principio dell’anno, avevano dai nove ai dieci mesi ciascuno, mentre il
lupetto ne aveva soltanto otto. Ciascuna bestia era legata alla slitta
da una corda separata fissa a un anello. Non c’erano due corde della
stessa lunghezza, corrispondendo ciascuna, per lo meno, alla lunghezza
d’un cane.
La slitta era un _toboggan_ di corteccia di betulla, con la parte
anteriore ricurva, a punta di zoccolo, perchè non affondasse nella
neve.
Il carico era ripartito ugualmente su tutta la superficie del veicolo,
dal quale le corde dei cani s’irraggiavano a ventaglio. La diversità
di lunghezza delle corde, impediva ai cani di rissare fra loro,
perchè ciascuno di essi non poteva prendersela se non col cane che lo
seguiva, e, per farlo, doveva esporsi alla frusta del conducente, che,
naturalmente, gli avrebbe staffilato il muso.
Che, se avesse voluto prendersela col cane che lo precedeva, avrebbe
dovuto accelerare il tiro, in modo da spingere il cane minacciato a
fare altrettanto per non essere toccato; così tutto il tiro, incitato
dall’esempio, avrebbe accelerato la corsa.
Mit-Sak era, come suo padre, un uomo saggio. Egli aveva osservato le
persecuzioni di cui era vittima Zanna Bianca, da parte di Lip-Lip; ma
poichè allora Lip-Lip aveva un altro padrone, non aveva potuto far
altro che lanciargli delle sassate. Ora però che possedeva Lip-Lip,
cominciò coll’esercitare le sue vendette legandolo alla corda più
lunga, cosicchè Lip-Lip divenne tutto ad un tratto, il capo della muta.
Era, in apparenza, un onore per lui; ma in realtà, egli, anzichè
comandare gli altri cani, diventava il bersaglio delle loro
persecuzioni e dei loro rancori. Gli altri cani della muta vedevano,
di lui, soltanto l’ampio pennacchio della coda e le zampe posteriori,
che intimidivano molto meno dello spettacolo della criniera rizzata, e
delle zanne lucenti, che egli mostrava prima.
I cani, vedendolo sempre in quella positura, finirono per concludere,
secondo il loro ragionamento, che egli aveva paura di essi e li
sfuggiva, e che quindi era bene saltargli addosso subito.
Dal momento in cui la slitta si mosse, tutta la muta tenne dietro alle
calcagna di Lip-Lip, in una caccia sfrenata, che durò tutto il giorno.
Egli aveva tentato dapprima di rivolgersi contro i suoi inseguitori,
geloso com’era della sua dignità offesa e pieno di sdegno; ma ogni qual
volta tentava di farlo, il frustino di «cariboo» lungo trenta piedi,
che Mit-Sak aveva in mano, gli staffilava il muso, costringendo il cane
a tornare al posto e a ripartire di gran carriera.
Lip-Lip era tale da tener testa agli altri cani, chè non poteva esporsi
alla terribile frusta che gli permetteva soltanto di mantener la corda
tesa e i fianchi al riparo dei denti dei compagni.
Il giovane indiano ne pensò un’altra: per mantenere quell’inseguimento
senza fine del capofila, Mit-Sak incominciò a favorire Lip-Lip a danno
degli altri cani, dei quali accrebbe il rancore e la gelosia.
Gli dava della carne in loro presenza, escludendo gli altri, che
diventavano perciò furiosi come pazzi, e mentre Lip-Lip mangiava, gli
si arrabbiavano intorno. Quando non c’era carne, Mit-Sak, tenendo i
cani a distanza, faceva credere di darne a Lip-Lip.
Zanna Bianca, da parte sua, s’era messo tranquillamente al lavoro. La
corsa che aveva fatto quando era tornato a sottoporsi agli dei, era
stata più lunga di quella che gli veniva imposta ora, eppoi sapeva,
meglio degli altri cani, che era inutile ribellarsi.
Le persecuzioni di cui era stato oggetto da parte dei cani lo avevano
sempre più spinto verso l’uomo. Dimenticata Kisce, la sua principale
preoccupazione era ormai quella di rendersi bene accetto agli dei,
ai quali si era sottoposto; perciò correva svelto, sempre pronto
all’obbedienza. Egli possedeva in sommo grado quella buona volontà
e fedeltà che sono caratteristiche del lupo e del cane selvaggio
addomesticato.
Tranne durante il lavoro, egli non si strofinava con gli altri cani
del tiro, ricordando i maltrattamenti di prima, quando Lip-Lip aizzava
i cani contro di lui, i piccoli compagni. Ora toccava a Lip-Lip non
allontanarsi troppo dalla protezione degli dei, giacchè, quand’egli si
scostava da Castoro Grigio, da Mit-Sak o da Kloo-Kooch, tutti i cani
gli piombavano addosso.
Zanna Bianca, a quello spettacolo, si godeva pienamente la gioia della
vendetta; ma non aveva perdonato neppure agli altri cani, che picchiava
con piacere, quando gli si offriva il destro, applicando integralmente
la legge: _Opprimere il debole, e ubbidire al forte_.
Non ce n’era, fra essi, neanche il più audace, che osasse ormai
rubargli la carne; accadeva, invece, che tutti divorassero in fretta il
loro cibo, pel timore che il lupetto cercasse di rapire la loro parte.
Egli, da parte sua, mangiava la sua porzione precipitosamente e guai
al cane che non avesse terminato il pasto; succedeva un ringhio, un
lampeggiar di zanne, e al cane non rimaneva altro che sfogare il suo
sdegno con le impassibili stelle, mentre Zanna Bianca finiva la carne
dell’altro.
Così il lupetto creò attorno a sè un orgoglioso isolamento; i restii,
se pur ce n’erano, erano costretti ferocemente a rigar dritto, giacchè
Zanna Bianca aveva imposto ai suoi compagni una disciplina non meno
severa di quella degli Dei.
Egli esigeva da loro un assoluto rispetto, considerando come colpa
persino un tentativo di resistenza. Insomma era diventato un mostruoso
tiranno, cosicchè, durante il viaggio, egli si trovò fra gli altri
cani, piccoli e grandi, in una posizione veramente privilegiata.
Passarono parecchi mesi. Castoro Grigio proseguì il viaggio. Le forze
del lupetto, a furia di correre sulla neve tirando la slitta, per
lunghe ore, si erano sviluppate; l’educazione della sua mente era ormai
compiuta. Egli aveva percorso tutto il giro del mondo nel quale viveva
acquistandone una nozione materialista, tutt’altro che sentimentale;
quel mondo gli era parso feroce e brutale, un mondo nel quale non
c’erano nè affetti nè carezze; un mondo senza calore per i cuori, e
senza attrattive per l’animo.
Egli non sentiva affetto per Castoro Grigio. Costui era un dio, è vero,
ma un dio più selvaggio di tutti, un dio che non accarezzava mai, nè
pronunziava una buona parola. Zanna Bianca, certamente, era lieto di
riconoscere la sua supremazia fisica, all’egida della quale era venuto
dal Wild, ma sentiva in sè qualche cosa di profondo, di cui Castoro
Grigio non s’era mai accorto.
L’indiano faceva giustizia col bastone, e premiava il merito, non con
una benevola carezza, ma solo coll’astenersi dal colpire. E quella
mano dell’animale uomo, che avrebbe potuto essere così dolce per lui,
sembrava al lupetto come uno strumento fatto per lanciar pietre,
assestare colpi di mano e di frustino e di bastone, pizzicotti e
dolorose tirate di pelo e di carne.
Anche più crudele della mano degli uomini, era quella dei ragazzi,
quando egli s’imbatteva in un gruppo di questi, nell’accampamento
d’indiani che la carovana incontrava.
Una volta aveva corso perfino il rischio di perdere un occhio per colpa
di un timido e vacillante papoose (bambino di pellirosse).
Da allora aveva odiato i bambini; appena li vedeva corrergli incontro,
con le loro mani del malaugurio, si affrettava a svignarsela.
Poco dopo quell’avventura, in un accampamento vicino al Gran Lago dello
Schiavo, commise la prima infrazione della legge appresa da Castoro
Grigio, secondo la quale era il più imperdonabile dei delitti mordere
uno degli dei.
Com’era costume di tutti i cani, egli se ne andava per l’accampamento
in cerca di nutrimento da rubare, e poichè un giovanotto, con
un’accetta, spezzava della carne d’alce congelata, e dei minuzzoli di
carne si spargevano sullo neve, Zanna Bianca, fermatosi, cominciò a
mangiare quei minuzzoli, ma visto che il giovanotto, posata l’accetta,
aveva afferrato un grosso bastone, fece un salto indietro, appena in
tempo per evitare il colpo assestatogli.
Il giovanotto lo inseguì, e il lupetto, che non conosceva quel campo,
non sapendo dove rifugiarsi, finì col trovarsi stretto fra due tende,
con la schiena contro una scarpata di terra.
Non c’era per lui altra via di scampo se non il passaggio fra le due
tende, che l’indiano, però, vigilava. Costui, col bastone in aria,
s’avanzò pronto a colpire. Zanna Bianca era furibondo; conosceva
già la legge della ruberia: secondo la quale i rimasugli di carne
appartenevano al cane che li trovava.
Egli non aveva fatto alcunchè di male, nè infranto la legge, eppure
quel giovane era là, pronto a batterlo. Fu un attimo. Uno scatto di
collera, e prima che egli stesso e il giovane potessero rendersi conto
di ciò che succedeva, costui si trovò rovesciato nella neve, con la
mano che stringeva il bastone, tutta lacerata dai denti del lupetto.
Zanna Bianca sapeva che, agendo in quel modo, aveva violato la legge
degli dei, per aver conficcato le zanne nella carne sacra di uno di
essi, e che gli sarebbe seguito un terribile castigo.
Fuggì presso Castoro Grigio, e andò a coricarglisi dietro le gambe,
quando vide arrivare il giovinotto morsicato che chiedeva vendetta,
accompagnato dalla famiglia.
Ma nonostante le loro querele, quelli dovettero andarsene senza nessuna
soddisfazione, giacchè Castoro Grigio, e poi Mit-Sak e Kloo-Kooch,
presero le difese del lupetto.
Zanna Bianca ascoltava quella battaglia di parole, e seguiva con lo
sguardo i gesti irritati delle due parti. E seppe così che il suo atto
era non solo giustificato, ma anche che bisognava distinguere dio da
dio; gli dei che erano con lui erano diversi dagli altri dei.
Dai primi doveva accettare tutto, sia la giustizia che l’ingiustizia,
ma da questi altri non c’era obbligo di accettare le cose ingiuste, e
aveva il diritto di difendersi, contro di essi, coi denti.
Questa era un’altra legge degli dei.
Prima che morisse il giorno, Zanna Bianca apprese dell’altro circa
questa legge.
Mit-Sak stava raccogliendo legna pel fuoco, nella foresta, ed era solo,
allorchè s’imbattè nel giovanotto ch’era stato morsicato.
I due si scambiarono delle parole grossolane, in breve accorsero altri
giovanotti e diedero tutti addosso a Mit-Sak, che in quell’aspra lotta
si ebbe la peggio, e ricevette colpi da tutte le parti.
Zanna Bianca guardò dapprima come uno spettatore estraneo, essendo
quella una quistione fra gli dei, che non lo riguardava; poi comprese
che Mit-Sak era uno dei suoi dei particolari che stavano maltrattando,
e balzò, per un impulso improvviso, fra i combattenti.
Cinque minuti dopo, non si vedeva altro che giovanetti in fuga; il
sangue che colava dalle loro ferite e arrossava la neve, mostrava come
i denti del lupetto non fossero rimasti inoperosi.
Quando Mit-Sak, ritornato alla tenda, raccontò l’avventura, Castoro
Grigio ordinò che fosse data della carne, molta carne, a Zanna Bianca.
Il lupetto, sazio, si addormentò davanti al fuoco e seppe che la legge,
che aveva appresa poche ore prima, si era avverata.
Altre conseguenze risultarono da quella legge; dalla protezione del
corpo dei suoi dei a quella dei loro beni, era breve il passo, e il
lupetto non tardò a fare quel passo. Egli doveva difendere ciò che
apparteneva ai suoi dei, magari mordendo gli altri dei, e sebbene fosse
questa un’azione sacrilega in sè.
Gli dei sono onnipotenti, e un cane non può lottare contro di essi;
pure, Zanna Bianca aveva imparato a tener loro testa; a combattere
contro di essi con orgoglio e senza timore. Il dovere superava la
paura.
C’erano, d’altra parte, degli dei poltroni; tali erano quelli che
andavano a rubare la legna al suo padrone. Il lupetto si rese conto
del tempo che passava fra il suo grido di allarme e l’arrivo di Castoro
Grigio; capì che più che la paura, favoriva la fuga del ladro la paura
dell’indiano. Egli, da parte sua, correva difilato sull’intruso e gli
conficcava le zanne dove gli capitava.
Egli era, naturalmente, per la sua natura di solitario e per
l’allontanamento istintivo dagli altri cani, designato come guardiano
dei beni dì Castoro Grigio; che l’addestrò all’opera. Divenne perciò
più selvatico e strano.
Così venivano precisate e suggellate le norme del patto stabilito da
Zanna Bianca con l’uomo: in cambio del possesso di un po’ di carne
e di sangue, egli cedeva la sua libertà, e riceveva, fra i doni più
importanti del dio, protezione e dimestichezza, difendendogli i beni,
la persona, lavorando per lui ed obbedendogli.
Persino Kisce era diventata per lui nient’altro che un ricordo del
passato; il lupetto, rimettendosi all’uomo, aveva abbandonato per
sempre, con la libertà, il Wild e la sua razza.
Anche se avesse incontrato Kisce, ormai le norme del patto gli
avrebbero impedito di seguirla, per un dovere che Zanna Bianca adempiva
verso il suo dio. Ma in quel dovere non entrava punto l’amore; l’amore
era un sentimento che egli continuava ad ignorare.
XIV.
LA CARESTIA.
Quando Castoro Grigio terminò il suo viaggio, la primavera era
prossima. S’era in aprile, e Zanna Bianca aveva ormai l’età di un
anno, quando si ritrovò nell’accampamento della tribù e fu liberato dei
finimenti, da Mit-Sak.
Sebbene non avesse compiuto tutto lo sviluppo, il lupetto era, tranne
Lip-Lip, il più robusto di tutti i cani giovani dell’accampamento.
Dal padre lupo e da Kisce, aveva ereditato forza e statura, e un corpo
che oltrepassava in lunghezza quello dei cani adulti.
Ma non era di pari larghezza, in proporzione, e aveva forme più sottili
e slanciate che piene, e un vigore più nervoso che resistente.
Il suo mantello era grigio, proprio dei lupi: ed egli sembrava infatti
un vero lupo, giacchè quel quarto di sangue di cane che aveva ereditato
da Kisce, se gli si rivelava nella costituzione della mente, non aveva
però influito gran che sul suo aspetto fisico.
Il lupetto, vagabondando per l’accampamento, si divertì un mondo
ritrovando i varî dei che aveva conosciuto prima del suo lungo viaggio.
Poi c’erano i cani cuccioli cresciuti come lui, e gli adulti, che non
gli parevano ora così grandi e temibili come li ricordava, tant’è vero
che non ne ebbe più paura come un tempo; ma camminava fra loro con aria
disinvolta, ch’era per lui una novità deliziosa.
Tra i vecchi cani, era un certo Baseck, dal pelo canuto, che, una
volta, bastava che scoprisse i denti per farlo fuggire lontano,
strasciconi, col ventre al suolo.
Zanna Bianca, nella sua infanzia, s’era accorto, a confronto con
lui, quanto fosse piccolo, e poco consistente; ora s’accorgeva, dal
confronto, del mutamento avvenuto nel suo sviluppo e nella sua forza,
mentre Baseck, invece, s’era indebolito con l’età.
Avvenne il primo scontro fra loro, nell’occasione dello squartamento
d’un alce ucciso da poco. Zanna Bianca, che aveva avuto, come porzione,
uno zoccolo e una tibia alla quale era attaccata un po’ di carne,
appartatosi dagli altri cani che contendevano dietro un cespuglio,
stava divorando tranquillamente la sua preda, allorchè Baseck gli si
slanciò contro. Egli contrattaccò balzando sull’intruso, di cui lacerò
le carni, e indietreggiò lasciando Baseck stupito della temerità del
lupetto, e del rapido assalto. Baseck infatti era rimasto come attonito
a guardare stupidamente l’avversario e l’osso rosso e insanguinato fra
loro.
Baseck, che aveva già fatto esperienza del valore crescente dei
cagnuoli un tempo picchiati da lui, faceva appello a tutta la sua
saggezza, per sopportare ciò che non poteva impedire. Un tempo si
sarebbe precipitato su Zanna Bianca, nel furore di un giusto sdegno, ma
ora, riconoscendo la sua impotenza, si limitò a drizzarsi fieramente e
a guardare il lupetto al disopra dell’osso, con disprezzo.
Zanna Bianca, da parte sua, risentendo in sè tracce dell’antico
terrore, si raggomitolò e si fece piccino, pensando al modo come
avrebbe potuto compiere una ritirata che non fosse troppo vergognosa.
Ma Baseck giudicò male quello stato di cose: credette che bastasse aver
intimidito il lupetto col suo sguardo sprezzante, giacchè Zanna Bianca
era fuggito lasciando la carne. Baseck non ebbe pazienza di attendere;
considerando la sua vittoria come un fatto compiuto, s’avanzò verso la
carne, ma mentre curvava la testa, senza alcun sospetto, per annusarla,
ecco il lupetto raddrizzarsi un po’. E sin qui la posizione del vecchio
cane era salva; se egli fosse rimasto risolutamente al suo posto
rialzando la testa e facendo luccicare minacciosamente i suoi occhi,
Zanna Bianca si sarebbe ritirato pietosamente; ma l’odore della carne
fresca saliva alle sue nari, e lo stimolo era così forte, che egli non
potè resistere al desiderio di gustarla.
Era troppo per Zanna Bianca, avvezzo da tanto tempo a essere il padrone
assoluto dei suoi compagni di viaggio, e incapace di frenarsi nel
vedere che un altro cane divorava della carne che gli spettava.
Egli colpì, secondo il solito, senza preavviso. Baseck s’ebbe, sin dai
primi colpi, un’orecchia tutta lacerata, e, mentre era ancora stordito
dal colpo, altri guai addosso.
Rovesciato colle zampe in aria, morsicato nella gola, mentre lottava
per rimettersi in piedi, sentì due volte le zanne del lupetto
conficcarglisi in una spalla; e dopo un’inutile risposta, dopo un morso
irritato che non afferrò altro che aria, ecco che veniva colpito al
muso e allontanato dalla carne.
La situazione fu capovolta; Zanna Bianca, dritto e minaccioso, se ne
stava sulla tibia, mentre Baseck si teneva indietro e si preparava
alla ritirata, non osando attaccar battaglia col lupetto, il cui
rapido assalto lo aveva sconvolto, e sentendo con maggiore amarezza la
debolezza dell’età.
Baseck fece uno sforzo eroico per salvar la propria dignità; voltata
la schiena, con calma, a Zanna Bianca e alla tibia, come se l’uno
e l’altra fossero cose insignificanti e punto degne della sua
considerazione, si allontanò con passo nobile.
E non si fermò per leccarsi le ferite sanguinose, se non quando si
trovò fuori dello sguardo del lupetto.
Questa nuova vittoria riaffermò la fiducia che Zanna Bianca aveva in se
stesso, e gli accrebbe l’orgoglio. Fermo, ormai, sul suo diritto, egli
procedeva per l’accampamento, senza cedere il passo ad alcun cane, non
temendo più di essere maltrattato, ma temuto da tutti, insocievole,
bisbetico e solitario com’era, degnandosi appena di lanciare uno
sguardo a destra o a sinistra, considerato come pari agli adulti,
storditi.
E come non sopportava atto ostile, così non ammetteva neppure
manifestazioni d’amicizia; voleva solo che lo lasciassero tranquillo.
Altri scontri finirono coll’imporre decisamente il suo modo di vedere,
ai recalcitranti.
A mezza estate, Zanna Bianca dovette sostenere una dura prova. Mentre
trotterellava solo solo, un giorno, silenziosamente, come al solito, ed
esaminava una nuova tenda che avevano innalzato durante la sua assenza,
sulla proda di un campo, capitò proprio addosso a Kisce.
Fermatosi, egli la guardò. Aveva un ricordo vago, ma non cancellato
del tutto, di lei. Lei, come lo vide, aggrinzò i labbroni, emettendo il
solito ringhio minaccioso. Allora la memoria del lupetto si illuminò,
e il ricordo dell’infanzia dimenticata e tutte le rimembranze che
s’associavano a quel ringhio a lui familiare s’affollarono alla mente
di Zanna Bianca.
Prima ch’egli conoscesse gli altri dei, Kisce era stata per lui il
perno dell’universo; cosicchè, risentendo affluire tutti i sentimenti
e l’intimità di una volta, egli fece verso di lei un balzo festoso; ma
lei lo accolse colle zanne acute che gli squarciarono la pelle d’una
guancia, sino all’osso. Il lupetto non capì nulla e si ritrasse tutto
sconcertato e molto impacciato.
Kisce però, non era colpevole. Una madre lupa non è obbligata, da
natura, a ricordare i suoi lupetti di un anno e più. Cosicchè, non
riconoscendo Zanna Bianca, lo considerò come una bestia estranea, come
un intruso; anche perchè la nuova figliolanza non le permetteva di
tollerare la vicinanza di alcun animale.
Uno dei piccoli lupetti andò a sgambettare presso Zanna Bianca; essi
erano mezzi fratelli, ma non si conoscevano.
Zanna Bianca annusò curiosamente il piccolo, ma fu nuovamente assalito
da Kisce che gli lacerò la faccia, la seconda volta, e lo fece
indietreggiare più lontano.
Gli antichi ricordi e tutte le idee che con essi si associavano,
morirono nuovamente e ricaddero nel buio sepolcrale donde erano stati
risuscitati. Zanna Bianca guardò Kisce che leccava il suo piccolo e si
fermava di tanto in tanto per ringhiare e minacciare.
Essa ora gli appariva priva d’interesse; e poichè aveva imparato a
vivere lontano da lei, la dimenticò; non la sentì presente nella sua
mente, così come lei non aveva serbato posto a lui nella sua memoria.
Ed egli rimaneva là, immobile, tutto stordito, dando l’ultimo assalto
ai suoi ricordi sconvolti, allorchè Kisce, per la terza volta, rinnovò
l’attacco, decisa e risoluta a scacciarlo lontano.
Zanna Bianca si lasciò scacciare, volontariamente, essendo legge della
sua razza che i maschi non debbono lottare con le femmine, quale
era Kisce. Egli non aveva ricavato questo principio nè dalla vita
nè dall’esperienza del mondo: lo conosceva come legge immediata e
imperativa, per quello stesso istinto che gli faceva sentire il timore
dell’Ignoto e della morte.
Passarono altri mesi; le forme di Zanna Bianca crescevano e
s’irrobustivano, mentre il carattere continuava a svilupparsi secondo
la linea tracciata dall’ereditarietà e dall’ambiente. Le qualità
ereditarie assumevano forme diverse, come argilla, a seconda del genere
di vita al quale erano sottoposte; l’ambiente le impastava e modellava.
Se Zanna Bianca non fosse andato verso il fuoco degli uomini, forse il
Wild ne avrebbe fatto un vero lupo, ma i suoi dei gli avevano creato
un ambiente diverso e ne avevano fatto un cane che conosceva alcuni
caratteri del lupo, ma che, pure, era un cane e non un lupo.
Similmente, il suo carattere aveva risentito l’impronta morale alla
quale la sua natura era stata sottomessa. Era una legge fatale alla
quale il lupetto non aveva potuto sfuggire. E mentre egli diventava
sempre più insocievole con gli altri cani, più feroce con loro, Castoro
Grigio lo apprezzava sempre più.
Pure, nonostante la sua forza fisica e morale, Zanna Bianca soffriva
d’una debolezza di carattere, invincibile: non poteva sopportare che si
ridesse di lui. Egli concepiva il riso umano come cosa odiosa.
Se gli dei ridevano fra loro per qualche cosa che non lo riguardasse,
egli non badava neppure, ma se il riso era diretto a lui, ed egli
sentiva d’esserne oggetto, allora era vinto da una collera spaventosa;
e da calmo e dignitosamente grave, qual era poco prima, diventava ad
un tratto, un altro. Pensando che l’oltraggiassero, diventava frenetico
sino alla follia, e seguitava per ore intere.
E guai, allora, al cane che gli capitava fra i piedi! Il lupetto
conosceva troppo bene la legge, per sfogare la sua collera su Castoro
Grigio; giacchè dietro Castoro Grigio c’erano il frustino e il bastone;
ma sapeva che dietro i cani non c’era che lo spazio vuoto dove essi se
la svignavano appena appariva Zanna Bianca, diventato pazzo di collera,
a causa di risate rivoltegli.
Zanna Bianca era entrato nel terzo anno d’età, quando ci fu una grande
penuria per gl’indiani del Makenzie. Il pesce mancò durante l’estate;
durante l’inverno i _cariboos_ dimenticarono di fare la loro solita
migrazione; gli alci erano rari, i conigli erano quasi scomparsi,
e tutte le bestie da preda, tutti gli animali che vivono di caccia,
perivano.
Privi del vitto solito, attanagliati dalla fame, essi si gettarono gli
uni sugli altri e si divorarono fra loro. Sopravvissero soltanto i più
forti.
Gli dei di Zanna Bianca erano in continua caccia di animali, i più
deboli e i più vecchi morirono di fame; nell’accampamento non si udiva
altro che gemiti di terrore e di strazio; donne e bambini cadevano
dalla fame; giacchè il poco nutrimento che rimaneva, andava a finire
nel ventre dei cacciatori dagli occhi incavati, che percorrevano la
foresta, alla vana ricerca della selvaggina.