Il sopradetto D. Rosario Panghi in Longi andò ad una caccia selvaggia in
una selva vicina, e per l'ardor della caccia dimorò ben tardi fino doppo
mezzo giorno; ed uccisa una piccola troja selvaggia, lieto se ne
ritornava, e passando per le ville del sig.r Marchese, padrone di Longi,
l'interrogò dove andasse; li rispose: _Signuri, lassatimi stari, chi pri
sta beneditta purcedda, aju lassatu la mmaliditta Missa._ Tanto m'à
raccontato lo stesso sig.r Marchese.
10.
In Capri[27] v'era un sacerdote assai attaccato all'interessi, ed
ogn'anno al fin del nutricato del verme della seta, grano ecc., tante
erano le sue sofesticherie con li maestri, ch'uscivano dalle bacce la
seta; molti non potendo soffrire le sofistiche pretenzioni del prete, o
se n'avevano da fuggire, o restavano in prigione ad istanze del prete,
sicchè niun de' maestri voleva servirlo. Or in un giorno di festa
radunati alla Chiesa tutte le genti della vicina campagnia, v'era un
giovane forastiero, ed interrogato dal prete chi fosse; gli rispose
esser un maestro di seta. Il prete l'indusse ad affittarsi con lui e
doppo la Messa se ne sarebbono andati al manganello[28]. Ciò concertato
andò a celebrare il sac.te, e mentre si vestiva a Messa alcune persone
descrissero al giovane le pessime qualità e sofisticherie del sac.te;
ciò udito il giovane aspettò finchè arrivasse il sac.te sino
all'Offertorio, e quieto quieto partissene. Quando arrivò il sacerdote
all'_Orate fratres_ s'accorge ch'il giovane era alquanto distante dalla
Chiesa, che se ne andava altrove. Scende dall'altare così vestito alla
sacerdotale, escie dalla Chiesa, cominciò a chiamare il giovane; quello
si mise in fuga, ed ecco il sacerdote alzandosi le vesti, cominciò a
gran passi ad inseguirlo, e durò questo corso per un miglio continuo per
quelle campagne, fintantoche arrivati nella Piana di Pietra di Roma
tutta fangosa per risate; allora il sac.te disse: _La senti b. f. mi
l'ai fattu, mi la paghirai_; e tornossene in Chiesa a proseguir la
Messa. Il caso non si seppe se non doppo morte, tenendolo occulto quei
sac.ti di Capri per proprio decoro, e facendo ivi che quei laici, che
furono spettatori di quella comedia, o più tosto tragedia, tacessero
anch'essi.
11.
In San Marco un sacerdote chiamato Muglia diceva Messa in una Chiesa
della campagna in tempo di nutricato; in quel tempo due femine in cambio
di stare attente a quel tremendo Sagrificio discorrevano tra di loro del
nutricato, e facevano le loro querele, che il verme non mostrava
fruttare. Egli, doppochè intese molti lamenti, si voltò dall'altare
doppoche erano cominciate l'Orazioni segrete, e disse loro: _Non vi
maravigliati nò: ancora lu miu vermu ristan cu la spoghia a lu culu._
12.
Lo stesso Muglia si trovava un giorno vestito a Messa nella sagrestia
ch'aspettava ch'entrasse un altro Sac.te che diceva Messa per poter
uscire a dir la sua. Fratanto due sac.ti conoscendo l'ignoranza e la
semplicità del Muglia, si raccapricciarono a far celebrare la Messa, e
farle recitare nella Messa di Requiem al sudetto Muglia il Gloria e
Credo. Pertanto finse uno di domandare all'altro se v'era Gloria e Credo
in quella mattina nella Messa. «Non Signore, rispondeva l'altro, perchè
nella Messa di Requie non v'è Gloria e Credo.» Sì, ripigliava l'altro,
che nella Messa de' Santi dottori entrava la Gloria e Credo. Or il
defonto per cui si celebrava, era stato dottor di Legge; gli toccava
questo privileggio. Stava il Muglia a questo gran dubbio coll'orecchio
attentissimo, e mostrava di sciogliere il gran dubbio. Quello ch'avea
detto, che non toccava a dirsi la Gloria e Credo, mostrò di lasciarsi
convincere, e rispose: _Aviti ragiuni: non avia fattu riflessioni, chi
lu mortu era Dutturi: ci tocca certa lu Credu e la Gloria._ Intanto
venne l'ora d'uscire il Muglia in Chiesa, per dir la sua Messa. Doppo il
Khirie dice intrepidamente la Gloria, e doppo l'Evangelio il Credo, e
quelli due furono truffatori nell'ingannarlo, spettatori nell'udirlo, e
poi derisori nel beffeggiarlo.
13.
Non saprei in qual città o terra della Sicilia, cantandosi la Messa
votiva _de Passione Domini_, il Suddiacono sprovisto di quello che
doveva cantare, non s'era accorto, che il titolo della sua lezione era
guasto, per un buco che v'era nella carta del Missale. Sicchè si leggeva
bene: _Lectio Hieremiæ Prophetæ_, mancando della parola _Prophetæ_ la
prima sillaba _Pro_. Incominciò dunque la lezione con voce utentica, e
disse così: _Lectio Hieremiæ, c'è un pirtusu, e fete._ Quali risa si
sollevassero in tall'occasione, meglio è supporle che descriverle.
14.
In Aci Catena[29] v'era mansionario di quella colleggiata il sac.te D.
Ignazio Quattr'occhi, al quale toccò una mattina dire l'ultima Messa. La
sua madre avea posto in ordine per il pranzo del figlio un bel piccione;
mà, non sapendo come lo volesse apparecchiato, spedì un suo nipotino
alla Chiesa per domandare allo zio in qual maniera gustasse il piccione.
Arrivato alla Chiesa trova in sull'altare lo zio giunto al _Domine non
sum dignus_ della sua Messa; e senza abbadare il ragazzino al tremendo
misterio, accostasi tutto premura all'altare dicendo: _Ziu, ziu, la
nonna voli sapiri comu vuliti lu picciuni: si bughiutu, o arrustutu?_ Il
Sac.te stava dicendo la seconda o la terza volta: _Domine non sum
dignus_, [e] rispose: _Arrustutu_, prosequendo: _ut intres sub tectum
meum._ Fu tanto celebre questo successo, che quando fui la seconda volta
in Aci Catena, non solo me lo raccontarono i migliori gentil'uomini di
quel paese; ma lo stesso D. Ignazio mel confirmò.
15.
D. Isidoro Lo Proto della Terra di Maletto[30], già morto in Bronte, ove
solea abitare nel 1727 in circa. Quest'uomo fù un uomo da bene; mà tanto
effeminato, che filava, tesseva, e s'impiegava nelle faccende proprie
delle donne, qual'erano lo allievar galline, aver cura di pulcini,
trattandoli delle maniere proprie donnesche; ed anche la voce sua
s'assomigliava a quella delle donne; era ancora d'intendimento corto
come le donne. Gli venne in testa di farsi ministro ne' sagri altari, e
già n'andò in Messina per il Suddiaconato; mà essendo egli molto scarso
di lettere, fù subito riprovato: non perciò disanimossi, mà tornando
all'altra ordinazione in Messina con un carico di presciutti per
regalarlo a chi potea promoverlo, ottenne l'intento di entrare
negl'ordini sagri. Tornato al paese, e addimandato se fosse stato
ordinato, rispose che se avesse portato più presciutti, avrebbe fatto
ordinare il somaro che l'avea portato in Messina. Morì un giorno la sua
madre; egli, mentre il cadavere della defonta era attorniato di donne,
che, secondo il costume antico, tenevano il lutto con lamentazioni e con
lagrime; situossi in mezzo ad esse con una tovaglia negra sul capo,
dando in gridi e gemiti più dell'altre femine. Costume questo che
osservollo nell'altre morti di altre sue congionti. Or questi arrivato
già al sacerdozio, coll'uso del dir la Messa erano tante le smozzicature
e li salti che non arrivava alla decima parte quella Messa che diceva.
Soleva servirlo a Messa il chierico D. Mario Schillerò, che s'era
tant'imprattichito della Messa del Proto, che anche dormendo ve la
recitava. Io in sentirla lo pregai che me la scrivesse, e quello mi
compiacque, ed è tale quale quì la trascrivo.
_In nomi Patr artara Dei._
_Judica me do scarsa gente uno doloso me_
_Emitte luce sme asserunt in monternacula tua._
_Confitebor tu sturba sme._
_Gloria Patri, e Spiritu Santu._
_Introibo in nomine Domini._
_Confiteor potenti B. M. sempri Micheli Arcangelu, beatu Battista,
santis frates piccati niuri certionorbo, opere me culpa. Iddiu pregu
beati onnes Santi Patri a D.nu nostru Misereatur vestri pervostra misera
eterna. Indulgenza assolvi piccaturu onni corsu D.nu._
_Deus tu misericordia tua._
_Dominu estra oratiom mea._
_Dominus obiscu. Oremus. Offeru nostru santu; Santoru reliqua sunt
peccata mea_. Leggeva poi strapazzatamente l'Introito, _Kirieleison
etc., Gloria in eccersi Domini meu, lamustè, andamustè, licistè in
potera Patri ammè_.
Collette e Lezioni.
_Munda ori meu, mandasti, miseri evangeriu mutasti._
_Jube Dos corde me._
_Credo in de Onnipotenti Jesu Cristu, ed è spatrunatu saluti, et homo
fattus est, crucifissu secundu scrittura in Ecclesia rationi vinti
seculi ammè._
_Per omnia sicura, securorum etc._
_Vere dignu me justu mest nos tibi sempri supprici confessioni dicenti
Santu, Santu, Santu. Hæc dona, hæc munira nlibata Papa nostru: Mementu
Domini famularu, undè emors Dominu. Ostiampura, ostian santa, ostia
maculata._
Con questo tenore arrivava alla consegrazione e proseguiva dopo d'essa
sino al _Pater noster_.
_Per onnia, securemus dicere. Pater_.
Comunicatosi e detto il versetto del _post comunio_, _Domine Sobiscu.
Oremus._ Quando diceva Messa de defonti, cominciava l'orazione doppo la
communione; _Animalibus quesumus Domine etc., Benedica vui meniput in
Deu Patri e Spiritu Santu. Secundu Giuvanni. In principio era verbo, do,
das, do, das, era verbu, e verbu ncaru factum est gratia e viritati_.
Stimai io questa maniera di Messa una caricatura del chierico Schillerò,
che me la scrisse, mà in sentirmela confirmare da migliori sacerdoti e
gentil'uomini del paese, restai stupito, perchè non l'avessero
sospeso[31].