Ma Scott scosse il capo, risoluto a conquistare la fiducia di Zanna

Bianca che rimaneva sospettoso. Quale avvenimento si preparava? Egli

aveva ucciso il cane del dio, che era suo compagno; dunque non poteva

mancare un castigo terribile, e, col pelo arruffato, mostrando le

zanne, con gli occhi pronti, rimaneva vigile, in guardia.

Gli dispiacque il fatto che il dio gli si accostasse così vicino; il

dio era senza bastone e gli abbassava la mano sul capo.

Egli si curvò e tese i muscoli: non era quello il pericolo che prendeva

corpo? un tradimento che si preparava? Egli conosceva le mani degli

dei, la loro potenza soprannaturale, la loro prontezza nel colpire;

eppoi non gli era mai piaciuto che lo toccassero; perciò ringhiò in

modo più minaccioso, mentre la mano seguitava a scendere.

Pure, non aveva desiderio di mordere, e lasciò che il pericolo ignoto

s’accostasse ancora, ma l’istinto di conservazione fu più imperioso

della sua volontà, e lo trascinò.

Weedon Scott si credeva abbastanza svelto e accorto per evitare un

morso; egli ignorava la rapidità sbalorditiva con la quale, come un

serpente che si stende, Zanna Bianca colpiva. Quando sentì d’essere

stato colpito, lanciò un grido e prese la mano ferita con l’altra mano.

Intanto, Matt, entrato nella capanna, ritornava con un fucile.

— Qui, Matt, gridò Scott. — Che vorreste fare?

— Poco fa, vi ho data una promessa, — rispose Matt, freddamente. — E la

mantengo: ho detto che lo avrei ammazzato, al primo misfatto.

— No, non l’uccidete.

— Lo ammazzerò, non vi dispiaccia! Guardate...

Ora toccava a Scott chiedere indulgenza per Zanna Bianca. Come poteva

il lupacchiotto modificarsi in un tempo così breve?

Non si doveva gettare il manico dietro la scure. Era stato lui, Scott,

a mostrarsi imprudente; era lui il solo colpevole.

Zanna Bianca durante questo colloquio, rimaneva rigido e aggressivo,

deciso più che mai a difendersi contro il castigo sempre più terribile

che aveva coscienza di meritare. Senza dubbio era imminente una pena

simile a quella che gli aveva inflitto, un giorno, Beauty-Smith.

Tuttavia la sua minaccia era rivolta non a Scott, ma a Matt.

— Se vi dò retta, corro il rischio di essere divorato io.

— Niente affatto, egli è contro il vostro fucile, non contro di voi.

Vedete come è intelligente? Egli conosce, come voi e me, l’effetto

d’un’arma da fuoco. Abbassate il fucile!

Matt ubbidì.

— È sorprendente infatti — esclamò. — Ora è tranquillo. Bisogna

rinnovar l’esperimento.

Matt riprese il fucile che aveva posato nella capanna, ed ecco subito

Zanna Bianca ricominciare a ringhiare. Matt posò nuovamente il fucile,

fece finta di andarsene, e le labbra di Zanna Bianca si riabbassarono

sui denti.

— Ora, — disse Scott — fate finta di servirvi dell’arma.

Matt ritornò col fucile, lo prese e lo imbracciò, lentamente. Il

ringhio e l’agitazione ricominciarono, e divennero addirittura

parossistiche quando la canna dell’arma incominciò ad abbassarsi e

Zanna Bianca la vide appoggiata alla guancia del tiratore.

Quando l’arma fu al suo livello, egli diede un balzo di fianco e fuggì

nella capanna. Matt cessò l’esperimento; abbandonando il fucile, e

voltandosi verso il padrone, egli disse con solennità:

— Sono del vostro parere, signor Scott; questo cane è troppo

intelligente, perchè si possa ucciderlo.

XX.

IL PADRONE D’AMORE.

Erano passate ventiquattr’ore dacchè Zanna Bianca era stato liberato;

ora la mano che gli aveva concesso la libertà era avvolta in una

benda, medicata e sostenuta da una sciarpa, per impedire l’afflusso del

sangue.

Scott s’avvicinò a lui, ed egli fece udire un brontolìo che significava

che non voleva sottostare al castigo meritato. Giacchè questo era il

suo pensiero fisso, dal giorno prima.

Già nel passato aveva avuto dei castighi ritardati; ora, poichè aveva

compiuto un vero e proprio sacrilegio, affondando le zanne nella carne

sacra di un dio, d’un dio dalla pelle bianca, superiore agli altri,

era naturale e proprio del costume degli dei, che egli dovesse scontare

terribilmente quella colpa.

Il dio, avanzatosi, sedette, a qualche passo di distanza, e in

quell’atto non c’era nulla di pericoloso, giacchè, quando gli dei

puniscono, sono sempre in piedi. D’altra parte, il dio non aveva nè

bastone nè frustino, nè arma da fuoco, ed egli stesso, d’altra parte,

era libero, non avendo nè catena, nè un bastone che lo trattenessero.

Cosicchè se il castigo avesse dovuto avverarsi, era facile a lui

scappare e mettersi al sicuro.

Il dio era rimasto tranquillo e non aveva accennato ad alcun movimento

e Zanna Bianca fermò il ringhio che gli rifluiva alla gola.

Allora il dio parlò, e il pelo del collo di Zanna Bianca s’arruffò e

il ringhio sgorgò. Ma il dio non faceva alcun gesto ostile e seguitava

a parlare pacificamente; parlava senza sosta, con dolcezza, senza

fretta. Nessuno aveva mai parlato così a Zanna Bianca; così, con

tanto fascino di voce; ed egli sentì qualche cosa che non sapeva che

fosse, agitarglisi dentro, e, nonostante l’asprezza dell’istinto di

diffidenza, si sentì spinto verso il dio da una certa fiducia come se

si sentisse sicuro in compagnia di lui.

Dopo un certo tempo, il dio si alzò ed entrò nella capanna; quando

uscì, Zanna Bianca lo esaminò minuziosamente e si sentì ripreso da

timore. Ma il dio, come prima, non aveva nè arma, nè bastone; teneva

nascosta la mano ferita dietro la schiena e nell’altra mano un pezzetto

di carne.

Il dio era tornato a sedersi allo stesso posto di prima. Zanna Bianca

drizzò le orecchie e guardò con sospetto, alternativamente, il dio e la

carne, pronto a balzar lontano, al minimo allarme.

Ma il castigo veniva ritardato; il dio si limitava a tendergli presso

il muso il pezzetto di carne che pareva che non celasse nulla di

pericoloso. Pure, siccome gli dei sono onnipotenti, poteva darsi che

un tranello sapiente si nascondesse in quella carne apparentemente

innocua, cosicchè, sebbene la carne gli venisse offerta con gesto

amichevole, era prudente non toccarla; l’esperienza del passato

gl’insegnava che, presso le donne degl’indiani, carne e castigo spesso

si mescolavano in modo deplorevole.

Il dio finì col gettare la carne sulla neve, ai piedi di Zanna Bianca,

che la fiutò con precauzione, senza guardarla, perchè aveva gli occhi

sempre rivolti al dio. Il dio gli offrì un secondo pezzetto, ed egli

rifiutò nuovamente di prenderla, e nuovamente il dio gliela gettò.

Questo fu ripetuto un gran numero di volte; ma giunse un momento in cui

il dio rifiutò di gettargli il boccone, che egli teneva nella mano e

glielo presentò con fermezza.

La carne era buona, e Zanna Bianca aveva fame: a passo passo, con

infinite precauzioni, egli si accostò, e si decise, seguitando a

tener gli occhi fissi su lui, colle orecchie abbassate, il pelo

involontariamente drizzato sulla cresta del collo. e un sordo brontolìo

nella gola, per avvertire che stava sempre in guardia e non voleva

essere gabbato, allungò la testa, prese il boccone e lo inghiottì.

Nulla accadde; così, un boccone dopo l’altro, egli mangiò tutta la

carne, e nulla accadeva; il castigo era ancora differito.

Zanna Bianca si leccò le labbra e attese. Il dio si avanzò e parlò

nuovamente, con bontà, poi allungò la mano. La voce ispirava fiducia,

ma la mano destava timore.

Zanna Bianca, che si sentiva combattuto da due impulsi opposti, si

decise per una via di mezzo, e, pur brontolando, abbassò le orecchie e

non morse. La mano seguitò a discendere, sino a toccare l’estremità del

pelo tutto irto. Zanna Bianca indietreggiò e la mano lo seguì, premendo

di più; egli fremeva e voleva sottomettersi, ma non poteva dimenticare

in un giorno tutte le sofferenze inflittegli dagli dei.

Poi la mano si alzò e ridiscese, alternativamente, in atto di carezza.

Egli seguì quei movimenti, ora tacendo, ora brontolando, giacchè le

vere intenzioni del dio non erano chiare. La carezza divenne più dolce.

La mano che gli frugava la base delle orecchie, gli faceva provare un

piacere crescente.

In questo momento Matt usciva dalla capanna, con una casseruola

contenente acqua sporca che egli veniva a vuotare fuori.

— Rimango sbalordito — esclamò egli scorgendo Scott.

E mentre questi seguitava ad accarezzare Zanna Bianca:

— Voi siete certamente un bravissimo ingegnere, ma avete sbagliato

carriera; dovevate, da piccolo, far pratica di domatore in un

serraglio!

Come udì la voce di Matt, Zanna Bianca indietreggiò immediatamente,

ringhiando verso di lui, non già verso Scott, che gli andò vicino,

rimise la mano sulla testa dell’animale e lo accarezzò come prima.

Era il principio della fine, per Zanna Bianca, dell’antica vita e del

regno dell’odio: un’altra vita, immensamente bella, gli si schiudeva

davanti. Certo, occorrevano, da parte di Weedon Scott molte cure e

pazienza, giacchè Zanna Bianca non era il lupetto uscito dal Wild

selvaggio e sottopostosi a Castoro Grigio come a padrone, e perciò

plasmabile come argilla nella forma che le si vuol dare; egli era stato

formato e indurito nell’odio, era diventato una creatura ferrea, piena

di prudenza e di astuzia. Bisognava che si riformasse interamente sotto

la pressione d’una potenza nuova ch’era _l’amore_.

Weedon Scott s’era assunto il compito di redimere Zanna Bianca, anzi di

redimere l’umanità dalle colpe e dai torti usati al lupetto.

Era Scott, un caso di coscienza; il debito dell’uomo verso l’animale

doveva essere pagato.

Dapprima Zanna Bianca non vide in lui che un dio preferibile a

Beauty-Smith, perciò, sebbene liberato, rimase; e per dar prova della

sua fedeltà, si costituì guardiano dei beni del padrone.

Mentre i cani della slitta dormivano, egli vegliava e girava attorno

alla casa. Il primo visitatore notturno che si presentò per parlare

con Scott, dovette battagliare con Zanna Bianca e difendersi con un

bastone, sinchè non arrivò Scott a soccorrerlo. Ma in breve, Zanna

Bianca imparò a giudicar la gente; l’uomo che se ne veniva dritto e

risoluto verso la porta della casa, poteva essere lasciato passare,

pur sorvegliandolo sino al momento in cui, apertasi la porta, avesse

ricevuto il saluto del padrone, ma l’uomo che si presentava senza far

rumore, con un’andatura obliqua e incerta, guardando con precauzione,

come se spiasse un segreto, costui non valeva niente, e non doveva far

altro che prendere il largo alla svelta e zitto.

Scott seguitava, tutti i giorni, a trattare con dolcezza e ad

accarezzare Zanna Bianca, che prese gusto, sempre più, a quelle

carezze.

Quando la mano lo toccava, egli brontolava, è vero, ma pel fatto che

quel brontolìo era l’unico suono, l’unica nota che la sua gola potesse

emettere. Egli avrebbe voluto addolcirne il tono, ma non riusciva;

eppure quel brontolìo, l’orecchio attento di Scott percepiva come un

ronron.

Quando il dio era presso di lui, Zanna Bianca provava una gioia viva:

se il dio si allontanava, si sentiva nuovamente irrequieto, come se gli

si aprisse davanti un vuoto, e il nulla l’opprimeva.

Nella vita passata, egli non aveva avuto altro scopo che il proprio

benessere, e l’assenza di ogni sofferenza; ora le cose procedevano

diversamente; dallo spuntar del giorno, anzichè rimanere disteso nel

suo cantuccio ben caldo e riparato, dove aveva passato la notte, egli

veniva ad attendere, per ore intere, sulla soglia gelida della capanna,

la felicità di vedere la faccia del suo dio, d’essere amichevolmente

toccato dalle dita di lui, di ricevere un’affettuosa parola.

Ora, non badava a disagi; persino la carne era diventata per lui cosa

secondaria, al punto che tralasciava il pasto già incominciato per

accompagnare il padrone, se lo vedeva partire per la città.

Egli aveva incontrato un vero dio, un dio d’amore, e s’apriva ai caldi

raggi di lui, in un’adorazione silenziosa e senza espansione, giacchè

era stato troppo lungo tempo disgraziato, e senza gioia, ora; ed era

stato troppo tempo raccolto in sè, perchè potesse espandersi, ora.

Talvolta, quando il dio lo guardava e gli parlava, pareva che una

specie d’angoscia opprimesse Zanna Bianca, l’angoscia di non poter

esprimere il suo amore e tutto ciò che sentiva.

Egli non tardò a comprendere che doveva lasciare in pace i cani del

padrone; dopo aver fatto valere la sua padronanza su di essi e la

sua superiorità d’antico capofila, non si sentì più turbato. Ma essi

dovevano apparirgli davanti quando passava, e obbedirgli in tutto e per

tutto. Così, egli sopportava Matt, sapendolo proprietà del padrone.

Era Matt che di solito gli dava il cibo; ma Zanna Bianca intuiva che

quel cibo gli veniva dal padrone. Lo stesso Matt tentò per primo di

mettergli addosso i finimenti e di attaccarlo alla slitta assieme ad

altri cani, ma non riuscì.

Zanna Bianca si sottomise solo all’intervento personale del padrone.

Poi accettò, con la mediazione di Matt, la legge del lavoro, come

voleva il padrone; ma non rimase soddisfatto se non quando ebbe

ripreso, a dispetto di Matt che ignorava la capacità di lui, le sue

funzioni di capofila.

— Se è lecito, — disse Matt un giorno, — ispettorare il mio parere,

io ritengo per certo, signor Scott, che fu una buona ispirazione la

vostra, quando pagaste per questo cane il prezzo sborsato. Gliel’avete

fatta a Beauty-Smith, a prescindere dai cazzotti che gli avete

regalati.

Weedon Scott non rispose, ma mostrando negli occhi grigi un lampo della

collera d’allora, mormorò fra sè: «Bruto!».

La primavera che seguì, Zanna Bianca ebbe una gran commozione; il

padrone amoroso era scomparso, preceduto nella partenza, da diversi

imballaggi e pacchi. Ma Zanna Bianca ignorava il significato di quelle

cose delle quali solo in seguito si rese conto.

Quella notte aspettò invano, sulla soglia della capanna, il ritorno del

padrone. A mezzanotte, il vento glaciale che soffiava, lo costrinse a

cercare, indietro, un ricovero; sonnecchiò un po’ ma verso le due del

mattino fu sopraffatto da nuova ansietà.

Tornò a distendersi sulla soglia gelata, con le orecchie tese, intente

al passo familiare. Al mattino, Matt, apri la porta ed uscì; egli lo

guardò penosamente.

Matt non aveva modo di spiegare all’animale ciò che voleva sapere, e

i giorni passavano, intanto, e il padrone non tornava. Zanna Bianca

non era stato mai malato: s’ammalò, ed in modo tale, che Matt dovette

trascinarlo nell’interno della capanna; poi nella prima lettera che

scrisse a Scott, aggiunse un post-scriptum, in argomento.

Weedon Scott ricevette a _Circle City_ (Città del Cerchio Artico)

questa notizia: «Questo dannato d’un lupo non vuol lavorare nè

mangiare. Non so che fare. Vorrebbe sapere di voi, ma non so come

dirglielo. Credo che stia per morire».

Le informazioni erano giuste: Zanna Bianca, quando gli accadeva di

uscir fuori, si lasciava picchiare, a uno a uno, da tutti i cani della

muta; nella capanna giaceva sul pavimento presso la stufa e rifiutava

il cibo; e comunque lo trattasse Matt, con dolcezza o bestemmiando, il

risultato era sempre lo stesso.

Zanna Bianca si limitava a rivolger verso l’uomo i suoi occhi tristi,

poi lasciava ricadere la testa sulle sue zampe anteriori e non si

muoveva più.

Allora, una notte, mentre Matt leggeva sottovoce, muovendo le

labbra, sussultò: Zanna Bianca aveva emesso un sordo lamento, poi

s’era drizzato, e, con le orecchie tese verso la porta, ascoltava

intensamente. Poco dopo s’udì un rumore di passi, la porta si aprì e

Weedon Scott entrò. I due uomini si strinsero la mano, poi Scott si

guardò intorno.

— Il lupo dov’è? — domandò.

E scorse Zanna Bianca che s’era ricoricato presso la stufa e non gli

era balzato incontro, come avrebbe fatto un cane comune.

— Santi numi! — esclamò Matt. — Guardate se muove la coda! Non si

decide.

Weedon Scott chiamò Zanna Bianca, che accorse subito, ma senza slancio,

con occhi spalancati, come pieni d’una luce immensa.

Scott s’accoccolò all’altezza del cane, e incominciò ad accarezzargli

la base delle orecchie, il collo, le spalla, tutta la schiena.

Zanna Bianca emise un dolce brontolìo, poi, spinta bruscamente la

testa, l’affondò fra le braccia e le costole del padrone, nascondendo

la sua felicità e scodinzolando.

Ritornato l’amato padrone, Zanna Bianca riacquistò rapidamente la

salute. Per due notti e due giorni egli non uscì dalla capanna; quando

riapparve fuori, gli altri cani che avevano dimenticato la sua forza

naturale, non ricordando che la debolezza ultima, si gettarono su di

lui, ma sbaragliati in poco tempo, fuggirono urlando, e ritornarono

la sera, a uno a uno, strisciando umilmente per manifestargli la loro

sottomissione.

Parecchio tempo dopo, Scott e Matt erano, una notte, seduti l’uno di

fronte all’altro, intenti a una partita a carte, delle solite, prima di

coricarsi, quando udirono fuori un grand’urlo e dei ringhi selvaggi.

— Il lupo dà addosso a qualcuno! — fece Matt.

I due uomini presero un lume e si lanciarono. Trovarono un uomo

disteso colle spalle sulla neve; egli teneva le braccia incrociate

e se ne serviva per proteggersi la faccia e la gola; e la difesa era

urgente perchè Zanna Bianca, in un accesso di folle rabbia, combatteva

perfidamente e lanciava il suo attacco nei punti vulnerabili.

Dalla spalla al polso, le maniche erano lacerate, e la camicia di

flanella turchina era ridotta come un cencio; dalle braccia stese,

orribilmente squarciate, scorrevano fiotti di sangue.

Weedon Scott afferrò Zanna Bianca pel collo, e lo trascinò, mentre

la bestia si dimenava come un ossesso. Intanto, mentre Matt aiutava

l’uomo a rialzarsi, costui, abbassate le braccia, scoprì la ferocia

bestiale di Beauty-Smith. Matt indietreggiò, come se avesse toccato un

carbone ardente; Beauty-Smith con gli occhi abbagliati dalla luce della

lampada, si guardò intorno, e scorgendo Zanna Bianca che Scott tentava

di calmare, manifestò nuovi segni di terrore.

Matt, intanto, avendo scorto degli oggetti caduti sulla neve, li

esaminò e riconobbe la catena d’acciaio e il grosso bastone. Li mostrò

a Scott che scosse il capo in silenzio. Poi posò una mano sulla spalla

di Beauty-Smith, tutto tremante, e gli fece fare una piroetta.

Neppure una parola fu scambiata.

Quando il dio dell’odio fu partito, il dio dell’amore accarezzò Zanna

Bianca e gli parlò:

— Hanno tentato di rubarvi, eh? E non avete voluto. Bene, bene. S’era

ingannato, vero?

— Dall’accoglienza ricevuta, gli dev’esser parso d’essere assalito da

una legione di demonii! — ghignò Matt.

Zanna Bianca, ancora agitato, e col pelo irto, seguitava a brontolare;

poi, a poco a poco, il pelo si riabbassò e un dolce ronron gorgogliò

dalla bocca del cane.

XXI.

IL LUNGO VIAGGIO.

Era nell’aria; Zanna Bianca intuì, prima che accadesse, che una

disgrazia era imminente; i suoi dei si tradirono inconsciamente; e il

lupo-cane, dalla soglia della capanna, leggeva nei loro cervelli.

— State a sentire! Volete? — dichiarò Matt, una sera, mentre cenava con

Scott.

Scott ascoltò; attraverso la porta giungeva sino a loro un sommesso

lamento, doloroso come un singhiozzo. Seguì un lungo respiro e il

lamento tacque. Zanna Bianca era rassicurato; il suo dio non era ancora

partito.

— Credo che il lupo indovini i vostri disegni — fece Matt.

— Che volete che ne faccia d’un lupo in California? — rispose Scott,

guardando il compagno con aria d’imbarazzo che rivelava dietro quelle

parole un pensiero totalmente diverso.

— È quel che dico io — fece Matt. — Che ve ne fareste d’un lupo in

California?

— I cani degli uomini bianchi non avrebbero lunga vita, — aggiunse

Scott. — Egli li ammazzerebbe tutti, e sarebbe una rovina per me,

dover pagare i danni e interessi; senza dire che la polizia potrebbe

intervenire e ammazzar lui elettricamente.

— È un terribile assassino, lo so — confermò Matt.

Fuori s’udì nuovamente il singhiozzo, poi seguì quel ronfare

interrogativo di prima.

— È innegabile che egli ha pensieri che noi ignoriamo — rispose Matt. —

Ma come fa a sapere che partite? Questo mi sorprende.

— Anch’io non mi raccapezzo, al riguardo — disse Scott tristemente.

Quando il giorno fatale fu vicino, Zanna Bianca, dalla porta aperta,

vide il dio d’amore posare la valigia sul pavimento e mettervi dentro

diversi oggetti, e poi andare su e giù, cosicchè la pace solita della

capanna, ne fu turbata. Ormai Zanna Bianca non aveva alcun dubbio: il

suo dio si preparava a fuggire un’altra volta e ad abbandonarlo come la

prima.

Allora, la notte che seguì, egli fece udire il lungo urlo dei lupi,

come aveva fatto nella sua infanzia, quando, dopo essere fuggito nel

Wild, era ritornato all’accampamento indiano, e non aveva trovato se

non avanzi e tracce di esso, nel punto dove sorgeva, il giorno prima,

la tenda di Castoro Grigio. Ora, come allora, egli puntava il muso

verso le fredde stelle, e confessava la sua sciagura.

I due uomini, nella capanna, s’erano appena coricati.

— Ricomincia a rifiutare il cibo — fece Matt, dietro il suo tramezzo.

Scott s’agitò nel suo letto e brontolò. Matt proseguì:

— A giudicare dal modo come s’è comportato l’altra volta, non sarei

sorpreso, ora, dovesse morire davvero.

— Basta! — gridò Scott nel buio. — Voi ciarlate peggio d’una comare.

Il giorno dopo Zanna Bianca si ostinò a seguire le calcagna del

padrone, e continuò a tener d’occhio i bagagli distesi sul pavimento.

Due grossi sacchi di tela e una cassa erano stati aggiunti alla

valigia; in una tela cerata, Matt arrotolava le coperte di Scott e

i vestiti di pelliccia. Poi giunsero due indiani, i quali si posero

i bagagli sulle spalle e li portarono via, accompagnati da Matt che

portava, da parte sua, la valigia e le coperte.

Quando Matt fu tornato, il padrone andò alla porta della capanna e,

chiamato Zanna Bianca, lo fece entrare.

— Voi, povero diavolo — fece, sfregando dolcemente le orecchie

dell’animale — sappiate che parto per un lungo viaggio dove non potrete

seguirmi. Su, ancora un brontolìo da amico, un brontolìo d’addio; sarà

l’ultimo.

Ma Zanna Bianca non volle brontolare; dopo uno sguardo pensoso verso

gli occhi del dio, nascose la testa fra le braccia e le costole di

Scott.

— Eh, fischia! — gridò Matt.

Dal Yukon risonò il mugghio d’uno _steamboat_.

— Sbrigatevi, con i saluti, signor Scott! Uscite dalla porta davanti e

chiudetela alla svelta; io farò altrettanto con la porta posteriore.

Le due porte sbatterono contemporaneamente, con un rumore secco,

scandito subito da un gemito lugubre e da un singhiozzo, seguito da

lunghi ronfi.

— Matt, curatelo bene — disse Scott, mentre scendevano lungo la

collina. — Voi mi scriverete, e mi farete sapere come si comporta.

— Non mancherò, ma sentite...

I due uomini si fermarono; Zanna Bianca urlava, come fanno i cani

quando i padroni sono morti, urlava la sua disperazione; e quel clamore

saliva con note acute e precipitose, poi ricadeva con un tremolìo

pietoso, come se si spegnesse, per rialzarsi nuovamente e ingrandire a

tratti.

L’Aurora era il primo battello che, in quell’anno, lasciava il

Klondike, cosicchè il ponte era pieno zeppo di cercatori d’oro, gli

uni che ritornavano dopo aver fatto buona fortuna, gli altri ridotti in

pietosa miseria, ma tutti desiderosi di andar via, così com’erano stati

bramosi di venire.

Presso la scaletta di bordo, Scott strinse la mano a Matt che stava per

ridiscendere a terra. Senonchè, Matt, senza rispondere alla stretta,

teneva gli occhi fissi su qualche cosa ch’egli vedeva a due passi da

lui, dietro le spalle di Scott: era Zanna Bianca che, seduto sul ponte,

aspettava.

I due uomini scambiarono alcune parole, ciascuno affermando di aver

chiuso bene la porta, mentre Zanna Bianca osservava, appiattendo le

orecchie ma rimanendo sempre immobile.

— Lo condurrò a terra con me — disse Matt.

E s’avanzò verso Zanna Bianca, che se la svignò subito. Matt gli

correva dietro, inseguendolo, ma Zanna Bianca scomparve dietro un

gruppo, girò torno torno sul ponte, riapparve, scomparve, giravoltò;

senza lasciarsi afferrare. Solo quando si sentì chiamare da Scott,

s’accostò, ubbidendo prontamente.

Scott incominciò ad accarezzare Zanna Bianca, e osservò sul muso e

negli occhi dell’animale dei tagli recenti. Matt passò la mano sotto il

ventre dell’animale.

— Abbiamo dimenticato di chiudere le finestre; ha il ventre tutto

sfregiato. Perbacco! È passato attraverso i vetri!

Ma Weedon Scott non l’ascoltava; rifletteva rapidamente.

Zanna Bianca · 第 12 / 14 段