Ma Cherokee non pareva disposto a combattere. Egli volse la testa verso

la gente che gridava, annusando loscamente e agitando un mozzicone di

coda, festosamente; non già perchè avesse paura di Zanna Bianca, ma per

pigrizia.

D’altra parte non sentiva l’obbligo di combattere contro il cane che

gli veniva presentato, che era di razza diversa dalle solite alle quali

era avvezzo, e aspettava che gli dessero un altro cane.

Tim Keenan entrò nel recinto e, curvatosi su Cherokee, incominciò a

grattargli le spalle, ad arruffargli il pelo per incitarlo.

Ottenne il risultato di irritare il cane a poco a poco; Cherokee

cominciò a ringhiare, dapprima in sordina, poi rumorosamente. Al ritmo

delle dita corrispondeva quello dei brontolii che, come s’accelerava

il movimento della mano, diventavano più intensi, e terminarono

bruscamente, con un abbaiamento furioso.

Tutta questa manovra eccitò Zanna Bianca; il pelo del lupetto si

rizzò, sul collo e sulle spalle. Tim Keenan, dopo un’ultima spinta e

un incitamento più vivo, lasciò libero Cherokee, il quale fece l’atto

di lanciarsi. Ma già Zanna Bianca aveva colpito, suscitando un grido

di ammirazione e di stupore; con la rapidità e la flessuosità d’un

gatto, egli si era avventato sull’avversario, lo aveva ferito, ed era

ribalzato indietro, a distanza.

Il bull-dog sanguinava da un’orecchia in parte strappata e da un largo

squarcio nel suo collo spesso. Egli parve non accorgersene neppure, non

si lasciò sfuggire un lamento, ma si buttò addosso a Zanna Bianca.

La velocità dell’uno, l’impassibilità dell’altro appassionavano la

folla; furono rinnovate le scommesse, e accresciute le poste, e fatte

nuove scommesse. Intanto si ripetevano, allo stesso modo, l’attacco e

la difesa.

Zanna Bianca diede un altro balzo in avanti, lacerò e poi si ritrasse

senz’essere toccato. E nuovamente il suo strano nemico lo seguì senza

troppa fretta e senza lentezza eccessiva; ma deliberatamente, con la

ponderatezza colla quale si discute un affare.

Era evidente che egli si proponeva uno scopo e lo svolgimento di un

metodo adatto; il resto non contava e non doveva distrarlo.

Zanna Bianca se ne accorse, e divenne perplesso: n’era tutto

sconcertato. Quel cane appariva senza dubbio molto strano; aveva il

pelo raso, senza alcuna pelliccia protettrice, e i morsi si affondavano

facilmente in una carne grassa, senza strati profondi di cute

protettrice, e pareva che l’animale non avesse modo di difendersene.

Inoltre, pareva che non ne risentisse, e sanguinava senza lamentarsi;

il che dava da pensare; quando era colpito, emetteva solo un lieve

grido.

Pure, Cherokee non era impotente a muoversi, anzi girava e si voltava

lestamente; ma Zanna Bianca sfuggiva alla presa, e il mastino era

perplesso da parte sua.

Non aveva mai lottato con un cane che egli non poteva afferrare, con un

avversario che non cessava di danzare e rigirarglisi intorno.

Senonchè, Zanna Bianca non riusciva a colpire come avrebbe voluto,

nella parte inferiore della gola, il bull-dog; il quale la teneva

troppo bassa, proteggendola validamente con le sue mascelle massicce.

Il sangue di Cherokee continuava a scorrere; il collo e la parte

inferiore della testa erano tagliuzzate; ma il mastino incalzava

instancabilmente Zanna Bianca, ch’era illeso.

Una sola volta, egli si fermò attonito, guardando di lato, verso

Tim Keenan, agitando il mozzicone di coda, in segno della sua buona

volontà. Poi riprese la sua caccia, con tenacia, girando in cerchio

dietro Zanna Bianca.

Ad un tratto, rotto il cerchio che i due formavano inseguendosi, tentò

di afferrare alla gola l’avversario, e mancò il colpo per un capello.

Zanna Bianca sfuggì con destrezza, suscitando vivi applausi. Intanto

il tempo passava. Zanna Bianca ripeteva i suoi balzi e Cherokee

s’accaniva, con la cupa certezza di riuscire, prima o poi, nel suo

intento.

Le sue orecchie erano come sottili nastri, squarciate da centinaia di

ferite; il muso, anch’esso tagliuzzato, sanguinava.

Ogni tanto Zanna Bianca si sforzava di rovesciarlo a terra, con

le zampe in aria, gettandoglisi addosso; ma poichè la spalla del

lupacchiotto era più alta di quella del cane, il tentativo non

riusciva.

A un tratto, ostinandosi a ripeterlo, in uno slancio più violento,

passò al disopra del corpo di Cherokee, e per la prima volta, dacchè

Zanna Bianca combatteva, fu visto perdere l’equilibrio; egli girò in

aria per un secondo, si raddrizzò come un gatto, ma non fece in tempo

a posarsi dritto sulle zampe, cadde di lato, e quando si raddrizzò, si

sentì preso fortemente nella gola dalle zanne del bull-dog.

Ma il punto di presa non era giusto; era troppo basso, verso il petto,

tenuto però saldamente. Zanna Bianca, con esasperazione frenetica, si

sforzò di scuotere quei denti che lo attanagliavano, e il peso che gli

si era attaccato al collo. Ora i suoi movimenti non erano liberi: gli

pareva di essere stato preso da una tagliola, ed era tale la ribellione

della sua natura, che sembrava che dovesse impazzire.

Egli sentì, ad un tratto, la paura della morte, una paura cieca e

disperata.

Incominciò a rigirarsi intorno, a correre a destra e a sinistra, a

dimenarsi, sia per persuadere se stesso d’essere ancor vivo, sia per

tentare di staccare i cinquanta pounds che la sua gola trascinava.

Il bull-dog si limitava, si può dire, a difendere la sua presa;

talvolta tentava di avere il sopravvento, scuotendo un po’, a sua

volta, Zanna Bianca, il quale, subito dopo però, lo trascinava

nuovamente e se lo trovava dietro, nel suo girotondo.

Cherokee seguiva, inconsciamente, il suo istinto, sapeva ch’era suo

compito tener duro, e ne provava lievi sussulti di gioia; socchiudeva

beatamente gli occhi e, senza irrigidirsi, si lasciava sballottare di

qua e di là, con abbandono, indifferente alle scosse che riceveva.

Zanna Bianca si fermò soltanto allorchè si sentì estenuato; non poteva

nulla contro l’avversario; mai gli era capitata un’avventura come

quella. Egli si piegò sui garetti, sudante, sentendosi mancare il

respiro.

Il bull-dog, senza allentare la stretta, tentò di rovesciarlo

totalmente. Zanna Bianca resistè, ma sentì che le mascelle che lo

attanagliavano, penetravano, per un impercettibile movimento di

masticazione, più addentro, cercavano di giungere, con un paziente

lavorìo, sino alla carne della gola.

Con mossa spasmodica, egli riuscì ad addentare, da parte sua, il collo

grasso di Cherokee, alla giuntura con la spalla, ma lacerata la carne,

dovette lasciar la presa, non avendo le zanne esperte e adatte a quella

specie di masticazione nella lotta.

A questo punto accadde un mutamento nella posizione dei due avversari:

il bull-dog era riuscito a rovesciare Zanna Bianca sul dorso, e

tenendogli sempre le zanne uncinate al collo, gli era salito sul

ventre.

Allora Zanna Bianca, ripiegatosi sulla groppa, s’era a messo a lacerare

con gli unghioni, come un gatto, l’addome dell’avversario, e Cherokee

sarebbe rimasto sventrato, se non avesse girato di lato, tenendo sempre

i denti stretti, e sottraendosi così alle zanne dell’avversario.

Ma il destino era inesorabile, inesorabile come la mascella che, appena

Zanna Bianca rimaneva un momento immobile, continuava ad avvicinarsi

alla carotide. Solo la pelle floscia del collo e il pelame folto che la

copriva salvavano ancora dalla morte il giovane lupo.

Quella pelle formava un grosso rotolo nella gola del bull-dog, e il

pelame non era intaccato dai denti del mastino.

Pure, Cherokee, imboccando sempre più, pelle e pelo, strangolava

lentamente Zanna Bianca che respirava con crescente difficoltà.

La lotta sembrava virtualmente terminata. Coloro che avevano scommesso

per Cherokee esultavano e offrivano aumenti in modo ridicolo; quelli

che avevano puntato su Zanna Banca, erano scoraggiati e rifiutavano

scommesse a dieci su uno, a venti per uno.

Fu visto allora un uomo avanzarsi sulla pista del combattimento:

era Beauty-Smith, che tese un dito verso Zanna Bianca e incominciò a

ridere, in segno di scherno e di disprezzo.

L’effetto di questo gesto non tardò: Zanna Bianca, in preda a una

rabbia selvaggia, facendo appello a tutte le sue forze, riuscì a

rimettersi in piedi, ma dopo aver trascinato ancora in cerchio i

cinquanta _pounds_ che portava, fu ripreso da pànico. Egli sentì la

morte attaccata alla sua gola, e, incespicando, cadendo, rialzandosi,

sollevando il nemico da terra, lottò invano, non per vincere ma per

salvar la vita. Cadde rovescio, estenuato, e il bull-dog ne approfittò

per ficcarsi nella gola, un’altra quantità di pelle e di pelo.

Lo strangolamento era prossimo; sorsero gridi ed applausi in lode del

vincitore. Si acclamava: «Cherokee! Cherokee!», e Cherokee rispose

agitando il mozzicone di coda, ma senza lasciarsi distrarre dall’opera.

Non c’era alcun rapporto di simpatia fra la coda e quelle mascelle

massicce; giacchè quella poteva agitarsi festosamente, senza che queste

allentassero la loro implacabile morsa.

Intanto avveniva una diversione inaspettata; ad un tratto, si fece

udire, insieme con abbaiamenti di cani di slitta, un suono di sonagli.

Gli spettatori voltarono il capo, temendo di veder arrivare la

polizia. Ma non si trattava di ciò; era una slitta che procedeva di

gran carriera in direzione opposta al forte, portando due uomini che

ritornavano senza dubbio da qualche viaggio di esplorazione.

Vista la folla, essi fermarono i cani e si accostarono, per sapere la

causa della riunione di tutta quella gente.

Colui che guidava i cani, aveva i mustacchi; l’altro, un giovanottone,

era completamente raso, e aveva la faccia congestionata per l’aria

gelida e la rapidità della corsa, che gli avevano fatto affluire il

sangue al viso.

Zanna Bianca continuava ad agonizzare e non tentava più di lottare:

era scosso solo a tratti, da fremiti riflessi che in breve sarebbero

cessati con l’ultimo respiro. Beauty-Smith non l’aveva perduto di vista

neppure per un minuto: neppure i nuovi venuti gli avevano fatto voltare

il capo.

Quando si accorse che gli occhi del suo campione cominciavano ad

offuscarsi e capì che ogni speranza di vincere era perduta, quel

barlume di ragione che ancora luceva nell’abisso di brutalità del suo

cervello, si spense totalmente; perduto ogni ritegno, egli si lanciò

ferocemente su Zanna Bianca, per colpirlo.

S’udirono gridi di protesta, e fischi, ma nessuno si mosse. Beauty

Smith si ostinava a percuotere la bestia, a colpi di scarpa ferrata,

allorchè la folla fu mossa come da un risucchio: era il giovanottone

che s’apriva un passaggio, scostando la gente, a destra e a sinistra,

senza cerimonie e riguardi.

Quando giunse sull’arena, Beauty-Smith stava per dare una pedata a

Zanna Bianca e, alzata una gamba, si manteneva in equilibrio instabile

sull’altra. Il momento era propizio, e il giovanottone ne approfittò

per assestare a Beauty-Smith un magistrale colpo di pugno, in piena

faccia. Bellezza, sollevato dal suolo, fece una capriola in aria, e

cadde rovescio sulla neve battuta. Il giovanottone, rivolto alla folla,

gridò:

— Siete dei vigliacchi, dei bruti!

Era in preda a un’indicibile collera, a una santa collera: i suoi occhi

grigi che avevano luci metalliche e riflessi di acciaio dardeggiavano

verso la folla. Beauty-Smith, rimessosi in piedi, s’avanzò verso di

lui, sbuffando, ma impaurito. Il nuovo venuto, senz’aspettar di sapere

che cosa l’altro volesse e non conoscendo l’abiezione del bel tomo,

pensò che Bellezza volesse sfidarlo, e si affrettò a schiacciargli il

muso con un altro pugno, dicendo:

— Sei un bruto!

Beauty-Smith, rovesciato nuovamente, ritenne che il suolo fosse il

posto più sicuro per lui, e rimase coricato dov’era caduto, senza fare

alcun tentativo per risollevarsi.

— Venite qui, Matt, e aiutatemi! — fece il giovanottone al compagno che

l’aveva seguito nel cerchio.

I due uomini si chinarono sui combattenti; Matt sostenne Zanna Bianca,

accingendosi a svincolarlo, appena le mascelle di Cherokee si fossero

schiuse; ma il giovanottone tentò invano, con le sue mani, di aprir la

bocca del bull-dog; e sudava, sbuffava, tirava, esclamando fra l’uno e

l’altro sforzo:

— Bruti!

La folla cominciò a brontolare e mormorare; i più arditi protestarono

perchè venivano disturbati nei loro divertimenti, ma tacevano appena il

giovanottone, interrompendo la sua faccenda, li fissava con lo sguardo

e li apostrofava:

— Bruti, ignobili bruti!

— Tutti i vostri sforzi non servono a nulla, signor Scott, — fece

infine Matt. — Non riuscirete a separarli, in quel modo.

Si rialzarono ad esaminare le due bestie.

— Non perde molto sangue, — pronunziò Matt, — e non è ancora morto.

— La morte può avvenire in un momento, — rispose Scott. — Toh! vedete?

Il bull-dog ha approfondito ancora il morso.

Egli colpì Cherokee al capo, duramente e parecchie volte, ma i denti

non allentavano la presa; Cherokee scodinzolava col suo moncone,

come per far capire che comprendeva il perchè di quei colpi, ma che

sapeva che era in pieno diritto di fare ciò che faceva, e che compiva

rigorosamente il suo dovere rifiutando di allentar la presa.

— Orsù! Non c’è nessuno fra voi che venga ad aiutarci? — gridò Scott

alla folla, disperando ormai dell’impresa.

Ma la sua invocazione fu vana; anzi lo schernirono, gli diedero dei

consigli faceti, scherzarono con ironia.

Egli frugò nell’astuccio che gli pendeva dalla cintura, ne trasse

una rivoltella, e si sforzò di introdurre la canna fra le mascelle

di Cherokee, con tanta forza che s’udiva distintamente lo stridìo

dell’acciaio contro i denti. I due uomini erano in ginocchio curvi

sulle due bestie.

Tim Keenan s’avanzò verso di essi, sull’arena, e, fermatosi davanti a

Scott, gli toccò una spalla dicendo:

— Non gli spezzate i denti, forestiero!

— Gli spezzerò il collo, dunque! — rispose Scott seguitando a spingere

e a ritrarre la canna della rivoltella!

— Dico, non gli rompete i denti! — ripetè il padrone di Cherokee, con

accento più solenne.

Ma fu un’intimazione inutile: Scott non si turbò. Alzò gli occhi verso

l’interlocutore e gli domandò freddamente:

— È il vostro cane?

Tim Keenan brontolò affermativamente.

— Ebbene, mettetevi al mio posto e fategli lasciar la presa.

Tim Keenan s’irritò:

— Straniero, io non ho l’abitudine di mettermi a fare ciò che non

saprei fare: non potrei aprire quel catenaccio.

— E allora levatevi di mezzo e non mi fate imbestialire. Ho da fare.

Scott era già riuscito a ficcare la canna a un lato, su una mascella, e

tanto fece che toccò l’altra, e, premendo come con una leva aprì a poco

a poco i denti del bull-dog, mentre Matt tirava, a mano a mano, dalla

bocca della bestia socchiusa come un cuscinetto di pelle e di pelo di

Zanna Bianca.

— Preparatevi a prendere il cane, — ordinò Scott, con accento risoluto

a Tim Keenan, che era rimasto in piedi, senza allontanarsi.

Tim Keenan ubbidì, e chinatosi, afferrò fortemente Cherokee che con

l’ultima spinta della rivoltella fu completamente distaccato.

Il bull-dog si dimenava vigorosamente.

— Conducetelo al largo, — ordinò Scott.

Tim Keenan si allontanò fra la folla, tirandosi dietro Cherokee. Zanna

Bianca fece, per rialzarsi, parecchi sforzi inutili; finalmente riuscì

a raddrizzarsi sulle zampe, ma i garetti, senza forza, cedettero, ed

egli si abbandonò al suolo mollemente.

Gli occhi di Zanna Bianca erano socchiusi, le pupille appannate, la

bocca spalancata, e la lingua penzoloni, gonfia e inerte. Pareva un

cane morto strangolato. Matt lo esaminò.

— È agli estremi, ma respira ancora.

Intanto Beauty-Smith si rimetteva in piedi e s’accostava.

— Matt, quanto vale un buon cane da slitta? — domandò Scott.

Il conducente della slitta, che era inginocchiato presso Zanna Bianca,

calcolò un po’.

— Trecento dollari, — rispose.

— E un cane pestato così, quanto?

— La metà.

Scott si voltò verso Beauty-Smith.

— Capite, signor bruto? Io prendo il vostro cane e vi dò centocinquanta

dollari!

E, aperto il portafogli, contò i biglietti. Ma Beauty-Smith incrociò le

braccia sul dorso e rifiutò la somma.

— Io non vendo cani, — fece.

— Oh! ma io compero, io! — fece l’altro. — Eccovi il danaro: il cane è

mio.

Beauty-Smith, con le mani sul dorso, indietreggiò. Scott gli si

avanzò contro, vivacemente, col pugno alzato, pronto a colpire, mentre

Beauty-Smith si curvava prevedendo il colpo.

— Io ho tutto il diritto, — gemette.

— Voi siete venuto meno ai vostri diritti. Siete disposto a ricevere

questo denaro? o debbo picchiare nuovamente?

— Bene, — si affrettò ad accettare Beauty-Smith, vinto dalla paura —

prendo il danaro, ma protesto, — aggiunse. — Il cane è mio e mi viene

tolto. Un uomo ha i suoi diritti.

— Giustissimo! — rispose Scott consegnandogli i biglietti. — Un uomo ha

i suoi diritti, ma voi non siete un uomo, siete una bestia brutale.

— Aspettate che ritorni a Dawson! — minacciò Beauty-Smith. — Avrò la

difesa della legge.

— Se fiatate soltanto, al vostro ritorno a Dawson, vi faccio espellere

dalla città, avete capito?

Una specie di grugnito fu la risposta.

— Avete capito? — gridò Scott, in uno scatto di collera.

— Sì, — brontolò ancora Beauty-Smith, indietreggiando come prima.

— Sì, chi?

— Sì, Sir.

— Badate, vi morde! — gridò una voce tra la folla, e s’udirono delle

grasse risate.

Scott, voltate le spalle, s’accostò nuovamente al compagno che spingeva

Zanna Bianca verso la slitta.

Degli spettatori, alcuni si erano allontanati, altri rimanevano,

formando dei gruppi che guardavano e chiacchieravano.

Tim Keenan raggiunse uno di questi gruppi.

— Chi è quel bel tipo?

— Weedon Scott, — rispose qualcuno.

— E chi è Weedon Scott, per tutti i diavoli?

— Uno di quegli indiavolati ingegneri delle miniere. Se la intende con

tutti i pezzi grossi di Dawson. Se non volete dei grattacapi, è meglio

che ve ne stiate alla larga, credete a me.

È in intimità con tutti i funzionarii; il Commissario dell’oro è come

pane e cacio, con lui.

— Lo pensavo che era un personaggio importante, — disse Tim Keenan. —

Perciò gli ho usato riguardo.

XIX.

L’INDOMABILE.

— Ne dispero, — dichiarò Weedon Scott.

Egli era seduto sulla soglia della capanna di legno che abitava,

presso Dawson, e guardava Matt, il guidatore dei suoi cani, che scosse

le spalle in atto di scoraggiamento. Tutt’e due osservavano Zanna

Bianca che, col pelo tutto arruffato, tirando la catena alla quale era

attaccato, ringhiava ferocemente e si dimenava, per gettarsi nel tiro

del nuovo possessore.

I cani del tiro, ai quali Matt aveva dato delle buone lezioni

insegnando loro a colpi di bastone, di lasciare in pace Zanna Bianca,

stavano in quel momento coricati, a una certa distanza, dimentichi, in

apparenza, persino dell’esistenza del loro astioso compagno.

— È un lupo, e non c’è modo di addomesticarlo! — aggiunse Weedon Scott.

— Guardiamoci dall’affermare, circa questo punto, delle conclusioni

assolute, — obbiettò Matt. — Forse, nonostante il vostro parere

contrario, c’è una parte di cane in lui. Comunque, ciò che è certo, è

che io non temo d’affermare...

Qui, Matt si fermò e scosse la testa con aria saputa, guardando

la _Mooschide Mountain_ («_Montagna di pelle d’alce_»), come per

confidarle il suo segreto.

— Be’, non siate avaro della vostra scienza — disse Scott, con voce

un po’ aspra, dopo qualche minuto di attesa. — Che ne pensate? Su,

sputatelo fuori.

Matt rivolse il pollice verso Zanna Bianca.

— Lupo o cane che sia, comunque, quello lì, è stato già domato.

— No!

— Vi dico di sì. Non ha portato già dei finimenti? Guardate lì, a quel

punto del petto, e troverete il segno che vi hanno lasciato.

— Matt, avete ragione. Era un cane di slitta, prima che Beauty-Smith

comperasse l’animale.

— E non vedo difficoltà perchè non lo ridiventi.

— Da che lo arguite? — domandò Scott con vivacità.

Ma, dopo aver osservato Zanna Bianca, proseguì, con aria desolata:

— Lo abbiamo già da due settimane, e ha progredito, semmai, in

selvatichezza.

— Bisognerebbe che mi lasciaste fare: rimane ancora un tentativo che

non abbiamo fatto: lasciarlo libero un po’.

Scott fece un gesto d’incredulità.

— Sì, lo so, — riprese Matt. — Voi avete tentato già di staccarlo e non

siete neppure riuscito ad accostarvi. Ma, ecco, non avevate il bastone.

— Allora, provate voi.

Il guidatore di cani prese un solido bastone, e s’avanzò verso Zanna

Bianca incatenato, che osservò subito il bastone con quell’attenzione

che un leone in gabbia rivolge al frustino del domatore.

— Guardate i suoi occhi, — fece Matt. — È un buon segno. Non è poi

tanto bestia, e si guarda bene dal lanciarsi su di me. No, no, non è

uno sciocco.

E, poichè l’altra mano dell’uomo si accostò al collo di Zanna Bianca,

questi arruffò il pelo, ringhiò, ma finì col coricarsi per terra,

seguitando a fissar la mano con lo sguardo, senza però perder di vista

l’altra che gli teneva il bastone sospeso e minaccioso sulla testa.

Matt staccò la catena dal collare e indietreggiò.

Zanna Bianca, quasi, quasi, non credeva di esser libero. Da parecchi

mesi apparteneva a Beauty-Smith, e non aveva goduto un momento

di libertà, giacchè lo staccavano solo al momento di condurlo al

combattimento, terminato il quale, veniva nuovamente incatenato.

Egli, ora, non sapeva che fare della sua libertà; probabilmente,

qualche nuova diavoleria stavano ordendo gli dei, a suo danno.

Cominciò a camminare lentamente, con precauzione, mantenendosi vigile,

in guardia. Ciò che accadeva gli era assolutamente nuovo. Come se

andasse incontro a un gran rischio, egli si scostò dagli uomini che

l’osservavano e si diresse, a passi contati, verso la capanna, dove

entrò. Nulla accadde, e la perplessità di Zanna Bianca aumentò. Uscito

di lì, egli fece una dozzina di passi avanti e guardò i suoi dei

intensamente.

— Non iscapperà? — domandò Scott.

Matt scosse le spalle.

— Bisogna rischiare; è il solo modo per potersi regolare.

— Povera bestia, — mormorò Scott con pietà, — forse aspetta un segno di

umana bontà! — E così dicendo, andò alla capanna, vi prese un pezzo di

carne, e, ritornato, lo gettò a Zanna Bianca, il quale si scostò con un

balzo sospettoso e attento.

A questo punto, uno dei cani vide la carne e si precipitò su di essa.

— Qua, Maior! — gridò Scott.

Ma l’avvertimento giunse tardi. Già Zanna Bianca s’era lanciato e aveva

colpito. Il cane rotolò al suolo; rialzatosi, il sangue gli colava, a

goccia, a goccia, dalla gola, e lasciava una striscia rossa sulla neve.

— Troppa cattiveria, — fece Scott, — ma la lezione è buona.

Matt s’era avanzato per punire Zanna Bianca: avvenne un nuovo balzo,

delle zanne luccicarono, risuonò un’esclamazione, e Zanna Bianca,

seguitando a ringhiare, indietreggiò di parecchi metri, mentre Matt,

che s’era fermato, si osservava una gamba.

— Ha toccato il segno, — annunziò mostrando il calzone lacerato, la

mutanda anch’essa lacerata, e una macchia di sangue che ingrandiva.

— Non v’è speranza su di lui, ve l’ho detto, — esclamò Scott, con

tristezza. — Dopo aver tanto pensato e meditato, al riguardo, l’unica

conclusione possibile è questa...

E così parlando, come con rimpianto, presa la rivoltella, ne aveva

aperto il tamburo e si era assicurato che l’arma fosse carica.

— Questo cane è vissuto nell’inferno, Mister Scott; non possiamo

pretendere da lui che diventi a un tratto un bell’angelo bianco.

Aspettiamo.

Matt si interpose.

— Mah!

Matt si voltò verso il cane che giaceva nella neve, in una pozza di

sangue e agonizzava.

— La lezione è buona, come avete detto, Mister Scott. Major ha tentato

di rubar la carne a Zanna Bianca, ed è morto per ciò. Era fatale. Io

non darei gran che per un cane che non salvaguardasse i suoi diritti,

in un caso simile.

— Va bene il diritto, ma c’è un limite!

Matt si ostinò:

— Anch’io ho meritato il castigo. C’era bisogno di batterlo? Lasciamolo

vivere, questa volta. Se non migliora, m’incarico io stesso di

ucciderlo.

— Ve lo concedo, — fece Scott, riponendo la rivoltella. — Dio sa se

non desidero punto ammazzarlo o vederlo ammazzare! Ma è indomabile.

Lasciamolo correre liberamente e vediamo che cosa farà, trattato così,

e speriamo.

Scott s’avanzò verso Zanna Bianca e incominciò a parlargli con

gentilezza.

— Voi fate male così, — obbiettò Matt. — Non vi arrischiate senza

bastone.

Zanna Bianca · 第 11 / 14 段