Zanna Bianca non rinnovò l’attacco; aveva imparato un’altra lezione

dalla sua schiavitù. Giammai, qualunque sia l’occasione, si deve

mordere il dio che è vostro signore e padrone; il suo corpo è sacro,

così che solo a toccarlo coi denti, si compie evidentemente un’offesa

che è la più grave, imperdonabile, il delitto dei delitti.

Quando il canotto ebbe toccato la riva, il lupetto vi giaceva dentro,

gemente e inerte, aspettando che Castoro Grigio manifestasse la sua

volontà; e per volere di Castoro Grigio, egli fu gettato a terra, senza

riguardo alcuno per le ferite strazianti.

Egli strisciò tremando; Lip-Lip, che era presente e aveva seguito gli

avvenimenti, gli si precipitò addosso, e vedendolo così debole, gli

affondò le zanne nella carne.

Zanna Bianca non era in condizioni di difendersi e l’avrebbe passata

brutta se Castoro Grigio non avesse tolto di mezzo Lip-Lip lanciandolo

con una solida pedata a conveniente distanza.

Così l’animale uomo manifestava la sua giustizia; il lupetto, pur

essendo in uno stato pietoso, sentì un fremito di riconoscenza.

Alle calcagna di Castoro Grigio, egli seguì il padrone sino alla tenda

di lui, attraversò l’accampamento, zoppicando con sottomissione.

Così aveva appreso che il diritto al castigo è una prerogativa che gli

dei riservano a se stessi, negandola ad ogni essere inferiore.

Durante la notte che seguì, mentre i cani riposavano nell’accampamento,

Zanna Bianca si ricordò di sua madre, e soffrì pensando a lei, e si

lamentò a voce un po’ troppo alta, facendo svegliare Castoro Grigio,

che lo picchiò.

Dopo, pianse più sommessamente, quando gli dei potevano udirlo, ma

talvolta, vagolando solo fra i margini della foresta, egli dava sfogo

al suo dolore, e gridava a voce altissima, gemendo e chiamando la

mamma.

Durante il periodo dello vita che seguì, avrebbe potuto, valendosi

della sua libertà, di cui godeva ancora, cedere al ricordo della

caverna e del torrente e ritornare nel Wild; ma la memoria di sua

madre era più forte di ogni altro ricordo; ed egli pensava che

siccome le cacce degli animali uomini, se ora trascinavano costoro

fuori dell’accampamento, ve li riconducevano poi, poteva darsi che

essa ritornasse un giorno. E rimaneva in ischiavitù sospirando e

aspettandola.

Quella schiavitù non era però tutta incresciosa, giacchè il lupetto

seguitava a interessarsi di molte cose, e accadeva sempre qualche

avvenimento imprevisto, essendo infinite le azioni strane alle quali

gli animali uomini s’abbandonavano.

Intanto egli imparava come conveniva comportarsi con Castoro Grigio

e come, in cambio dell’obbedienza assoluta e della sottomissione in

tutto, quali erano richieste, egli potesse sfuggire ai colpi, e vivere

discretamente.

Inoltre Castoro Grigio gli dava talvolta un pezzetto di carne: mentre

Zanna Bianca mangiava la carne, egli lo difendeva contro gli altri

cani. Quel pezzetto di carne assumeva, agli occhi di Zanna Bianca, un

valore molto superiore a una dozzina di pezzi simili, ricevuti dalle

mani delle donne. Era strano, ma era così.

Castoro Grigio non lo accarezzava mai, eppure, (effetto del peso di

quella mano o del suo potere soprannaturale o di altre cause che il

lupetto non riusciva a distinguere) era innegabile che un certo vincolo

d’affetto si veniva costituendo fra Zanna Bianca e il suo rude signore.

Subdolamente, con mezzi segreti, come a furia di colpi di pietra

volanti, di colpi di bastone e di mano, le maglie della catena del

lupetto si venivano ribadendo attorno a lui.

Quelle attitudini proprie della razza, che gli avevano permesso da

principio, di adattarsi al focolare dell’uomo, erano perfettibili e si

svilupparono nella vita del campo tra le miserie caratteristiche di

quella vita, e col tempo gli divennero segretamente care. Ma ora era

preoccupato soprattutto dal ricordo doloroso di aver perduto Kisce,

dalla speranza che ella sarebbe ritornata, e dal desiderio ardente

di riacquistare, un giorno, quella libertà di vita che prima aveva

vissuto.

XI.

IL PARIA.

Lip-Lip seguitava ad abbuiare i giorni di Zanna Bianca: il quale,

perciò, divenne più malvagio e feroce che non fosse di natura. Egli

acquistò persino fra gli animali uomini, una pessima fama.

Se c’era, in qualche parte dell’accampamento, scompiglio e fracasso,

se risuonavano grida di battaglia, o se una donna si lagnava d’essere

stata derubata d’un pezzo di carne, si poteva esser sicuri che Zanna

Bianca non era estraneo al fatto.

Gli animali uomini non si preoccupavano di ricercar le cause della sua

condotta, giudicavano dagli effetti, che erano pessimi.

Egli era considerato da tutti come un perfido ladro, un malcreato che

non pensava ad altro che a far del male: un perturbatore incallito.

Mentre egli guardava con aria sorniona, sempre pronto a fuggire sotto

un’eventuale gragnuola di sassi, le donne, irritate, non cessavano di

ripetergli che era un lupo, destinato a una brutta fine.

Così fu come bandito dalla gente dell’accampamento. Tutti i cagnoli

si comportavano con lui come faceva Lip-Lip, e univano le loro

persecuzioni a quelle del nemico. Forse sentivano oscuramente la

diversità originaria che lo separava da essi, la sua nascita nella

foresta, e cedevano a quella inimicizia istintiva che il cane domestico

sente per il lupo.

Comunque sia, dichiaratisi nemici di Zanna Bianca, rimasero tali

d’allora; i loro sentimenti non si modificarono.

Gli uni dopo l’altro, conobbero il morso dei suoi denti, giacchè egli

dava più che non ricevesse; in combattimento era sempre vincitore. Ma i

suoi avversarî gli rifiutavano più che potevano quel genere di scontro;

appena egli attaccava la lotta con uno di essi, ecco tutti gli altri

cagnoli accorrere e slanciarglisi addosso.

Dalla necessità di tener testa a quella unione contro di lui, Zanna

Bianca trasse utili insegnamenti; apprese come bisognasse comportarsi

per resistere a una massa di assalitori, facendo, nello stesso tempo, a

ciascun avversario, il massimo danno nel tempo più breve.

Rimanere diritto sulle zampe fra i nemici, era questione di vita o di

morie, ed egli si ficcò bene in mente questa idea, e perciò si faceva

piccino piccino, come un gatto. Poteva darsi che i cani lo urtassero di

dietro o di fianco, con tutta la forza dei loro corpi pesanti; allora,

sia che fosse lanciato in aria, sia che si lasciasse andare al suolo,

si ritrovava sempre in piedi, solidamente piantato sulla madre terra.

È costume dei cani, quando combattono, di rizzare il pelo della schiena

e irrigidir le zampe; ora, Zanna Bianca imparò che era necessario

mettere da parte ogni sorta di preamboli del genere, giacchè bastava

un piccolo indugio nell’assalire, per vedersi addosso tutta la muta dei

cani.

S’astenne perciò dal dare avviso, in qualunque modo: piombava dritto

sul nemico senza lasciargli il tempo di mettersi in guardia, lo

mordeva, lo lacerava, lo straziava, in un batter d’occhio; cosicchè il

cane si trovava già malconcio, con le spalle lacerate e le orecchie

tagliuzzate, ridotte a fettucce, prima di sapere che cosa fosse

accaduto.

Il cane che veniva così sorpreso, era facilmente atterrato, e un

cane rovesciato a terra, espone fatalmente all’avversario la parte

inferiore, delicata, del collo, cioè il punto vulnerabile, colpendo il

quale si può dar la morte.

Era un metodo che generazioni intere di lupi cacciatori avevano

tramandato a Zanna Bianca. Non avendo però compiuto il suo sviluppo,

Zanna Bianca non aveva ancora zanne abbastanza lunghe e forti per

poter riuscire pienamente in quel genere di attacco; ma molti cagnoli

erano ritornati sul campo col collo profondamente lacerato e mezzo

squarciato. Cosicchè un giorno, attaccatosi a uno dei nemici, al

margine del bosco, lo mise con le zampe in aria, lo trascinò sul suolo,

e recidendogli la grossa vena del collo lo uccise.

Avvenne, quella sera, un grande scompiglio nell’accampamento. Zanna

Bianca era stato visto; il misfatto riferito al padrone del cane morto.

Le donne ricordarono i vari ladronecci di carne, e Castoro Grigio fu

attorniato da un coro di voci furiose.

Ma questi proibì assolutamente l’ingresso nella sua tenda, dove aveva

messo al riparo Zanna Bianca, e rifiutò a tutti e contro tutti il

castigo del colpevole.

Così Zanna Bianca fu odiato dai cani e dagli uomini e durante il tempo

del suo sviluppo, non ebbe un momento di sicurezza; era minacciato

dalla mano degli uni e dalle zanne degli altri, accolto dai ringhi dei

suoi affini, dalle maledizioni e dalle sassate degli dei.

E con lo sguardo che scrutava sempre l’orizzonte intorno, stava

continuamente all’erta, pronto all’offesa e alla difesa, a balzare

avanti facendo scintillare il bianco dei denti, a saltare indietro

ringhiando.

Quand’egli ringhiava e brontolava, non c’era cane dell’accampamento,

giovane o vecchio che fosse, il quale potesse stargli a paro; quei

ringhi e brontolii esprimevano tutto quanto può essere di crudele, di

cattivo e di orribile. Con quel naso continuamente contratto, con quei

peli che gli si rizzavano a ondate successive, con la lingua che egli

mostrava e ritirava al pari di un serpente; con le orecchie distese,

le pupille scintillanti di odio, le labbra rivoltate e gli uncini delle

zanne scoperti, pareva talmente diabolico, che poteva fare assegnamento

sulla sorpresa dell’assalitore, chiunque fosse, il quale si fermava di

colpo.

Di quella fermata, egli sapeva, s’intende, approfittar bene; senza dire

che spesso quell’incertezza si mutava in ispavento dei cani persino

grossi, i quali finivano col darsela a gambe.

Tutta la muta dei cagnoli era ritenuta responsabile da lui delle

singole persecuzioni cui era soggetto; e poichè non lo avevano ammesso

nella loro compagnia, nè gli permettevano di correre insieme con

loro, Zanna Bianca, in cambio, non permetteva ad alcuno di essi, di

allontanarsi dagli altri compagni.

Tranne Lip-Lip, tutti gli altri erano costretti a rimanersene attaccati

gli uni agli altri, per potersi, all’occorrenza, difendere insieme

dall’implacabile nemico che si erano procurati.

Un cagnuolo incontrato solo, fuori dell’accampamento, era considerato

da Zanna Bianca come un cagnolo bell’e spacciato, e se riusciva a

scappare, a stento, era inseguito da Zanna Bianca sino in mezzo alle

tende e costretto a urlare dal terrore e a scompigliare bestie e gente.

Il lupetto finì col dar l’assalto ai cani giovani persino quando li

trovava riuniti; allora, appena il branco gli piombava incontro, egli

si dava alla fuga, e distanziava senza sforzo gli avversarî; ma se uno

di questi, nella foga della corsa, oltrepassava gli altri inseguitori,

Zanna Bianca si voltava bruscamente e gli dava il fatto suo, poi

fuggiva nuovamente.

Lo stratagemma otteneva sempre buon esito, perchè i cagnoli si

lasciavano sempre trasportare dalla foga, mentre egli rimaneva sempre

padrone di sè.

Quella guerriglia non aveva nè fine, nè tregua; era diventato per i

cagnoli, una specie di divertimento mortale.

Zanna Bianca, che conosceva meglio di loro il Wild, si prendeva il

gusto di trascinarli attraverso i boschi vicini all’accampamento, dove

finivano con lo smarrirsi ed abbandonarsi a lui, con gridi di richiamo,

mentre egli correva, silenzioso, a passi vellutati, come un’ombra

mobile fra gli alberi, al modo di suo padre e di sua madre.

Altro tiro favorito era quello di far perdere le sue tracce ai cagnoli

attraverso qualche corso d’acqua; giunto sull’altra riva, egli si

stendeva tranquillamente sotto un cespuglio e si divertiva ad ascoltare

i gridi di delusione che ne seguivano.

In quelle condizioni di ostilità continua, verso gli altri esseri

viventi, a furia di assalire ed essere assalito, rimanendo sempre

indomabile, lo sviluppo di Zanna Bianca fu rapido e unilaterale. Da

quello stato d’animo, non potevano sorgere certo fiori d’affetto e di

bontà, sentimenti dei quali il lupetto non aveva l’ombra.

Il codice che gli era stato insegnato imponeva l’obbedienza al forte e

l’oppressione del debole; Castoro Grigio, per esempio, era un Dio e un

forte; quindi Zanna Bianca gli ubbidiva; ma i cani più giovani di lui,

o meno robusti, erano dei deboli, cioè una cosa buona a distruggere. La

sua educazione tendeva al culto del potere.

Egli diveniva più vivace nei movimenti rispetto agli altri cani

dell’accampamento, più rapido nella corsa, più svelto, con muscoli e

nervi di ferro, più resistente, più crudele, più feroce e mortale, più

scaltro e più intelligente.

Ed era necessario che così fosse, affinchè egli potesse resistere e

vivere in quell’ambiente ostile che lo circondava.

XII.

L’ORMA DEGLI DEI.

Verso la fine dell’anno, quando i giorni divennero più brevi e l’aria

pungente, Zanna Bianca vide che era venuta l’occasione favorevole,

tante volte cercata, di riacquistare la libertà. C’era, da parecchi

giorni, un grande scompiglio nell’accampamento; le tende erano state

smontate e la tribù, con armi e bagagli, s’accingeva a cercare un

terreno più favorevole alla caccia.

Zanna Bianca, che osservava con occhi accesi, quella confusione

insolita, quando vide le tende abbattute e coricate, comprese il perchè

di quell’affaccendamento.

Già un certo numero di canotti s’era allontanato dalla riva, e qualcuno

era scomparso alla svolta del fiume, quando, deliberatamente, il lupo

rimase indietro e, colto il momento favorevole, scivolò fuori del

campo e si ficcò nel bosco. Per far perdere le sue tracce, entrò nel

fiume dove si incominciava a formare una crosta di ghiaccio; poi, dopo

averne, per un po’, seguita la sponda navigando, si nascose in un folto

cespuglio ed attese.

Passò quelle ore, facendo un sonnellino, e dormiva, allorchè fu

svegliato dalla voce di Castoro Grigio che lo chiamava per nome. Altre

voci si unirono a quelle del padrone, che partecipava alla ricerca, e

quella di Mit-Sak, il figlio di Castoro Grigio.

Zanna Bianca tremava dalla paura; ma sebbene un impulso interiore lo

spingesse ad uscire dal nascondiglio, non si mosse.

In breve, le voci si persero lontano, e, dopo un’attesa di parecchie

ore, il lupetto strisciò dal cespuglio, per godersi liberamente il

successo dell’impresa.

Incominciò a giocare e sgambettare attorno agli alberi, ma, poichè si

faceva buio, egli ebbe ad un tratto coscienza della sua solitudine.

Si accovacciò e incominciò a riflettere, ascoltando il vasto silenzio

della foresta. Si sentiva agitato da un turbamento ignoto; sentiva

attorno a sè, dovunque, da tutte le parti, il pericolo di una insidia

nell’ombra nera, fra i tronchi degli alberi enormi.

E sentiva anche il freddo; lì non c’erano i cantucci caldi d’una

tenda dove rifugiarsi. Quel freddo gli saliva per le zampe, ed egli

si sforzava di evitarlo, sollevando or l’una or l’altra zampa, oppure

coprendole con la sua ampia e folta coda.

Passò nella sua mente tutta una serie di immagini che vi erano

rimaste impresse; egli rivedeva il campo con le tende, ed il chiarore

dei fuochi, udiva la voce stridula delle donne, le voci profonde e

brontolone degli uomini e gli abbaiamenti dei cani.

Aveva fame, e ricordava i buoni bocconi di carne e di pesce che

gli venivano gettati; lì non c’era carne, non c’era altro che

l’inesprimibile e minaccioso silenzio.

La schiavitù lo aveva reso molle; perso il senso di responsabilità,

egli si era indebolito e non sapeva più come comportarsi. Il silenzio

e l’immobilità che avevano preso il posto della vita solita, lo

stringevano, ed egli si era paralizzato: che sarebbe accaduto?

Rabbrividì: qualche cosa di formidabile e di colossale gli attraversava

la visuale. Era l’ombra di un albero, proiettata dalla luna la cui

faccia si era liberata dalle nuvole che la velavano. Egli si rassicurò

e gemette sommessamente; poi tacque, temendo di svegliare l’attenzione

del pericolo, in agguato attorno a lui.

Ristretto dal freddo notturno, un altro albero fece udire uno

scricchiolìo violento, proprio sulla testa del lupetto, che guaì dallo

spavento e fu preso da folle pànico, dandosi alla fuga, con tutte le

sue forze, verso l’accampamento. Egli sentiva l’irresistibile bisogno

della protezione e della compagnia dell’uomo; aveva nelle narici

l’odore del fumo dei fuochi e negli orecchi il ronzìo dei gridi e suoni

a lui familiari, ormai.

Uscì infine dalla foresta, da quell’oscurità, da quelle ombre, e giunse

a un terreno scoperto, inondato dal lume della luna. Cercò invano con

lo sguardo il campo; aveva dimenticato che l’accampamento era stato

tolto. E si fermò di botto. Dove andare, ora?

Errò, lamentosamente, solo e abbandonato, sul posto deserto dove

sorgevano prima le tende, annusando i cumuli di rifiuti e i detriti

lasciati dagli dei. Come avrebbe avuto piacere, ora, di una pioggia di

sassi lanciatigli addosso da qualche donna irritata, come sarebbe stato

contento se la pesante mano di Castoro Grigio si fosse abbattuta a

colpirlo! Avrebbe accolto bene perfino Lip-Lip e, con lui, i ringhi di

tutta la turba dei cani.

Giunse, così, al posto dov’era la tenda di Castoro Grigio e, nel bel

mezzo del suolo, s’accasciò puntando il naso verso la luna. Fra gli

spasimi che gli contraevano la gola, egli spalancò la bocca ed emise un

ululato che gli sgorgava proprio dal cuore affranto, ed esprimeva la

solitudine e lo spavento del lupetto, il dolore d’aver perduto Kisce,

tutte le miserie e tutte le pene del passato, e la preoccupazione dei

pericoli futuri.

Fu, per la prima volta, un lungo e lugubre ululato di lupo, lanciato

con tutta la forza della gola.

L’apparire dell’alba fece svanire parte di quei timori, ma accrebbe il

senso della solitudine in lui, con lo spettacolo della terra nuda che

gli si stendeva intorno.

Allora egli prese una risoluzione: s’inoltrò nuovamente nella foresta

e, seguendo la riva del fiume, incominciò a discenderne il corso.

Corse tutto quel giorno, senza riposare; il suo corpo di ferro non

conosceva stanchezza, e pareva fatto per correre sempre; una resistenza

ereditaria rendeva possibile al lupetto uno sforzo illimitato, e gli

permetteva di imporre alla sua carne, anche straziata, di proseguire

avanti a qualunque costo.

Dove il fiume s’ingolfava tra rupi scoscese, egli le seguiva per toccar

la cima: attraversò a guado o nuotando, gli affluenti che incontrava,

torrenti e ruscelli; spesso si arrischiò a seguire il ghiaccio che

cominciava a formarsi all’orlo delle rive.

Talvolta era costretto ad andare contro corrente, e lottare per non

essere travolto; ma procedeva col pensiero fisso sulle orme degli dei;

egli temeva soltanto che essi avessero abbandonato le rive del fiume

per inoltrarsi nelle terre.

Zanna Bianca era di una intelligenza superiore alla media, della sua

razza; pure non aveva la mente così sviluppata da pensare se fosse il

caso di passare all’altra riva del Makenzie. E se l’orma degli dei

fosse passata dall’altra parte? Il lupetto non pensò neppure per un

momento a questa ipotesi.

Col tempo, quando ebbe viaggiato di più pel mondo, quando ebbe

acquistata maggiore età ed esperienza, e conosciuto altre tracce

ed altri fiumi, quella probabilità, ripensandoci, gli fu causa di

turbamento.

Ora egli andava alla cieca, avendo presente solo la sponda del Makenzie

nella quale si trovava.

Proseguì, tutta la notte, correndo, intoppando, al buio, in ostacoli

che gli rallentavano la corsa ma non lo facevano fermare.

Verso la metà del secondo giorno, per quanto fosse resistente, il suo

corpo incominciò a piegarsi; solo la volontà lo sosteneva.

Egli correva da trenta ore e non mangiava da quaranta, perciò si

sentiva indebolito. I tuffi ripetuti nell’acqua ghiaccia, avevano

offuscato, come un vecchio feltro, il suo splendido pelo. I larghi

cuscinetti delle zampe erano malconci e sanguinanti tanto che

zoppicava, e seguitava a zoppicare sempre più. Per colmo di disgrazia,

il cielo si abbuiò e, ad un tratto, cominciò a nevicare, a venir giù un

nevischio molle e pungente insieme, che gli scivolava sotto i piedi e

gli nascondeva la vista del paese che attraversava. Così il suo cammino

fu ritardato.

Castoro Grigio aveva deciso di accampare, quella notte, sulla riva

opposta del Makenzie, ma, un po’ prima di notte, un alce, andato a bere

nel fiume lungo la stessa sponda seguita da Zanna Bianca, era stato

scorto dalla moglie di Castoro Grigio, Kloo-Kooch.

Se la bestia non fosse andata a bere, se Mit-Sak non avesse guardato,

seguendo la terra, a causa della neve, se Kloo-Kooch non avesse visto

l’animale, e se Castoro Grigio non l’avesse ammazzato con un buon colpo

di fucile, i fatti che seguono avrebbero preso un’altra piega.

Il lupetto, non trovando l’Indiano, sarebbe passato oltre, e si sarebbe

allontanato per finire morto, o per ritrovare il cammino dei suoi

fratelli selvaggi e ridiventare uno dei loro, cioè un lupo, sino alla

fine dei suoi giorni.

Era notte fatta; la neve cadeva fitta, e Zanna Bianca si lamentava,

sottovoce, vacillando e zoppicando sempre più, quando incontrò sul

suolo bianco, un’orma fresca, così fresca, che non era possibile

dubitare della sua origine. Rianimatosi, egli la seguì, lungo la sponda

del fiume, sino in mezzo agli alberi. Poco dopo udì i rumori del campo

e vide i bagliori del fuoco, Kloo-Kooch affaccendata a cucinare, e

Castoro Grigio che, accosciato, mordeva un gran pezzo di sego crudo.

C’era della carne fresca nel campo! Il lupetto si aspettava delle

botte: pensando a questa ipotesi, si acquattò, rizzando appena il pelo,

poi proseguì.

Egli temeva e odiava il castigo a cui andava incontro, ma sapeva anche

che lo attendeva il piacere del fuoco, e la protezione degli dei e la

compagnia dei cani; una società di nemici, senza dubbio, ma comunque,

una compagnia della quale sentiva un gran bisogno.

Egli avanzò, dunque, rattratto in sè, facendo degl’inchini col capo,

trascinandosi sul ventre, sino alla luce del focolare.

Castoro Grigio lo scorse, e smise di masticare il sego. Zanna Bianca

gli strisciò incontro a testa bassa, in tutta l’abbiezione della

vergogna e della sottomissione. Ad ogni pollice di terreno che egli

superava, il suo ventre diventava più lento e penoso.

Finalmente egli si distese ai piedi del padrone, e gli si abbandonò

corpo ed anima, essendo andato volontariamente a sedersi, a cedere la

sua libertà.

Il lupetto tremava, aspettando il castigo che stava per piombare

infallibilmente su di lui. Ad un movimento che la mano di Castoro

Grigio gli fece sul capo, egli si chinò con un gesto istintivo; ma il

colpo non venne. Allora si arrischiò a sollevare lo sguardo. Castoro

Grigio divideva in due parti il pezzo di sego! Castoro Grigio gli

offriva uno dei due pezzi! Con molta dolcezza e una certa diffidenza,

egli prima annusò, poi mangiò il sego.

Castoro Grigio ordinò che gli dessero della carne, e mentre il lupetto

mangiava, lo protesse contro gli altri cani.

Mangiato che ebbe, Zanna Bianca si distese ai piedi di Castoro Grigio,

guardando amorosamente il fuoco che lo riscaldava, ammiccando cogli

occhi sonnolenti, certo che ormai per l’avvenire non si sarebbe trovato

randagio e abbandonato nella nera foresta, ma in compagnia degli

animali uomini, e a fianco a fianco con gli dei ai quali si era dato.

XIII.

IL PATTO.

Alla fine di dicembre, Castoro Grigio intraprese un viaggio sul

ghiaccio del fiume Makenzie, accompagnato da Mit-Sak e da Kloo-Kooch.

Egli prese la guida, per sè e per sua moglie, di una prima slitta

tirata da grossi cani. Una seconda slitta, più piccola, fu affidata a

Mit-Sak: a questa slitta furono attaccati i cagnuoli. Questa slitta che

poteva considerarsi come una specie di balocco, formava la letizia di

Mit-Sak, che entrava così nel gioco della vita, ed era orgoglioso della

sua parte.

A sua volta, egli imparò a guidare i cani e a raddrizzarli. Certo è

che la piccola slitta era in certo qual modo utile anch’essa, perchè

trasportava più di duecento libbre di bagaglio e di vitto.

Il lupetto, che aveva già visto i cani dell’accampamento lavorare

sotto i finimenti, non si spaventò molto quando lo legarono al tiro,

la prima volta. Gl’infilarono al collo un collare imbottito di musco,

e congiunto per mezzo di due corde a una correggia incrociata sul petto

e sulla schiena, correggia alla quale era attaccata una lunga corda che

serviva a tirare la slitta.

Zanna Bianca · 第 7 / 14 段