dalla sua schiavitù. Giammai, qualunque sia l’occasione, si deve
mordere il dio che è vostro signore e padrone; il suo corpo è sacro,
così che solo a toccarlo coi denti, si compie evidentemente un’offesa
che è la più grave, imperdonabile, il delitto dei delitti.
Quando il canotto ebbe toccato la riva, il lupetto vi giaceva dentro,
gemente e inerte, aspettando che Castoro Grigio manifestasse la sua
volontà; e per volere di Castoro Grigio, egli fu gettato a terra, senza
riguardo alcuno per le ferite strazianti.
Egli strisciò tremando; Lip-Lip, che era presente e aveva seguito gli
avvenimenti, gli si precipitò addosso, e vedendolo così debole, gli
affondò le zanne nella carne.
Zanna Bianca non era in condizioni di difendersi e l’avrebbe passata
brutta se Castoro Grigio non avesse tolto di mezzo Lip-Lip lanciandolo
con una solida pedata a conveniente distanza.
Così l’animale uomo manifestava la sua giustizia; il lupetto, pur
essendo in uno stato pietoso, sentì un fremito di riconoscenza.
Alle calcagna di Castoro Grigio, egli seguì il padrone sino alla tenda
di lui, attraversò l’accampamento, zoppicando con sottomissione.
Così aveva appreso che il diritto al castigo è una prerogativa che gli
dei riservano a se stessi, negandola ad ogni essere inferiore.
Durante la notte che seguì, mentre i cani riposavano nell’accampamento,
Zanna Bianca si ricordò di sua madre, e soffrì pensando a lei, e si
lamentò a voce un po’ troppo alta, facendo svegliare Castoro Grigio,
che lo picchiò.
Dopo, pianse più sommessamente, quando gli dei potevano udirlo, ma
talvolta, vagolando solo fra i margini della foresta, egli dava sfogo
al suo dolore, e gridava a voce altissima, gemendo e chiamando la
mamma.
Durante il periodo dello vita che seguì, avrebbe potuto, valendosi
della sua libertà, di cui godeva ancora, cedere al ricordo della
caverna e del torrente e ritornare nel Wild; ma la memoria di sua
madre era più forte di ogni altro ricordo; ed egli pensava che
siccome le cacce degli animali uomini, se ora trascinavano costoro
fuori dell’accampamento, ve li riconducevano poi, poteva darsi che
essa ritornasse un giorno. E rimaneva in ischiavitù sospirando e
aspettandola.
Quella schiavitù non era però tutta incresciosa, giacchè il lupetto
seguitava a interessarsi di molte cose, e accadeva sempre qualche
avvenimento imprevisto, essendo infinite le azioni strane alle quali
gli animali uomini s’abbandonavano.
Intanto egli imparava come conveniva comportarsi con Castoro Grigio
e come, in cambio dell’obbedienza assoluta e della sottomissione in
tutto, quali erano richieste, egli potesse sfuggire ai colpi, e vivere
discretamente.
Inoltre Castoro Grigio gli dava talvolta un pezzetto di carne: mentre
Zanna Bianca mangiava la carne, egli lo difendeva contro gli altri
cani. Quel pezzetto di carne assumeva, agli occhi di Zanna Bianca, un
valore molto superiore a una dozzina di pezzi simili, ricevuti dalle
mani delle donne. Era strano, ma era così.
Castoro Grigio non lo accarezzava mai, eppure, (effetto del peso di
quella mano o del suo potere soprannaturale o di altre cause che il
lupetto non riusciva a distinguere) era innegabile che un certo vincolo
d’affetto si veniva costituendo fra Zanna Bianca e il suo rude signore.
Subdolamente, con mezzi segreti, come a furia di colpi di pietra
volanti, di colpi di bastone e di mano, le maglie della catena del
lupetto si venivano ribadendo attorno a lui.
Quelle attitudini proprie della razza, che gli avevano permesso da
principio, di adattarsi al focolare dell’uomo, erano perfettibili e si
svilupparono nella vita del campo tra le miserie caratteristiche di
quella vita, e col tempo gli divennero segretamente care. Ma ora era
preoccupato soprattutto dal ricordo doloroso di aver perduto Kisce,
dalla speranza che ella sarebbe ritornata, e dal desiderio ardente
di riacquistare, un giorno, quella libertà di vita che prima aveva
vissuto.
XI.
IL PARIA.
Lip-Lip seguitava ad abbuiare i giorni di Zanna Bianca: il quale,
perciò, divenne più malvagio e feroce che non fosse di natura. Egli
acquistò persino fra gli animali uomini, una pessima fama.
Se c’era, in qualche parte dell’accampamento, scompiglio e fracasso,
se risuonavano grida di battaglia, o se una donna si lagnava d’essere
stata derubata d’un pezzo di carne, si poteva esser sicuri che Zanna
Bianca non era estraneo al fatto.
Gli animali uomini non si preoccupavano di ricercar le cause della sua
condotta, giudicavano dagli effetti, che erano pessimi.
Egli era considerato da tutti come un perfido ladro, un malcreato che
non pensava ad altro che a far del male: un perturbatore incallito.
Mentre egli guardava con aria sorniona, sempre pronto a fuggire sotto
un’eventuale gragnuola di sassi, le donne, irritate, non cessavano di
ripetergli che era un lupo, destinato a una brutta fine.
Così fu come bandito dalla gente dell’accampamento. Tutti i cagnoli
si comportavano con lui come faceva Lip-Lip, e univano le loro
persecuzioni a quelle del nemico. Forse sentivano oscuramente la
diversità originaria che lo separava da essi, la sua nascita nella
foresta, e cedevano a quella inimicizia istintiva che il cane domestico
sente per il lupo.
Comunque sia, dichiaratisi nemici di Zanna Bianca, rimasero tali
d’allora; i loro sentimenti non si modificarono.
Gli uni dopo l’altro, conobbero il morso dei suoi denti, giacchè egli
dava più che non ricevesse; in combattimento era sempre vincitore. Ma i
suoi avversarî gli rifiutavano più che potevano quel genere di scontro;
appena egli attaccava la lotta con uno di essi, ecco tutti gli altri
cagnoli accorrere e slanciarglisi addosso.
Dalla necessità di tener testa a quella unione contro di lui, Zanna
Bianca trasse utili insegnamenti; apprese come bisognasse comportarsi
per resistere a una massa di assalitori, facendo, nello stesso tempo, a
ciascun avversario, il massimo danno nel tempo più breve.
Rimanere diritto sulle zampe fra i nemici, era questione di vita o di
morie, ed egli si ficcò bene in mente questa idea, e perciò si faceva
piccino piccino, come un gatto. Poteva darsi che i cani lo urtassero di
dietro o di fianco, con tutta la forza dei loro corpi pesanti; allora,
sia che fosse lanciato in aria, sia che si lasciasse andare al suolo,
si ritrovava sempre in piedi, solidamente piantato sulla madre terra.
È costume dei cani, quando combattono, di rizzare il pelo della schiena
e irrigidir le zampe; ora, Zanna Bianca imparò che era necessario
mettere da parte ogni sorta di preamboli del genere, giacchè bastava
un piccolo indugio nell’assalire, per vedersi addosso tutta la muta dei
cani.
S’astenne perciò dal dare avviso, in qualunque modo: piombava dritto
sul nemico senza lasciargli il tempo di mettersi in guardia, lo
mordeva, lo lacerava, lo straziava, in un batter d’occhio; cosicchè il
cane si trovava già malconcio, con le spalle lacerate e le orecchie
tagliuzzate, ridotte a fettucce, prima di sapere che cosa fosse
accaduto.
Il cane che veniva così sorpreso, era facilmente atterrato, e un
cane rovesciato a terra, espone fatalmente all’avversario la parte
inferiore, delicata, del collo, cioè il punto vulnerabile, colpendo il
quale si può dar la morte.
Era un metodo che generazioni intere di lupi cacciatori avevano
tramandato a Zanna Bianca. Non avendo però compiuto il suo sviluppo,
Zanna Bianca non aveva ancora zanne abbastanza lunghe e forti per
poter riuscire pienamente in quel genere di attacco; ma molti cagnoli
erano ritornati sul campo col collo profondamente lacerato e mezzo
squarciato. Cosicchè un giorno, attaccatosi a uno dei nemici, al
margine del bosco, lo mise con le zampe in aria, lo trascinò sul suolo,
e recidendogli la grossa vena del collo lo uccise.
Avvenne, quella sera, un grande scompiglio nell’accampamento. Zanna
Bianca era stato visto; il misfatto riferito al padrone del cane morto.
Le donne ricordarono i vari ladronecci di carne, e Castoro Grigio fu
attorniato da un coro di voci furiose.
Ma questi proibì assolutamente l’ingresso nella sua tenda, dove aveva
messo al riparo Zanna Bianca, e rifiutò a tutti e contro tutti il
castigo del colpevole.
Così Zanna Bianca fu odiato dai cani e dagli uomini e durante il tempo
del suo sviluppo, non ebbe un momento di sicurezza; era minacciato
dalla mano degli uni e dalle zanne degli altri, accolto dai ringhi dei
suoi affini, dalle maledizioni e dalle sassate degli dei.
E con lo sguardo che scrutava sempre l’orizzonte intorno, stava
continuamente all’erta, pronto all’offesa e alla difesa, a balzare
avanti facendo scintillare il bianco dei denti, a saltare indietro
ringhiando.
Quand’egli ringhiava e brontolava, non c’era cane dell’accampamento,
giovane o vecchio che fosse, il quale potesse stargli a paro; quei
ringhi e brontolii esprimevano tutto quanto può essere di crudele, di
cattivo e di orribile. Con quel naso continuamente contratto, con quei
peli che gli si rizzavano a ondate successive, con la lingua che egli
mostrava e ritirava al pari di un serpente; con le orecchie distese,
le pupille scintillanti di odio, le labbra rivoltate e gli uncini delle
zanne scoperti, pareva talmente diabolico, che poteva fare assegnamento
sulla sorpresa dell’assalitore, chiunque fosse, il quale si fermava di
colpo.
Di quella fermata, egli sapeva, s’intende, approfittar bene; senza dire
che spesso quell’incertezza si mutava in ispavento dei cani persino
grossi, i quali finivano col darsela a gambe.
Tutta la muta dei cagnoli era ritenuta responsabile da lui delle
singole persecuzioni cui era soggetto; e poichè non lo avevano ammesso
nella loro compagnia, nè gli permettevano di correre insieme con
loro, Zanna Bianca, in cambio, non permetteva ad alcuno di essi, di
allontanarsi dagli altri compagni.
Tranne Lip-Lip, tutti gli altri erano costretti a rimanersene attaccati
gli uni agli altri, per potersi, all’occorrenza, difendere insieme
dall’implacabile nemico che si erano procurati.
Un cagnuolo incontrato solo, fuori dell’accampamento, era considerato
da Zanna Bianca come un cagnolo bell’e spacciato, e se riusciva a
scappare, a stento, era inseguito da Zanna Bianca sino in mezzo alle
tende e costretto a urlare dal terrore e a scompigliare bestie e gente.
Il lupetto finì col dar l’assalto ai cani giovani persino quando li
trovava riuniti; allora, appena il branco gli piombava incontro, egli
si dava alla fuga, e distanziava senza sforzo gli avversarî; ma se uno
di questi, nella foga della corsa, oltrepassava gli altri inseguitori,
Zanna Bianca si voltava bruscamente e gli dava il fatto suo, poi
fuggiva nuovamente.
Lo stratagemma otteneva sempre buon esito, perchè i cagnoli si
lasciavano sempre trasportare dalla foga, mentre egli rimaneva sempre
padrone di sè.
Quella guerriglia non aveva nè fine, nè tregua; era diventato per i
cagnoli, una specie di divertimento mortale.
Zanna Bianca, che conosceva meglio di loro il Wild, si prendeva il
gusto di trascinarli attraverso i boschi vicini all’accampamento, dove
finivano con lo smarrirsi ed abbandonarsi a lui, con gridi di richiamo,
mentre egli correva, silenzioso, a passi vellutati, come un’ombra
mobile fra gli alberi, al modo di suo padre e di sua madre.
Altro tiro favorito era quello di far perdere le sue tracce ai cagnoli
attraverso qualche corso d’acqua; giunto sull’altra riva, egli si
stendeva tranquillamente sotto un cespuglio e si divertiva ad ascoltare
i gridi di delusione che ne seguivano.
In quelle condizioni di ostilità continua, verso gli altri esseri
viventi, a furia di assalire ed essere assalito, rimanendo sempre
indomabile, lo sviluppo di Zanna Bianca fu rapido e unilaterale. Da
quello stato d’animo, non potevano sorgere certo fiori d’affetto e di
bontà, sentimenti dei quali il lupetto non aveva l’ombra.
Il codice che gli era stato insegnato imponeva l’obbedienza al forte e
l’oppressione del debole; Castoro Grigio, per esempio, era un Dio e un
forte; quindi Zanna Bianca gli ubbidiva; ma i cani più giovani di lui,
o meno robusti, erano dei deboli, cioè una cosa buona a distruggere. La
sua educazione tendeva al culto del potere.
Egli diveniva più vivace nei movimenti rispetto agli altri cani
dell’accampamento, più rapido nella corsa, più svelto, con muscoli e
nervi di ferro, più resistente, più crudele, più feroce e mortale, più
scaltro e più intelligente.
Ed era necessario che così fosse, affinchè egli potesse resistere e
vivere in quell’ambiente ostile che lo circondava.
XII.
L’ORMA DEGLI DEI.
Verso la fine dell’anno, quando i giorni divennero più brevi e l’aria
pungente, Zanna Bianca vide che era venuta l’occasione favorevole,
tante volte cercata, di riacquistare la libertà. C’era, da parecchi
giorni, un grande scompiglio nell’accampamento; le tende erano state
smontate e la tribù, con armi e bagagli, s’accingeva a cercare un
terreno più favorevole alla caccia.
Zanna Bianca, che osservava con occhi accesi, quella confusione
insolita, quando vide le tende abbattute e coricate, comprese il perchè
di quell’affaccendamento.
Già un certo numero di canotti s’era allontanato dalla riva, e qualcuno
era scomparso alla svolta del fiume, quando, deliberatamente, il lupo
rimase indietro e, colto il momento favorevole, scivolò fuori del
campo e si ficcò nel bosco. Per far perdere le sue tracce, entrò nel
fiume dove si incominciava a formare una crosta di ghiaccio; poi, dopo
averne, per un po’, seguita la sponda navigando, si nascose in un folto
cespuglio ed attese.
Passò quelle ore, facendo un sonnellino, e dormiva, allorchè fu
svegliato dalla voce di Castoro Grigio che lo chiamava per nome. Altre
voci si unirono a quelle del padrone, che partecipava alla ricerca, e
quella di Mit-Sak, il figlio di Castoro Grigio.
Zanna Bianca tremava dalla paura; ma sebbene un impulso interiore lo
spingesse ad uscire dal nascondiglio, non si mosse.
In breve, le voci si persero lontano, e, dopo un’attesa di parecchie
ore, il lupetto strisciò dal cespuglio, per godersi liberamente il
successo dell’impresa.
Incominciò a giocare e sgambettare attorno agli alberi, ma, poichè si
faceva buio, egli ebbe ad un tratto coscienza della sua solitudine.
Si accovacciò e incominciò a riflettere, ascoltando il vasto silenzio
della foresta. Si sentiva agitato da un turbamento ignoto; sentiva
attorno a sè, dovunque, da tutte le parti, il pericolo di una insidia
nell’ombra nera, fra i tronchi degli alberi enormi.
E sentiva anche il freddo; lì non c’erano i cantucci caldi d’una
tenda dove rifugiarsi. Quel freddo gli saliva per le zampe, ed egli
si sforzava di evitarlo, sollevando or l’una or l’altra zampa, oppure
coprendole con la sua ampia e folta coda.
Passò nella sua mente tutta una serie di immagini che vi erano
rimaste impresse; egli rivedeva il campo con le tende, ed il chiarore
dei fuochi, udiva la voce stridula delle donne, le voci profonde e
brontolone degli uomini e gli abbaiamenti dei cani.
Aveva fame, e ricordava i buoni bocconi di carne e di pesce che
gli venivano gettati; lì non c’era carne, non c’era altro che
l’inesprimibile e minaccioso silenzio.
La schiavitù lo aveva reso molle; perso il senso di responsabilità,
egli si era indebolito e non sapeva più come comportarsi. Il silenzio
e l’immobilità che avevano preso il posto della vita solita, lo
stringevano, ed egli si era paralizzato: che sarebbe accaduto?
Rabbrividì: qualche cosa di formidabile e di colossale gli attraversava
la visuale. Era l’ombra di un albero, proiettata dalla luna la cui
faccia si era liberata dalle nuvole che la velavano. Egli si rassicurò
e gemette sommessamente; poi tacque, temendo di svegliare l’attenzione
del pericolo, in agguato attorno a lui.
Ristretto dal freddo notturno, un altro albero fece udire uno
scricchiolìo violento, proprio sulla testa del lupetto, che guaì dallo
spavento e fu preso da folle pànico, dandosi alla fuga, con tutte le
sue forze, verso l’accampamento. Egli sentiva l’irresistibile bisogno
della protezione e della compagnia dell’uomo; aveva nelle narici
l’odore del fumo dei fuochi e negli orecchi il ronzìo dei gridi e suoni
a lui familiari, ormai.
Uscì infine dalla foresta, da quell’oscurità, da quelle ombre, e giunse
a un terreno scoperto, inondato dal lume della luna. Cercò invano con
lo sguardo il campo; aveva dimenticato che l’accampamento era stato
tolto. E si fermò di botto. Dove andare, ora?
Errò, lamentosamente, solo e abbandonato, sul posto deserto dove
sorgevano prima le tende, annusando i cumuli di rifiuti e i detriti
lasciati dagli dei. Come avrebbe avuto piacere, ora, di una pioggia di
sassi lanciatigli addosso da qualche donna irritata, come sarebbe stato
contento se la pesante mano di Castoro Grigio si fosse abbattuta a
colpirlo! Avrebbe accolto bene perfino Lip-Lip e, con lui, i ringhi di
tutta la turba dei cani.
Giunse, così, al posto dov’era la tenda di Castoro Grigio e, nel bel
mezzo del suolo, s’accasciò puntando il naso verso la luna. Fra gli
spasimi che gli contraevano la gola, egli spalancò la bocca ed emise un
ululato che gli sgorgava proprio dal cuore affranto, ed esprimeva la
solitudine e lo spavento del lupetto, il dolore d’aver perduto Kisce,
tutte le miserie e tutte le pene del passato, e la preoccupazione dei
pericoli futuri.
Fu, per la prima volta, un lungo e lugubre ululato di lupo, lanciato
con tutta la forza della gola.
L’apparire dell’alba fece svanire parte di quei timori, ma accrebbe il
senso della solitudine in lui, con lo spettacolo della terra nuda che
gli si stendeva intorno.
Allora egli prese una risoluzione: s’inoltrò nuovamente nella foresta
e, seguendo la riva del fiume, incominciò a discenderne il corso.
Corse tutto quel giorno, senza riposare; il suo corpo di ferro non
conosceva stanchezza, e pareva fatto per correre sempre; una resistenza
ereditaria rendeva possibile al lupetto uno sforzo illimitato, e gli
permetteva di imporre alla sua carne, anche straziata, di proseguire
avanti a qualunque costo.
Dove il fiume s’ingolfava tra rupi scoscese, egli le seguiva per toccar
la cima: attraversò a guado o nuotando, gli affluenti che incontrava,
torrenti e ruscelli; spesso si arrischiò a seguire il ghiaccio che
cominciava a formarsi all’orlo delle rive.
Talvolta era costretto ad andare contro corrente, e lottare per non
essere travolto; ma procedeva col pensiero fisso sulle orme degli dei;
egli temeva soltanto che essi avessero abbandonato le rive del fiume
per inoltrarsi nelle terre.
Zanna Bianca era di una intelligenza superiore alla media, della sua
razza; pure non aveva la mente così sviluppata da pensare se fosse il
caso di passare all’altra riva del Makenzie. E se l’orma degli dei
fosse passata dall’altra parte? Il lupetto non pensò neppure per un
momento a questa ipotesi.
Col tempo, quando ebbe viaggiato di più pel mondo, quando ebbe
acquistata maggiore età ed esperienza, e conosciuto altre tracce
ed altri fiumi, quella probabilità, ripensandoci, gli fu causa di
turbamento.
Ora egli andava alla cieca, avendo presente solo la sponda del Makenzie
nella quale si trovava.
Proseguì, tutta la notte, correndo, intoppando, al buio, in ostacoli
che gli rallentavano la corsa ma non lo facevano fermare.
Verso la metà del secondo giorno, per quanto fosse resistente, il suo
corpo incominciò a piegarsi; solo la volontà lo sosteneva.
Egli correva da trenta ore e non mangiava da quaranta, perciò si
sentiva indebolito. I tuffi ripetuti nell’acqua ghiaccia, avevano
offuscato, come un vecchio feltro, il suo splendido pelo. I larghi
cuscinetti delle zampe erano malconci e sanguinanti tanto che
zoppicava, e seguitava a zoppicare sempre più. Per colmo di disgrazia,
il cielo si abbuiò e, ad un tratto, cominciò a nevicare, a venir giù un
nevischio molle e pungente insieme, che gli scivolava sotto i piedi e
gli nascondeva la vista del paese che attraversava. Così il suo cammino
fu ritardato.
Castoro Grigio aveva deciso di accampare, quella notte, sulla riva
opposta del Makenzie, ma, un po’ prima di notte, un alce, andato a bere
nel fiume lungo la stessa sponda seguita da Zanna Bianca, era stato
scorto dalla moglie di Castoro Grigio, Kloo-Kooch.
Se la bestia non fosse andata a bere, se Mit-Sak non avesse guardato,
seguendo la terra, a causa della neve, se Kloo-Kooch non avesse visto
l’animale, e se Castoro Grigio non l’avesse ammazzato con un buon colpo
di fucile, i fatti che seguono avrebbero preso un’altra piega.
Il lupetto, non trovando l’Indiano, sarebbe passato oltre, e si sarebbe
allontanato per finire morto, o per ritrovare il cammino dei suoi
fratelli selvaggi e ridiventare uno dei loro, cioè un lupo, sino alla
fine dei suoi giorni.
Era notte fatta; la neve cadeva fitta, e Zanna Bianca si lamentava,
sottovoce, vacillando e zoppicando sempre più, quando incontrò sul
suolo bianco, un’orma fresca, così fresca, che non era possibile
dubitare della sua origine. Rianimatosi, egli la seguì, lungo la sponda
del fiume, sino in mezzo agli alberi. Poco dopo udì i rumori del campo
e vide i bagliori del fuoco, Kloo-Kooch affaccendata a cucinare, e
Castoro Grigio che, accosciato, mordeva un gran pezzo di sego crudo.
C’era della carne fresca nel campo! Il lupetto si aspettava delle
botte: pensando a questa ipotesi, si acquattò, rizzando appena il pelo,
poi proseguì.
Egli temeva e odiava il castigo a cui andava incontro, ma sapeva anche
che lo attendeva il piacere del fuoco, e la protezione degli dei e la
compagnia dei cani; una società di nemici, senza dubbio, ma comunque,
una compagnia della quale sentiva un gran bisogno.
Egli avanzò, dunque, rattratto in sè, facendo degl’inchini col capo,
trascinandosi sul ventre, sino alla luce del focolare.
Castoro Grigio lo scorse, e smise di masticare il sego. Zanna Bianca
gli strisciò incontro a testa bassa, in tutta l’abbiezione della
vergogna e della sottomissione. Ad ogni pollice di terreno che egli
superava, il suo ventre diventava più lento e penoso.
Finalmente egli si distese ai piedi del padrone, e gli si abbandonò
corpo ed anima, essendo andato volontariamente a sedersi, a cedere la
sua libertà.
Il lupetto tremava, aspettando il castigo che stava per piombare
infallibilmente su di lui. Ad un movimento che la mano di Castoro
Grigio gli fece sul capo, egli si chinò con un gesto istintivo; ma il
colpo non venne. Allora si arrischiò a sollevare lo sguardo. Castoro
Grigio divideva in due parti il pezzo di sego! Castoro Grigio gli
offriva uno dei due pezzi! Con molta dolcezza e una certa diffidenza,
egli prima annusò, poi mangiò il sego.
Castoro Grigio ordinò che gli dessero della carne, e mentre il lupetto
mangiava, lo protesse contro gli altri cani.
Mangiato che ebbe, Zanna Bianca si distese ai piedi di Castoro Grigio,
guardando amorosamente il fuoco che lo riscaldava, ammiccando cogli
occhi sonnolenti, certo che ormai per l’avvenire non si sarebbe trovato
randagio e abbandonato nella nera foresta, ma in compagnia degli
animali uomini, e a fianco a fianco con gli dei ai quali si era dato.
XIII.
IL PATTO.
Alla fine di dicembre, Castoro Grigio intraprese un viaggio sul
ghiaccio del fiume Makenzie, accompagnato da Mit-Sak e da Kloo-Kooch.
Egli prese la guida, per sè e per sua moglie, di una prima slitta
tirata da grossi cani. Una seconda slitta, più piccola, fu affidata a
Mit-Sak: a questa slitta furono attaccati i cagnuoli. Questa slitta che
poteva considerarsi come una specie di balocco, formava la letizia di
Mit-Sak, che entrava così nel gioco della vita, ed era orgoglioso della
sua parte.
A sua volta, egli imparò a guidare i cani e a raddrizzarli. Certo è
che la piccola slitta era in certo qual modo utile anch’essa, perchè
trasportava più di duecento libbre di bagaglio e di vitto.
Il lupetto, che aveva già visto i cani dell’accampamento lavorare
sotto i finimenti, non si spaventò molto quando lo legarono al tiro,
la prima volta. Gl’infilarono al collo un collare imbottito di musco,
e congiunto per mezzo di due corde a una correggia incrociata sul petto
e sulla schiena, correggia alla quale era attaccata una lunga corda che
serviva a tirare la slitta.