Era questi un giovane che nacque stolido, ma alla fatiga con il stento
delle sue braccia procacciavasi il pane.
Era ito in un giorno nella montana della Giosa[87] col suo asinello per
far legna, e salito egli sù d'un albero colla sua accetta, si pose a
sedere sopra un ramo di quel albore, e in cangio di tagliare i rami di
fuori di quell'albore del gran ramo, troncavane il tronco. Passò in quel
mentre un contadino giosano, il quale gli disse: _O loccu, e non
t'adduni, chi da pocu cu tuttu lu ramu sbalanzi in terra?_ e ne andò
via. Il Mirchio non abbadò punto a quello avvertimento, ma proseguì con
più calore a terminare il suo lavoro; e avvenne, che insieme col albore
precipitò a terra. Quella predizione fù appresa allora dal Mirchio per
profezia, e niente curando, che avea restato malconcio da quel alta
caduta, corse verso il suo profeta chiamandolo, ed appressandolo che lo
aspettasse. Giunto che egli fù al luogo del giojosano, poco mancò che
non l'adorasse per nume; indi gli disse: _Già mi insirtastivu[88] la mia
caduta; mi aviti a fari sta grazia di 'nzirtarimi la mia morti. Il
contadino per torselo dinnanzi gli disse: Tu non vai a travaghiari cu
l'asineddu?_ E quello: _Gnorsì. — Ora quandu ddarmaluzzu si pidita[89]
tri voti a la fila tu sarai mortu. Addiu._ Ecco il Mirchio si inghiottì
senza masticarla questa burla, per altro profezia; torna al suo lavoro,
riduce in fasce le troncate legna, ne carica l'asino, e s'avvia per
Patti; nel salirvi l'asino quella montata ben carico, eccolo
scorreggiare per la prima volta. Il Mirchio si mise in timore; la salita
seguitava più austera, i viottoli erano più stretti; l'asino che faceva
più di forza, scorreggiò per la seconda volta, ed il Mirchio impallidì;
era già l'asinello arrivato alla cima della montuosa salita più aspra,
ebbe a far l'asinello gl'ultimi sforzi; ed ecco l'ultima orribile
scorregia, che fece gittare a terra il Mirchio, il quale veramente
credette esser morto, sol perchè il giojosano gl'avea detto, che allora
doveva morire. L'asinello prosegui il suo viaggio: come prattico della
via, se ne andò da se in città. Passavano per quelle campagne varie
persone, e vedendo quel poveraccio prosteso a terra senza alcun moto, e
che mostrava aver perduto i senzi, dandone in città l'avviso, e
facendolo apprendere se non morto, almen moribondo, mandarono due
becchini col feretro per dargli luogo di sepultura; que' due riscosero
il Mirchio, ed ei senza rispondere. Il color suo per li tanti strapazzi
era somigliante a quel de' cadaveri, fù creduto anche da questi, che
pria d'arrivare in città, il Mirchio sarebbe sfinito; lo mettono nel
cataletto, se lo caricano sù le spalle, arrivano in città; arrivati al
borgo si contrastavano i becchini ove dovuto avessero portarlo, e in
qual chiesa? Allora risponde il Mirchio: _In quandu era vivu vulia
essiri sipillutu tra la chiesa di la Madonna di lu Cinnaru_, e tacque. I
becchini, che erano ben stracchi del lungo viaggio, sentendo che il
morto immaginario avea tutt'i sentimenti, posarono la bara nella strada,
e a via di bastonate e di pugni il fecero risuscitare.
Così a me il canonico Allotta della città di Patti.