(Bellezza) dagli altri uomini del forte, e col nome di Beauty-Smith era
conosciuto nella regione, nome affibbiatogli per contrasto, giacchè
colui che era così chiamato, era tutt’altro che bello essendosi la
natura mostrata avara con lui.
Era un omuncolo magrolino magrolino, con una testa più magra del corpo;
non più d’un punto; tant’è vero che, durante l’infanzia, prima di
avere il nomignolo di Bellezza, era stato soprannominato _Pinchead_
(_Capocchia di spillo_).
Quella testa terminava sul collo, scendendo rigidamente e piattamente
davanti: il cranio, in forma di pan di zucchero, s’univa alla fronte
bassa e larga, al di sotto della quale, la natura pareva che si fosse
pentita a un tratto della sua parsimonia.
Divenuta eccessivamente prodiga, essa gli aveva dato due occhi
eccessivamente grossi, distanti l’uno dall’altro il doppio dello spazio
normale; delle mascelle che, allargando smisuratamente il resto della
faccia, erano spaventose, enormi e pesanti, sporgenti molto, in modo
che parevano quasi poggiar sul petto, come se il collo fosse impotente
a sopportarne il peso.
Queste mascelle davano, tali quali erano, una sensazione d’indomabile
energia; ma era una sensazione falsa, dovuta all’esagerazione e a un
contrasto di natura, che faceva, in realtà, di Bellezza, una persona
conosciuta da tutti come debole e vile più d’ogni altra.
Termineremo la descrizione di lui, dicendo che i suoi denti erano
lunghi e gialli, e che i due canini, più lunghi di tutti, sporgevano
come zanne dalle labbra sottili di lui. I suoi occhi erano gialli,
come i denti, e cisposi, come se la natura vi avesse fatto scorrere
tutti gli umori ch’essa teneva in serbo nei canali del viso. Quanto
ai capelli, color di fango e di polvere giallastra, erano radi e
irregolari sulla testa, e formavano delle punte, dei ciuffetti e
ritrose varie sul davanti del cranio.
Bellezza, insomma, era un vero mostro; del che, certamente egli non era
responsabile, e non poteva essere biasimato, non avendo formato egli
l’argilla di cui era impastato.
Nel forte, egli preparava i cibi per gli altri uomini, lavava le
stoviglie e aveva il compito di fare i lavori più grossolani.
Ma non lo disprezzavano. Lo tolleravano, per senso di umanità e perchè
era utile. Ne avevano anche paura: c’era sempre da temere, dalla
collera di quel vile, un colpo di fucile nella schiena o del veleno nel
caffè. Eppoi, nessuno sapeva preparare come lui le pietanze; giacchè
suscitava, sì, ripugnanza, ma era un buon cuoco.
Tale era l’uomo che si compiaceva di osservare le feroci prodezze
di Zanna Bianca, e che in breve non ebbe altro desiderio che di
possederlo. Egli cominciò col tentare degli approcci col lupo, che
finse di non accorgersene, poi, quando i tentativi divennero più
insistenti, il lupetto arruffò il pelo, mostrò i denti e si allontanò.
Zanna Bianca vedeva di malocchio quell’uomo che emanava cattivo odore;
egli intuiva il male che era in lui, ne temeva la mano distesa e le
parole false e untuose: lo odiava.
Negli esseri semplici, la nozione del bene e del male è semplicista:
il bene è rappresentato da tutte le cose che portano contentezza e
soddisfazione, ed evitano le sofferenze; il male da tutto ciò ch’è
incomodo e spiacevole, da tutto ciò che minaccia e colpisce.
Zanna Bianca intuiva che Beauty Smith era il male, e che quindi era
saggezza odiarlo. Da quel corpo deforme e da quell’anima perversa si
spandevano, pel lupetto, occulte emanazioni, simili a quelle nebbie
pestilenziali che s’alzano dalle paludi.
Zanna Bianca era presente, nell’accampamento di Castoro Grigio,
allorchè Beauty fece la prima comparsa. Ma già prima che quello
apparisse, solo dalla risonanza del suolo, dai passi lontani, Zanna
Bianca aveva capito la natura di colui che veniva, e aveva incominciato
a arruffare il pelo.
Sebbene egli fosse, in quel momento, comodamente disteso, in un dolce
far niente, si raddrizzò vivamente e, mentre l’uomo si avvicinava,
scivolò, come fanno i lupi, sino al limite dell’accampamento.
Egli non potè capire ciò che dicessero, ma vide bene che l’uomo e
Castoro Grigio chiacchieravano insieme. A tratti, l’uomo indicava
col dito, e allora egli ringhiava, come se la mano, dalla quale era
distante circa cinquanta piedi, gli si fosse abbassata sul corpo.
L’uomo, che se ne accorgeva, rideva, e Zanna Bianca indietreggiava
sempre più verso il folto dei boschi vicini, strisciando leggermente.
Castoro Grigio rifiutava la vendita della bestia; dichiarava che il
commercio l’aveva arricchito e che non aveva bisogno di nulla.
Zanna Bianca era, d’altra parte, un animale di valore, il più robusto
dei cani della slitta e il miglior capofila, e non aveva uguali in
tutta la regione del Makenzie e dello Yukon; sapeva combattere in modo
impareggiabile, e ammazzare un altro cane colla stessa facilità con la
quale un uomo può uccidere una mosca.
(A questo elogio gli occhi di Beauty-Smith si illuminavano, ed egli si
leccava le labbra sottili, con lingua ardente).
No, proprio no, Zanna Bianca non era da vendere.
Ma Beauty-Smith sapeva il modo di persuadere gl’indiani; egli fece
parecchie visite a Castoro, portando ogni volta una nera bottiglia
nascosta sotto l’abito.
Il whisky provoca la sete, e Castoro Grigio ebbe sete, quando le mucose
dello stomaco gli si infiammavano febbrilmente e cominciò a chiedere,
con esasperazione crescente, il liquido corrosivo.
Nello stesso tempo, il cervello dell’indiano, sconvolto dall’orribile
stimolante, toglieva al disgraziato ogni scrupolo che si opponeva alla
brama.
I guadagni fatti colla vendita delle pellicce e dei _mocassins_
diminuirono sensibilmente, facendo diminuire la forza di resistenza di
Castoro Grigio, a mano a mano che la borsa dimagriva.
Infine, denaro, mercanzia e volontà se ne andarono in malora: Castoro
Grigio ormai non aveva altro che una sete inverosimile che lo dominava
diabolicamente e la cui potenza aumentava a ogni respiro che egli
emetteva senza aver prima bevuto.
Allora Bellezza ritornò all’assalto e riparlò della vendita di Zanna
Bianca; ma, stavolta, il prezzo venne pagato con bottiglie, non
in dollari, e gli orecchi di Castoro Grigio erano più disposti ad
intendere.
— Il cane è tuo, — finì col dire, — se ti è possibile mettergli una
mano addosso.
Le bottiglie furono consegnate. Ma due giorni dopo, Beauty-Smith fu
costretto a ritornare presso Castoro Grigio:
— Piglialo tu stesso!
Zanna Bianca, rientrando una sera nell’accampamento, vide, con un
sorriso di soddisfazione, che il terribile dio bianco, contro il
solito, non era là e si distese per terra, come liberato da un grave
peso.
Ma la sua gioia fu breve; s’era appena coricato, allorchè Castoro
Grigio gli si avvicinò, titubante, e gli legò attorno al collo una
correggia di cuoio. Poi sedette accanto al lupetto, tenendo con una
mano la correggia, con l’altra una bottiglia, dalla quale beveva
di tanto in tanto, sollevandola in aria, rovesciando la testa e
inghiottendo a garganella.
Così trascorse un’ora; allorchè una lieve vibrazione del suolo annunziò
l’avvicinarsi di qualcuno, Zanna Bianca sussultò, si raddrizzò, mentre
l’indiano scuoteva stupidamente il capo.
Il lupetto tentò di tirare dolcemente la correggia dalla mano del
padrone, ma le dita, che s’erano allentate, si contrassero, strinsero,
e Castoro Grigio s’alzò.
Bellezza entrò sotto la tenda e si fermò davanti a Zanna Bianca che
cominciò a ringhiare verso costui ch’egli temeva, e a tener d’occhio i
movimenti ch’egli faceva con le mani.
Quando una di esse cominciò a discendergli sul capo, il ringhio del
cane divenne più intenso e più rauco, e mentre la mano seguitava a
scendere lentamente, egli s’abbassava, pur seguitando a guardare, vinto
da una collera continua che pareva dovesse scoppiare da un momento
all’altro.
A un tratto lanciò un morso; ma la mano si ritrasse rapidamente, e le
zanne strinsero il vuoto, col rumore di una gola di serpente che ha
morso nell’aria.
Bellezza era atterrito e furibondo. Ma Castoro Grigio diede un colpo
con la mano a Zanna Bianca, che s’appiattì subito al suolo, in atto di
rispettosa ubbidienza.
Intanto, Beauty-Smith, che il lupetto non cessava di osservare, era
partito, poi era ritornato, con un grosso bastone. Castoro Grigio
gli affidò l’estremità della correggia, e Bellezza fece l’atto di
andarsene. La correggia si tese, ma Zanna Bianca resisteva, cosicchè
Castoro Grigio dovette assestargli dei ceffoni a destra e a sinistra
perchè il lupetto si alzasse e seguisse l’uomo.
E il lupetto si alzò, ma per precipitarsi subito addosso allo straniero
che tentava di trascinarlo.
Bellezza che era preparato, con un largo movimento, alzato il bastone,
lo abbattè su Zanna Bianca, arrestandone lo slancio a mezz’aria e
schiacciandolo quasi a terra. Castoro Grigio rideva e approvava;
Bellezza tirò nuovamente la correggia, e Zanna Bianca, vacillando, gli
strisciò umilmente ai piedi.
Non ripetè l’aggressione; un colpo di bastone era sufficiente per
convincerlo che il dio bianco sapeva maneggiare quell’arma; ed egli era
troppo saggio, per non sottostare all’inevitabile.
Seguì dunque la calcagna di Beauty-Smith, lugubremente, con la coda tra
le gambe, ma seguitando a ringhiare, sordamente, mentre Beauty-Smith lo
seguiva colla coda dell’occhio, tenendo pronto il bastone.
Arrivati al forte, Bellezza lo legò solidamente e andò a riposarsi.
Zanna Bianca attese circa un’ora, poi, a furia di denti, riuscì a
liberarsi in dieci secondi; aveva morso alla disperata la correggia,
che era stata recisa in due parti; ma nettamente come tagliata dal
coltello. Zanna Bianca, lasciato quindi il forte, s’era messo a
trotterellare verso l’accampamento di Castoro Grigio. Egli non doveva
fedeltà alcuna a quel dio bizzarro e terribile che l’aveva trascinato
via; s’era dato a Castoro Grigio e apparteneva solo a lui. Ma ciò che
era accaduto si ripetè; Castoro Grigio lo legò nuovamente con un’altra
correggia, e, al mattino, lo ricondusse a Beauty-Smith. Qui la scena fu
più breve: Beauty-Smith gliene diede di spaventose; legato fortemente,
Zanna Bianca non poteva non abbandonarsi alla sua rabbia interiore
e assoggettarsi al castigo che gli spettava; staffile e bastone
concorsero, con tutte le conseguenze, all’opera.
Fu, per Zanna Bianca, uno dei maltrattamenti peggiori che avesse
ricevuto in vita sua. Persino la bastonatura datagli da Castoro Grigio,
nell’infanzia, era stata un’inezia al paragone di quella.
Beauty-Smith si compiaceva della faccenda; i suoi grossi occhi
fiammeggiavano in modo perfido, mentr’egli lanciava avanti staffile e
bastone, e Zanna Bianca gettava gridi di dolore e ringhi vani. Giacchè
Bellezza era crudele come tutti i vili; tremante e strisciante egli
stesso davanti ai colpi o alle minacce degli altri uomini, prendeva la
sua rivincita sulle creature più deboli di lui.
Come ogni creatura vivente, Bellezza godeva nel sopraffare un’altra
creatura; impotente davanti alla sua razza, egli esercitava la sua
vendetta sulle razze inferiori, incoscientemente, giacchè, come si è
detto, egli non si era fatto da sè.
Il lupetto non ignorava il perchè di quel castigo; allorchè Castoro
Grigio gli aveva passato una correggia intorno al collo e ne aveva dato
un capo a Beauty-Smith, Zanna Bianca sapeva che era volere del suo dio
che egli andasse con Beauty-Smith.
E quando questi l’aveva legato, nel forte, sapeva anche che era volere
del dio bianco che il lupetto rimanesse lì: aveva dunque disobbedito a
quei due dei e meritato il castigo ch’era seguito.
Parecchie volte, nel passato, aveva visto dei cani mutar padrone, e
quelli che fuggivano, battuti come lui.
Ma, sebbene fosse saggio, delle forze latenti nella sua natura avevano
sopraffatto quella saggezza; la principale fra tutte queste forze
era la fedeltà. Egli non amava Castoro Grigio, eppure, nonostante la
volontà decisa e contraria e la collera di lui, gli rimaneva fedele.
Non poteva farne a meno; la fedeltà era una qualità propria della sua
razza, quella che la distingue dalle altre, e che fa sì che il lupo e
il cane selvatico siano capaci di abbandonare la libertà dello spazio
per diventare i compagni dell’uomo.
Terminata la bastonatura, Zanna Bianca fu legato nella foresta, non già
con una correggia di cuoio, ma all’estremità di un bastone. Pure, egli,
persistette nel rimanere fedele a Castoro Grigio; Castoro Grigio era il
suo dio, il suo dio particolare, e, a dispetto della volontà del dio,
il lupetto non voleva rinunziare a lui. Il suo dio lo aveva abbandonato
e tradito, ma non importava: quel che importava era il fatto che egli
si era dato a quel dio anima e corpo, senza alcuna riserva, e quel dono
di se stesso non poteva essere annullato.
Egli rinnovò durante la notte il tentativo della vigilia; quando gli
uomini del forte furono addormentati, egli prese fra i denti il bastone
al quale era legato. Il bastone era legato così stretto al collo, che
non pareva possibile che la bestiola potesse riuscire a morderlo; era
una cosa quella, della quale ogni cane è ritenuto incapace.
Pure, vi riuscì, a forza di torcere i suoi muscoli e di contorsioni
accanite, e fu un caso senza pari. Fatto si è che Zanna Bianca lasciò
il forte, trotterellando, di buon mattino, portando sospesa al collo la
metà del bastone che aveva rosicchiato.
La saggezza gl’imponeva di non ritornare presso Castoro Grigio, che,
già due volte l’aveva tradito; ma forse l’istinto di fedeltà lo spinse
ad essere per la terza volta tradito e abbandonato; fu nuovamente
legato dall’indiano e consegnato a Beauty-Smith, quando questi tornò a
richiederlo.
Il castigo avvenne sul luogo, e fu più crudele degli altri. Castoro
Grigio guardava tranquillamente, mentre l’uomo bianco maneggiava il suo
randello; egli non protesse Zanna Bianca, che non era più il suo cane.
Quando i colpi cessarono, il lupetto era mezzo morto. Un debole cane
del Sud, non avrebbe sopravvissuto.
Zanna Bianca non morì perchè aveva una pelle più resistente e la
vitalità più tenace, ma era così malconcio che non poteva camminare,
cosicchè Beauty-Smith dovette aspettare per condurlo via, che il cane
riprendesse le forze. Cieco e vacillante, egli seguì il passo del suo
carnefice.
Fu quindi legato a una catena dentata, e invano la bestia tentò di
strappare il catenaccio che teneva ferma la catena ad una grande asse.
Giorni dopo, Castoro Grigio, divenuto perfetto alcoolizzato, in pieno
fallimento, lasciò il Porcospino per rifare il cammino del lungo
viaggio verso il Makenzie.
Zanna Bianca rimaneva sullo Yukon come proprietà di un uomo più che
mezzo folle e bruto perfetto.
Ma che cosa può pretendere il lupo in fatto di follia?
Per Zanna Bianca il nuovo padrone era un dio sinistro, ma comunque
un dio, ed egli sapeva che doveva sottomettersi alla volontà di lui,
ubbidire al suo desiderio, sottostare al suo capriccio.
XVII.
IL REGNO DELL’ODIO.
Sotto la tutela del dio folle, Zanna Bianca divenne a sua volta
una creatura davvero diabolica. Era tenuto incatenato in un recinto
dietro il forte, dove Beauty-Smith andava a stuzzicarlo, irritarlo e
respingerlo nello stato selvaggio, con sottili tormenti d’ogni sorta.
L’uomo aveva osservato l’irritazione immediata del lupacchiotto,
quando questi lo vedeva ridere di lui, e non rinunziava mai a questo
divertimento al quale seguivano sempre dei maltrattamenti disumani.
Era un riso sonoro e sprezzante, a grandi scoppî, e mentre rideva, il
dio tendeva le dita verso Zanna Bianca, in segno di derisione. In quei
momenti, pareva d’impazzire, a Zanna Bianca; negl’impeti di rabbia ai
quali si abbandonava, diventava più pazzo di Beauty-Smith. Zanna Bianca
che era già il nemico della sua razza, diventava, con ferocia maggiore,
nemico di tutto quanto gli stava attorno. Il suo odio era cieco e
senza la minima scintilla di ragionevolezza: egli odiava la catena che
lo teneva, il passante che spiava attraverso le sbarre del recinto,
il cane che accompagnava il passante e che ringhiava selvaggiamente
insultandolo nella disgrazia; odiava i materiali del recinto, e, in
breve, finì coll’odiare soprattutto Beauty-Smith.
Ma Bellezza agiva così per uno scopo determinato. Un bel giorno un
certo numero d’uomini bianchi si riunì attorno al recinto di Zanna
Bianca, e Bellezza, entrato, col bastone in mano, staccò la catena dal
collo del lupacchiotto. Il quale, quando il padrone fu uscito, potè
andare e venire liberamente nel recinto e cominciò ad avventarsi contro
gli uomini bianchi che stavano fuori.
Egli era magnifico e terribile. Il suo corpo aveva raggiunto la
lunghezza di cinque piedi, e due piedi e mezzo di altezza a livello
della spalla; avendo ereditato dalla madre forme massicce, pesava,
senza un’oncia di grasso o di carne superflua, circa novanta pounds[2].
Era tutto muscoli, tutto ossa e nervi, cioè nelle più belle condizioni
per un combattente.
La porta del recinto si aprì nuovamente. Zanna Bianca attese: qualche
avvenimento straordinario stava per accadere, senza dubbio.
La porta si schiuse un po’, poi si richiuse, sbattendo con silenzio
alle spalle d’un enorme mastino che era stato fatto entrare.
Zanna Bianca, sebbene non avesse visto mai un cane di quella specie,
non rimase però turbato nè dalla gran mole, nè dall’occhio arrogante
dell’intruso. Egli vide in lui un oggetto, che non era di legno o di
ferro, nel quale poteva finalmente sfogare i suoi rancori.
Balzò sul mastino, e con un colpo di zanne, gli squarciò parte del
collo; il mastino scosse il capo, ringhiando orribilmente, e si lanciò
a sua volta su Zanna Bianca che, senza aspettare il contrattacco,
incominciò, secondo la sua tattica, a balzare a destra, a sinistra,
avventandosi con le zanne e indietreggiando senza lasciar presa neppure
per un minuto.
Fuori, gli uomini gridavano e applaudivano, mentre Beauty-Smith era
come in estasi pel meraviglioso successo delle sue pratiche.
Sin dal principio non si ebbe alcuna speranza di vittoria del
mastino; la bestia mancava di presenza di spirito nella condotta del
combattimento, e i suoi movimenti non erano abbastanza svelti.
Finalmente egli fu svincolato e trascinato fuori dal suo padrone,
mentre Beauty-Smith dava delle bastonate, con tutta la forza del
braccio, a Zanna Bianca, per costringerlo a lasciar la preda.
Avvenne allora il pagamento di una scommessa, e delle monete
risuonarono nella mano di Beauty-Smith.
Da quel giorno, tutto il desiderio di Zanna Bianca culminò nel piacere
di vedere delle persone riunite attorno al suo recinto, giacchè una
riunione significava un combattimento, e questo era il solo mezzo
che gli rimaneva per manifestare la sua forza ed esprimere l’odio che
Beauty-Smith aveva sapientemente coltivato in lui.
E Beauty-Smith non aveva troppo presunto dalla capacità combattiva del
lupetto, giacchè Zanna Bianca rimaneva sempre vincitore.
Tre cani, in uno di quegli scontri, furono abbattuti da lui, l’uno
dopo l’altro. In un altro scontro, un lupo adulto, nuovamente tolto
dal Wild, fu lanciato, con una sola spinta, attraverso la porta del
recinto. Una terza volta, dovette lottare contro due cani insieme, e fu
quella la battaglia più dura. Ma il lupetto finì coll’ucciderli tutt’e
due e poco mancò che non crepasse anche lui.
Con le prime nebbie dell’autunno, quando il fiume incominciò a
trasportare, Bellezza passò, con Zanna Bianca, su uno _Steamboat_, che
risaliva, verso Dawson, il corso della Yukon. Grande era, per tutta
la regione, la fama di Zanna Bianca, conosciuto col nome di «_lupo
combattente_» nei più piccoli luoghi del paese, cosicchè la gabbia
nella quale stava rinchiuso, sul ponte del battello, era attorniata da
curiosi.
Egli s’adirava e ringhiava verso coloro, o si coricava, con aria
tranquilla, osservando tutta quella gente, nel suo profondo odio.
E come non odiarli? Odiare era la sua passione, ed egli si abbandonava
totalmente a quel sentimento. La vita era, per lui, un inferno; nato,
com’era per la libertà selvaggia, doveva assoggettarsi alla prigionia e
alla reclusione. La gente lo guardava, agitava dei bastoni davanti alle
sbarre della gabbia e rideva.
Quando lo steamboat giunse a Dawson, Zanna Bianca scese a terra,
rimanendo però nella gabbia, esposto agli sguardi del pubblico. Costava
cinquanta cents di polvere d’oro, il diritto di vederlo, e affinchè
il pubblico potesse dire di aver speso bene il danaro, e l’esibizione
acquistasse interesse, non era concesso al lupetto alcun riposo; appena
si coricava per dormire, veniva svegliato da un colpo di bastone.
Frattanto, appena era possibile organizzare un combattimento, il
lupetto era fatto uscire dalla gabbia e condotto in mezzo al bosco,
a qualche miglio dalla città. Quell’operazione avveniva di solito
durante la notte, per evitar l’intervento dei poliziotti a cavallo,
del territorio. Dopo parecchie ore di attesa, all’alba, arrivavano gli
spettatori, e il cane contro il quale egli doveva lottare.
Egli ebbe per avversarî cani di tutte le dimensioni, e di tutte le
razze; e i combattimenti erano di solito mortali, in terra selvaggia,
fra uomini selvaggi. La morte toccava ai cani, s’intende, giacchè Zanna
Bianca seguitava a combattere.
Egli non conosceva sconfitta; l’allenamento fatto con Lip-Lip e
i cagnoli dell’accampamento indiano, gli giovava ora. Non c’era
avversario capace di rovesciarlo; i cani di Makenzie, cani esquimesi,
o del Labrador, _mastoc_ o _Malemutes_, cani abbaiatori, e cani muti,
tutti erano impotenti contro di lui; che non perse mai l’equilibrio.
Il pubblico che attendeva quell’evento, rimase sempre deluso. Era
tale la fulmineità dell’attacco del lupetto, che, nove volte su dieci,
sopraffaceva l’avversario prima che questi si preparasse per la difesa.
Questo fatto accadde così spesso, che fu stabilito come regola, di
non lasciar libero Zanna Bianca, prima che il cane avverso non avesse
compiuto i preparativi della battaglia, o anche se non si lanciava per
primo all’assalto.
A poco a poco, gli scontri di questo genere divennero più rari; i
soci rimanevano scoraggiati dal fatto che non era possibile trovare un
campione di forza uguale da opporre a Zanna Bianca.
Beauty-Smith era costretto a contrapporgli dei lupi, che egli si
procurava: questi lupi venivano catturati dagli indiani per mezzo di
trappole; ed era tale l’attrattiva d’uno di quei duelli da richiamare
una gran folla di spettatori.
Si giunse al punto di presentargli una grossa femmina di lince, e
questa volta egli dovette lottare per difendere la propria vita.
La lince gli era pari per sveltezza e ferocia; senonchè, mentre Zanna
Bianca era armato solo delle sue zanne, la lince lottava con tutta la
forza delle sue quattro zampe e con i suoi denti aguzzi.
Pure, Zanna Bianca finì col rimanere vincitore e i combattimenti
cessarono, sino a nuovo avviso, giacchè egli, ormai, aveva vinto tutte
le specie di avversarî.
Ridiventò dunque, un semplice fenomeno esposto al pubblico. La cosa
durò sino alla primavera, allorchè arrivò nel paese un tale detto Tim
Keenan, tenitore di gioco; il quale conduceva con sè il primo bull-dog
che fosse stato mai visto nel Klondike.
Che il cane e Zanna Bianca dovessero trovarsi a faccia a faccia in
singolare combattimento, era inevitabile; durante una settimana la
lotta che si preparava fu oggetto di tutte le conversazioni, tra la
gente caratteristica che frequentava certi quartieri della Città.
XVIII.
LA MORTE ADDOSSO.
Quando l’ora dell’incontro fu giunta, Beauty-Smith staccò la catena
che tratteneva Zanna Bianca, e si ritrasse indietro. Zanna Bianca,
questa volta non mosse immediatamente all’attacco: ma rimase immobile
con le orecchie puntate avanti, vigile e curioso, a osservare lo strano
animale, che gli stava davanti.
Egli non aveva mai visto un cane di quella fatta. Tim Keenan aizzò il
bull-dog, sussurrandogli: «Dài!».
Il bull-dog, tozzo, corto, con aria goffa, ciondolava nel centro del
cerchio che circondava i due campioni; fermatosi a pochi passi, guardò
di traverso Zanna Bianca.
Dalla folla sorsero delle grida:
— Dai, Cherokee! ammazzalo, Cherokee! Sbrana!