassero di assalire i primi. Accadde una

notte che gli uomini del seguito d'un Capo ottomano aveano mandati i lor

cavalli in mezzo a un campo di biade mature. Irritati i Greci dal danno,

e più dall'insulto, vennero cogli Ottomani ad una rissa, in cui perirono

parecchi individui dell'una e dell'altra nazione. Fu fatto su di ciò

ricorso a Maometto, che n'ebbe massima gioia, cogliendo questa

opportunità per inviar truppe che sterminassero gli abitanti di quel

villaggio. I colpevoli, se tali poteano dirsi, s'erano dati alla fuga;

ma quaranta agricoltori che, affidati alla propria innocenza,

attendevano tranquillamente alla mietitura, caddero vittima delle

scimitarre ottomane. Fino a quel momento, Costantinopoli ricevea fra le

sue mura que' Turchi che per motivo di commercio, o di curiosità vi si

traevano; ma a questo annunzio che accrebbe a dismisura il terrore, il

Sovrano ordinò se ne chiudesser le porte; pure sempre lusingato dalla

speranza di pace, mise liberi, il terzo giorno, i Turchi che vi si

trovavan racchiusi[75], inviando a Maometto un ultimo messaggio, da cui

traspirava la ferma rassegnazione di un cristiano e di un guerriero.

«Poichè nè i giuramenti, nè i Trattati, nè la stessa sommessione possono

assicurare la pace, egli scriveva al Sultano, prosegui gli atti della

tua sacrilega nimistà. Solo in Dio è posta la mia speranza. Se gli piace

di ammollire il tuo cuore, un sì felice cambiamento mi arrecherà gioia;

se egli vuole che Costantinopoli sia tua, mi sottometterò senza

lagnarmene ai suoi santi voleri. Ma fin che il Giudice de' Principi

della Terra non avrà pronunziato fra noi, io devo vivere e morire

difendendo il mio popolo». Maometto diè tal risposta che lo mostrava

risoluto inesorabilmente alla guerra. Compiuto essendo e munito a dovere

il novello Forte, vi pose un vigilante Agà, e quattrocento giannizzeri

incaricati di sottoporre a tributo tutte le navi che, senza distinzion

di paese, si trovassero a gittata delle nuove batterie; indi ritornò ad

Andrinopoli. Una nave veneziana che ricusava obbedire ai nuovi

dominatori del Bosforo, con un solo sparo di cannone fu mandata a fondo.

Il capitano e trenta marinai si salvarono nel palischermo; ma condotti

indi alla Porta carichi di catene, il loro condottiero venne impalato,

eglino decollati: lo storico Duca narra di avere veduti a Demotica i

loro corpi esposti alle belve[76]. L'assedio di Costantinopoli venne

differito alla successiva primavera; intanto un esercito ottomano marciò

nella Morea per dar faccende ai fratelli di Costantino. In questi

calamitosi giorni (A. D. 1453), uno de' Principi Paleologhi, il despota

Tommaso, ebbe la sorte, o il disastro di vedersi nascere un figlio.

«Ultimo erede, dice l'afflitto Franza, dell'ultima _scintilla_

dell'Impero romano[77]».

I Greci ed i Turchi trascorsero il verno nella inquietudine e

nell'ansietà; agitati i primi dal timore, fatti impazienti i secondi

dalla speranza; e gli uni intesi agli apparecchi di difesa, gli altri a

quelli d'assalto; ma più fortemente erano compresi da questi sentimenti,

che per diverso motivo agitavano gli animi de' due popoli, i loro

Imperatori, l'uno che temea di perder tutto, l'altro che ad acquistar

tutto agognava; sentimenti che rendea più vivi in Maometto l'ardore

della giovinezza e la violenza della sua indole. Intanto che impiegava

l'ore di passatempo ad Andrinopoli[78] nel fabbricare il palagio _Gehan

Numa_ (la lanterna del Mondo), edifizio che ad altezza prodigiosa venne

innalzato, i suoi pensieri non si dipartivano dal divisamento di

conquistare la città de' Cesari. Alzatosi verso l'ora della seconda

veglia della notte, mandò pel primo Visir; il messaggio e l'ora,

l'indole del principe e i rimbrotti di una non innocente coscienza

spaventavano non poco Calil-Baza, il quale, stato confidente di Amurat,

fu anche tra coloro che consigliarono di richiamarlo al trono. Vero è

che Maometto, all'atto di cingere la Corona, lo avea confermato nella

carica di Visir colmandolo di apparenti favori; ma il vecchio Ministro

non ignorava di camminare sopra un diaccio fragile e sdruccioloso, che

potea rompersegli sotto i piedi, e in un abisso precipitarlo.

L'affezione, forse innocente, dimostrata da questo Visir ai Cristiani

gli avea, sotto il Regno trascorso, acquistato l'odievole nome di _Gabur

Ortascì_, o di fratel balio degl'Infedeli[79]. Dominato dall'avarizia,

mantenea col nemico una venale corrispondenza che fu scoperta e punita

dopo la guerra. Nella notte in cui ricevè l'ordine di trasferirsi presso

il Sultano, abbracciò la moglie e i figli, paventando di non più

rivederli; indi riempiuto di piastre d'oro un calice, corse al palagio,

ove prostratosi dinanzi a Maometto, gli offerse, giusta l'uso orientale,

quell'oro, come lieve tributo e pegno di sommessione e di

gratitudine[80]. «Non voglio, il Sultano gli disse, riprendermi quello

che ti ho donato, ma piuttosto accumulare sul tuo capo nuove

beneficenze. Però adesso pretendo da te un dono, che mi sarà più utile e

che vale ben più del tuo oro; ti chiedo Costantinopoli». Riavutosi dalla

sorpresa il Visir, gli rispose: «quel medesimo Dio che ti ha conceduto

sì gran parte dell'Impero romano non te ne ricuserà la Capitale, e i

pochi dominj che le vanno or congiunti. La Providenza dell'Altissimo e

il tuo potere me ne assicurano; i tuoi fedeli schiavi ed io

sagrificheremo i nostri giorni e i nostri averi per eseguire la tua

volontà.» «_Lala_[81] (vale a dire mio precettore,) disse il Sultano,

vedi tu quest'origliere? questa notte nelle mie agitazioni non ho fatto

che mandarlo da una banda e dall'altra. Temi l'oro e l'argento dei

Romani; del rimanente, noi vagliamo più di loro alla guerra, e, col

soccorso di Dio e del Profeta, non tarderemo ad impadronirci di

Costantinopoli.» Per indagar l'animo de' suoi soldati, ei trascorrea

sovente le strade solo e travestito, nè era cosa priva di rischio l'aver

riconosciuto il Sultano, quando agli occhi del volgo volea nascondersi.

Molte ore d'ozio impiegava a delineare la pianta di Costantinopoli, a

disputare co' suoi generali ed ingegneri sui luoghi ove conveniva

innalzare le batterie, d'onde fosse meglio incominciare l'assalto, o dar

fuoco alle mine, o applicare le scale. Durante il giorno, si provavano

le fazioni e gli stratagemmi che il Sultano avea ideati la notte.

Nell'esaminare gli strumenti di distruzione, portava sollecita

attenzione alla terribile scoperta fatta recentemente dai Latini, onde

l'artiglieria di Maometto superò quella dell'altre nazioni d'allora. Un

fonditor di cannoni, danese o ungarese, che trovava appena il suo vitto

al servizio de' Greci, passò a quello de' Turchi, e largamente nel

compensò il Sultano, rimasto contento fin dalla prima risposta che

cotest'uomo erasi affrettato di dare ad una sua interrogazione. «Posso

io avere un cannone fornito della forza di mandare una palla o un sasso

che basti a rovesciare le mura di Costantinopoli?» — «Mi è nota, rispose

il fonditore, la fortezza di queste mura, ma quand'anche fossero più

salde di quelle di Babilonia, potrei metter contr'esse una macchina di

tanto forte gittata che le buttasse a terra; sta poi a vedere, se i

vostri ingegneri saprebbero appuntare e collocar questa macchina».

Immediatamente, dopo una tale risposta, Maometto fece mettere una

fonderia ad Andrinopoli; e provvedutosi quanto metallo a ciò

abbisognava, in capo a tre mesi, il fonditore, che nomavasi Urbano, ebbe

terminato un cannone di bronzo di una smisurata, e quasi incredibile

grandezza. Il calibro era, dicesi, di dodici palmi, e lanciava una palla

di pietra che oltre a sei quintali pesava[82]. Fu scelto dinanzi al

nuovo palagio un vano di spianato per provare la nuova macchina; e

affine di prevenire le infauste conseguenze del terrore che il primo

sparo della medesima avrebbe incusso, venne avvertito il pubblico, un

giorno prima di mettere il cannone in atto. Lo scoppio fu udito a una

distanza di cento stadj all'intorno. Per trasportare questa macchina

struggitrice, vennero congiunti insieme trenta carri, a tirare i quali

sessanta buoi furono adoperati; dugento uomini stavano ad entrambi i

lati, per mantenere in equilibrio e sostenere questa enorme massa,

sempre in procinto di rotolarsi, or da una banda, or dall'altra; dugento

cinquanta marraiuoli marciavano innanzi per agevolarle il passaggio e

riparare le strade ed i ponti; onde fu d'uopo di due mesi circa di

lavoro per far fare cencinquanta miglia alla macchina. Un arguto

Filosofo[83] deride a tal proposito la greca credulità, giustamente

osservando che non giova mai il fidarsi troppo alle esagerazioni de'

vinti. Giusta il calcolo istituito dal medesimo, sol per lanciare con

effetto alla distanza che fu presa una palla di due quintali,

abbisognerebbe un quintale e mezzo di polvere; la qual massa non potendo

in un tratto accendersi tutta, la palla uscirebbe, prima che il

quindicesimo della polvere avesse preso fuoco, e sarebbe animata quindi

da un minimo impulso. Ignorante, come confesso di esserlo in quest'arte

struggitrice, aggiugnerò soltanto che la scienza dell'artigliere, di

tanto migliorata ai dì nostri, preferisce il numero alla grossezza de'

pezzi, la vivacità del fuoco allo strepito, o anche all'effetto di un

solo scoppio. Nondimeno non ardisco rifiutare una testimonianza positiva

ed unanime de' contemporanei, nè dee parere inverisimile che i primi

fonditori, condotti, ne' loro sforzi, più dall'ambizione che dal sapere,

tentassero ancora cose oltre al possibile. Però un cannone turco, più

grande ancora, nelle dimensioni, del cannone di Maometto, custodisce

tuttavia l'ingresso de' Dardanelli, e benchè ne sia incomodo l'uso, una

recente prova ha dimostrato esserne tutt'altro che da disprezzarsi gli

effetti. Tre quintali di polvere lanciarono lontano seicento tese un

sasso pesante undici quintali; questo andò in tre pezzi, che

attraversarono il canale lasciando il mare coperto di spuma, e

percossero l'opposta collina, e con forza ne vennero rimbalzati[84].

[A. D. 1453]

Intanto che Maometto minacciava la Capitale dell'Oriente, l'Imperatore

greco implorava con ferventi preci i soccorsi della terra e del Cielo;

ma le potenze invisibili erano sorde alle sue supplicazioni, e la

Cristianità vedea con indifferenza la caduta di Costantinopoli che non

avea omai altra speranza di soccorso, fuorchè nella gelosia politica del

Sultano d'Egitto. Fra gli Stati che avrebbero potuto soccorrere

Costantinopoli, quali erano troppo deboli, quali troppo lontani; alcuni

riguardavano immaginario il pericolo, altri inevitabile. I Principi

dell'Occidente badavano soltanto alle interminabili querele che li

disunivano; il Papa non sapea perdonare ai Greci la loro ostinazione, o

doppiezza; ed anzi Nicolò V in vece di adoperare la sua mediazione

perchè le armi e le ricchezze dell'Italia li favorissero, predisse la

prossima lor distruzione; onde pel suo onore desiderava quasi

l'adempimento di tal profezia.

Parve che provasse un istante di compassione allor che li vide al grado

ultimo del disastro; ma questa compassione venne troppo tardi, e gli

sforzi che produsse, mancando d'energia come di successo, Costantinopoli

era già in mano de' Turchi, prima che le squadre di Genova e di Venezia

uscissero dei loro porti per andarne in soccorso[85]; gli altri

Principi, e persin quelli della Morea e delle isole della Grecia, si

mantennero in una fredda neutralità: la colonia genovese dimorante a

Galata negoziò a parte col Sultano, il quale non le tolse la lusinga che

la sua clemenza le avrebbe permesso di sopravvivere alla rovina

dell'Impero. Una gran parte di plebei, ed alcuni nobili abbandonarono da

vili il loro paese, quando imminente era il pericolo; l'avarizia fece

che i ricchi negassero all'Imperatore, e conservassero pei Turchi quelle

ricchezze con cui poteano stipendiarsi più eserciti di mercenarj[86]. In

tale stato d'invilimento e derelizione, Costantino si preparò nullameno

a sostenere lo scontro col suo formidabil nemico, e per vero, il

coraggio del Principe greco pareggiava i pericoli che gli sovrastavano;

ma troppo minori erano le sue forze della lotta da sostenersi. Fin dai

primi giorni di primavera, l'antiguardo turco, impadronitosi de' borghi

e de' villaggi fino alle porte di Costantinopoli, concedea protezione e

vita a quelli che si sommettevano; ma sterminava col ferro e col fuoco

qualunque paese tentasse resistere. Mesembria, Acheloo e Bizon, città

che sul mar Nero rimanevano ai Greci, si arrendettero alla prima

intimazione. Unicamente Selimbria meritò l'onore di un assedio, o di un

blocco, perchè i prodi suoi abitanti, intanto che erano stretti dal lato

di terra, si posero in mare, corsero a devastar la costa di Cizico, e di

ritorno, vendettero in mezzo alla pubblica piazza i prigionieri che in

questa correria avevano fatti. Ma il silenzio, la sommessione furono

generali all'arrivo di Maometto che pose il suo campo cinque miglia

distante dalla Capitale del greco Impero, ed avanzatosi indi col suo

esercito schierato in battaglia, collocò dinanzi alla Porta di S. Romano

il proprio stendardo, dando incominciamento al memorabile assedio di

Costantinopoli.

Le milizie europee ed asiatiche di Maometto teneano tutto lo spazio di

destra e sinistra dalla Propontide al porto. I giannizzeri occupavano il

fronte rimpetto alle tende di Maometto; una profonda fossa copriva le

linee ottomane, e un corpo di Turchi a parte circondava il sobborgo di

Galata, tenendosi in guardia contro la mal certa fede dei Genovesi.

Filelfo, che, trent'anni prima dell'assedio dimorava in Grecia,

fondandosi sopra dati accuratamente raccolti, assicura che le forze de'

Turchi, tutte comprendendole senza eccezione, non poteano oltrepassare i

sessantamila uomini di cavalleria e i ventimila di fanteria, rampognando

alle nazioni cristiane la pusillanimità di essersi così docilmente

sottomesse ad un pugno di Barbari. E per vero dire, se non si

calcolassero che i _Capiculi_[87], soldati della Porta che andavano di

conserva col Principe e dal suo erario venivano stipendiati, il loro

numero doveva starsi all'incirca col calcolo di Filelfo; ma è da

osservarsi che i Pascià mantenevano, o reclutavano una milizia

provinciale a parte ne' proprj governi; che eranvi molti paesi soggetti

ad una contribuzione militare; che per ultimo l'esca del bottino

attraeva una grande moltitudine di volontarj sotto lo stendardo di

Maometto; e lo squillo della sacra tromba, dovette condurvi uno sciame

di fanatici affamati ed intrepidi, che, se altro non fosse, accrebbero

lo spavento dei Greci e ne rintuzzarono al primo assalto le spade. Duca,

Calcocondila, e Leonardo da Chio, fanno ascendere a trecento o

quattrocentomila uomini l'esercito del Sultano; ma Franza, trovatosi in

maggior vicinanza del campo, e meglio quindi in istato d'instituire le

sue osservazioni, non contò più di dugencinquantottomila uomini, calcolo

ragionevole che non oltrepassa nè i fatti che si sanno, nè i limiti

della probabilità[88]. Men formidabile era la forza marinaresca degli

assedianti; perchè comunque trecentoventi legni si stessero nell'acque

della Propontide, solamente diciotto di questi meritavano di essere

nominati navi da guerra, non consistendo quasi tutto il rimanente, se

non se in piccioli navigli da trasporto, che versavano nel campo

ottomano e uomini, e munizioni, e vettovaglie; e Costantinopoli, in

questo suo stato di massima debolezza, contenea tuttavia più di

centomila abitanti, che però tra i prigionieri, non fra i combattenti,

fecero numero; operaj la maggior parte, preti, donne e uomini sforniti

di quel coraggio, che talvolta per la comune salvezza le medesime donne

hanno saputo mostrare. Comprendo, e sarei quasi proclive a scusare la

renitenza di que' sudditi, che per obbedire alle voglie di un tiranno si

vedono costretti a portar le armi in lontane contrade; ma colui che non

ardisce cimentare la propria vita per difendere i propri averi ed i

figli, ha perduta fra gli uomini i sentimenti più operosi e

caratteristici dell'umana natura. Giusta un ordine dell'Imperatore, i

suoi ufiziali si trasportarono in ciascun rione per prendere un registro

di que' cittadini, non esclusi i frati, che fossero abili e pronti ad

armarsi in difesa del loro paese; catalogo che fu rimesso a Franza[89]

il quale, preso da dolore e confusione ad un tempo, portò l'annunzio al

Sovrano, che tutto il numero dei difensori della nazione si riduceva a

quattromila novecentosettanta Romani; infausta verità che Costantino e

il suo fedele Ministro procurarono di tenere celata, intanto che venne

tratto dall'arsenale un corrispondente numero di scudi, di balestre e di

archibusi. Si aggiugnea il sussidio di duemila stranieri, comandati da

Giovanni Giustiniani, Nobile genovese, al quale, oltre all'essere stata

pagata anticipatamente e con generosità la sua soldatesca, venne

promessa l'Isola di Lesbo in premio del suo valore e de' suoi buoni

successi. Venne indi tirata dinanzi all'ingresso del Porto una grossa

catena, cui difendevano alcune navi da guerra e mercantili, così greche

come italiane, e furono trattenute pel servigio pubblico tutte le navi

della Cristianità che, a mano a mano, giugneano dal mar Nero e

dall'Isola di Candia. Dopo tutti questi provvedimenti, una Capitale di

tredici, o forse sedici miglia di circonferenza, non poteva opporre a

tutte le forze dell'Impero ottomano che una guarnigione di sette, o

ottomila soldati. Stavano aperte agli assedianti l'Asia e l'Europa,

mentre le forze e i viveri de' Greci scemavano ogni giorno senza che di

fuori potessero sperare verun soccorso.

[A. D. 1452]

I primi Romani avrebbero impugnate l'armi, deliberati di vincere o di

morire. I primi Cristiani si sarebbero abbracciati fra loro, aspettando

con rassegnazione e carità la corona del martirio; ma i Greci di

Costantinopoli, comunque non sentissero fervore che per gli affari di

religione, non ne traevano altro frutto, che di reciproche nimistà e

discordie. L'Imperatore Giovanni Paleologo avea, prima di morire,

abbandonato il divisamento che tant'ira destò nei suoi sudditi, il

divisamento di unir le due Chiese; il fratello di lui Costantino lo

ripigliò quando, le angustie in cui trovavasi, gl'imposero come una

necessità di ricorrere ad un'ultima prova di dissimulazione e di

adulazione[90]. Inviò ambasciatori a Roma coll'incarico di chiedere

temporali soccorsi ed assicurare il Santo Padre che i Greci al suo

spirituale dominio si sommetteano. Questi scusavano ad un tempo il lor

Sovrano, se avea da prima trascurato un tale dovere, a motivo dei tristi

casi dello Stato che aveano assorte tutte le sollecitudini del Principe,

in sostanza bramosissimo di vedere un Legato pontifizio nella sua

Capitale. Benchè il Vaticano sapesse per prova quanto vi fosse poco da

fidarsi nelle parole dei Greci, non potea con decenza mostrarsi sordo a

tali voci di pentimento; ma più presto un Legato che un esercito gli

concedè; laonde sei mesi prima della presa di Costantinopoli il

Cardinale Isidoro nativo di Russia, vi comparve, qual nunzio del

Pontefice, seguìto da un corteggio di preti e di soldati. L'Imperatore

lo accolse qual padre ed amico; ne ascoltò rispettosamente i sermoni

così in pubblico come in privato, e sottoscrisse l'atto di unione, nella

stessa guisa che venne accettato nel Concilio di Firenze, al qual

esempio si conformarono i più docili fra i sacerdoti e laici della

Chiesa greca. Nel giorno 12 dicembre, i Greci si unirono alla

celebrazione del divin sagrifizio e della preghiera, nel tempio di S.

Sofia, ove fu fatta commemorazione solenne de' due Pontefici, vale a

dire di Nicolò V, Vicario di Gesù Cristo, e del Patriarca Gregorio, che

un popolo ribelle aveva esiliato.

Ma le vesti e la lingua del Prete latino ufiziante furono argomento di

scandalo ai Greci, inorriditi in veggendolo consagrar pane senza

lievito, e versar acqua fredda nel calice eucaristico. Uno Storico

greco confessa arrossendo che nessuno de' suoi concittadini,

compresovi lo stesso Imperatore, si prestò di buona fede a tale

riconciliazione[91][92]. A discolparli dalla taccia di una sommessione

così inconsiderata e plenaria, dicevano essersi riservati il diritto di

rivederne l'atto in appresso; ma la migliore e più trista scusa ad un

tempo che avessero, stava nel confessarsi spergiuri. Oppressi dai

rimproveri di quei lor fratelli che non avevano tradita la propria

coscienza, rispondeano lor sotto voce: «armatevi di rassegnazione anche

per poco, aspettate di veder libera la città dall'immenso drago che

spalanca la bocca per divorarci; ne saprete dire in allora se siam

riconciliati davvero cogli azzimiti». Ma la pazienza non è la

prerogativa caratteristica dello zelo religioso, nè cortigianesca

disinvoltura è bastante a frenar la violenza del popolare entusiasmo.

Persone d'ogni classe e d'entrambi i sessi si trasportarono in folla

dalla chiesa di S. Sofia alla celletta del frate Gennadio[93], affine di

consultare nel gran frangente questo religioso che reputavasi l'oracolo

della Chiesa. Ma il santo personaggio non si mostrò: assorto, a quanto

parea, nelle sue profonde meditazioni, o nelle sue estasi mistiche,

lasciò solamente esposta in fronte alla sua porta una tavoletta, ove le

turbe lessero le seguenti parole: «Sciagurati Romani! perchè

abbandonaste voi la strada della verità? Perchè invece di mettere la

vostra fiducia in Dio, negli Italiani l'avete posta? Col perdere la

vostra fede, perderete anche la vostra città. Signore, abbi compassione

di me. Io protesto al cospetto tuo che sono innocente di questo delitto.

Sciagurati Romani, pensate bene, trattenetevi e pentitevi! nell'atto

stesso che abbiurerete la religione dei padri vostri; nell'atto stesso

che vi collegherete coll'empietà, cadrete schiavi sotto uno straniero

servaggio». Udito questo avviso di Gennadio, le vergini spose di Dio,

pure come gli Angeli, e superbe come i demonj[94], sorsero contra l'atto

di unione, e maledirono qualunque lega coi partigiani presenti e futuri

della Chiesa latina; le imitò, le approvò la maggior parte del Clero e

del popolo. Uscendo del monasterio di Gennadio, i devoti Greci si

sparsero per la taverna bevendo alla confusione degli schiavi del Papa,

votando tazze ad onore della immagine della Santissima Vergine, e

supplicandola a difendere questa città da Maometto, come altre volte

l'avea protetta contro l'armi di Cosroe e contro il Cagano. Così

inebbriati dal fanatismo e dai fumi del vino, esclamarono

sconsigliatamente: «Che abbiam noi bisogno di soccorso e di unione? che

abbiam noi bisogno dei Latini? vada lungi da noi il culto degli

azzimiti». Frenesia epidemica che tenne in trambusto la popolazione per

tutto il verno antecedente alla vittoria de' Turchi; la Quaresima e la

prossimità delle feste, anzichè ispirare sentimenti di pace e di carità,

non fece che rincalzare l'ostinazione e la prevalenza del fanatismo. I

confessori che spiavano e atterrivano le coscienze, prescrivevano

penitenze rigorosissime a chiunque avesse ricevuta la comunione dalle

mani d'un prete accusato di consenso, o formalmente, o tacitamente,

prestato alla Lega. La Messa celebrata da un tal sacerdote, contaminava,

secondo costoro, quegli stessi che le aveano assistito; se preti,

perdeano la virtù del carattere sacerdotale, e nemmen nel pericolo di

morte istantanea, era permesso invocare il soccorso delle loro preghiere

e delle loro assoluzioni. Appena celebratosi dai Latini il servigio

divino nella chiesa di S. Sofia, fu riguardata come polluta, e il Clero

e il popolo ne rifuggirono come da una sinagoga, o da un tempio di

Pagani; onde questa venerabile Basilica, che, fumante non ha guari

d'incensi, e splendente per immensa moltitudine di fiaccole, avea sì

spesso risonato di preci e di rendimenti di grazie, rimase fra lo

squallore di un assoluto e tetro silenzio. Più inviperito odio portavasi

ai Latini che agli stessi Eretici ed Infedeli; talchè il primo Ministro

dell'Impero, il Gran Duca, si spiegò apertamente che avrebbe preferita

la necessità di vedere a Costantinopoli il turbante di Maometto

all'odievol presenza della tiara del Papa o di un cappello di

Cardinale[95]. Tal sentimento cotanto indegno di un cristiano e di un

amico della sua patria, era divenuto a tutti i Greci comune, e tornò ad

essi fatale. Costantino si trovò privo dell'affetto e del soccorso de'

proprj sudditi, la viltà naturale de' quali prendea un religioso

pretesto dal dovere di rassegnarsi ai decreti della Providenza, o dalla

chimerica speranza di una liberazione miracolosa[96].

Due lati del triangolo in cui stassi Costantinopoli, vale a dire quelli

che si estendono lungo il mare, erano inaccessibili ai nemici; la

Propontide da una banda formava una difesa naturale, il porto ne formava

un'artificiale dall'altra. Un doppio muro, e una fossa che avea cento

piedi di profondità, copriva la base del triangolo situata fra le due

rive dalla banda di terra; alle quali fortificazioni il Franza che le

avea vedute, attribuiva una estensione di sei miglia[97]; quivi fu il

principale assalto degli Ottomani. Costantino dopo avere ripartite le

fazioni e il comando de' posti più pericolosi, si accinse a difendere

l'esterno muro. Ne' primi giorni d'assedio, i soldati scesero nella

fossa d'onde fecero una sortita in piena campagna, ma non tardarono ad

avvedersi che, avuta proporzione del numero de' combattenti d'entrambi i

campi, era più funesta ai Greci la perdita d'un Cristiano, che al nemico

quella di venti Turchi; laonde dopo queste prime prove di coraggio, si

limitarono prudentemente a lanciare armi di gittata dall'alto de'

baloardi, prudenza che in tale istante non potea essere accusata, come

viltà, comunque la popolazione greca fosse in generale pusillanime e

vile; l'ultimo de' Costantini si meritò il nome di Eroe; la sua nobile

truppa di volontarj parea infiammata dello spirito de' primi Romani, e

gli ausiliarj stranieri sosteneano l'onore della cavalleria d'Occidente.

In mezzo al fumo, fra lo strepito e il fuoco de' loro archibusi e de'

loro cannoni, percoteano incessantemente con grandini di dardi il

nemico. Tutte le bocche delle greche spingarde mandavano cadauna nello

stesso tempo sui Turchi cinque e persin dieci palle di piombo della

grossezza d'una noce; e giusta la spessezza delle file, o la forza della

polvere, ciascun colpo potea trapassare l'armadura e il corpo di molti

guerrieri; ma i Turchi bentosto, riparando la loro via con trincee, o

tenendosi dietro alle rovine, si avvicinarono maggiormente. Ogni dì più

periti nella scienza militare divenivano i Cristiani, ma i lor magazzini

da polvere, mal provveduti sin da principio, non doveano tardare a

votarsi. La loro artiglieria scarsa e di picciol calibro, non potea

produrre grandi effetti, e se aveano ancora alcuni pezzi più rilevanti

non si avventuravano a collocarli sopra vecchie muraglie, che l'impeto

dello scoppio avrebbe crollate e rinversate[98]. Oltrechè, il micidiale

segreto essendo già noto parimente agli Ottomani, questi lo adoperavano

con tutta l'efficacia che possono infondere negl'ingegni di offesa il

fanatismo, le ricchezze, il dispotismo. Ragionammo dianzi del gran

cannone di Maometto, arme rilevante e segnalata nella Storia dell'epoca

ora descritta; enorme bocca da fuoco che fiancheggiavano altre due quasi

della stessa grandezza[99]. Dopo che i Turchi ebbero appuntato una lunga

serie di cannoni contro le mura, quattordici batterie fulminarono nel

tempo stesso i luoghi meno fortificati; ma nel descrivere una di tali

batterie, gli Autori si valgono d'espressioni sì equivoche, che non

intendiamo bene, se essa contenesse centotrenta pezzi di cannone, o

centotrenta palle. Del rimanente, a malgrado del potere e della solerzia

di Maometto, scorgesi l'infanzia dell'arte in quel tempo. Sotto un

padrone che calcolava i minuti secondi, il gran cannone non potea trarre

che sette volte al giorno[100]. Il metallo riscaldato scoppiò, sicchè

molti cannonieri rimasero morti, e fu ammirata l'abilità di un fonditore

che immaginò, per andar contro ad una nuova disgrazia, di versare, dopo

ciascuno scoppio, una certa quantità d'olio entro i cannoni.

Le prime palle dei Musulmani lanciate a caso, aveano fatto più strepito

che rovina. Mercè soltanto i suggerimenti di un ingegnere cristiano, i

Turchi appresero a percotere direttamente i due lati opposti degli

angoli salienti d'un baloardo. Per quanto poco destri fossero questi

artiglieri, la moltiplicità de' colpi supplì alla poca abilità di

addirizzarli, onde gli Ottomani, pervenuti finalmente sino all'orlo

della fossa, si accinsero a colmare questa enormissima apertura a fine

di procurarsi per traverso alla medesima una strada all'assalto[101]. Vi

gettarono entro e massi e fascinate e tronchi d'alberi, e tal fu

l'impeto di quei lavoratori, che i primi trovatisi in riva alla fossa, o

i più deboli, vi caddero dentro e vi trovarono sepoltura. Intantochè gli

assedianti davano indefessa opera a tale lavoro, la sola speranza di

salute per gli assediati stavasi nel cercare di renderli inutili, a

lunghi e micidiali scontri esponendosi, e distruggendo la notte tutta

l'opera che i soldati di Maometto aveano fatta nella giornata. Ricorreva

all'arte delle mine il Sultano; ma oltre alla difficoltà di valersene in

un terreno, che era compatta rupe, gli opponeano altrettante contromine

i cristiani ingegneri; perchè niuno aveva a que' giorni pensato a colmar

di polve quelle vie sotterranee, e a produr così quegli scoppj che fanno

saltare in aria le torri e le intere città[102]. Una circostanza che

contraddistinse dagli altri assedj quello di Costantinopoli, si fu l'uso

promiscuo dell'artiglieria antica e moderna. Fra mezzo ai metalli

ignivomi vedeansi macchine opportune a lanciar sassi e dardi; uno stesso

muro soffriva l'urto delle palle e dell'ariete ad un tempo; nè la

scoperta della polvere avea fatto dimenticare l'uso del fuoco greco.

Rotandosi su i suoi cilindri, avanzava un'immensa torre di legno, mobile

arsenale di munizioni da guerra, coperto d'un triplice cuoio. I

guerrieri che vi stavano chiusi entro, poteano senza pericolo, per le

feritoie della medesima, trarre sugli assediati; la parte anteriore di

essa avea tre porte, che davano abilità di sortire e di ritirarsi ai

soldati. Una scala interna li conduceva al pianerottolo superiore di

essa torre, d'onde poteano col ministerio di carrucole, sollevare una

scala che, attaccandosi coll'estremità al baluardo nemico, diveniva un

ponte per gli assedianti. Coll'unione di tutti questi diversi modi

d'assalto, alcuni de' quali tanto più funesti si fecero ai Greci, perchè

non ne aveano veruna cognizione, giunsero finalmente i Turchi a

rinversare la torre di S. Romano; però vennero ancora respinti dopo un

ostinato combattimento, che la notte interruppe e che divisavano

rincominciare all'alba del nuovo giorno con più vigore, e maggiore

fiducia di buon successo. Nè questi momenti conceduti alla speranza e al

riposo vennero trascurati dalla solerzia dell'Imperatore greco e del

genovese Giustiniani, che rimasti tutta la notte su i baloardi,

affrettarono tutti que' provvedimenti da cui poteva ancora dipendere il

destino della Chiesa e di Costantinopoli. Laonde all'apparire

dell'aurora novella, l'impaziente Maometto vide, con istupore ed eguale

afflizione, incenerita la sua torre di legno, tornata nel primo stato la

fossa, restaurata la torre di S. Romano. Deplorando il mal esito de'

concetti disegni, esclamò dimentico della riverenza che al proprio culto

dovea: «Trentasettemila Profeti non bastavano a farmi credere, che

gl'Infedeli in sì breve tempo avessero eseguito sì immenso lavoro».

La generosità de' Principi cristiani fu languida e tardi arrivò; ma fin

dal momento in cui Costantino previde l'assedio della sua Capitale,

intavolò negoziati nelle isole dell'Arcipelago, nella Morea e nella

Sicilia per ottenerne i soccorsi più indispensabili. Cinque grandi

vascelli mercantili[103], armati da guerra avrebbero già salpato da Chio

nel primo giorno di aprile, se non li avesse trattenuti un ostinato

vento di tramontana[104]. Un di questi portava bandiera imperiale; gli

altri quattro, appartenenti ai Genovesi, andavano carichi di frumento e

d'orzo, d'olio e di vegetabili, e soprattutto di soldati e marinai pel

servigio della Capitale. Finalmente dopo un penoso indugio, spiegaron le

vele col favore di un leggier vento australe, che fattosi più gagliardo

nel secondo giorno, li portò ben tosto all'Ellesponto e alla Propontide;

ma circondata per terra e per mare trovavasi la Capitale del greco

Impero; e la squadra turca, situata all'ingresso del Bosforo, terminava

a guisa di mezza luna alle due estreme rive per chiudere il passaggio a

questi ardimentosi ausiliari, o per lo meno a fin di respingerli.

Qualunque leggitore abbia presente alla memoria il quadro geografico di

Costantinopoli, comprenderà e ammirerà la magnificenza di un tale

spettacolo. I cinque vascelli cristiani procedeano innanzi, in mezzo a

giulive acclamazioni, e forzando il ministerio delle vele e de' remi

contro una squadra nemica di trecento navigli; i baloardi, il campo, le

coste dell'Europa e dell'Asia, vedeansi coperte di spettatori impazienti

con inquietudine dell'effetto che questo rilevante soccorso avrebbe

prodotto; effetto che a prima vista non avrebbe dovuto sembrare

dubbioso. La superiorità de' Turchi era tanta, che si togliea da ogni

proporzione col numero de' Cristiani; e certamente, giusta un calcolo

ordinario, la moltitudine e il valore de' combattenti gli avrebbe

assicurati della vittoria. Cionnullameno l'imperfezione della loro

marineria mostrava come questa fosse stata creata d'improvviso dalla

volontà del Sovrano, e non nata gradatamente dall'ingegno inventivo

della nazione; e giunti anche all'apice della grandezza, i Turchi

confessavano che, se Dio avea conceduto ad essi l'Impero della terra,

quello del mare rimanea agli Infedeli[105]; modesta confessione, la cui

verità è stata confermata da una sequela dì sconfitte e da un rapido

scadimento. Tranne diciotto galee bastantemente forti, il rimanente

della squadra era composta di battelli aperti, rozzamente costrutti, mal

governati, troppo caricati di combattenti, e sprovveduti di cannone; e

poichè il coraggio ne deriva in gran parte dalla conoscenza delle nostre

proprie forze, non è maraviglia se i più valorosi giannizzeri tremarono

in veggendosi sopra un elemento nuovo per essi. Dalla parte in vece de'

Cristiani, veniano governati da piloti abilissimi cinque grandi vascelli

pieni di veterani dell'Italia e della Grecia, avvezzi da lungo tempo ai

disagi e ai pericoli della navigazione. Intanto che davano opera a

calare a fondo, o ad infrangere i deboli legni che impacciavano ad essi

il cammino, le loro macchine d'artiglieria spazzavano il mare e

versavano fuoco greco su quelle barche ottomane che osavano avvicinarsi

per tentar l'arrembaggio; chè i venti e i flutti si chiariscono mai

sempre pe' navigatori più abili. I Genovesi salvarono il vascello

imperiale contro cui, nella mischia, più numerosa oste infieriva; e

gravissima fu la perdita de' Turchi, respinti in due assalti, un più

lontano, l'altro ov'erano petto a petto coi Cristiani. Maometto standosi

a cavallo in su la piaggia, incoraggiava i Musulmani colla sua voce, con

promesse di ricompensa, col timore che egli inspirava, più poderoso

sovr'essi che lo stesso timore de' nemici. Il fervore del suo animo, i

moti del suo corpo[106] sembravano imitare le azioni de' combattenti, e

quasi foss'egli il padrone della natura, da niuna tema frenato, facea

impotenti sforzi per ispinger nel mare il proprio cavallo. La violenza

dei suoi rimproveri, i clamori del campo indussero la squadra turca ad

un terzo assalto che fu più funesto ancor de' due primi; al qual

proposito citerò, senza poterle prestar molta fede, la testimonianza di

Franza, il quale afferma che i Turchi a loro confessione medesima

perdettero nella strage di questa giornata più di dodicimila uomini. In

somma fuggirono disordinatamente verso le coste dell'Europa e dell'Asia,

intanto che la squadra de' Cristiani, in trionfo e immune da danni,

procedea lungo il Bosforo, pervenuta a lanciar l'áncora con sicurezza

dalla banda interna della catena del porto. Nell'ebbrezza di questa

vittoria, sosteneano i Cristiani che il loro braccio era valevole ad

annichilare tutto l'esercito dei Turchi. Intanto Balta Ogli,

l'ammiraglio, ossia il Capitano-Pascià, ferito in un occhio, traeva da

questa circostanza un sollievo coll'accagionarla della perdita della

battaglia. Era costui un rinnegato della famiglia de' Principi di

Bulgaria, stimabile per meriti militari, se un'abbominevole avarizia non

gli avesse contaminati; e, sia d'un solo, o popolare il dispotismo,

sotto il governo del medesimo, la disgrazia si ha per prova di delitto.

Il grado e i servigi di questo guerriero apparvero nulli a fronte dello

scontento di Maometto; onde dopo essere stato alla presenza del Sultano

steso per terra da quattro schiavi, ricevè cento battiture applicategli

con un bastone d'oro[107]. Essendone indi stata decretata la morte, il

vecchio Generale ammirò la clemenza del Sovrano che si contentò di

torgli le sue sostanze e mandarlo in esilio. Il soccorso navale che qui

abbiamo descritto, ridestò la speranza ne' Greci e divenne una rampogna

all'indifferenza dimostrata dalle nazioni occidentali collegate col

greco Impero; massimamente in considerando che milioni di Crociati erano

venuti in altri tempi a cercare una inevitabil morte ne' deserti della

Natolia e fra le rupi della Palestina; e che qui non era sì grave il

pericolo, attesa la situazione di Costantinopoli, munitissima per natura

contra i nemici, e ai confederati accessibile. Non facea d'uopo d'un

troppo rilevante armamento delle Potenze marittime per salvare gli

avanzi del nome Romano e mantenere una Fortezza cristiana nel centro del

turco Impero. Cionnullostante i tentativi fatti per liberare

Costantinopoli si limitarono alla spedizione di questi cinque vascelli;

le nazioni lontane non mostrarono cruciarsi nè poco nè assai de'

progressi de' Turchi, e l'Ambasciatore ungarese, stavasi in mezzo al

campo turco, per dissipare i timori e regolare le fazioni del

Sultano[108].

Era cosa difficile pe' Greci l'indovinare i segreti del Divano;

cionnullameno i loro autori sono persuasi che una resistenza così

ostinata e maravigliosa avesse stancata la perseveranza di Maometto.

Vuolsi ch'ei meditasse una ritirata, e che ben presto avrebbe levato

l'assedio, se l'ambizione e la gelosia del secondo Visir non avesse

prevalso ai perfidi suggerimenti di Calil-Pascià che si mantenea sempre

in segreta corrispondenza colla Corte di Bisanzo. Vedea il Sultano

l'impossibilità d'impadronirsi della Capitale, a meno di poterla

assalire per mare nel tempo stesso che le sue truppe la batterebbero

dalla banda di terra; ma come superare il passaggio del porto? La grossa

catena che lo chiudea era difesa da otto grandi navigli, da venti più

piccioli e da un ragguardevole numero di galee e di battelli; i Turchi,

lungi dal vedersi in istato di forzare questo propugnacolo, doveano

temere una sortita del navilio greco e una seconda battaglia in aperto

mare. In mezzo a tali perplessità, il genio di Maometto concepì e pose

ad effetto un disegno di maraviglioso ardimento; quello di far

trasportare per terra i suoi legni più leggieri e le sue munizioni dalla

riva del Bosforo a quella che guardava la parte più interna del porto,

distanza di circa dieci miglia sopra terreno disuguale e coperto di

macchie; e poichè era d'uopo radere in passando il sobborgo di Galata,

il buon successo dell'impresa, o la morte di tutti i soldati in essa

adoperati dependeano dalla colonia dei Genovesi; ma questi avidi

mercatanti aspirando al favore di essere soggiogati per gli ultimi, il

Sultano fu tranquillo per questa parte, e fece poi che la moltitudine

degli operaj supplisse alle scarse cognizioni dei suoi meccanici.

Spianata la strada, venne coperta di larghi e saldissimi tavolati, che,

a renderli più scorrevoli, venivano unti con grasso di pecora e di bue.

Poi per ordine del Sultano, vennero, col ministero di leve e carrucole,

tratte fuor dello stretto, portate sopra cilindri e spinte su questi

tavolati, ottanta galee o brigantini da cinquanta e da trenta remi,

divenuti oziosi come le vele; due piloti stavano al governale e alla

prora di ciascun navilio, e i canti e le acclamazioni delle ciurme

allietavano questo rilevante lavoro. In una sola notte la flotta de'

Turchi s'inerpicò alla collina, attraversò la pianura, venne lanciata

nel porto, in un sito ove non trovavasi bastante acqua pe' navigli greci

che erano più pesanti. Il terrore che tale impresa portò nell'animo

degli assediati e la fiducia che per essa crebbe ne' Turchi, ne fece

esagerare il reale vantaggio; questo fatto notorio e indubitabile ebbe a

spettatrici entrambe le nazioni, onde gli Storici dell'una e dell'altra

l'hanno raccontato[109]. Gli Antichi hanno più di una volta fatto uso di

un simile stratagemma[110]. Le galee ottomane, mi giova ripeterlo, non

erano che grossi battelli. Se raffrontiamo la grandezza de' navigli e la

distanza, gli ostacoli e gl'ingegni adoperati per superarli, sono forse

state eseguite ai dì nostri[111] imprese non meno maravigliose[112].

Appena Maometto ebbe navi e truppe nella parte superiore del porto, con

botti unite da travi e anelli di ferro e coperte da un saldo tavolato,

costrusse, ove l'acqua era più angusta, un ponte, o piuttosto un molo

largo cinquanta, e lungo cento cubiti. Posto sopra questa galleggiante

batteria uno de' maggiori cannoni, le ottanta galee, le truppe e le

scale, si avvicinavano a quel sito d'onde i guerrieri latini altra volta

aveano presa la città d'assalto. Viene rimproverato ai Cristiani di non

avere distrutti questi lavori prima che fossero terminati; ma un fuoco

più rilevante rendeva inutili le loro batterie; non quindi è che non

tentassero una notte di ardere le galee e il ponte del Sultano; la sola

vigilanza di Maometto impedì ad essi di avvicinarsi; onde que' primi

legni de' Greci che troppo innoltrati si erano, vennero presi o calati a

fondo; e quaranta giovani guerrieri, i più valorosi dell'Italia e della

Grecia, furono inumanamente trucidati per ordine di Maometto.

L'Imperatore di Bisanzo per parte sua fe' piantare sui baloardi le teste

di dugentosessanta prigionieri musulmani, giusta ma crudel rappresaglia

che non mitigava l'affanno delle strettezze in cui si trovava. Dopo un

assedio di quaranta giorni, nulla potea più differire la caduta di

Costantinopoli; poco numerosa di per sè stessa la guarnigione, ridotta

era affatto per quel duplice assalto; il cannone degli Ottomani avea

distrutte per ogni banda quelle fortificazioni che resistettero per

dieci secoli ad ogni impeto di nemici; già più d'una breccia era aperta,

e vicino alla porta di S. Romano, quattro torri erano state atterrate

dall'artiglieria dei Turchi. Per dar lo stipendio alle truppe, deboli e

in procinto di ribellare, Costantino si vide costretto a spogliare i

tempj, promettendo di restituire il quadruplo di quanto da essi togliea;

azione che ebbesi per sacrilega, e somministrò nuovi soggetti di

scontento ai nemici dell'unione delle due Chiese. A tanti mali univasi

lo spirito di discordia che vie più indeboliva le forze de' Cristiani;

gli ausiliari genovesi e veneziani disputavano scambievolmente per la

lor preminenza, e Giustiniani e il Gran Duca, l'ambizione de' quali non

aveva estinto il comune pericolo, si mandavano a vicenda le rampogne di

perfidi, o di codardi.

Durante l'assedio, si parlò per più riprese di pace e di capitolazione,

e molti messi erano stati spediti dal campo alla città e dalla città al

campo[113]. Le sventure aveano siffattamente scoraggiato l'Imperator

greco, che ad ogni condizione sarebbesi sottomesso, purchè la sua

religione e il suo diadema fossero stati in salvo. Maometto per parte

sua desiderava di risparmiare il sangue de' proprj soldati e più ancora

di assicurarsi le ricchezze di Costantinopoli; e con queste brame

conciliava i doveri di buon Musulmano offrendo ai _gaburi_ le

alternative di farsi circoncidere, o di pagare un tributo, o di

rassegnarsi alla morte. Con una somma annuale di centomila ducati

sarebbe stata soddisfatta la cupidigia del Sultano, ma non l'ambizione,

che al possedimento della Capitale dell'Oriente aspirava. Di fatto

propose a Costantino un equivalente di questa città, e la tolleranza ai

Greci, o se meglio il bramassero, la facoltà di ritirarsi con sicurezza;

ma dopo un'infruttuosa negoziazione, protestò che avrebbe trovato un

trono, o una tomba sotto le mura di Bisanzo. Per sentimento d'onore e

per tema del biasimo universale, rifuggendo Paleologo persino dall'idea

di consegnare agli Ottomani la Capital dell'Impero, risolvette di

cimentare gli estremi disastri della guerra. Molti giorni vennero

impiegati dal Sultano negli apparecchi dell'assalto, sol differito

ancora per la fiducia che egli aveva nell'astrologia, scienza sua

prediletta; onde lasciò respirare i Greci sino al dì ventinove maggio,

annunziato dagli astri come giorno fausto e predestinato alla presa di

Costantinopoli. La sera del ventisette, dopo aver dati gli ultimi

ordini, spedì i comandanti de' corpi e gli araldi per tutto il campo, a

divulgare i motivi della perigliosa impresa e ad eccitare i soldati ad

adempiere con valore i proprj doveri. Il timore è una delle più forti

molle morali sotto i governi dispotici; le minacce di Maometto espresse

nello stile degli Orientali, annunziavano che se anche i fuggiaschi e i

disertori avessero l'ali[114], non fuggirebbero alla giustizia

inesorabile del Sultano. La maggior parte de' giannizzeri e de' Pascià

perteneano per nascita a famiglie cristiane: ma successive adozioni

perpetuavano la gloria del nome turco, e a malgrado del cambiamento

degl'individui, l'imitazione e la disciplina mantengono lo spirito di

una legione, di un reggimento o di un'_oda_. Prima di portarsi alla pia

impresa, i Musulmani vennero esortati a purificare il loro spirito colla

preghiera, il corpo con sette abluzioni, e ad astenersi da ogni

nudrimento fino alla sera della domane. Uno stuolo di dervis trascorreva

le tende per inspirare ai soldati la brama del martirio, e per

assicurarli di futura perpetua giovinezza da trascorrersi in riva ai

fiumi, e per mezzo ai giardini del paradiso, in braccio alle belle

_huris_ dagli occhi neri. Cionnullameno, Maometto calcolava anche più

sull'effetto delle ricompense temporali e visibili. Venne promesso di

raddoppiare gli stipendj in premio della vittoria. «La città e gli

edifizj mi appartengono, dicea Maometto; ma lascio a voi i prigionieri e

il bottino, l'oro e la bellezza; siate ricchi e felici. Le province del

mio Impero son numerose; l'intrepido soldato che salirà il primo le mura

di Costantinopoli, otterrà in guiderdone la più bella e la più ricca di

queste da governare; la mia gratitudine accumulerà sovr'esso onori e

fortune, oltre quanto uom sappia immaginare». Allettamenti sì variati e

poderosi infiammarono gli animi de' soldati, che disprezzando la morte,

e impazienti della battaglia, fecero risonare il campo dell'acclamazione

maomettana. «Dio è Dio, non v'è che un Dio, e Maometto è l'Appostolo di

Dio[115]», e da Galata fino alle Sette Torri, la terra e il mare vennero

rischiarati dai fuochi che gli assedianti avevano accesi durante la

notte.

Ben diverso era lo stato cui ridotti si vedeano i Cristiani che con

impotenti grida deploravano i lor peccati, o il gastigo, del quale erano

minacciati. Fu esposta in una processione solenne la celeste immagine

della Vergine; ma la Vergine non ascoltò le loro preghiere; accusavano

l'ostinazione dell'Imperatore che non avea voluto cedere la piazza,

quand'era tuttavia in tempo di farlo, e anticipavano gli orrori della

sorte che gli aspettava, sospirando la pace e la sicurezza di cui si

lusingavano godere sotto il servaggio de' Turchi. I più nobili fra i

Greci e i più prodi confederati vennero nella sera dei ventotto di

maggio chiamati al palagio, perchè si preparassero a sostener con

coraggio l'imminente assalto generale de' Turchi. L'ultimo discorso che

ad essi fece Paleologo potè dirsi l'Orazione funebre dell'Impero

romano[116]. Promise, supplicò, fece inutili sforzi per riaccendere ne'

cuori altrui quelle speranze che già nel suo erano spente; niuna

prospettiva ei poteva offrire che di tristezza e di lutto non fosse;

tanto più che il Vangelo e la Chiesa cristiana non hanno promessa alcuna

sensibile ricompensa agli Eroi che cadono in servendo la loro patria.

Pure l'esempio del Principe e la noia di starsi rinchiusi in una città

assediata, aveano armati del coraggio della disperazione questi

guerrieri. Lo storico Franza che assistè a questa lugubre assemblea, con

istile patetico la dipinge. Versarono lagrime, si abbracciarono;

dimenticando le lor ricchezze e le loro famiglie, alla morte si

consagrarono. Trasferitosi al suo posto ciascun de' Capi, trascorse la

notte col far vigile sentinella sui baloardi. L'Imperatore, seguìto da

alcuni fedeli compagni, entrò nella Chiesa di S. Sofia che stava per

divenire tra poco una moschea. Piansero, orarono a piè degli Altari e

ricevettero la comunione. Dopo aver riposato pochi momenti nel palagio

che risonava di lamentazioni e di grida, chiese perdono a tutti coloro

ch'ei potesse avere offeso[117], e montò indi a cavallo per visitare i

posti e scoprire le fazioni del nemico. La caduta dell'ultimo de'

Costantini è più gloriosa della lunga prosperità de' Cesari di Bisanzo.

Un assalto può talvolta sortir buon successo in mezzo alle tenebre; però

la sapienza militare e le nozioni astrologiche del Sultano lo indussero

ad aspettare il mattino di questo memorabile ventinove maggio 1453

dell'Era Cristiana. Un solo istante di quella notte non fu perduto per

Maometto; le truppe, coi cannoni e colle fascine, si erano avanzate fin

sull'orlo della fossa che in molti luoghi offeriva un sentiero spianato

alla breccia; le ottanta galee quasi toccavano colle prore e colle scale

da scalata i muri del porto men atti ad essere difesi. Il Sultano

ordinò, sotto pena di morte il silenzio; ma le leggi fisiche del moto e

del suono non obbediscono alla disciplina e al timore. Ben potea ciascun

individuo soffocar la voce e misurare i passi, ma le pedate e il lavoro

di un esercito producevano necessariamente confusi suoni che ferirono

gli orecchi delle sentinelle della torre. Al sorgere dell'aurora, i

Turchi incominciarono l'assalto per mare e per terra, senza avere

sparato, giusta l'uso, il cannone del mattino; la loro linea d'assalto

fitta e continua è stata paragonata ad una lunga corda torta o

intrecciata[118]. Le prime file vedeansi composte della ciurma di

quell'esercito, di un branco di volontarj che si batteano senz'ordine nè

disciplina, di vecchi o di fanciulli, di contadini e di vagabondi, e

finalmente di tutti coloro che aveano raggiunto l'esercito colla cieca

speranza del bottino e del martirio. Un impulso generale avendoli spinti

a' piedi della muraglia, i più arditi a salire sul baloardo vennero

precipitati entro la fossa, e tanta era di costoro la calca che ogni

dardo, ogni palla de' Cristiani ne atterrava qualcuno. Ma non andò guari

che una sì penosa difesa stremò le forze e le munizioni degli assediati:

i cadaveri di Ottomani che già empievano la fossa, divennero un ponte ai

lor colleghi, e la morte delle prime turbe mandate al macello fu più

utile al trionfo del Sultano che nol fosse mai stata la loro vita. I

soldati della Natolia e della Romania condotti dai loro Pascià e

Sangiacchi, fecero impeto gli uni dopo gli altri: si combatteva da due

ore con vario ed incerto successo, ed i Greci aveano tuttavia qualche

vantaggio, e ne guadagnavano ancora; ma uditasi la voce del greco

Imperatore che eccitava i suoi soldati a compiere con un ultimo sforzo

la liberazione del loro paese, si fecero innanzi i vigorosi ed

invincibili giannizzeri che non avevano ancor combattuto. Stava

spettatore e giudice del lor coraggio il Sultano a cavallo, con in mano

una clava; e circondato da diecimila uomini della sua truppa domestica,

da lui serbata ai momenti i più decisivi, colla voce e coll'occhio

regolava e spingeva quelle onde di combattenti. Dietro questa terribile

linea vedeasi una numerosa truppa di giustizieri, i quali, secondo

l'uopo, stimolavano, rattenevano, punivano i soldati, che avevano il

pericolo in prospetto, l'infamia e una inevitabil morte alle spalle, sol

che avessero pensato alla fuga. La musica guerresca de' tamburi, delle

trombe e de' timballi, soffocava le grida dello spavento e del dolore; e

l'esperienza ha provato che l'effetto meccanico de' suoni rendendo più

vivace la circolazione del sangue e i moti degli spiriti animali,

produce sulla macchina umana una impressione superiore nell'efficacia

all'eloquenza della ragione e dell'onore. L'artiglieria delle linee

assalitrici, dalle galee del ponte, fulminava i Greci per ogni parte; e

campo e città e assedianti e assediati vedeansi involti in mezzo a un

nugolo di fumo che potea solamente essere dissipato o dalla liberazione,

o dalla distruzione compiuta dell'Impero romano. Le singolari tenzoni

degli Eroi della Favola e della Storia feriscono la nostra immaginazione

e ne allettano; le dotte fazioni militari possono giovare a schiarire la

mente e a migliorare un'arte necessaria, benchè perniciosa al genere

umano; ma nella pittura di un assalto generale tutto è sangue,

confusione ed orrore; laonde io disgiunto, per tre secoli e per

l'intervallo di un migliaio di miglia, da una scena che andò priva di

spettatori e di cui gli stessi attori non poteano formarsi un'idea

esatta o compiuta, non mi accignerò a disegnarla.

Se Costantinopoli non fece più lunga resistenza, vuole accagionarsene la

palla, o il dardo che, per traverso alla sua manopola, trafisse la mano

del Giustiniani, il quale, alla vista del proprio sangue, e tormentato

dall'estremo dolore che la ferita gli producea, sentì mancare il proprio

coraggio. Era il Giustiniani, e col braccio, e col consiglio, il più

fermo baloardo di Costantinopoli; allorchè abbandonava il suo posto per

andare in traccia di un chirurgo, l'instancabile Imperatore che di

questa ritirata si accorse, il fermò: «la ferita, esclamava Paleologo, è

lieve, il pericolo imminente, necessaria la vostra presenza; per quale

strada contate voi ritirarvi?» — «Per quella strada che Dio ha aperta ai

Turchi» il tremebondo Genovese rispose, e sì dicendo, attraversò

rapidamente una breccia del muro interno; col quale atto di viltà

sfregiò una vita che era stata luminosa fra l'armi. Sopravvissuto pochi

giorni al suo disonore, gli ultimi istanti del vivere ch'ei trascorse a

Galata, o nell'isola di Chio, furono avvelenati dai rimproveri della sua

coscienza e da quelli del pubblico[119]. La maggior parte degli

ausiliari avendo seguìto l'esempio del Genovese, allentò la difesa nel

momento medesimo che più invigoriva l'assalto. Il numero degli Ottomani

era cinquanta volte maggiore, forse centuplo di quel de' Cristiani. Le

doppie mura della Capitale continuamente spezzate per ogni banda, e

senza posa, dall'artiglieria, un mucchio sol di rovine offerivano. Era

inevitabile che, in una circonferenza di molte miglia, non si trovassero

alcuni luoghi o più accessibili, o men custoditi, e se d'uno solo di

questi punti s'impadronivano gli assedianti, diveniva quello il momento

estremo della Capitale. Ora il giannizzero Hassan, cui statura e forze

gigantesche la natura avea compartite, meritò il primo la ricompensa che

avea promessa il Sultano. Tenendo con una mano la scimitarra, e

coll'altra lo scudo, scalò il muro esterno; emuli del suo valore, il

seguirono trenta altri giannizzeri, diciotto de' quali perirono sotto il

ferro dell'inimico; giunto Hassan alla sommità, ove con dodici de' suoi

compagni si difendea, venne precipitato nella fossa; fu veduto rialzarsi

sulle ginocchia, e nuovamente una grandine di dardi e di pietre lo

rinversò. Nondimeno, ei fece il più col mostrare che quella sommità di

baloardo poteva raggiungersi. Ben tosto uno sciame di Turchi coprì le

mura e le torri, e i Greci, perduto anche il vantaggio del terreno, si

trovarono oppressi dall'immenso numero de' Musulmani che da un istante

all'altro crescea. In mezzo alla calca, continuò lungo tempo a vedersi

l'Imperatore greco[120] che gli ufizj di generale e di soldato compiea;

ma finalmente disparve. I Nobili che combatteano al suo fianco

sostennero sino all'ultimo respiro gli onorevoli nomi di Paleologo e di

Cantacuzeno. Gli si udirono pronunciare queste dolenti parole: «Nè vi

sarà alcun fra i Cristiani che voglia per pietà tagliarmi la

testa?»[121] perchè la sua ultima angoscia veniagli dal timore di cader

vivo fra le mani degl'Infedeli[122]. Risoluto di morire, aveva avuta la

previdenza di spogliare la porpora: in mezzo alla mischia, cadde

finalmente sotto i colpi d'ignota mano e rimase, sotto un mucchio di

morti, sepolto. Da quell'istante, nessuno pensò oltre a resistere e la

sconfitta fu generale; datisi a fuggire i Greci dalla banda della città,

e angusto essendo alla moltitudine de' fuggiaschi il passaggio della

porta di S. Romano, molti in questa trista gara perirono soffocati e

schiacciati. I Turchi vincitori si fecero ad inseguirli precipitosamente

per le brecce del muro interno, e intanto che avanzavano per le strade

si unì ad essi il corpo che avea forzata la porta del Fenar dalla banda

del porto[123]. Nel primo ardore d'inseguire i Cristiani, circa duemila

di questi vennero passati a filo di spada; ma ben tosto l'avarizia vinse

la crudeltà, e i vincitori confessarono che la strage sarebbe anche

stata minore, se la prodezza di Costantino e de' suoi scelti soldati non

gli avesse tratti in paura di trovare un'eguale resistenza in tutti i

rioni della Capitale. Così, dopo un assedio di cinquantatre giorni,

cadde finalmente sotto l'armi di Maometto II questa Costantinopoli, che

avea disfidate le forze di Cosroe, del Cagano e de' Califfi. I Latini

non ne aveano abbattuto che l'Impero, ma i Musulmani ne abbattettero la

religione[124].

Presto si diffonde la notizia delle sventure; ma sì estesa è

Costantinopoli che i più lontani rioni rimasero ancora per alcuni

momenti nella felice ignoranza del loro infausto destino[125]. Ma in

mezzo alla generale costernazione, fra le mortali angosce che ciascuno

provava per sè o per la patria, fra il tumulto e lo strepito

dell'assalto, certamente in quella fatal notte, il sonno avrà potuto

dimorar poco fra gli abitanti di Costantinopoli, e duro fatica a credere

che molte donne greche sieno state destate da profondo e tranquillo

riposo per l'improvviso arrivo de' giannizzeri. Appena la pubblica

sciagura fu certa, abbandonati vennero in un istante le case e i

conventi; i tremebondi abitanti si ammucchiavano per le strade, a guisa

di branchi d'impauriti animali, come se dall'unione di lor debolezza

avesse potuto scaturire la forza, o sperando fors'anche ciascuno di

trovarsi, in mezzo a tanta calca, meglio nascosto e sicuro. Da tutte le

bande venivano a rifuggirsi nella chiesa di S. Sofia, onde in men

d'un'ora, e padri, e mariti, e mogli, e fanciulli, e preti, e monache, e

frati, empievano il Santuario, il coro, la nave, le logge superiori e

inferiori del tempio; ne sbarrarono le porte, cercando un asilo in quel

luogo sacro che, il dì innanzi ancora, credeano profanato perchè vi

aveano celebrato il divin sagrifizio i Latini. La fidanza di questi

infelici fondavasi sulla predizione di un fanatico, o di un

impostore[126], il quale aveva annunziato che i Turchi prenderebbero

bensì Costantinopoli e inseguirebbero i Greci fino alla colonna di

Costantino sulla piazza rimpetto a S. Sofia; ma esser quello il termine

delle calamità di Bisanzo; che un Angelo allora scenderebbe, con una

spada in mano dal cielo, e consegnando questa spada e l'Impero ad un

poverello seduto ai piedi della colonna, gli direbbe: «Prendi questa

spada e vendica il popolo del Signore»; che all'udir tali accenti i

Turchi si darebbero a fuga, e che i Romani vincitori scaccierebbero indi

il nemico dall'Occidente e da tutta la Natolia sino ai confini della

Persia. A tal proposito, Duca, con egual verità ed amarezza, rimprovera

ai Greci la loro ostinazione e le loro discordie; «quand'anche, egli

esclama, fosse comparso l'Angelo e vi avesse promesso di sterminare i

vostri nemici a patto che sottoscriveste l'unione delle due Chiese,

credo che in questo fatale momento avreste rifiutata una tal via di

salute, ovvero per ottenerla, ingannato il vostro Dio[127].

Mentre i Greci aspettavano quest'Angelo che mai non veniva, i Turchi a

colpi di azza atterravano le porte di S. Sofia; e poichè non trovarono

resistenza, non vi fu spargimento di sangue, nè ad altro pensarono che a

scegliere e custodire i loro prigionieri. La giovinezza, l'avvenenza e

l'apparenza della ricchezza guidavano la scelta, e l'anteriorità della

presa; la forza personale e l'autorità de' colpi sul diritto di

proprietà decidevano. Non era trascorsa un'ora, che i prigionieri maschi

si trovavano avvinti con funi, le donne coi loro veli e colle loro

cinture: i Senatori vedeansi accoppiati ai loro schiavi, i Prelati ai

sagrestani, abbietti giovinastri a nobili vergini, sin allora nascoste

alle luce del giorno e fino agli sguardi dei più prossimi loro parenti;

cattività che confuse i gradi sociali, e infranse i vincoli della

natura; nè i gemiti de' padri, nè le lagrime delle madri, nè le

lamentazioni de' fanciulli valsero a movere gl'inflessibili soldati di

Maometto. Le più acute grida venivano mandate dalle monache che

vedendosi strappate agli Altari, col seno scoperto e colle chiome

scarmigliate, stendeano al Cielo le braccia, e dobbiamo credere che

poche di esse potessero preferire le grate del Serraglio a quelle del

monastero. Già le strade erano piene di questi sciagurati prigionieri,

quasi animali domestici, aspramente in lunghe file condotti. Il

vincitore frettoloso di cercar nuove prede facea correre, a furia di

minacce e di colpi, queste vittime tremebonde. Nello stesso tempo le

medesime scene di rapina si replicavano in tutte le chiese, in tutti i

conventi, in tutti i palagi, in tutte le abitazioni della Capitale; nè

vi furono santità, o solitudine di luogo, che le persone, o la proprietà

de' Greci facessero salve. Più di sessantamila di questi infelici,

trascinati, o su navigli, o nel campo, vennero cambiati, o venduti

giusta il capriccio, o l'interesse de' lor padroni, e dispersi per le

varie province dell'Impero ottomano. Giova qui il far conoscere le

avventure di alcuni più spettabili di tali prigionieri. Lo Storico

Franza, primo Ciamberlano e Segretario dell'Imperatore, cadde, non meno

della sua famiglia, in potere dei Turchi. Ricuperata la libertà, dopo

quattro mesi di schiavitù, osò nel successivo anno trasferirsi ad

Andrinopoli, ove gli riuscì riscattare la moglie che apparteneva al

_Mir-Basi_, o mastro della cavalleria; ma erano stati riservati ad uso

di Maometto i suoi due figli, allora nel fiore dell'età e della

bellezza; la figlia morì nel Serraglio, forse vergine tuttavia; il

figlio in età di quindici anni, preferendo la morte all'infamia, spirò

sotto il pugnale del Sultano, che contra il pudore del giovinetto

attentò[128]. Sarebbesi forse Maometto immaginato di espiare un atto sì

atroce colla letteraria generosità dimostrata nel far libera una matrona

greca e due figlie della medesima, in grazia di un'Ode latina di Filelfo

che nella nobile famiglia di questa matrona aveva condotto la

moglie[129]? Molto avrebbe rilevato all'orgoglio, o alla crudeltà di

Maometto, il poter aver tra le mani il Legato di Roma. Ma il Cardinale

Isidoro pervenne a fuggire da Galata sotto l'abito d'un uom del

volgo[130]; perchè le navi italiane padroneggiavano sempre la catena e

l'ingresso del porto esterno. Dopo essersi segnalati per valore que'

condottieri, finchè durato era l'assedio, profittarono, per salvarsi,

dell'istante in cui il saccheggio della città dava divagamento alle

ciurme de' Turchi. Sull'atto di salpare, videro coperta di supplichevoli

turbe la spiaggia, ma caricarsi non poteano del trasporto di tanti

infelici; i Veneziani e i Genovesi tracelsero i loro compatriotti; e gli

abitanti di Galata, senza fidarsi alle promesse che avea fatte ai

medesimi Maometto, abbandonarono le proprie case portando seco quanto

aveano di più prezioso.

Nel dipingere il saccheggio delle grandi città, lo Storico si vede

condannato agli uniformi racconti di infortunj, sempre i medesimi;

perchè le stesse passioni producono gli stessi effetti, e quando queste

non hanno più freno, oh come poco l'uom, venuto a civiltà, differisce

dall'uomo selvaggio! In mezzo alle esclamazioni vaghe della pietà

religiosa e dell'odio, non troviamo che vengano accusati i Turchi di

avere versato, pel solo piacer di versarlo, il sangue dei Cristiani: ma,

giusta le loro massime, che furono pur quelle degli Antichi, la vita de'

vinti spettava ai vincitori, che, in ricompensa delle fatiche sostenute,

poteano trar profitto dai servigi, dal prezzo di vendita, o dal riscatto

de' lor prigionieri d'entrambi i sessi[131]. Il Sultano avea concedute

ai suoi soldati tutte le ricchezze di Costantinopoli; e un'ora di

saccheggio arricchisce più che il lavoro di molti anni; ma non essendo

stato distribuito in una maniera regolare il bottino, non ne furono

fatte le parti dal merito, onde i servi del campo che non aveano

affrontati i rischi e le fatiche della battaglia, le ricompense del

valore si appropiarono. Nè dilettevole, nè istruttivo riescirebbe il

racconto di tante depredazioni, che vennero valutate quattro milioni di

ducati, ultimo avanzo della ricchezza del greco Impero[132]. Una

picciola parte di tale somma apparteneva ai Veneziani, ai Genovesi, ai

Fiorentini e ai mercatanti di Ancona, i quali stranieri aumentavano con

un continuo e rapido giro le loro sostanze; ma i Greci consumavano i

proprj averi nel vano lusso d'abiti e di palagi, o li sotterravano

convertiti in verghe e vecchia moneta, per timore che il fisco non li

domandasse per la difesa della patria. Le più gravi querele vennero

eccitate dalla profanazione e dallo spoglio delle chiese e de'

monasteri. Il tempio di S. Sofia, _il Paradiso Terrestre, il secondo

Firmamento, il veicolo de' Cherubini, il Trono della gloria di

Dio_[133], fu spogliato delle offerte che per un volger di secoli vi

avea portata la divozion de' Cristiani: l'oro e l'argento, le perle e le

gemme, i vasi e i fregi che vi si contenevano, vennero indegnamente

adoperati ad uso degli uomini. Poichè i Musulmani ebbero spogliate le

sante immagini di tutto ciò che ai profani sguardi potevano offerir di

prezioso, la tela o il legno de' quadri o delle statue vennero lacerati,

infranti, abbruciati, calpestati, o adoperati in vili ministerj nelle

stalle e nelle cucine. Ma quando i Latini s'impadronirono di

Costantinopoli, si erano fatti leciti i sacrilegj medesimi; onde uno

zelante Musulmano potea usare, a quanto era per lui monumento

d'idolatria, quel trattamento che dai colpevoli Cattolici[134] aveano

sofferto Gesù Cristo, la Vergine e i Santi. Un filosofo, in vece di far

eco ai pubblici clamori, potrà osservare che declinando a quei giorni le

arti, il lavoro non avea forse maggior prezzo del suo soggetto, e che la

soperchieria de' preti, e la credulità del popolo, non quindi si

stettero dal riaprire altre fonti di miracoli e di visioni; e più

gravemente si dorrà della perdita delle biblioteche di Bisanzo che in

mezzo al generale soqquadro vennero distrutte, o disperse. Dicesi che,

in tale occasione, ventimila manoscritti andassero smarriti[135], che

con un ducato se ne compravano dieci volumi, e che questo prezzo, troppo

rilevante forse per un intero scaffale di libri teologici, era il

medesimo per le Opere compiute di Aristotile e di Omero, cioè delle più

nobili produzioni della scienza e della letteratura degli antichi Greci.

Abbiamo però un conforto in pensando che una parte inestimabile delle

nostre ricchezze classiche era già stata posta in sicuro nell'Italia, e

che alcuni artefici di una città dell'Alemagna aveano fatto tale

scoperta, per cui le opere dell'ingegno non temono più le ingiurie del

tempo, o della mano dei Barbari.

Il disordine e il saccheggio incominciati a Costantinopoli fin dalla

prima ora[136] di questa memorabile giornata del ventinove maggio, si

prolungarono sino all'ottava ora, in cui Maometto arrivò trionfante per

la porta di S. Romano, accompagnato dai suoi Visiri, dai suoi pascià e

dalle sue guardie; ciascun de' quali, dice uno Storico bisantino,

fornito della forza di Ercole e dell'agilità di Apollo, equivaleva a

dieci uomini ordinarj in un dì di battaglia. Il vincitore[137] si mostrò

sorpreso da maraviglia all'aspetto magnifico e peregrino a' suoi sguardi

di quelle cupole, di que' palagi di uno stile così diverso da quello

dell'architettura orientale. Giunto all'Ippodromo, o Atmeidan, ne ferì

gli sguardi la colonna de' Tre Serpenti, e per dar prova di forza

atterrò colla sua azza da guerra la mascella inferiore di uno di cotesti

mostri[138], che i Turchi credeano essere gl'idoli o i talismani della

città. Sceso da cavallo dinanzi alla porta maggiore di S. Sofia, entrò

nel tempio, monumento della sua gloria, che egli si mostrò tanto geloso

di conservare, che, accortosi d'uno zelante musulmano inteso a rompere

il pavimento di marmo, con un colpo di sciabola lo avvertì avere bensì

conceduti ai suoi soldati il bottino e i prigionieri, ma riservati al

Sovrano i pubblici e privati edifizj. La Metropoli della Chiesa

d'Oriente venne tosto per ordine del Sultano convertita in Moschea. Già

i ricchi oggetti di cristiano culto che erasi potuto traslocare, non vi

si trovavano più; vennero rinversate le croci, lavate, purificate e

spogliate d'ogni ornamento le muraglie coperte di mosaici e di pitture a

fresco. In quel giorno, o nel successivo venerdì, il _muezin_, ossia

pubblico banditore, dalla sommità della più alta torre, gridò l'_ezan_,

ossia pubblico invito a nome di Dio e del Profeta; l'Imano predicò, e

Maometto II fece la _namaz_ di preghiere e rendimenti di grazie su

quell'Altar maggiore, ove poco prima erano stati celebrati al cospetto

dell'ultimo de' Cesari i misterj de' Cristiani[139]. Uscendo del tempio

di S. Sofia si condusse al palagio augusto, ove cento successori di

Costantino aveano avuto soggiorno, ma deserto, e in poche ore spogliato

di tutta la pompa imperiale; alla qual vista non potè starsi il

vincitore dal meditare sulle vicissitudini dell'umana grandezza e dal

ripetere gli eleganti versi d'un Poeta persiano.

«Nelle sale dei regi ordisce intanto

«Sue tele il ragno immondo, e dalle vette

«Superbe d'Erasciab, infausto canto,

«Sbattendo le negr'ali, il corvo mette[140].

Non quindi pienamente soddisfatto, pareagli imperfetta la sua vittoria,

se non sapea che fosse divenuto di Costantino, se fuggitivo, se

prigioniero, o se perito nella battaglia. Due giannizzeri chiesero

l'onore e il prezzo di questa morte, e venne riconosciuto sotto un

mucchio di cadaveri per le aquile d'oro ricamate sui suoi calzari; nè

tardarono i Greci a ravvisare piangendo il capo del loro Sovrano.

Maometto, dopo aver fatto esporre ai pubblici sguardi questo sanguinoso

trofeo[141], concedè al suo rivale gli onori della sepoltura. Morto

l'Imperatore, Luca Notaras, Gran Duca e primo Ministro dell'Impero[142],

veniva dopo, come il più rilevante fra i prigionieri. Condotto a piè del

trono co' suoi tesori, «e perchè, gli disse sdegnato il Sultano, non hai

tu adoperati questi tesori in difesa del tuo Principe e della tua

patria?» — «Essi ti appartenevano, rispose lo schiavo, Dio te gli aveva

serbati». — «Se dunque mi erano serbati, replicò il despota, perchè hai

avuta l'audacia di tenerli sì lungo tempo, e perchè ti sei fatta lecita

una resistenza infruttuosa e funesta?». Il Gran Duca si scolpò allegando

l'ostinazione degli ausiliari e alcuni incoraggiamanti segreti venutigli

dal Visir; partì finalmente da questo pericoloso abboccamento con

promessa fattagli di perdono e di vita. Trasportatosi indi Maometto a

visitare la moglie di Notaras, principessa avanzata in età e oppressa da

malattia e da cordogli, adoperò per consolarla le più tenere espressioni

d'umanità e di figliale rispetto. Si mostrò del pari clemente co'

primarj ufiziali dello Stato, di molti pagando egli stesso il riscatto,

e chiarendosi per alcuni giorni l'amico e il padre de' vinti; ma cambiò

ben presto la scena, e pochi giorni prima che egli partisse, l'Ippodromo

fu macchiato del sangue de' più nobili prigionieri. I Cristiani parlano

con raccapriccio della perfida crudeltà del vincitore; ne' loro racconti

abbelliscono di tutti i colori d'un eroico martirio l'esecuzione del

Gran Duca e de' suoi due figli, attribuendola al generoso rifiuto del

padre che non volle consegnarli a saziare le turpi brame di Maometto. Ma

uno Storico greco si è lasciato per inavvertenza sfuggire alcune parole

di cospirazioni, di divisamenti di restaurare l'Impero di Bisanzo, di

soccorsi che si aspettavano dall'Italia; trame di tal natura possono

essere gloriose, ma il ribelle, abbastanza ardito per avventurarle, non

ha diritto di lagnarsi se le sconta poi colla propria vita; nè merita

biasimo un vincitore, se strugge nemici ne' quali non gli è più permesso

il fidarsi. Il Sultano tornò nel giorno 18 giugno ad Andrinopoli, e

sorrise sulle abbiette e ingannevoli congratulazioni inviategli dai

Principi cristiani, che il presagio della prossima loro caduta vedeano

in quella dell'Impero dell'Oriente.

Costantinopoli era rimasta vôta e desolata, priva di Sovrano e di

popolo; ma niuno potea toglierle quell'ammirabile vantaggio di sito che

la indicherà in tutti i tempi, siccome la Metropoli di un grande Impero,

onde il Genio del luogo trionferà mai sempre delle vicissitudini delle

età e della fortuna. Bursa e Andrinopoli, altra volta Capitali

dell'Impero ottomano, non furono più che due città di provincia, poichè

Maometto II pose la residenza propria e dei suoi successori sull'alto

colle che a tal uopo Costantino avea scelto[143]. Ebbe l'antiveggenza di

distruggere le fortificazioni di Galata, ove i Latini avrebbero potuto

trovare un rifugio; ma non fu tardo nel far riparare i danni prodotti

dall'artiglieria dei Turchi sulla Capitale; onde prima del mese di

agosto, apparecchiata videsi immensa copia di calce a fine di ristorarne

le mura, e il suolo, e gli edifizj pubblici e privati, sacri e profani,

che tutti appartenevano al vincitore. Assegnò al suo Serraglio, o

palagio uno spazio di otto stadj al vertice del triangolo; e quivi è che

in seno della mollezza il _Gran Signore_ (pomposo nome immaginato

dagl'Italiani) regna in apparenza sull'Europa e sull'Asia, mentre nè la

persona di lui, nè le rive del Bosforo sono in sicuro dagl'insulti di

una squadra nemica. Concedè una ragguardevole rendita alla Cattedrale di

S. Sofia, omai divenuta moschea, che guernita per ordine del Sultano di

torricelle (_minaretti_), venne circondata di boschi e fontane, utili ad

un tempo alle abluzioni dei Musulmani, e a procurar loro gradevoli

rezzi. Un modello eguale fu preso per la costruzione dei _giami_, o

moschee regie, la prima delle quali lo stesso Maometto edificò sulle

rovine del tempio de' SS. Appostoli, e delle tombe de' greci Imperatori.

Nel terzo giorno dopo la conquista, una invasione rivelò il sepolcro di

Abu-Ayub, o Giob, stato ucciso durante il primo assedio che sotto le

mura di Costantinopoli posero gli Arabi, e riverito qual martire; sulla

cui tomba i nuovi Sultani cinsero d'allora in poi la spada

imperiale[144]. Da questo punto Costantinopoli non appartiene più alle

indagini dello Storico del romano Impero, nè quindi starommi a

descrivere gli edifizj civili e religiosi che i Turchi profanarono, od

innalzarono. Non tardò a tornare la popolazione, nè terminava il

settembre, quando cinquecento famiglie si erano conformate al comando

del Principe, che prescriveva loro, sotto pena di morte, di venire ad

occupare le abitazioni della Capitale. Benchè il trono di Maometto fosse

abbastanza difeso dai numerosi e fedeli suoi sudditi, con antiveggente

politica egli aspirava a riunire il rimanente de' Greci, i quali

accorsero in folla, quando si videro certi per le loro vite, per la lor

libertà e per la professione del loro culto. L'elezione e la investitura

del Patriarca venne eseguita cogli stessi cerimoniali che prima alla

Corte di Bisanzo serbavansi. Laonde i Greci videro, con una

soddisfazione non disgiunta da ribrezzo, il Sultano in mezzo a tutti gli

apparati del regio fasto, consegnare nelle mani di Gennadio il

Pastorale, simbolo del ministero ecclesiastico, che da questo Prelato si

riassumeva, condurlo alla porta del Serraglio, presentarlo di un cavallo

riccamente bardamentato, ordinare ai suoi Visiri e Pascià che il

guidassero al palagio ai Patriarchi assegnato[145]. Scompartite fra

entrambi i culti le chiese di Costantinopoli, vennero riconosciuti i

limiti delle due religioni, e per sessant'anni, i Greci[146] godettero

di queste distribuzioni regolate dalla giustizia, e de' vantaggi e de'

privilegi della Chiesa greca, sintantochè, dopo questo volger di tempo,

li violò Selim, nipote di Maometto. I difensori del Cristianesimo

eccitati dai Ministri del Divano, solleciti d'ingannare il fanatismo di

Selim, osarono sostenere che il parteggiamento ordinato da Maometto era

un atto di giustizia, non di generosità; un Trattato, non un

concedimento; e che se una metà di Costantinopoli fu presa di assalto,

l'altra metà avea soltanto ceduto in virtù di una capitolazione; essere

per vero dire caduta preda delle fiamme la patente che questi patti

autenticava, ma supplire a tale perdita la testimonianza di tre vecchi

giannizzeri, testimonianza comprata, che nondimeno sull'animo di

Cantemiro ha maggior peso delle affermazioni positive ed unanimi degli

autori contemporanei[147].

Abbandono all'armi turche i resti della Monarchia de' Greci nell'Europa

e nell'Asia; ma scrivendo una Storia del decadimento dell'Impero romano

in Oriente, devo accompagnare fino all'estinzione loro le due ultime

dinastie[148] che regnarono a Costantinopoli. Demetrio e Tommaso

Paleologo[149], fratelli di Costantino e despoti della Morea, rimasero

soprappresi da estrema desolazione in udendo la morte dell'Imperatore e

la rovina della monarchia. Privi di speranza di poterla difendere, si

prepararono, non men de' Nobili che della lor sorte partecipavano, a

cercare l'Italia, ove credeano che l'ottomano fulmine non li potrebbe

percotere. Ma le prime loro inquietudini dissipò Maometto, che

contentandosi di un tributo di dodicimila ducati, e inteso a devastare

il Continente, e le isole che a mano a mano invadea, concedè ai popoli

della Morea un respiro di sette anni; sette anni però che furono un

periodo di cordogli, discordie e calamità. Trecento arcieri italiani più

non bastavano a difendere l'_Essamilione_, quel baloardo dell'Istmo, sì

di frequente rialzato e atterrato. I Turchi, impadronitisi delle porte

di Corinto, tornarono da questa correria fatta nell'estiva stagione, con

molto bottino e molta mano di prigionieri; della qual cosa querelandosi

i Greci, vennero ascoltati con indifferenza e disprezzo. Gli Albanesi,

tribù di pastori dediti al ladroneccio, portarono devastazione e morte

per la penisola. Ridotti Demetrio e Tommaso ad implorare il fatale ed

umiliante soccorso di un vicino Pascià, questi dopo avere soffocata la

ribellione, prescrisse ai due Principi la regola di lor condotta. Ma nè

i vincoli del sangue, nè i giuramenti rinovati a piè degli Altari, e

all'atto della Comunione, nè la forza anche più imperiosa della

necessità, valsero a calmare, o sospendere le domestiche loro querele.

Ciascun d'essi mise a ferro e fiamme il territorio dell'altro,

disperdendo in sì snaturata lotta le elemosine e i soccorsi venuti ad

essi dall'Occidente, e adoperando il proprio potere unicamente ad atti

barbari ed arbitrarj. Mosso dall'astio e dalle strettezze in cui si

trovava, il più debole di essi ricorse al comune loro padrone; e quando

fu maturo l'istante del buon successo e della vendetta, Maometto,

chiaritosi l'amico di Demetrio, entrò con forze formidabili nella Morea.

Poi occupata Sparta ( A. D. 1460), così disse al proprio confederato:

«Voi siete troppo debole per tenere in freno una provincia sì

turbolenta. Riceverò nel mio letto la figlia vostra, e voi passerete il

tempo che vi rimane da vivere nella tranquillità, e in mezzo agli

onori». Demetrio sospirò, ma obbedì. Consegnate le Fortezze e la figlia,

seguì ad Andrinopoli il suo genero e Sovrano, dal quale ottenne pel

mantenimento proprio e della sua Casa una città della Tracia e le

addiacenti isole d'Imbros, Lenno e Samotracia. Ivi il raggiunse nel

successivo anno un suo compagno d'infortunio, Davide, ultimo Principe

della stirpe de' Comneni, il quale, fin d'allora che i Latini presero

Costantinopoli, avea fondata sulla costa del mar Nero una nuova

dominazione[150]. Maometto che continuava le sue conquiste nella

Natolia, assediò con una squadra e un esercito la Capitale di Davide,

che osava intitolarsi Imperatore di Trebisonda[151]. Ogni negoziazione

si ridusse ad una interrogazione unica e perentoria: «Volete voi, gli

chiese il Sultano, rassegnando il Regno, conservare le vostre ricchezze

e la vita? o vi piace piuttosto perdere Regno, ricchezze e vita?» Il

debole Comneno atterrito da tale inchiesta, imitò l'esempio di un suo

vicino musulmano, il Principe di Sinope[152], che dopo una intimazione

di tale natura, avea ceduto una città fortificata, quattrocento cannoni,

e dieci, o dodicimila soldati. Gli articoli della capitolazione di

Trebisonda (A. D. 1451) essendo stati adempiuti con tutta esattezza,

Davide e la famiglia di esso vennero condotti in un castello della

Romania. Ma poco dopo, essendo stato per lievi indizj preso in sospetto

di mantenere una corrispondenza col Re di Persia, il vincitore immolò il

Principe di Trebisonda e la famiglia del medesimo ai timori concetti, o

alla propria cupidigia. Nè andò guari che il titolo di suocero del

Sultano non fu all'infelice Demetrio una salvaguardia per sottrarsi alla

confiscazione e all'esilio, perchè la sua abbietta sommessione, più che

la pietà, il disprezzo di Maometto eccitò. I Greci del suo seguito

vennero mandati a Costantinopoli, e a lui venne fatto un assegnamento

annuale di cinquantamila _aspri_; sintantochè finalmente l'abito

monastico e la morte, che in età grandemente avanzata il raggiunse, lo

sciogliessero dalla podestà di un padrone terreno. Non sarebbe una

quistione tanto facile da risolversi se la servitù incontrata da

Demetrio sia stata più umiliante dell'esilio cui si condannò il fratello

di esso, Tommaso[153]. Appena caduta in potere de' Turchi la Morea, si

riparò questi a Corfù; indi in Italia con altri compagni, spogliati di

tutto al pari di lui. Il suo nome, la fama delle sofferte sciagure, e la

testa dell'Appostolo S. Andrea che si portò seco, gli ottennero

ospitalità alla Corte del Vaticano, e un assegnamento annuale di seimila

ducati, fattogli dal Papa e dai Cardinali, assegnamento che gli giovò a

prolungare il corso di una miserabile vita. Andrea e Manuele, figli di

Tommaso, vennero educati in Italia; il primogenito, sprezzato dai

nemici, gravoso agli amici, s'invilì colla propria condotta e col

matrimonio che contrasse. Non gli rimanendo più che il suo titolo di

erede dell'Impero di Costantinopoli, lo vendè successivamente ai Re di

Francia e d'Aragona[154]. Carlo VIII, ne' giorni della sua passeggera

prosperità, aspirando ad unire l'Impero d'Oriente al Regno di Napoli, in

mezzo ad una pubblica festa s'intitolò _Augusto_, e vestì la porpora de'

Cesari; pel qual fatto i Greci allegraronsi, e paventarono gli Ottomani,

credendo ad ogni istante veder giungere cavalieri francesi alle loro

rive[155]. Manuele Paleologo, secondogenito di Tommaso, bramò rivedere

la patria; e il ritorno di lui potendo sotto certi aspetti far piacere

alla Porta, sotto nessuno intimorirla, trovò, per la grazia del Sultano,

asilo e ospitalità in Costantinopoli; e quando morì, le esequie del

medesimo vennero onorate da numeroso corteggio di Greci e di Musulmani.

Avvi animali di sì generosa indole, che ricusano propagare la loro razza

in istato di schiavitù. Ad una specie men nobile potrebbero a buon

diritto dirsi appartenenti gli ultimi Principi della schiatta greca

imperiale. Manuele accettò dalla generosità del Gran Signore due belle

mogli, lasciando dopo di sè un figlio confuso fra la turba degli schiavi

turchi, de' quali adottò l'abito e la religione.

[A. D. 1455]

Divenuti i Turchi padroni di Costantinopoli, fu sentita ed esagerata in

Europa l'importanza di una tal perdita; e la caduta dell'Impero

d'Oriente portò una macchia al Pontificato di Nicolò V, governo

sott'altri aspetti, tranquillo e felice. Il dolore, o lo spavento che i

Latini provarono, ridestò o ridestar parve l'entusiasmo delle Crociate.

In una delle più rimote contrade dell'Occidente, nella città di Lilla

fiamminga, Filippo, Duca di Borgogna, adunò i primarj suoi Nobili,

presentandoli di una festa il cui pomposo apparecchio fu regolato in

modo che facesse grande impressione negli animi e ne' sensi degli

spettatori[156]. In mezzo ad un convito, comparve un Saracino, di

statura gigantesca, conducendo un simulacro di elefante che sosteneva un

Castello; usciva fuori del Castello una Matrona vestita a gramaglia che

figurava la Religione. Deplorava questa le proprie sventure, accusando

l'indolenza de' suoi campioni. Intanto avanzavasi il primo araldo

dell'Ordine del Toson d'Oro, tenendo sul pugno un fagiano vivo, che

offerse al Duca, giusta i riti della Cavalleria. Per corrispondere a

questa bizzarra intimazione, Filippo, Principe in cui vecchia età e

saggezza si univano, obbligò sè medesimo e tutte le proprie forze

all'uopo di una guerra santa, da imprendersi contro i Turchi. I Baroni e

Cavalieri convenuti a quest'Assemblea ne imitaron l'esempio, chiamando

in testimonio del loro giuramento Dio, la Madonna, le Dame, e il

_fagiano_, aggiugnendo voti particolari, non meno stravaganti del tenor

generale di quel giuramento. Ma l'adempimento di tutte sì fatte

obbligazioni dependendo da alcuni avvenimenti non anco avverati, ed

estranei alla meditata impresa, il Duca di Borgogna, che visse altri

dodici anni, potè, fino agli estremi della sua vita, mostrarsi persuaso,

ed esserlo forse, di dover partire da un giorno all'altro. Se d'un

eguale entusiasmo tutti gli animi fossero stati accesi in Europa, se

l'unione de' Cristiani avesse pareggiato il loro valore, se da tutte le

Potenze della Cristianità, dalla Svezia[157] venendo a Napoli, si fosse

somministrato in giusta proporzione il contingente, spettante a

ciascuna, di cavalleria, di fanteria e di sussidi, avvi motivo per

credere, che gli Europei avrebbero riconquistata Costantinopoli e

rispinti i Turchi oltre l'Ellesponto e l'Eufrate. Ma il Segretario

dell'Imperatore, che scrivea tutti i dispacci, e che assistette ad

ognuna delle Assemblee, Enea Silvio[158], uom preclaro per intendimento

in politica e per li pregi del dire, ne dimostra, fondandosi su tutto

ciò che avea veduto egli stesso, quanto lo stato della Cristianità in

quei tempi, e la generale disposizione degli spiriti contrastassero

coll'esecuzione di simile impresa. «La Cristianità, così si esprime, è

un corpo privo di capo, una repubblica che non ha nè magistrati, nè

leggi. Il Papa e l'Imperatore rifulgono di quella luce che deriva dalle

eminenti dignità; son fantasmi che abbarbagliano la vista; ma, incapaci

di comandare, non trovano chi voglia ad essi obbedire. Ogni paese è

governato da un Sovrano particolare; ciascun Sovrano da parziali

interessi. Qual'eloquenza potrebbe pervenire a radunare sotto uno

stendardo medesimo un sì grande numero di Potenze, discordi fra loro per

propria natura, nemiche le une delle altre? Quand'anche si giungesse a

raccogliere le loro truppe, chi avvi che ardisse assumerne il comando?

Qual ordine potrebbe instituirsi in questo esercito? qual disciplina

militare prescrivere? Chi s'incaricherebbe di nudrire una moltitudine

d'uomini tanto immensa? chi d'intenderne gl'idiomi, o di conciliarne le

consuetudini incompatibili fra di loro? Qual uomo riuscirebbe a mettere

insieme in pace gl'Inglesi e i Francesi, Genova e l'Aragona, gli

Alemanni e i popoli dell'Ungheria e della Boemia? Se imprendiamo una tal

guerra con poco numero di soldati, saremo oppressi dagl'Infedeli; se con

grosso esercito, il saremo dal proprio nostro peso, dal disordinamento

de' nostri». Cionnullameno, questo Enea Silvio fu quel medesimo, che,

divenuto Papa, col nome di Pio II, trascorse il rimanente de' proprj

giorni negoziando per una guerra da moversi ai Turchi. Questi parimente

nel Concilio di Mantova destò alcune scintille di un entusiasmo, o vero

fosse, o simulato; ma giunto ad Ancona per imbarcarsi egli stesso in

compagnia delle truppe, le promesse de' Crociati andarono a terminare in

iscuse; il giorno della partenza, che prima era stato dato con

asseveranza, venne protratto ad un'epoca indefinita. L'esercito

pontifizio si trovò composto soltanto di alcuni pellegrini alemanni, che

lo stesso Papa fu costretto a rimandare, contentandoli con indulgenze e

limosine. I successori di Pio II, e gli altri Principi dell'Italia, poco

curanti dell'avvenire, dominati dal momento, non pensarono ciascuno che

ad ingrandirsi dilatando i proprj confini: la distanza, o la prossimità

degli oggetti era per essi la norma di giudicarne l'importanza, e la

grandezza apparente era pure agli occhi loro la reale. Se avessero avuto

più vaste e nobili mire, pel loro interesse medesimo, sarebbersi

risoluti a sostenere una guerra marittima difensiva contro il comune

nemico, e, col soccorso di Scanderbeg e dei suoi prodi Albanesi,

avrebbero evitata l'invasione del Regno di Napoli. L'assedio di Otranto,

presa indi e smantellata dai Turchi, sparse una generale costernazione;

e già il Pontefice Sisto accigneasi a fuggire di là dall'Alpi, quando il

nembo fu dissipato dall'avvenimento che pose fine alle imprese e alla

vita di Maometto II (A. D. 1481), pervenuto all'età di cinquant'un

anni[159]. Nell'ambizioso animo suo questo conquistatore agognava alla

conquista dell'Italia, ove possedea già una città fortificata ed un

vasto porto, e certamente, se viveva ancora, giusta ogni apparenza,

avrebbe soggiogata, come la nuova, l'antica Roma[160].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 · 第 9 / 26 题