Mentre gli uomini erano ridotti a mangiare il cuoio dei loro

_mocassins_ e guantoni, i cani divoravano i finimenti che li coprivano,

e persino le corregge degli staffili. Poi i cani si mangiarono fra

loro, e gli dei, a loro volta, mangiarono i cani, scegliendo prima i

più deboli e i meno ribelli.

I superstiti guardavano e capivano; alcuni fra i più audaci, credendo

di dar prova di saggezza, abbandonarono i fuochi degli dei e fuggirono

per le foreste, dove perirono di fame, o divorati dai lupi.

In tanta miseria, Zanna Bianca si diede anche egli ai boschi.

L’allenamento fatto durante l’infanzia lo rendeva più adatto degli

altri cani alla vita selvaggia e lo guidava nelle sue azioni.

Egli si dedicò più particolarmente alla caccia delle bestiole piccole

e riprese gli agguati allo scoiattolo, di cui spiava i movimenti sugli

alberi, attendendo, con una pazienza infinita come la sua fame, che il

prudente animaletto s’arrischiasse a scendere al suolo.

Allora egli balzava dal suo nascondiglio, come un grigio proiettile,

incredibilmente rapido, e non mancava mai il segno; per quanto svelta

fosse la fuga, lo scoiattolo era più lento del lupetto.

Ma, sebbene quella caccia fosse fortunata, il numero degli scoiattoli

non era tale da ingrassare o nutrire soltanto, Zanna Bianca.

Egli coltivò una caccia più minuta, non disdegnò di dissotterrare le

talpe, e non esitò a dar battaglia a una donnola, affamata come lui e

molto più feroce.

Allorchè la carestia raggiunse il massimo, egli ritornò verso il fuoco

degli dei. Si fermò a una certa distanza dalle tende, spiando dalla

foresta ciò che accadeva nell’accampamento, evitando di essere scoperto

e spogliando le trappole degli indiani, della selvaggina che vi era

catturata.

Spogliò persino una trappola appartenente a Castoro Grigio, dov’era

rimasto un coniglio, mentre il suo antico padrone errava per la

foresta.

Egli era talmente spossato, che gli mancava il respiro, ed era

costretto a distendersi sul suolo, per riposare.

Incontrò, un giorno, un lupo giovane, magro e mezzo morto per gli

stenti. Se non fosse stato anch’egli affamato, probabilmente Zanna

Bianca si sarebbe unito con lui per riprendere il suo posto fra i

branchi selvaggi dei suoi fratelli, ma date le condizioni presenti,

egli corse sul giovane lupo, lo uccise e se lo mangiò.

La fortuna pareva che lo favorisse; sempre quando il bisogno di

nutrimento si faceva sentire più duramente, egli trovava qualche

animale da uccidere. Specialmente quando si sentiva molto debole, aveva

la fortuna di non imbattersi in un avversario più forte di lui, che

l’avrebbe certamente sopraffatto.

Una torma di lupi, che gli si precipitò addosso, lo trovò ben bene

rimpinzato d’una lince divorata due giorni prima. Fu una caccia

accanita ed implacabile; ma Zanna Bianca era in migliori condizioni dei

suoi aggressori; egli finì col ritrarsi, salvandosi.

Senonchè, nel ritornare indietro, trovato uno degl’inseguitori più

spinti, gli si lanciò addosso e ne fece pasto.

Lasciata poi quella regione, andò vagolando per la valle dov’era nato,

e riuscì a scovare la tana di un tempo, dove trovò Kisce, che, fuggita

come lui dagl’inospitali fuochi degli dei, aveva ripreso possesso del

rifugio per mettervi al mondo una nuova figliolanza.

Dei neonati era sopravvissuto uno solo, che Zanna Bianca trovò quando

comparve nella tana, ma neppure quella piccola creatura era destinata a

resistere per molto tempo a una tale penuria.

L’accoglienza di Kisce al figlio adulto non fu più affettuosa di quella

fattagli nell’ultimo incontro; ma Zanna Bianca non ne rimase turbato.

Ormai egli era superiore per forze a sua madre. Voltate le spalle con

filosofia, discese, trotterellando, verso il torrente; poi girò verso

la tana della madre lince contro la quale aveva combattuto, tanto tempo

prima, in compagnia di Kisce, si allungò nella tana abbandonata e vi

dormì un giorno intero.

Verso la fine dell’estate, nell’ultimo periodo della carestia,

s’imbattè con Lip-Lip anch’egli fuggito nei boschi, dove conduceva una

misera vita. Trotterellavano tutt’e due in senso opposto, alla base di

uno dei dirupi che fiancheggiavano il torrente, e all’improvviso, nel

girare attorno a un masso, si trovarono a naso a naso.

Fermatisi, si misero subito in guardia, e si lanciarono uno sguardo di

diffidenza.

Zanna Bianca era in condizioni meravigliose; poichè la caccia era stata

buona, egli da otto giorni mangiava a crepapelle, e non aveva, si può

dire, neppure digerito la sua ultima vittima.

Ma vedendo Lip-Lip in quell’atteggiamento, il lupetto si sentì rizzare

il pelo della schiena, ad un tratto, come al tempo delle persecuzioni

di una volta, e ringhiò.

Ciò che avvenne, accadde in un batter d’occhio. Lip-Lip tentò di

fuggire, ma Zanna Bianca, con un colpo di spalla lo rovesciò, e lo fece

ruzzolare al suolo; poi gl’immerse le zanne nella gola.

Mentre il suo nemico agonizzava, egli gli girò intorno in cerchio,

con le zampe irrigidite, osservandolo, e poi riprese il suo cammino,

trotterellando lungo il costone.

Poco dopo questo avvenimento, egli avanzò lungo il margine della

foresta, in direzione di una breve radura che pendeva verso il Makenzie

dond’egli era venuto, e rimase nascosto fra gli alberi per esaminare le

condizioni del luogo, riconoscendo odori e rumori a lui familiari.

Là intanto era stato trasportato l’accampamento di prima. Pure, quello

spettacolo, quei suoni e quegli odori erano in certo modo diversi da

come li ricordava; ora non si udivano più lamenti nè gemiti ma rumori

lieti.

Quando udì la voce irritata di una donna, capì che quella collera

proveniva da uno stomaco pieno. Infatti si spandeva nell’aria un odore

di pesce fritto; il nutrimento non mancava e la penuria era sparita.

Allora egli uscì arditamente dalla foresta, e, trotterellando

attraverso il villaggio, andò difilato alla tenda di Castoro Grigio.

Castoro Grigio non c’era; Io accolse Kloo-Kooch, con gridi di gioia.

Essa gli diede un pesce intero, pescato da poco, ed egli si stese a

terra beatamente aspettando il ritorno di Castoro Grigio.

XV.

IL NEMICO DELLA PROPRIA RAZZA.

Anche se era rimasta, nella natura di Zanna Bianca, una certa

attitudine a fraternizzare con i rappresentanti della sua razza,

fosse pure come ultimo residuo di lontani ricordi atavici, tale

attitudine non avrebbe potuto più esistere, dal giorno in cui egli

fu scelto per essere a sua volta il capofila della muta che tirava

la slitta, giacchè, da allora, i cani l’odiarono. L’avevano odiato

per il supplemento di carne che gli dava Mit-Sak, per tutti i favori,

immaginarii o reali che otteneva dall’indiano. Odiato perchè egli

correva sempre innanzi a tutti, scuotendo davanti ad essi il pennacchio

della sua coda, facendo sfuggire continuamente ai loro attacchi la sua

groppa, in una visione continua che li faceva impazzire.

Per naturale reazione, Zanna Bianca aveva ricambiato il loro odio, e

il compito affidatogli, era tutt’altro che piacevole: dover correre,

avendo dietro, alle calcagna, la muta volante, della quale ciascun cane

era stato da lui castigato per bene, e assoggettato durante tre anni,

era cosa alla quale si ribellava fieramente entro di sè.

Eppure bisognava farla, per necessità di vivere; ed egli aveva una

volontà di vivere che era anche più imperiosa.

Nel momento in cui Mit-Sak dava il segnale di partenza, tutto il tiro,

con uguale movimento di avviso, si lanciava avanti, su Zanna Bianca,

lanciando grida ardenti e furiose. Egli non poteva resistere in alcun

modo. Se si volgeva contro i perseguitori, Mit-Sak gli frustava a

sangue il grugno con la correggia del suo staffile, cosicchè non

rimaneva altro al lupetto, che fuggire, di gran carriera; la sua coda e

la sua groppa non erano sufficienti per ridurre alla ragione quell’orda

forsennata, davanti alla quale bisognava ch’egli avesse l’aria di

fuggire, e ogni balzo in avanti, che egli faceva, era una violenza al

suo orgoglio, e tutto il giorno balzava.

La volontà degli dei assoggettava l’orgoglio, frenava gli slanci della

natura del lupetto, faceva sì che, sebbene ribelle entro di sè, egli

rinunziasse a balzare addosso ai cani che gli stavano alle calcagna; e,

quasi a dargli forza, c’era, dietro la volontà degli dei, uno staffile

di trenta piedi di lunghezza, di budella di cariboo, che mordeva le

carni.

Egli così non poteva far altro che mordere il freno, in una tacita

rivolta interiore, spinto avanti dal suo odio.

Così egli divenne il peggior nemico della sua razza: non chiedeva nè

concedeva grazia.

Diverso dalla maggior parte dei capo-fila, del tiro, che, quando

l’accampamento era posto e i cani erano sciolti, andavano a

mettersi sotto la protezione degli dei, Zanna Bianca, sdegnando tale

precauzione, procedeva audacemente e liberamente per l’accampamento,

infliggendo, ogni notte, ai suoi nemici, il castigo delle ingiurie

ricevute durante il giorno.

Prima che egli fosse promosso capo, la muta dei cani s’era avvezza a

cedergli il passo, ma ora questo non desiderava. Eccitati dal lungo

inseguimento durante il giorno, avvezzi a vederlo fuggire e a pensare

ch’essi sopraffacevano così il loro avversario, i cani non potevano

indursi a indietreggiare e a lasciargli libero il passaggio.

Appena egli appariva in mezzo a loro, c’era tumulto, battaglia, ringhi,

morsi e sfregi vicendevoli; e Zanna Bianca respirava un’aria satura

d’un’ostilità piena di rancori e di perfidia.

Quando Mit-Sak gridava alla muta l’ordine di fermarsi, Zanna

Bianca ubbidiva immediatamente, e gli altri cani facevano l’atto di

gettarglisi subito addosso; ma il grande staffile di Mit-Sak vegliava,

e impediva la cosa, dimodochè i cani avevano capito che se la slitta si

fermava per ordine di Mit-Sak, bisognava lasciare in pace Zanna Bianca,

ma se, invece, Zanna Bianca si fermava senza ordine del padrone, era

permesso di lanciarsi su di lui e distruggerlo, se si poteva.

Della qual cosa Zanna Bianca non tardò ad accorgersi; e non si fermò

più di volontà sua. Ma i cani non poterono mai avvezzarsi a lasciarlo

tranquillo nell’accampamento. Ogni sera, urlando, si lanciavano

all’assalto, dimentichi della lezione della notte precedente, e del

nuovo castigo che ricevevano.

L’odio ch’essi sentivano per Zanna Bianca aveva radici più profonde, e

cioè nella diversità che essi intuivano fra loro e il lupetto; ed era

causa tale che bastava a far nascere quell’odio.

Certo, i cani erano, come lui, lupi addomesticati, ma addomesticati da

parecchie generazioni, cosicchè avevano perduto ogni costumanza col

Wild, di cui serbavano un concetto vago, il concetto del suo ignoto,

terribile e minaccioso. E appunto odiavano, nel loro compagno, il

Wild, al quale il lupetto era rimasto più vicino. Questi ne era la

personificazione, il simbolo, ai loro occhi. E quando gli mostravano

i denti, essi sentivano di difendersi contro le oscure potenze di

distruzione che li circondavano, nell’ombra della foresta, e li

spiavano sornionamente di là dal limite dei fuochi dell’accampamento.

Da questi combattimenti i cani trassero questo solo ammaestramento,

che il giovane lupo era troppo temibile per poterlo assalire da solo a

solo; perciò l’assalivano in massa; altrimenti egli li avrebbe uccisi

l’uno dopo l’altro, in una sola notte.

Mediante quella tattica, essi gli sfuggivano. Se egli riusciva

a rovesciare un cane, con le zampe all’aria, ecco tutta la torma

gettarglisi addosso, prima che egli avesse il tempo di dare alla gola

un colpo mortale.

Al primo accenno del conflitto, i cani, anche se erano occupati a

litigare fra loro, formavano una massa compatta e gli tenevano testa.

Ma non potevano, con tutti i loro sforzi, riuscire ad uccidere Zanna

Bianca, che era, invece, vivace, formidabile e prudente. Appena essi

cercarono di accerchiarlo, egli fuggiva dai passaggi stretti e prendeva

il largo; e nessun cane era capace di rovesciarlo; le zampe del

lupetto si tenevano al suolo con la stessa tenacia con la quale egli si

attaccava alla vita; giacchè, per lui, mantenersi in piedi, significava

vivere, e lasciarsi rovesciare, morire. Egli lo sapeva meglio di ogni

altro.

Così Zanna Bianca si ergeva contro i proprii fratelli, ammolliti dai

fuochi degli uomini, infiacchiti dall’ombra protettrice che gli dei

avevano disteso su di loro; e li dominava. Egli aveva dichiarato

vendetta a tutti i cani, e la vendetta era talmente feroce, che

Castoro Grigio, che pure era selvaggio e barbarico da parte sua, se ne

meravigliava, giurando che non s’era mai visto sulla terra un animale

simile.

Zanna Bianca aveva quasi cinque anni quando Castoro Grigio lo condusse

a un altro gran viaggio. Rimase a lungo tra i villaggi rivieraschi

del Makenzie, dond’essi passarono nelle montagne rocciose, tra il

Porcospino, (o fiume del Porcospino) e lo Yukon. La memoria della

carneficina che fece Zanna Bianca!

Egli esercitò una libera vendetta su tutta la razza. C’erano là, tanti

cani ignari e senza sospetto, che non avevano imparato a ripararsi dai

suoi colpi rapidi, a guardarsi dai suoi assalti bruschi, non preceduti

da alcun avvertimento. Mentre essi perdevano tempo in preliminari

di battaglia, arruffando il pelo, ecco ch’egli si precipitava loro

addosso, senza alcun abbaiamento, come un lampo che porta la morte

nel momento stesso in cui lo si vede, e li macellava, prima che si

rimettessero dalla sorpresa.

Era divenuto, in realtà, un mirabile campione; sapeva fare economia di

forze, e non si sforzava mai di superarle, e non si perdeva mai in una

lunga battaglia; se il colpo rapido ch’egli assestava falliva, egli si

ritirava rapidamente indietro.

Come tutti i lupi, egli evitava le lotte a corpo a corpo, gli scontri

prolungati; il Wild gli aveva insegnato che nel contatto c’era il

tranello, il pericolo ignorato; l’importante era di tenersi svincolato

dalle strette, balzare a piacere sull’avversario, rimanere arbitro,

a distanza, dell’andamento della lotta. Tale metodo gli assicurava

di solito una vittoria facile sui cani che si scontravano con lui

per la prima volta. C’erano, senza dubbio, delle eccezioni; accadeva

che parecchi cani riuscissero a saltare su di lui e a colpirlo, prima

ch’egli potesse svincolarsi; oppure, talvolta, che un cane isolato gli

desse un profondo morso. Ma erano accidenti rari.

Di regola egli si ritraeva immune da ogni scontro. Altra qualità sua

era quella di avere una nozione rigorosamente esatta del tempo e delle

distanze, in modo incosciente, meccanico.

Senza riflessione di calcolo, il suo organo visivo misurava giusto, con

un’abilità superiore alla media delle altre bestie della sua razza. Il

suo cervello riceveva parallelamente l’impressione dei nervi ottici e,

mediante un meccanismo ben regolato, immediatamente seguiva l’azione,

regolata nello spazio e nel tempo; e una frazione infinitesimale

di secondo, nettamente percepita e utilizzata, bastava spesso ad

assicurare a Zanna Bianca la vittoria.

La carovana arrivò durante l’estate a Fort Yukon. Castoro Grigio, dopo

aver approfittato del gelo invernale per attraversare i fiumicelli

che scorrono fra il Makenzie e lo Yukon, aveva impiegato il tempo

primaverile cacciando nelle Montagne Rocciose.

Quando la rottura dei ghiacci fu compiuta, egli, che s’era costruito un

canotto, aveva seguito la corrente del Porcospino sino alla confluenza

di questo fiume col Yukon, proprio sotto il cerchio artico, nel punto

dove si trova il vecchio forte che appartiene all’Hudson’s Bay Company.

Colà gl’indiani erano numerosi, le provviste abbondanti, la vita

mossa eccezionalmente. Era l’estate del 1898; migliaia di cercatori

d’oro, spintisi anch’essi sino allo Yukon divergevano verso Davson e

il Klondike. Si trovavano ancora a centinaia di miglia lontano dalla

méta del loro viaggio, eppure erano in viaggio da un anno. Il minimo

percorso fatto non era inferiore alle cinquemila miglia; molti venivano

dall’altro emisfero.

Là, Castoro Grigio si fermò; era giunta al suo orecchio la voce della

corsa all’oro, ed egli recava con sè parecchie balle di pellicce, di

guantoni, di mocassins. Era stato spinto a quella lunga corsa dalla

speranza di buoni guadagni; e la realtà superò di molto le sue più

rosee speranze.

Egli, che non s’era spinto mai a sognare un guadagno del cento per

cento, ora si vedeva offerto il mille per cento, e da buon indiano,

visto questo, impiantò senza fretta, con cura, un regolare commercio,

deciso ad impiegar bene tutta l’estate, e all’occorrenza, l’inverno

seguente, per trarre tutto il profitto possibile e più vantaggioso,

dalla sua mercanzia.

Zanna Bianca conobbe i primi uomini bianchi a Fort Yukon: essi, in

confronto degl’Indiani da lui conosciuti, gli sembrarono creature

d’un’altra specie, una razza di dei superiori. Egli intuì ch’essi

possedevano un potere maggiore; potere nel quale consiste appunto la

divinità degli dei. Egli intuì la cosa, istintivamente, senza averne

quasi la percezione esatta. Come, nella sua infanzia, l’ampiezza

delle tende, innalzate dai primi uomini incontrati, lo aveva colpito

quale manifestazione di potenza, così era colpito, ora, dalle case che

vedeva, costruite, come il forte, da ciocchi massicci. Quella era la

potenza: il potere degli dei bianchi era superiore persino a quello di

Castoro Grigio, il più possente di tutti, che pareva ora, tra gli dei

della pelle bianca, come un piccolo dio bambino.

Dapprima s’era mostrato sospettoso con loro; durante le prime ore dopo

l’arrivo, egli li osservò con grande attenzione, pure mantenendosi,

pel timore di essere osservato a sua volta, a una prudente distanza.

Poi, vedendo che presso di essi non accadeva alcun male ai cani, si

avvicinò.

Essi guardarono, da parte loro, con somma curiosità, lo strano aspetto

di quel cane che attirava la loro attenzione: adesso se lo indicavano

col dito, l’un l’altro. Quelle dita non dicevano nulla di buono a Zanna

Bianca, cosicchè, quando gli dei bianchi tentarono di accostarsi a lui,

egli mostrava i denti e ringhiava. Neppur uno riuscì a posargli una

mano addosso; qualche ostinato che volle insistere, non ottenne altro

che danno.

Zanna Bianca si accorse in breve che un piccolo numero di dei bianchi,

non più di una dozzina, dimorava stabilmente in quel luogo.

Ogni due o tre giorni, un gran piroscafo, altra e colossale

manifestazione di potenza, s’accostava alla riva, dove rimaneva per

qualche ora. Altri uomini bianchi ne discendevano a terra, poi si

rimbarcavano, e il numero di costoro sembrava infinito.

In un solo giorno Zanna Bianca ne vide tanti, quanti non erano

gl’indiani conosciuti durante tutta la sua vita. E, nei giorni che

seguirono, gli uomini bianchi continuarono ad arrivare lungo il fiume

per poi fermarsi pochi momenti e ripartire sul fiume e sparire.

Ma, mentre gli dei bianchi sembravano onnipotenti, i loro cani non

valevano gran che. Zanna Bianca se ne accorse subito mescolandosi coi

cani che venivano a terra coi loro padroni. Erano di varie forme e

grandezze varie; gli uni avevano le zampe corte, troppo corte, altri

troppo lunghe; e non possedevano un manto simile al suo, ma peli

finissimi; alcuni li avevano così radi, che pareva che non li avessero

punto. Nessuno, però, di loro, sapeva combattere.

Data la sua ostilità contro tutti i rappresentanti della sua razza,

era fatale che Zanna Bianca si scontrasse in lotta con i nuovi venuti;

infatti non mancò, e sentì immediatamente un profondo disprezzo per

essi.

Erano, per natura, ingenui e innocui; in combattimento facevano un gran

chiasso di minacce e s’agitavano attorno all’avversario, cercando di

aiutare la loro forza e vincere coll’accortezza e l’astuzia.

Si lanciavano abbaiando su Zanna Bianca, che saltava di lato, e

mentr’essi facevano l’atto di voltarsi, li afferrava alla gola, li

rovesciava sulla schiena e assestava il solito colpo alla gola.

Ciò fatto, Zanna Bianca si ritraeva abbandonando la vittima ai cani

indiani, che s’incaricavano di finirla. Giacchè era un saggio, sapeva

da lungo tempo che gli dei s’irritano quando si uccide i loro cani, e

gli dei bianchi non facevano eccezione a quella regola.

Si limitava dunque a preparare la cosa, poi, al riparo, guardava

pacificamente le pietre, i bastoni, le accette e le armi contundenti

d’ogni sorta che s’abbattevano sui suoi compagni. Zanna Bianca era un

gran saggio.

Talvolta però la vendetta degli dei oltraggiati era terribile; uno di

essi, avendo visto un cane, un _setter_, ridotto a brandelli, sotto i

suoi occhi, prese una rivoltella, fece fuoco sei volte di seguito, e

sei aggressori rimasero sul terreno, morti o quasi.

Altra manifestazione di potenza, che s’incise profondamente nel

cervello di Zanna Bianca.

D’altra parte, a lui importavano poco quelle brutte avventure, giacchè

era sempre abbastanza destro per cavarsela. L’uccisione dei cani

degli uomini bianchi che dapprima fu per lui un semplice divertimento,

divenne in breve l’unica sua occupazione.

Era il solo modo d’impiegare il tempo, mentre Castoro Grigio si

dedicava al suo commercio, e guadagnava molto.

Con la muta dei cani indiani, egli attendeva l’arrivo dei piroscafi, e

appena uno di essi si avvicinava, il gioco ricominciava.

1 suoi compagni avevano imparato, a loro volta, ad esser saggi; appena

la torma vedeva gli uomini bianchi, rimessisi dalla prima sorpresa,

fischiare ai loro cani per richiamarli a bordo e accingersi a piombare

su di essi, si sparpagliavano di gran carriera.

Poi il gioco cessava, per ricominciare all’arrivo del prossimo battello.

Zanna Bianca aveva sempre il compito d’attaccar lite con i cani

forestieri, e ci riusciva facilmente giacchè agli occhi di questi,

anche più che agli occhi dei suoi compagni, egli rappresentava il Wild

selvaggio, abbandonato e tradito da essi, che temevano oscuramente di

vedersi ripresi.

Essi, che erano venuti dal dolce paese del Sud verso le sponde dello

Yukon, sulla cupa e terribile Terra del Nord, non potevano resistere

lungamente all’incosciente impulso che li spingeva a lanciarsi addosso

a Zanna Bianca.

Per quanto infrolliti dalle abitudini cittadine, e dimentichi del

passato dei loro antenati, sebbene avessero un oscuro ricordo del Wild,

pure, lo sentivano sussultare dal fondo del loro essere, appena si

trovavano in presenza della creatura ibrida che era Zanna Bianca.

Davanti al lupo ch’era in lui, e che appariva loro ad un tratto, alla

chiara luce del giorno, si ricordavano dell’antico nemico. Egli era per

loro una preda legittima, come essi erano per lui.

XVI.

IL DIO FOLLE.

Quei pochi uomini bianchi che erano a Fort Yukon, vivevano da lungo

tempo in quella regione. Essi atessi si chiamavano i _Sour-Doughs_ (_le

paste acide_), perchè preparavano, senza lievito, un pane leggermente

fortigno. E mostravano disprezzo per gli altri uomini bianchi, che

conducevano i piroscafi, ch’essi chiamavano Ceciaquos, perchè facevano

crescere col lievito il pane, prima di cuocerlo.

V’era perciò una specie di rivalità fra loro, e la gente del forte, si

compiaceva quando accadeva qualche accidente spiacevole ai nuovi che

arrivavano. Si divertivano molto, in modo particolare, per esempio,

quando Zanna Bianca e la sua odiosa banda maltrattavano i cani che

sbarcavano. Ogni piroscafo che faceva sosta, li trovava immancabilmente

sulla riva, pronti ad assistere all’inevitabile battaglia; e ridevano

a squarciagola della tattica accorta e perfida usata da Zanna Bianca e

dai cani indiani.

Uno di quegli uomini si interessava, più degli altri, a quel genere

di _sport_. Al primo colpo di fischietto della _steamboat_, arrivava

correndo, e, quando l’ultimo combattimento era terminato, risaliva al

forte con la faccia come appesantita dal rammarico provato per la fine

troppo rapida della carneficina.

Ogni qualvolta un innocuo cane del Sud era atterrato e lanciava il suo

rantolo d’agonia sotto le zanne della torma nemica, egli, non riuscendo

a frenare la sua gioia, incominciava a sgambettare e a lanciare gridi

festosi; e non mancava di rivolgere a Zanna Bianca un duro sguardo

d’invidia per tutto il male di cui il cane era autore.

Zanna Bianca · 第 9 / 14 段