50. Il Mirchio di Patti.

Era questi un giovane che nacque stolido, ma alla fatiga con il stento

delle sue braccia procacciavasi il pane.

Era ito in un giorno nella montana della Giosa[87] col suo asinello per

far legna, e salito egli sù d'un albero colla sua accetta, si pose a

sedere sopra un ramo di quel albore, e in cangio di tagliare i rami di

fuori di quell'albore del gran ramo, troncavane il tronco. Passò in quel

mentre un contadino giosano, il quale gli disse: _O loccu, e non

t'adduni, chi da pocu cu tuttu lu ramu sbalanzi in terra?_ e ne andò

via. Il Mirchio non abbadò punto a quello avvertimento, ma proseguì con

più calore a terminare il suo lavoro; e avvenne, che insieme col albore

precipitò a terra. Quella predizione fù appresa allora dal Mirchio per

profezia, e niente curando, che avea restato malconcio da quel alta

caduta, corse verso il suo profeta chiamandolo, ed appressandolo che lo

aspettasse. Giunto che egli fù al luogo del giojosano, poco mancò che

non l'adorasse per nume; indi gli disse: _Già mi insirtastivu[88] la mia

caduta; mi aviti a fari sta grazia di 'nzirtarimi la mia morti. Il

contadino per torselo dinnanzi gli disse: Tu non vai a travaghiari cu

l'asineddu?_ E quello: _Gnorsì. — Ora quandu ddarmaluzzu si pidita[89]

tri voti a la fila tu sarai mortu. Addiu._ Ecco il Mirchio si inghiottì

senza masticarla questa burla, per altro profezia; torna al suo lavoro,

riduce in fasce le troncate legna, ne carica l'asino, e s'avvia per

Patti; nel salirvi l'asino quella montata ben carico, eccolo

scorreggiare per la prima volta. Il Mirchio si mise in timore; la salita

seguitava più austera, i viottoli erano più stretti; l'asino che faceva

più di forza, scorreggiò per la seconda volta, ed il Mirchio impallidì;

era già l'asinello arrivato alla cima della montuosa salita più aspra,

ebbe a far l'asinello gl'ultimi sforzi; ed ecco l'ultima orribile

scorregia, che fece gittare a terra il Mirchio, il quale veramente

credette esser morto, sol perchè il giojosano gl'avea detto, che allora

doveva morire. L'asinello prosegui il suo viaggio: come prattico della

via, se ne andò da se in città. Passavano per quelle campagne varie

persone, e vedendo quel poveraccio prosteso a terra senza alcun moto, e

che mostrava aver perduto i senzi, dandone in città l'avviso, e

facendolo apprendere se non morto, almen moribondo, mandarono due

becchini col feretro per dargli luogo di sepultura; que' due riscosero

il Mirchio, ed ei senza rispondere. Il color suo per li tanti strapazzi

era somigliante a quel de' cadaveri, fù creduto anche da questi, che

pria d'arrivare in città, il Mirchio sarebbe sfinito; lo mettono nel

cataletto, se lo caricano sù le spalle, arrivano in città; arrivati al

borgo si contrastavano i becchini ove dovuto avessero portarlo, e in

qual chiesa? Allora risponde il Mirchio: _In quandu era vivu vulia

essiri sipillutu tra la chiesa di la Madonna di lu Cinnaru_, e tacque. I

becchini, che erano ben stracchi del lungo viaggio, sentendo che il

morto immaginario avea tutt'i sentimenti, posarono la bara nella strada,

e a via di bastonate e di pugni il fecero risuscitare.

Così a me il canonico Allotta della città di Patti.

Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII · 第 45 / 62 题