La rumorosa sirena dell’_Aurora_, annunziava già la partenza.

Alcuni uomini erano già pronti a discendere la scaletta di bordo.

Matt, scioltasi la cravatta, s’avanzò per infilarla a modo suo nel

collo di Zanna Bianca.

— No, no — fece Scott. — Addio, vecchio mio! Potete andarvene. Circa il

lupo, è inutile darmi notizie. L’ho con me, vedete.

— Che cosa? — esclamò Matt: — che significa?

— Dico ciò che ho detto. Eccovi la cravatta. Vi darò notizie di lui.

Matt discese, ma a metà della scala si fermò. — Non potrà resistere al

clima! Spero che lo toserete almeno, quando verrà il caldo.

La scala fu tolta, l’_Aurora_ ondeggiò e si scostò dalla riva. Weedon

Scott agitò la mano, in segno d’addio; poi, ritornato verso Zanna

Bianca:

— E ora, mugolate, brutto pazzo, mugolate...

XXII.

LA TERRA DEL SUD.

Zanna Bianca riprese terra a S. Francisco, e rimase stupito. Egli, che

aveva sempre associato volontà di fare e potenza di fare, non aveva mai

visto oggetti così meravigliosi come ora che trotterellava sul liscio

pavimento della grande città. Le capanne fatte di ciocchi di legno,

a lui note, erano sostituite da grandi fabbricati alti come torri; le

vie, piene di pericoli ignoti; camions, vetture, automobili; grandi e

robusti cavalli trascinavano carri enormi; sotto cavi mostruosi, tesi

in aria, dei carri elettrici filavano rapidamente e scricchiolavano,

attraverso la nebbia, urlando una continua minaccia, come fanno le

linci, nelle foreste del Nord.

Tutte queste cose erano altrettante manifestazioni di potenza, per

mezzo delle quali, e dietro le quali l’uomo governava e vigilava.

Era colossale e terribile, tutto ciò, e Zanna Bianca n’ebbe paura, come

quando, un tempo, giunto dal Wild all’accampamento di Castoro Grigio,

aveva sentito tutta la sua debolezza davanti alle prime opere degli

dei. E che innumerevole quantità di dei vedeva ora!

Era tutta una folla affaccendata che gli dava le vertigini! Il tuonare

delle vie l’assordiva, quell’incessante movimento, torrenziale e senza

fine, lo sconvolgeva. Mai come ora aveva sentita così la sua dipendenza

dal dio d’amore, ch’egli seguiva alle calcagna, qualunque cosa dovesse

accadere.

Una nuova prova lo attendeva, un avvenimento che gli rimase come

un incubo nella mente e nella fantasia. Quand’ebbero tutt’e due

attraversato la città, giunsero in una stazione, piena di vagoni,

dove Zanna Bianca fu abbandonato dal padrone (almeno così credette) e

incatenato in un furgone fra un cumulo di valige e di bauli.

Li comandava un dio tozzo ed erculeo che faceva un gran chiasso in

compagnia di altri dei trascinava, spingeva, portava dei colli, ch’egli

riceveva e scaricava.

Zanna Bianca, in quell’inferno non riprese coscienza di sè, se non

quando vide accanto i sacchi di tela contenenti la roba del padrone.

Allora si mise di guardia a quei pacchetti.

Dopo un’ora apparve Weedon Scott.

— Era tempo che veniste — borbottò il dio del furgone. Il vostro cane

non vuole che io posi un dito sui vostri bagagli.

Zanna Bianca fu condotto fuori del furgone, e rimase sbalordito; la

città fantastica era sparita; egli era rinchiuso in una camera simile

a quella di una casa; e, in quel momento, la città era intorno a lui.

Poi la città scomparve nuovamente, e, con essa, il rumore che non gli

risuonava più nelle orecchie; lo circondava ora una ridente campagna

piena di pace, di silenzio e di sole.

Egli rimase stupito, per un po’, dal mutamento; poi accettò il fatto

come un’altra manifestazione del potere, spesso incomprensibile, dei

suoi dei, e che era una faccenda che riguardava loro.

Una vettura attendeva; un uomo e una donna si avvicinarono; poi le

braccia della donna si sollevarono e circondarono vivamente il collo

del padrone, con un atto che pareva ostile; e Zanna Bianca incominciò a

ringhiare rabbiosamente.

— _All right!_ madre, — fece Scott, scostandosi subito e afferrando

l’animale. — Crede che mi facciate del male, ed egli non può

sopportarlo.

— Dunque non potrò abbracciarti, figlio, se non quando il cane è

assente! — fece lei ridendo, sebbene fosse ancora pallida e sconvolta

dalla paura provata.

— Gl’insegneremo subito a comportarsi meglio.

E poichè Zanna Bianca, con l’occhio fisso, seguitava a brontolare,

gridò:

— Giù, Sir, giù.

L’animale ubbidì, sebbene a malincuore.

— Ora, mamma.

Scott aprì le braccia, senza distogliere lo sguardo da Zanna Bianca,

che, col pelo arruffato, faceva l’atto di raddrizzarsi.

— Giù, giù, — ripetè Scott.

Zanna Bianca si lasciò ricadere; egli seguì con uno sguardo ansioso la

ripetizione dell’atto ostile e vide che non seguiva alcun male, se non

l’abbraccio del dio ignoto.

Allora i sacchi furono caricati sulla vettura, dove salirono il dio

d’amore, e gli dei stranieri; Zanna Bianca seguì, trotterellando,

vigile, erto, come per far capire ai cavalli che egli vigilava sulla

sorte del padrone trasportato da essi con tanta rapidità sul suolo.

Un quarto d’ora dopo, la vettura varcava un portale di pietra, e

s’inoltrava in un bel viale fiancheggiato da noci che lo ricoprivano

coi loro archi. A destra e a sinistra si stendevano vasti e verdi

spazî erbosi cosparsi di grandi querce dai rami possenti; di là, in

un pittoresco contrasto, prati di fieno maturo, di messi dorate e

arrossite dal sole.

Delle colline brune, coronate da alti pascoli, chiudevano l’orizzonte;

all’estremità del viale sorgeva, allato a un poggio, una casa dalle

numerose finestre e dal portico profondo.

Ma Zanna Bianca non potè godersi il piacere d’annusare quel bel

paesaggio, perchè, appena la vettura entrò nei terreni della proprietà,

ecco un grosso cane da pastore, dal muso puntuto e dagli occhi lucenti,

molto irritato, lanciarsi, con ragione, verso l’intruso.

Il cane, interponendosi fra l’avversario e il padrone, ritenne suo

dovere scacciarlo, e Zanna Bianca, ergendo il pelo, stava già per

lanciarsi e dargli il suo mortale e silenzioso contrattacco, allorchè

si fermò bruscamente, con le zampe rigide, turbato, e rifiutando il

combattimento. Il cane era una femmina e la legge della razza proibiva

a Zanna Bianca di assalirla; questi, ripreso dal suo istinto di lupo,

sentiva il dovere di ubbidire.

Ma la cagna da pastore non la pensava a quel modo; era nel suo

istinto un dio vivo pel Wild: e Zanna Bianca era un lupo, l’aggressore

antico che faceva strage nel gregge, e che bisognava, da generazioni,

combattere.

Mentre Zanna Bianca tratteneva lo slancio, la cagna gli saltava

addosso e gli conficcava le zanne nella spalla; egli ringhiò, non fece

altro; si volse e tentò solo di evitarla, ma la cagna si accaniva e lo

inseguiva qua e là, senza lasciargli respiro.

— Qua, Collie! — chiamò l’uomo straniero, ch’era nella vettura.

— Babbo, non ve ne preoccupate. Così incomincia a educarsi sin d’ora,

ed è meglio così.

La vettura continuava la sua corsa e Collie ostacolava il cammino a

Zanna Bianca, ostinandosi, nonostante le trovate e le giravolte di lui,

a non lasciarlo passare. Senonchè a un punto, vedendo che il padrone

spariva, Zanna Bianca, disperato, ricorrendo a uno dei suoi vecchi

colpi, diede una violenta spinta colla spalla all’avversario.

In un attimo la cagna fu rovesciata, e, mentre ella lanciava gridi

acuti, Zanna Bianca correva dietro la vettura, ch’egli trovò ferma

davanti la soglia della casa.

Là, dovette difendersi da un nuovo nemico; un cane da caccia balzò

su di lui, di lato, senza che l’altro se ne accorgesse, e così

impetuosamente, che Zanna Bianca non resse all’urto e ruzzolò per

terra, sottosopra.

Rialzatosi immediatamente, egli balzò a sua volta, in preda a folle

rabbia, e il cane sarebbe stato bell’e spacciato, se Collie, rimessasi

sulle zampe, non fosse tornata addosso, ancor più furibonda, al

brigante del Wild. Essa si scagliò ad angolo retto, su Zanna Bianca

che, per la seconda volta fu rovesciato al suolo.

A questo punto Weedon Scott intervenne e afferrò Zanna Bianca, mentre

suo padre chiamava i cani.

— Ecco, — fece Scott, — una brutta accoglienza per un povero lupo

dell’Artico. Egli è pauroso perchè è stato rovesciato una volta sola

in vita sua, e ora viene fatto ruzzolare, qui, due volte in trenta

secondi.

Altri dei stranieri erano usciti dalla casa; alcuni fra loro rimasero

a rispettosa distanza, ma due donne ripetettero l’atto ostile di

appendersi al collo del suo padrone. Pure, siccome pareva che nessun

male derivasse da quell’atto, Zanna Bianca lo tollerò, tanto più che

i rumori che facevano con le loro bocche le due donne, non parevano

minacciosi. Quindi tutti gli dei presenti incominciarono a fargli delle

gentilezze; ma egli li avvertì con un brontolio, di mostrarsi prudenti;

e il padrone avvertì anch’egli con la sua bocca, pur picchiandogli

amichevolmente il capo.

Poi gli dei salirono le scale della gradinata, per entrare nella

casa. Una delle femmine-dee aveva cinto con un braccio il collo di

Collie e quietava la bestia con carezze; ma Collie rimaneva ringhiosa

o sovr’eccitata; come oltraggiata dalla presenza tollerata del lupo,

intimamente convinta che gli dei avevano torto.

Dick, il cane che era andato a coricarsi in cima alla scalinata, quando

Zanna Bianca passò, alle calcagna del padrone, gli ringhiò contro.

— Venite, lupo, su, — fece Scott. — Siete voi che entrate.

Zanna Bianca entrò, con le zampe rigide, la coda diritta in modo

orgoglioso, senza perder di vista Dick, per difendersi da un assalto

di fianco, pronto anche ad affrontare qualsiasi pericolo potesse venire

dall’interno della casa. Non accadde alcunchè di temibile.

Poi egli osservò tutto, attorno a sè, e, ciò fatto, si coricò con un

brontolio di soddisfazione, ai piedi del padrone.

Ma rimase coll’orecchio vigile temendo insidie. Chissà quanti pericoli

lo insidiavano, sotto il grande tetto della casa, che gli gravava sul

capo come il coperchio di una trappola!

XXIII.

IL DOMINIO DEL DIO.

Zanna Bianca era, non solo capace, per natura, di adattarsi alla gente

e alle cose, ma anche di ragionare, e comprendeva la necessità di tale

adattamento. Lì, a _Sierra Vista_ (com’era chiamata la proprietà del

Giudice Scott, padre di Weedon Scott) egli si sentì rapidamente come a

casa sua.

Dick, dopo alcune manifestazioni di broncio e di protesta, s’era

rassegnato ad accettare la presenza del lupo, impostagli dai padroni;

ed era persino disposto a diventargli amico.

Ma Zanna Bianca non pensava ad amicizie di quel genere; essendo rimasto

sempre fuori della sua specie, egli voleva rimanere quale era stato,

cosicchè gli approcci di Dick non ebbero buon successo; il lupetto li

respinse. Allora il buon cane rinunziò a quei propositi e non badò a

Zanna Bianca, come Zanna Bianca non badava a lui.

Ma con Collie non accadde lo stesso: se la cagna tollerava Zanna Bianca

posto sotto la protezione degli dei, non poteva però rassegnarsi a

lasciarlo in pace. Troppi lupi avevano decimato il gregge e combattuto

contro i suoi antenati, perchè essa potesse dimenticare così; abusando

del privilegio del sesso, ella non si lasciava sfuggire occasione per

maltrattarlo con i suoi denti aguzzi.

Zanna Bianca irrigidiva pazientemente la pelliccia protettrice della

sua spalla e riprendeva il cammino, con calma e dignità.

Se essa mordeva in modo troppo forte, egli correva in cerchio,

voltando il capo, irritato, ma impassibile; cosicchè finì col prendere

l’abitudine, quando la vedeva venire, di alzarsi e andarsene, cedendole

subito il posto.

Zanna Bianca, nella nuova vita, aveva tanto da imparare. Lì, tutto era

più complesso che non sulla terra del Nord. Come Castoro Grigio, il

padrone aveva una famiglia che divideva con lui il cibo, il fuoco, le

coperte, e doveva essere rispettata come lui. Ed era molto più numerosa

di quella dell’indiano. C’erano, prima di tutti, il Giudice Scott,

padre di Weedon, con la moglie, poi le sorelle di Weedon: Bet e Mary,

poi la moglie Alice e i bambini, Weedon e Maud, un bambino di quattro

anni e una bimba di sei.

Zanna Bianca, pur non comprendendo i vincoli di parentela che univano

tutta quella gente al dio d’amore, acconsentì a lasciarsi accarezzare

da ciascuno di essi. Imparò anche a giocare con i bambini, che egli

vedeva particolarmente cari al padrone, e dimenticò, per essi, tutte le

cattiverie e le angherie inflittegli dai bambini indiani.

Sopportava coscienziosamente tutti i loro capricci, e quando essi

lo infastidivano troppo, si allontanava con dignità. Finì persino

coll’amarli; ma nessuno riuscì a cavargli dalla gola quella specie di

ronron, ch’era riservato al padrone.

Quanto ai domestici, sentiva che bisognava usar loro un trattamento

diverso: Zanna Bianca li tollerava come proprietà del padrone, perchè

cucinavano e lavavano i piatti e compivano varie altre faccende come

Mayt, laggiù, nel Klondike; ma non doveva, nè lasciarsi accarezzare da

loro, nè trattarli con affetto.

Il dominio del dio, che si stendeva fuori della casa, era vasto ma non

illimitato; di là dallo steccato che lo circondava, c’erano i dominii

particolari di altri dei.

Sulla terra del Nord, solo animale domestico era il cane, giacchè

i numerosi animali che vivevano nel Wild, appartenevano di diritto

ai cani, quando questi riuscivano a domarli. Durante la sua vita,

Zanna Bianca aveva divorato le cose vive che incontrava, cosicchè non

riusciva a capire come sulla terra del Sud dovesse essere altrimenti.

Vagabondando attorno alla casa, al sorgere del sole, egli piombò su un

pollo che era scappato dal cortile, e fu faccenda d’un minuto; il pollo

fu divorato mentre pigolava miseramente, spaventato.

Poichè quel pollo era nutrito di buon grano, grasso e tenero, Zanna

Bianca, leccandosi le labbra, sentì tutto il sapore di quella pietanza

squisita.

Più tardi, nella giornata, ebbe la ventura di imbattersi in un altro

pollo che camminava presso la scuderia. Uno dei grooms accorse in aiuto

del volatile, e, ignaro del pericolo cui andava incontro, prese come

arma un leggero staffile da cocchiere.

Al primo colpo, Zanna Bianca, che forse un bastone avrebbe fatto

indietreggiare, lasciò il pollo per avventarsi contro l’uomo.

Mentre lo staffile lo colpiva sul muso, egli saltò silenziosamente al

collo del groom, che cadde rovescio gridando: «Dio mio!», e abbandonò

lo staffile per proteggersi la gola con le braccia. Con gli avambracci

sanguinanti e squarciati sino all’osso, egli si rialzò a stento

tentando di rifugiarsi nella scuderia; ma non era cosa facile senza la

comparsa di Collie che si lanciò furiosamente su Zanna Bianca.

Essa sentiva di aver ragione: i fatti provavano e confermavano la sua

diffidenza, a dispetto dell’errore degli dei, che non sapevano: il

brigante del Wild continuava la serie dei suoi delitti.

Il groom si era messo al sicuro, e Zanna Bianca indietreggiava di

fronte alle zanne minacciose di Collie. Egli le presentò le spalle,

poi tentò di sfuggirle, correndo in cerchio. Ma Collie non voleva

rinunziare al castigo del colpevole; cosicchè Zanna Bianca, gettando al

vento la sua dignità, si decise a svignarsela attraverso i campi.

— Così imparerà a lasciare in pace i polli, — commentò Scott. — Ma

gli darò io stesso una buona lezione, la prima volta che lo colgo sul

fatto.

Due notti dopo, l’occasione voluta si presentò, e fu più bella di

quanto Scott avesse previsto. Zanna Bianca che aveva osservato da

vicino il pollaio, e le abitudini dei polli, quando, a notte fatta,

i polli si appollaiano sulle pertiche, s’arrampicò su una catasta di

legna ch’era lì vicino, e salì sul tetto del pollaio.

Di lì si lasciò scivolare al suolo, e penetrò nel luogo. Fu una

carneficina completa: quando, al mattino, Scott uscì, cinquanta galline

bianche di Livorno, i cui cadaveri non erano stati ancora divorati,

gli si offrirono allo sguardo, allineati con cura dai groom, lungo la

scalinata della casa.

Il padrone, sorpreso e pieno d’ammirazione per quel capolavoro,

fischiò, e Zanna Bianca accorse, guardandolo senza alcuna traccia di

vergogna negli occhi, anzi, poichè non aveva punto coscienza della

sua colpa, procedendo con orgoglio, come se avesse compiuto un’azione

meravigliosa e degna di elogio.

Scott si morse le labbra, bramoso di punire con rigore, e parlò

duramente, con voce piena di collera. Poi, afferrato Zanna Bianca, gli

tenne il naso sui polli uccisi, e incominciò a colpirlo con pesanti

ceffoni.

Quando Zanna Bianca era stato schiaffeggiato da Castoro Grigio e

da Beauty-Smith, aveva sentito una sofferenza fisica, ma quando gli

capitava d’esserlo, ora, dal dio d’amore, avvertiva una sofferenza

profonda, anche se il colpo era leggero. Ora la minima percossa

gli sembrava più dura della peggiore bastonatura d’un tempo, perchè

significava che il padrone era scontento. Così, da allora, non rincorse

mai più polli.

C’è di più: Scott lo condusse proprio dentro il pollaio, in mezzo ai

polli superstiti, e Zanna Bianca, vistosi sotto il naso quel cibo vivo,

là per là, fu sul punto di cedere all’istinto; ma il padrone lo fermò

colla voce, e da allora Zanna Bianca rispettò il dominio dei polli,

dimenticandone persino l’esistenza.

E poichè il Giudice Scott pareva dubitasse che quella conversione fosse

definitiva, Zanna Bianca fu rinchiuso tutto un pomeriggio nel pollaio.

Nulla accadde: Zanna Bianca si coricò e finì coll’addormentarsi; quando

si svegliò, andò a bere nell’acqua del truogolo, poi, annoiato di

vedersi prigioniero, preso lo slancio, balzò sul tetto del pollaio e

saltò fuori.

E calmo, andò a presentarsi alla famiglia che l’osservava dalla

scalinata; e il Giudice Scott, guardandolo in faccia, pronunciò sedici

volte, con solennità:

— Zanna Bianca, voi valete più di quanto io non pensassi.

Intanto Zanna Bianca imparava anche che non doveva toccare neppure il

pollame appartenente agli altri dei: gatti, conigli e tacchini e, in

genere tutte le cose vive ch’erano lì intorno, dovevano essere lasciate

in pace. Persino nella solitudine dei prati, una quaglia poteva, senza

danno, svolazzargli davanti al naso; fremente, spasimante di desiderio,

egli dominava il suo istinto, e rimaneva immobile, rispettando così la

legge degli dei.

Pure, un giorno egli vide Dick puntare e inseguire un coniglio

di conigliera; il padrone, che era presente, non si oppose, anzi

incoraggiò persino Zanna Bianca a unirsi con Dick.

Dunque, ecco una nuova legge: i conigli di conigliera non erano _tabù_

come gli animali domestici; e neppure gli scoiattoli, le quaglie, le

pernici, creature considerate come quelle del Wild, non protette dagli

dei, i quali difendevano solo le bestie domestiche.

Perciò, era permesso ai cani fare preda delle altre bestiole. Tutte

quelle leggi erano infinitamente complesse, la loro rigida osservanza

difficile, e formavano come un ingarbugliato gomitolo della civiltà,

che, trattenendo di continuo gli impulsi naturali, confondeva Zanna

Bianca.

Trotterellando dietro la carrozza, egli seguiva il padrone a San Josè,

ch’era la città più vicina. Là c’erano negozi di macellai dove la carne

pendeva indifesa, ma era proibito toccarla. Molta gente si fermava a

guardarlo, ad esaminarlo con curiosità e, nel peggiore dei casi, ad

accarezzarlo; ed egli doveva sopportare quei pericolosi contatti di

mano ignota. Poi la gente se ne andava come soddisfatta della propria

audacia.

Talvolta, certi ragazzetti, lungo le vie prossime a Sierra Vista, si

divertivano, quando egli passava, a lanciargli delle pietre.

Egli sapeva che non gli era permesso inseguirli, e il suo senso di

giustizia ne soffriva. Un giorno il padrone saltò fuori dalla carrozza,

col frustino in mano e castigò i ragazzi che, d’allora cessarono

d’assalire con le pietre Zanna Bianca il quale ne rimase molto

soddisfatto.

Tre cani, che, lungo la via di S. Josè, vagavano pei crocicchi e

attorno ai bars, avevano presa l’abitudine di balzare su di lui appena

lo scorgevano. Egli sopportava quell’attacco, limitandosi a brontolare

por tenerli lontani, e impedir loro di mordere, e se anche gli

lanciavano un morso, rifiutava di combattere.

Ma un giorno, avendo i padroni dei cani aizzato apertamente quelle

bestie contro di lui, il padrone fece fermare la carrozza e gli disse:

— Dài, dài pure, su!

Zanna Bianca esitava: guardò il padrone, guardò i cani e interrogò

con gli occhi, come se non capisse bene. Ma il padrone fece un cenno

affermativo col capo, e ripetè:

— Su, vecchio, dài addosso, vecchio compagno, e sbranali!

Zanna Bianca si precipitò sui suoi nemici, che tennero fermo.

Avvenne un gran fracasso, s’udirono ringhi, scricchiolii di zanne, si

vide una mischia di corpi. Una nube di polverone velò la battaglia, ma

pochi minuti dopo, due dei cani giacevano a terra e il terzo fuggiva.

Il terzo attraversò un acquitrino, varcò una siepe e prese il largo

pei campi, ma Zanna Bianca lo seguì, con la sua andatura di lupo,

silenziosa e rapida, lo raggiunse e lo sgozzò.

Dopo questo triplice giudizio sommario, non avvennero più attacchi, con

cani. Sparsasi la voce in tutta la regione, gli uomini proibirono ai

cani di molestare Zanna Bianca.

XXIV.

LA VOCE DELLA RAZZA.

Passarono i mesi. Il nutrimento, a Sierra Vista, era abbondante, e

ottenuto senza fatica. Zanna Bianca, grasso e prosperoso, viveva beato.

Egli, non solo si trovava materialmente bene sulla terra del Sud, ma

vedeva l’orizzonte della sua vita davanti a sè, come un cielo d’estate.

Non era più circondato da nemici. Il pericolo, il male e la morte non

s’annidavano nell’ombra; la minaccia dell’Ignoto e la paura ch’essa gli

procurava erano svanite.

Solo Collie, che non gli aveva perdonato l’uccisione dei polli,

sfuggiva a tutti i tentativi che Scott faceva per riconciliarla con

Zanna Bianca. Essa era come una peste, pel colpevole, e lo seguiva

a passo a passo come un _policeman_; e se egli si fermava un momento

per divertirsi guardando un piccione o una gallina, subito Collie gli

piombava addosso.

Il miglior mezzo che avesse trovato Zanna Bianca per calmarla, era

quello di accosciarsi a terra, ficcar la testa fra le zanne, e far

finta di dormire. Essa ne rimaneva tutta sconcertata e taceva di colpo.

Inconsciamente, Zanna Bianca dimenticava la neve: solo, talvolta,

durante la caldura estiva, quando il troppo sole lo faceva soffrire,

egli se ne ricordava, desiderando vagamente il freddo della terra del

Nord.

Poichè il padrone andava spesso a cavallo, accompagnarlo era uno dei

principali doveri della vita di Zanna Bianca. Sulla terra del Nord,

questi aveva dato prova della sua fedeltà a Castoro Grigio portando

i finimenti della slitta; qui, non avendo slitta da tirare, nè

fardelli da portare sul dorso, l’unico modo di pagare il suo tributo,

consisteva nel seguire il cavallo del padrone. La corsa più lunga non

l’affaticava; dopo aver corso per cinquanta miglia, con la sua velocità

di lupo, regolare e continua, egli era in condizione di saltare ancora

allegramente.

Durante una di quelle passeggiate, accadde che il padrone tentasse

d’insegnare a un puro sangue, pieno d’intelligenza, il modo di aprire

e chiudere uno steccato, senza che il cavaliere avesse bisogno di

scendere a terra.

A più riprese, Scott aveva condotto il cavallo davanti allo steccato,

sforzandosi di fargli eseguire il movimento necessario, ma l’animale,

spaventato, indietreggiava, s’impennava, sempre più snervato.

Spronato vigorosamente, egli si piegò sui ginocchi, e, con le zampe

posteriori, cominciò a sprangar calci.

Zanna Bianca, che osservava lo spettacolo con crescente ansietà, non

potendo più trattenersi, balzò alla testa del cavallo e incominciò,

a un tratto, ad abbaiare! Quell’abbaiamento era il primo che emetteva

durante la sua vita!

L’intervento fu disastroso: il cavallo si rialzò, si lanciò al galoppo,

attraverso i campi; un coniglio che gli capitò fra le gambe gli fece

fare un brusco scarto; e il cavallo cadde su Scott, rompendogli una

gamba.

Zanna Bianca stava già per saltare alla gola del disgraziato animale,

quando il padrone lo fermò con la voce.

Scott, disteso al suolo, si frugò nelle tasche, in cerca di una matita

e di carta, ma non trovandone, decise di mandare Zanna Bianca a casa,

senz’altro.

— A casa! — disse, — su, a casa!

Zanna Bianca · 第 13 / 14 段