Un religioso in un convento della città di Marsala, già avanzato in età,
era la rovina dell'anima di quei giovanastri libertini. Sapevano essi
che assolveva dalla parte sua di pena e di colpa qualunque grave eccesso
senza applicar loro nessuno spirituale rimedio; sicchè quelli
impunemente correano come pulledri indomiti per tutte le praterie de'
loro capricci. Veniva il tempo del precetto, o di qualche festa
sollenne; l'andavano a trovare a buon'ora anche nel letto, bussavan la
porta; egli rispondeva: _Cu è ddocu? — Iu, lu N. N., — Trasi, chi cosa
voi? — Mi voghiu cunfissari. — Ginocchiati. — Confiteor Deo et tibi, mea
culpa, mea culpa. — Chi cosa ai fattu? — Aju bastuniatu ad unu_. Il
confessore: _Chi diaulu facisti? passa avanti — Aju itu a la tali casa;
aju avutu una fimmina schetta_. Il confessore: _Ora chistu è n'autru
diaulu, passa avanti. — Aju rubbatu tali e tali cosa_. Il confessore:
_Ti vitti nuddu? — Paternò. — Nè vistu, nè pighiatu non pò andari
carsaratu; passa avanti_[43]; ed uditi tant'altri eccessi, alzava la
mano con l'assoluzione, non per proscioglierli, mà per maggiormente
incatenarli ne' loro peccati.
Tanto a me il padre Lorenzo Spezzapane ed il padre Marino marsalese.