più imperiosamente; e Zanna Bianca che sapeva che significasse «a
casa!» lo guardò come se riflettesse, s’allontanò, poi ritornò,
ed emise un gemito lamentoso. Scott gli parlò gentilmente, ma con
risolutezza, e Zanna Bianca, dopo aver ascoltato con le orecchie basse,
parve d’avere, sebbene con sforzo, capito.
— Mi intendi, eh! vecchio compagno? — diceva il padrone. — Vai, va’
diritto a casa! _All right!_ E dirai ciò che mi è successo. Su, lupo,
su, a te! dritto a casa.
Zanna Bianca, pur non comprendendo il senso preciso di tutte queste
parole, capì però che il padrone voleva che egli si recasse a casa:
fece un voltafaccia, e trotterellò lontano, di mala voglia, voltandosi
di tanto in tanto, per guardare indietro.
— Va’, — gridava Scott, — va’!
La famiglia era riunita sulla scalinata a godersi il fresco, quando
arrivò Zanna Bianca, ansante e impolverato.
— Weedon è tornato, — annunziò la madre di Scott, vedendo l’animale.
I bambini corsero verso Zanna Bianca e cominciarono ad attrarlo nei
loro giochi, ma egli li evitò, e siccome lo avevano spinto con la
groppa in un cantuccio, tra un rocking-chair e una panca, egli ringhiò
selvaggiamente, cercando di svincolarsi. La moglie di Scott sussultò:
— Tremo sempre, — disse, — perchè temo che un giorno o l’altro, egli
non si getti addosso a loro, senza badare.
— Un lupo è un lupo, — sentenziò il giudice Scott. Ed è prudenza non
fidarsene. Certo c’è in lui qualche goccia di sangue di cani...
Non aveva terminato la frase, allorchè si vide davanti, Zanna Bianca
che brontolava, con uno strano aspetto.
— Vattene, Sir, va’ alla cuccia, — ordinò il Giudice.
Zanna Bianca si voltò verso la moglie del padrone e le afferrò coi
denti l’orlo della gonna, tirando la debole stoffa sino al punto di
strapparla. Alice lanciò un grido di spavento.
— Spero che non sia arrabbiato, — disse la madre di Scott. — Io ho
sempre ripetuto a mio figlio che il nostro clima caldo non è punto
adatto per un animale venuto dall’Artico.
Zanna Bianca ora non ringhiava nè brontolava, ma se ne stava immobile,
a testa alta, guardando in faccia la famiglia che lo fissava: la gola
era scossa da fremiti, e tutto il corpo convulso, come se egli tentasse
di esprimere l’inesprimibile.
— Si direbbe, — osservò Beth, — che tenti di parlare!
E in quel momento Zanna Bianca parlò, come potè, abbaiando
rumorosamente. Quell’abbaiamento fu il secondo e l’ultimo della vita
del cane, ma s’era fatto capire.
— Qualche disgrazia è capitata a Scott! — esclamò Alice risolutamente.
E tutti seguirono Zanna Bianca che scendeva già la scalinata guardando
se lo seguissero.
Dopo questo avvenimento, l’ospite di Sierra Vista ebbe un posto
migliore. Persino il groom, al quale Zanna Bianca aveva lacerato il
braccio, riconosceva che quello era il cane più saggio, sebbene fosse
un lupo. Il giudice Scott interpretava questa ipotesi nel senso più
estensivo, appoggiandosi su tante documentazioni ch’egli ricavava dalla
sua enciclopedia e da diversi libri di storia naturale.
Intanto si approssimava il secondo inverno che Zanna Bianca stava per
trascorrere nella terra del Sud, e i giorni cominciavano a diminuire.
Ed ecco che egli fece una strana scoperta: i denti di Collie non erano
più così duri, e se essa mordeva, pareva che lo facesse per gioco,
gentilmente e senza fargli male! Egli dimenticò tutte le miserie
inflittegli e quando essa andava a fargli delle smorfie intorno, egli
rispondeva con gravità, con piacevolezza, solenne e ridicolo.
Essa lo trascinò, un giorno, in una lunga corsa, attraverso prati
e boschi. Il padrone, guarito, doveva, in quel pomeriggio, fare una
piccola cavalcata, e Zanna Bianca lo sapeva. Il cavallo aspettava,
sellato, alla porta di casa.
Zanna Bianca esitò, là per là; ma un sentimento più profondo della
legge degli dei, da lui appresa, più imperioso della sua volontà, lo
vinceva. E, quando vide Collie che lo mordicchiava, e gli folleggiava
davanti, si decise per lei; voltato il dorso, la seguì.
Quel giorno il padrone cavalcò solo, mentre Zanna Bianca e Collie
correvano a fianco a fianco, come la madre Kisce e il vecchio «Un
Occhio» erano corsi in compagnia, nelle foreste silenziose della terra
del Nord.
XXV.
IL SONNO DEL LUPO.
Fu al tempo in cui i giornali erano pieni di notizie circa l’audace
evasione dalla prigione di San Quintin del celebre bandito Yim Hall.
Costui era nato malvagio, e la società non lo aveva fatto diventar
migliore. La società è dura, e Yim Hall era un esempio evidente di
tanta durezza, perchè essa ne aveva fatto una bestia, una bestia umana,
certo, ma più feroce dei peggiori carnivori.
Non c’era stata pena che avesse potuto piegarlo; e il castigo era il
solo trattamento ch’egli conoscesse, dal tempo in cui, piccino, era
stato raccolto nell’asilo di San Francisco, quand’era come tenera
argilla adattabile alla forma che le si vuol dare.
Egli aveva fatto del male, e per tre volte lo avevano imprigionato,
ma quanto più ferocemente la società lo colpiva, con tanto maggior
accanimento egli lottava contro di lei, non avendo, di solito, che
camicia di forza, digiuno, e colpi di bastone.
Durante il terzo periodo di prigionia, fu affidato a un guardiano
ch’era una bestia brutale, selvaggia quasi quanto lui. Il carceriere
aveva un mazzo di chiavi e una rivoltella; Yim Hall non altro che le
nude mani e i denti; e questa era l’unica diversità fra i due.
Il carceriere si giovava del fatto ch’era meglio armato, per
perseguitare l’uomo, a suo piacere, maltrattarlo e riferire sulla
condotta di lui, notizie false ai suoi capi. Yim Hall balzò un
giorno, sul suo aguzzino, e, presolo per la gola, coi denti, tentò di
sgozzarlo, come avrebbe fatto un animale della Jungla.
Per questo fatto, Yim Hall fu rinchiuso nella cella
degl’incorreggibili, dove viveva senza uscirne mai. Il soffitto, i
muri, il pavimento erano di ferro, e mai il recluso vedeva il cielo;
il giorno era per lui come un nero crepuscolo, e la notte, un nero
silenzio.
Egli era seppellito vivo in una tomba di ferro, e non vedeva faccia
umana, non udiva una parola. Quando gli gettavano il cibo, egli
grugniva come una bestia in gabbia; durante giorni e notti, capitava
che egli ruggisse di rabbia contro l’universo; poi, per una settimana e
mesi, non faceva udire alcun suono, ma si divorava l’anima in silenzio.
Era diventato una specie di mostro terribile, quale può immaginare il
cervello di un pazzo.
Visse così per tre anni; finalmente, una notte, riuscì a fuggire. Il
capo carceriere, quando seppe la notizia, scrollò il capo e disse
che era impossibile. Senonchè la cella era vuota, e il corpo di un
carceriere strangolato giaceva lungo la soglia: altri due carcerieri,
ch’egli aveva ugualmente strangolati senza rumore, con le sue mani,
segnavano le tracce del suo passaggio lungo i corridoi della prigione,
e l’evasione di sopra il muro di cinta.
Munito delle armi tolte ai tre carcerieri, come un arsenale vivente,
egli fuggiva per monti e valli, inseguito da tutta la forza organizzata
dalla società. Sulla sua testa pendeva una taglia, cosicchè, sperando
di guadagnarsi la ricompensa, dei fittavoli ne seguivano le peste,
armati di fucili da caccia. La sua morte poteva servire a cancellare
una fastidiosa ipoteca, o a mandare un figlio in collegio.
Persino dei cittadini avevano imbracciato il fucile, per amore del bene
pubblico, e una muta di cani feroci seguivano le orme segnate dai suoi
piedi sanguinanti, e altri cani, cani poliziotti che corrono in nome
della legge, e sono pagati dalla società, non lo abbandonavano più,
ormai, accaniti nel seguirne le piste, con l’aiuto del telefono, del
telegrafo, e di treni speciali.
Accadeva talvolta, che Yim Hall fosse raggiunto dagl’inseguitori,
ed eroicamente, le due parti si affrontavano dietro un filo di ferro
spinato. Il giorno dopo, nelle città, la gente si divertiva a leggere
nei giornali, dopo colazione, i particolari dello scontro, e il
risultato: un morto e numerosi feriti. Poi sorgevano altri uomini a
riprendere l’inseguimento.
A un tratto, Yim Hall scomparve: invano i cani ne cercarono le tracce
smarrite; sin nelle valli più lontane, degli innocui pastori si
vedevano presi pel collo da uomini armati e costretti a provare la loro
identità, e nello stesso tempo, in una dozzina di pendici di montagne,
si dicevano scoperti i resti del bandito, da gente avida di guadagnare
il prezzo del sangue.
Intanto, i giornali erano letti a Sierra Vista, con timore e interesse.
Le donne non erano rassicurate, e il giudice Scott fingeva di ridere
del loro terrore, emettendo dei _bah!_ ripetuti.
Era stato lui, negli ultimi giorni delle sue funzioni, a condannare Yim
Hall. Quella volta almeno, questi era innocente. La polizia aveva, con
un procedimento al quale non è avvezza, deciso di chiudere i conti con
lui, ordendone la rovina, producendo false testimonianze.
Il giudice Scott, ignaro della verità delle cose, aveva pronunziato in
buona fede la condanna, ma Yim Hall l’aveva creduto complice, e quando
s’era sentito condannare a cinquant’anni d’ergastolo, di sepoltura
da vivo, scattato a un tratto nell’aula dell’udienza, s’era messo a
inveire contro colui che l’aveva colpito, e, mentre i poliziotti lo
trascinavano fuori, aveva ruggito la sua promessa di vendetta.
Zanna Bianca, naturalmente, non poteva sapere nulla di tutto ciò, ma
dal giorno in cui si seppe a Sierra Vista che Yim Hall era evaso, ci
fu tra il lupo-cane e Alice, la moglie del padrone, come un’intesa
segreta. Ogni notte, quando tutti dormivano, Alice usciva dalla camera
e faceva entrare Zanna nell’atrio del _rez-de-chaussée_.
Al mattino, essa scendeva la prima, e lo rimetteva fuori, giacchè era
uso che egli non dormisse in casa.
Ora, una notte, Zanna Bianca si svegliò, nel silenzio, e, senza rumore,
annusò: capiva, dall’aria, che un dio straniero era presente.
Egli allora tese le orecchie, e percepì rumori soffocati e movimenti
lievi; non ringhiò come al solito. Il dio straniero apparve,
insinuandosi come un’ombra. Più silenzioso di lui, Zanna Bianca lo
seguì, avendo appreso nel Wild, quando andava a caccia di carne viva, a
non rivelarsi.
Il dio straniero si fermò appié della grande scalinata e stette
in ascolto, mentre Zanna Bianca, immobile come un morto, spiava e
attendeva.
Proprio in cima alla scalinata era la camera del padrone, e, accanto ad
essa, erano le camere degli altri dei della casa, i quali costituivano
il bene più caro del padrone.
Zanna Bianca cominciò a raddrizzarsi, ma aspettò ancora; il piede del
dio straniero si sollevò: egli incominciava a salire.
E allora Zanna Bianca colpì; senza avvertimento alcuno, secondo il suo
costume, egli lanciò il corpo avanti, come la pietra di una fionda, e
si abbattè sulle spalle del dio straniero, alle quali si uncinò colle
zampe, mentre gli conficcava le zanne nella nuca. Il dio cadde riverso,
sul cane, e tutt’e due piombarono sul pavimento.
La casa s’era destata in allarme; ciascuno, chinandosi sulla scalinata,
udì un fracasso quale avrebbe potuto fare una lotta di demonii;
s’udirono colpi di rivoltella, insieme con ringhi e una voce d’uomo che
lanciò un grido d’orrore e d’angoscia; poi seguì un frastuono di vetri
infranti e di mobili rovesciati, e, a un tratto tutto tacque. Solo,
come dei crepitii di bolle d’aria alla superficie dell’acqua, salirono
dal baratro oscuro; poi silenzio...
Weedon Scott girò la chiavetta della luce elettrica, e la scalinata
e l’atrio si empirono di luce; accompagnato dal giudice Scott, egli
scese, con precauzione, tenendo una rivoltella in mano. Ma ormai non
c’era più pericolo; tra un naufragio di mobili rovesciati e spostati,
steso su un fianco, con la faccia ricoperta da un braccio, giaceva un
uomo. Weedon Scott si chinò su di lui, distese il braccio e voltò la
faccia dell’ignoto verso la luce; dalla gola squarciata era fuggita la
vita.
— Yim Hall! — esclamò il giudice Scott.
Padre e figlio si guardarono e s’intesero.
Si volsero quindi verso Zanna Bianca ch’era anch’egli disteso su un
fianco, e aveva gli occhi chiusi. Una palpebra si sollevò appena: egli
guardò coloro che erano chini su di lui e con la coda accennò a un
saluto appena visibile, rivolto al padrone.
Weedon Scott lo accarezzò, e dalla gola del lupo uscì un _ronron_ di
riconoscenza, ma subito le palpebre si rinchiusero, e il corpo ricadde
come un sacco, sul pavimento.
Immediatamente, per telefono, fu chiamato un chirurgo; l’alba
sbianchiva le finestre, quando l’uomo dell’arte arrivò.
— Francamente, c’è una probabilità su mille ch’egli possa scampare,
— concluse egli dopo un’ora e mezza d’esame. — Una zampa è rotta;
tre costole sono spezzate, e una palla almeno deve aver perforato il
polmone; senza tener conto di tutto il sangue che ha perduto, e delle
probabili lesioni interne.
— Certo è stato proiettato in aria. Lasciamo stare le tre pallottole
che l’hanno attraversato da parte a parte. Una probabilità su mille mi
pare troppo ottimismo; se mai una su diecimila.
— E quest’unica probabilità non dev’essere trascurata, — replicò il
giudice Scott. — Fate uso, se occorre, della radioscopia, tentate ogni
prova e non badate a spese. Weedon, telegrafa a San Francisco, e manda
il dottor Nichols. Non ve ne abbiate a male, chirurgo... Ma, capirete,
dev’esser fatto tutto ciò che si può per lui.
Il chirurgo sorrise con indulgenza.
— Capisco, — disse — dovete curarlo come una creatura umana, come
un bambino malato. Ritornerò alle dieci. Osservate intanto la sua
temperatura.
Così Zanna Bianca fu curato in modo mirabile. Qualcuno aveva proposto
di chiamare ad assisterlo un’infermiera di professione, ma le figlie di
Scott respinsero con indignazione la proposta. Dimodochè Zanna Bianca
ebbe favorevole quell’unica probabilità su diecimila, concessa a stento
dal chirurgo; il quale però, avvezzo a curare creature incivilite,
discendenti da altre civili, non aveva tenuto conto della vitalità
straordinaria di Zanna Bianca, proveniente direttamente dal Wild.
Perciò il suo errore di giudizio non fu biasimato.
Legato come un prigioniero, privo di ogni movimento, a causa del gesso
e delle fasciature, il paziente languì per delle settimane. Dormiva ore
intere, ed era agitato da sogni varii; i fantasmi del passato sorgevano
davanti a lui e lo circondavano.
Egli si rivedeva quando viveva con Kisce nella tana, e quando
strisciava, tremando ai piedi di Castoro Grigio, per fargli omaggio,
o quando correva, in corsa sfrenata, davanti a Lip-Lip e alla muta
urlante, frustata a sangue dallo staffile di Mit-Sak; riviveva la sua
tetra vita presso Beauty-Smith, e le antiche battaglie.
Lo si udiva gemere e ringhiare, nel sonno, come se lottasse ancora. Ma
l’incubo più opprimente lo sentiva quando sognava che, disteso sotto un
cespuglio, spiava uno scoiattolo, attendendo che il piccolo quadrupede
s’arrischiasse al suolo.
Allora, mentre egli si lanciava, lo scoiattolo si trasformava di
botto in un carro elettrico che, minaccioso e terribile, enorme
come una montagna, gli s’avanzava addosso per schiacciarlo, urlando,
scricchiolando, sputando scintille.
Oppure, quando il falco, che volteggiava nel cielo e ch’egli sfidava,
si precipitava dall’alto, anch’esso in forma di carro fatale. Ricaduto
nelle mani di Beauty-Smith, ecco gli spettatori, attorno a lui, formar
cerchio nella neve; in mezzo alla pista, in guardia, egli attendeva
che la porta del tramezzo s’aprisse, per dar passaggio all’avversario,
ed ecco, ancora una volta, apparire il carro di prima e piombargli
addosso.
Quando l’ultima fasciatura fu tolta dal chirurgo, in presenza di tutti
gli ospiti di Sierra Vista, Zanna Bianca tentò di alzarsi e andare
verso Scott, che lo chiamava; ma vacillò e cadde, per la debolezza,
tutto vergognoso di mancare a un servizio ch’egli doveva al padrone.
— Ecco il lupo benedetto! — esclamarono le donne.
Il giudice Scott le guardò con aria di trionfo:
— L’avevo detto io ch’è un lupo! L’atto compiuto da lui non è opera di
un semplice cane. È proprio un lupo.
— Un lupo benedetto, — sostenne la moglie del giudice.
— Giusto; e da ora in poi, tale sarà il suo nome.
Il chirurgo dichiarò:
— Ora bisogna riavvezzarlo a camminare. La lezione può incominciare da
oggi. Conducetelo fuori.
Zanna Bianca fu rimesso sulle zampe, i cui muscoli, a poco a poco,
cominciarono a rispondere; e fecero a gara per sostenerlo. Tremante
e vacillante, scortato come un re, egli giunse sino all’erba dove fu
fatto riposare. Poi il corteo, proseguendo, condusse il cane sino alla
scuderia.
Là, sulla soglia, era distesa Collie, attorniata da una mezza dozzina
di cuccioli che si sollazzavano al sole. Zanna Bianca li contemplò con
occhi stupiti, ma poichè Collie ringhiava, si tenne discosto.
Mentre una delle donne teneva Collie tra le braccia, il padrone, col
piede, aiutò uno dei cuccioli ad avvicinarsi a Zanna Bianca.
Questi si drizzò sospettosamente; ma il padrone gli assicurò che
tutto andava bene, sebbene Collie, con i suoi brontolii protestasse
il contrario. Il cucciolo incominciò a sgambettare intorno a Zanna
Bianca, il quale abbassò le orecchie e lo guardò con curiosità; poi i
due nasi si toccarono, e Zanna Bianca, avendo sentito la calda piccola
lingua del cagnolino sul suo muso, mise fuori la sua e, senza sapere il
perchè, leccò il musetto del piccolo.
Gli dei, intanto, vedendo ciò, applaudivano e lanciavano gridi di
piacere. Zanna Bianca ne rimase imbarazzato. Poi ripreso da debolezza,
si coricò, e gli altri cuccioli, ad uno ad uno, con gran dispiacere di
Collie, lo circondarono, e scherzarono.
Zanna Bianca, di primo acchito, per un resto della sua selvatichezza,
fece un movimento, come per respingere gl’importuni, poi, tra gli
applausi degli dei, si decise, con aria grave, a permettere loro di
arrampicarsi e di giocargli sulla schiena e sui fianchi.
E mentre i cuccioli continuavano i loro buffi sollazzi e le lotte
scherzose, pazientemente, con gli occhi socchiusi, egli si addormentò
al sole.
FINE
INDICE
PREFAZIONE _pag._ 5
I La traccia della carne 11
II La lupa 23
III L’urlo della fame 37
IV La battaglia delle zanne 51
V La tana 65
VI Il lupetto grigio 77
VII Il muro del mondo 85
VIII La legge della carne 101
IX I creatori del fuoco 109
X La schiavitù 127
XI Il paria 143
XII L’orma degli Dei 151
XIII Il patto 161
XIV La carestia 175
XV Il nemico della propria razza 187
XVI Il Dio folle 201
XVII Il regno dell’odio 215
XVIII La morte addosso 223
XIX L’indomabile 239
XX Il padrone d’amore 247
XXI Il lungo viaggio 259
XXII La terra del Sud 265
XXIII Il dominio di Dio 273
XXIV La voce della razza 283
XXV Il sonno del lupo 289
OPERE COMPLETE DI JACK LONDON
a cura di GIAN DÀULI
1. — IL RICHIAMO DELLA FORESTA (The Call of the Wild) — _Romanzo_.
_C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti,
uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana
che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli
uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza di
narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea alta
e buona, la quale rimane nell’animo dei lettori come una gioia
conquistata e una tappa raggiunta._
«Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924.
2. — ZANNA BIANCA (White Fang) — Romanzo.
3. — IL TALLONE DI FERRO (The Iron Heel) — _Romanzo di previsione
sociale_.
_.... Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché
à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait
d’anticiper sur les temps...._
4. — MARTIN EDEN — _Romanzo_.
5. — RADIOSA AURORA (Burning Daylight) — _Romanzo_.
6. — IL FIGLIO DEL SOLE (A Son of the Sun) — _Romanzo_.
7. — LA FIGLIA DELLE NEVI (A Daughter of the Snows). — _Romanzo_.
«MODERNISSIMA»
VIA VIVAIO N. 10
MILANO (13)
NOTE:
[1] _Wild_, parola espressiva per rappresentare le regioni selvaggie e
non coltivate.
[2] Il _pounds_ è un peso di grammi 453,568.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.