9. Verbo Messa.

Il sopradetto D. Rosario Panghi in Longi andò ad una caccia selvaggia in

una selva vicina, e per l'ardor della caccia dimorò ben tardi fino doppo

mezzo giorno; ed uccisa una piccola troja selvaggia, lieto se ne

ritornava, e passando per le ville del sig.r Marchese, padrone di Longi,

l'interrogò dove andasse; li rispose: _Signuri, lassatimi stari, chi pri

sta beneditta purcedda, aju lassatu la mmaliditta Missa._ Tanto m'à

raccontato lo stesso sig.r Marchese.

10.

In Capri[27] v'era un sacerdote assai attaccato all'interessi, ed

ogn'anno al fin del nutricato del verme della seta, grano ecc., tante

erano le sue sofesticherie con li maestri, ch'uscivano dalle bacce la

seta; molti non potendo soffrire le sofistiche pretenzioni del prete, o

se n'avevano da fuggire, o restavano in prigione ad istanze del prete,

sicchè niun de' maestri voleva servirlo. Or in un giorno di festa

radunati alla Chiesa tutte le genti della vicina campagnia, v'era un

giovane forastiero, ed interrogato dal prete chi fosse; gli rispose

esser un maestro di seta. Il prete l'indusse ad affittarsi con lui e

doppo la Messa se ne sarebbono andati al manganello[28]. Ciò concertato

andò a celebrare il sac.te, e mentre si vestiva a Messa alcune persone

descrissero al giovane le pessime qualità e sofisticherie del sac.te;

ciò udito il giovane aspettò finchè arrivasse il sac.te sino

all'Offertorio, e quieto quieto partissene. Quando arrivò il sacerdote

all'_Orate fratres_ s'accorge ch'il giovane era alquanto distante dalla

Chiesa, che se ne andava altrove. Scende dall'altare così vestito alla

sacerdotale, escie dalla Chiesa, cominciò a chiamare il giovane; quello

si mise in fuga, ed ecco il sacerdote alzandosi le vesti, cominciò a

gran passi ad inseguirlo, e durò questo corso per un miglio continuo per

quelle campagne, fintantoche arrivati nella Piana di Pietra di Roma

tutta fangosa per risate; allora il sac.te disse: _La senti b. f. mi

l'ai fattu, mi la paghirai_; e tornossene in Chiesa a proseguir la

Messa. Il caso non si seppe se non doppo morte, tenendolo occulto quei

sac.ti di Capri per proprio decoro, e facendo ivi che quei laici, che

furono spettatori di quella comedia, o più tosto tragedia, tacessero

anch'essi.

11.

In San Marco un sacerdote chiamato Muglia diceva Messa in una Chiesa

della campagna in tempo di nutricato; in quel tempo due femine in cambio

di stare attente a quel tremendo Sagrificio discorrevano tra di loro del

nutricato, e facevano le loro querele, che il verme non mostrava

fruttare. Egli, doppochè intese molti lamenti, si voltò dall'altare

doppoche erano cominciate l'Orazioni segrete, e disse loro: _Non vi

maravigliati nò: ancora lu miu vermu ristan cu la spoghia a lu culu._

12.

Lo stesso Muglia si trovava un giorno vestito a Messa nella sagrestia

ch'aspettava ch'entrasse un altro Sac.te che diceva Messa per poter

uscire a dir la sua. Fratanto due sac.ti conoscendo l'ignoranza e la

semplicità del Muglia, si raccapricciarono a far celebrare la Messa, e

farle recitare nella Messa di Requiem al sudetto Muglia il Gloria e

Credo. Pertanto finse uno di domandare all'altro se v'era Gloria e Credo

in quella mattina nella Messa. «Non Signore, rispondeva l'altro, perchè

nella Messa di Requie non v'è Gloria e Credo.» Sì, ripigliava l'altro,

che nella Messa de' Santi dottori entrava la Gloria e Credo. Or il

defonto per cui si celebrava, era stato dottor di Legge; gli toccava

questo privileggio. Stava il Muglia a questo gran dubbio coll'orecchio

attentissimo, e mostrava di sciogliere il gran dubbio. Quello ch'avea

detto, che non toccava a dirsi la Gloria e Credo, mostrò di lasciarsi

convincere, e rispose: _Aviti ragiuni: non avia fattu riflessioni, chi

lu mortu era Dutturi: ci tocca certa lu Credu e la Gloria._ Intanto

venne l'ora d'uscire il Muglia in Chiesa, per dir la sua Messa. Doppo il

Khirie dice intrepidamente la Gloria, e doppo l'Evangelio il Credo, e

quelli due furono truffatori nell'ingannarlo, spettatori nell'udirlo, e

poi derisori nel beffeggiarlo.

13.

Non saprei in qual città o terra della Sicilia, cantandosi la Messa

votiva _de Passione Domini_, il Suddiacono sprovisto di quello che

doveva cantare, non s'era accorto, che il titolo della sua lezione era

guasto, per un buco che v'era nella carta del Missale. Sicchè si leggeva

bene: _Lectio Hieremiæ Prophetæ_, mancando della parola _Prophetæ_ la

prima sillaba _Pro_. Incominciò dunque la lezione con voce utentica, e

disse così: _Lectio Hieremiæ, c'è un pirtusu, e fete._ Quali risa si

sollevassero in tall'occasione, meglio è supporle che descriverle.

14.

In Aci Catena[29] v'era mansionario di quella colleggiata il sac.te D.

Ignazio Quattr'occhi, al quale toccò una mattina dire l'ultima Messa. La

sua madre avea posto in ordine per il pranzo del figlio un bel piccione;

mà, non sapendo come lo volesse apparecchiato, spedì un suo nipotino

alla Chiesa per domandare allo zio in qual maniera gustasse il piccione.

Arrivato alla Chiesa trova in sull'altare lo zio giunto al _Domine non

sum dignus_ della sua Messa; e senza abbadare il ragazzino al tremendo

misterio, accostasi tutto premura all'altare dicendo: _Ziu, ziu, la

nonna voli sapiri comu vuliti lu picciuni: si bughiutu, o arrustutu?_ Il

Sac.te stava dicendo la seconda o la terza volta: _Domine non sum

dignus_, [e] rispose: _Arrustutu_, prosequendo: _ut intres sub tectum

meum._ Fu tanto celebre questo successo, che quando fui la seconda volta

in Aci Catena, non solo me lo raccontarono i migliori gentil'uomini di

quel paese; ma lo stesso D. Ignazio mel confirmò.

15.

D. Isidoro Lo Proto della Terra di Maletto[30], già morto in Bronte, ove

solea abitare nel 1727 in circa. Quest'uomo fù un uomo da bene; mà tanto

effeminato, che filava, tesseva, e s'impiegava nelle faccende proprie

delle donne, qual'erano lo allievar galline, aver cura di pulcini,

trattandoli delle maniere proprie donnesche; ed anche la voce sua

s'assomigliava a quella delle donne; era ancora d'intendimento corto

come le donne. Gli venne in testa di farsi ministro ne' sagri altari, e

già n'andò in Messina per il Suddiaconato; mà essendo egli molto scarso

di lettere, fù subito riprovato: non perciò disanimossi, mà tornando

all'altra ordinazione in Messina con un carico di presciutti per

regalarlo a chi potea promoverlo, ottenne l'intento di entrare

negl'ordini sagri. Tornato al paese, e addimandato se fosse stato

ordinato, rispose che se avesse portato più presciutti, avrebbe fatto

ordinare il somaro che l'avea portato in Messina. Morì un giorno la sua

madre; egli, mentre il cadavere della defonta era attorniato di donne,

che, secondo il costume antico, tenevano il lutto con lamentazioni e con

lagrime; situossi in mezzo ad esse con una tovaglia negra sul capo,

dando in gridi e gemiti più dell'altre femine. Costume questo che

osservollo nell'altre morti di altre sue congionti. Or questi arrivato

già al sacerdozio, coll'uso del dir la Messa erano tante le smozzicature

e li salti che non arrivava alla decima parte quella Messa che diceva.

Soleva servirlo a Messa il chierico D. Mario Schillerò, che s'era

tant'imprattichito della Messa del Proto, che anche dormendo ve la

recitava. Io in sentirla lo pregai che me la scrivesse, e quello mi

compiacque, ed è tale quale quì la trascrivo.

_In nomi Patr artara Dei._

_Judica me do scarsa gente uno doloso me_

_Emitte luce sme asserunt in monternacula tua._

_Confitebor tu sturba sme._

_Gloria Patri, e Spiritu Santu._

_Introibo in nomine Domini._

_Confiteor potenti B. M. sempri Micheli Arcangelu, beatu Battista,

santis frates piccati niuri certionorbo, opere me culpa. Iddiu pregu

beati onnes Santi Patri a D.nu nostru Misereatur vestri pervostra misera

eterna. Indulgenza assolvi piccaturu onni corsu D.nu._

_Deus tu misericordia tua._

_Dominu estra oratiom mea._

_Dominus obiscu. Oremus. Offeru nostru santu; Santoru reliqua sunt

peccata mea_. Leggeva poi strapazzatamente l'Introito, _Kirieleison

etc., Gloria in eccersi Domini meu, lamustè, andamustè, licistè in

potera Patri ammè_.

Collette e Lezioni.

_Munda ori meu, mandasti, miseri evangeriu mutasti._

_Jube Dos corde me._

_Credo in de Onnipotenti Jesu Cristu, ed è spatrunatu saluti, et homo

fattus est, crucifissu secundu scrittura in Ecclesia rationi vinti

seculi ammè._

_Per omnia sicura, securorum etc._

_Vere dignu me justu mest nos tibi sempri supprici confessioni dicenti

Santu, Santu, Santu. Hæc dona, hæc munira nlibata Papa nostru: Mementu

Domini famularu, undè emors Dominu. Ostiampura, ostian santa, ostia

maculata._

Con questo tenore arrivava alla consegrazione e proseguiva dopo d'essa

sino al _Pater noster_.

_Per onnia, securemus dicere. Pater_.

Comunicatosi e detto il versetto del _post comunio_, _Domine Sobiscu.

Oremus._ Quando diceva Messa de defonti, cominciava l'orazione doppo la

communione; _Animalibus quesumus Domine etc., Benedica vui meniput in

Deu Patri e Spiritu Santu. Secundu Giuvanni. In principio era verbo, do,

das, do, das, era verbu, e verbu ncaru factum est gratia e viritati_.

Stimai io questa maniera di Messa una caricatura del chierico Schillerò,

che me la scrisse, mà in sentirmela confirmare da migliori sacerdoti e

gentil'uomini del paese, restai stupito, perchè non l'avessero

sospeso[31].

Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII · 第 14 / 62 题