facile mutare il vero aspetto del mondo.
Quel piantare ed erigere le pertiche per stabilire l’accampamento,
attirò l’attenzione del lupetto: in fondo, era una piccola operazione
compiuta dalle stesse creature che lanciavano a distanza bastoni e
pietre.
Ma quando egli vide le pertiche riunirsi e coprirsi di teli e di pelli,
formando delle tende, Zanna Bianca rimase stupito.
Quelle tende, d’una colossale ed impressionante grandezza,
s’innalzavano torno torno a lui, ingrandivano a vista d’occhio, da
tutti i lati, come mostruose forme di vita.
Esse empivano quasi tutto l’orizzonte, e parevano dominarlo
minacciosamente; quando la brezza le agitava in grandi movimenti, egli
si appiattiva al suolo, spaventato e timoroso, pur non perdendoli di
vista, pronto a balzare o fuggir lontano, se gli fosse accaduto di
vedersele addosso.
Dopo un momento, anche la paura delle tende svanì; egli vide che donne
e bambini vi penetravano e ne uscivano senz’alcun male; vide entrarvi
anche dei cani, ricacciati però rudemente dalla voce o dalle pietre
volanti.
Cosicchè poco dopo, lasciati i fianchi di Kisce, anche Zanna Bianca,
provando a sua volta, strisciava con precauzione, verso la tenda più
vicina, spinto dalla curiosità continuamente desta in lui, dal bisogno
d’imparare e di conoscere, per propria esperienza
Quando fu quasi sul punto di varcare il muro di tele e di pelli
raddoppiò la prudenza, avanzando con un movimento impercettibile.
Gli avvenimenti di quel giorno avevano preparato il lupetto al contatto
con l’Ignoto, alle manifestazioni più meravigliose e inattese.
Finalmente ecco che il suo muso tocca l’involucro della tenda; il
lupetto attese, e non essendo accaduto nulla, fiutò nella strana
materia, satura di odore umano, e, presala fra i denti, diede una
piccola scossa.
Non accadde nulla di straordinario; solo una parte della tenda
incominciò a muoversi. Allora egli scosse più audacemente, e il
movimento si accrebbe. Il lupetto ne era entusiasmato, e scosse più
forte, più forte, ripetendo, sinchè tutta la tenda si mosse.
Allora si udì il grido acuto di un Indiano, e il lupetto, spaventato,
s’affrettò a ritornare, correndo, presso sua madre, ma da allora non
ebbe più paura delle enormi tende.
Vinta quell’emozione, Zanna Bianca si scostò nuovamente da Kisce che,
legata a un cavicchio, non poteva seguirlo.
Poco dopo, incontrava un cagnolo, un tantino più grosso e più anziano
di lui, che gli veniva davanti, a passi sospettosi, dissimulando delle
intenzioni bellicose.
Quel cagnolo si chiamava, così egli seppe poi udendone il nome,
Lip-Lip, ed era già temibile, anche perchè, lottando con altri cagnoli,
aveva acquistato già esperienza della lotta.
Lip-Lip apparteneva alla razza dei cani lupi, che era la più affine
a Zanna Bianca; era giovane e sembrava poco pericoloso, cosicchè il
lupetto si accingeva ad accoglierlo amichevolmente.
Senonchè, quando vide che lo straniero, camminando, si irrigidiva e
aggrinzando le labbra mostrava i denti, anch’egli si irrigidì e rispose
scoprendo le mandibole.
Incominciarono a girarsi intorno a vicenda col pelo irto, ringhiando;
quel girotondo durò parecchi minuti, e Zanna Bianca ci stava prendendo
gusto come a un gioco, allorchè ad un tratto, con sorprendente
vivacità, Lip-Lip gli saltò addosso, gli diede un rapido morso, e saltò
nuovamente indietro.
Quel morso aveva colpito proprio la spalla già ferita dalla lince, e
rimasta, nella parte vicina all’osso, internamente addolorata.
La sorpresa e il colpo gli strapparono un gemito, ma immediatamente,
con un balzo di collera, egli si slanciò su Lip-Lip, e lo morse
furiosamente.
Lip-Lip era, come si è detto, già avvezzo alla lotta: tre, quattro, sei
volte le sue piccole zanne aguzze si accanirono su Zanna Bianca che,
tutto sconcertato, finì coll’abbandonare la lotta e col rifugiarsi,
vergognoso e dolente, presso sua madre, chiedendole protezione.
Fu quello il primo combattimento con Lip-Lip, ma non doveva essere
l’ultimo, perchè da quel giorno essi si ritrovarono l’uno di fronte
all’altro come nemici naturali, essendo ciascuno dei due d’una natura
che era in eterno contrasto con quella dell’altro.
Kisce leccò con dolcezza il suo piccolo, e tentò d’impedirgli, d’allora
in poi, di allontanarsi, ma la curiosità di Zanna Bianca andava
aumentando di giorno in giorno.
Dimentico di quella disavventura, egli si rimise immediatamente in
cammino, per proseguire nelle sue indagini.
S’imbattè in uno degli animali uomini, in Castoro Grigio, che, seduto
sulle calcagna lavorava intorno a dei pezzetti di legno e dei fili di
musco, sparsi al suolo davanti a lui.
Il lupetto si accostò e lo guardò. Castoro Grigio fece dei rumori con
la bocca che il lupetto interpretò come segni non ostili, e si avvicinò
più dappresso.
Donne e bambini portavano altri pezzi di legno e altri rami
all’indiano. Si vedeva che quella era la loro faccenda, pel momento.
Il lupetto si accostò sino a toccare il ginocchio di Castoro Grigio,
dimenticando, per troppa curiosità, che costui era un terribile animale
uomo.
A un tratto egli vide, fra le mani di Castoro Grigio, come una nebbia
innalzarsi dai pezzetti di legno e dal musco, poi apparire una cosa
viva che splendeva e ondeggiava, ed era dello stesso colore del sole
nel cielo.
Zanna Bianca non aveva alcun concetto del fuoco; quel chiarore che ne
sprizzò lo attrasse, come l’aveva attratto la luce del giorno, nella
sua prima infanzia, spingendolo verso l’entrata della caverna, e
strisciò verso la fiamma.
Udì Castoro Grigio che gli rideva sul capo; ma poichè il suono del riso
non era ostile, egli accostò il naso alla fiamma, e nello stesso tempo
mise fuori la lingua per leccarla.
Per un istante rimase come paralizzato: l’ignoto, che lo spiava tra
i pezzetti di legno e di musco, l’aveva preso ferocemente pel naso.
Poi saltò indietro con una furia di guaiti disperati: «Chi-is! Chi-is!
Chi-is!».
Kisce, udendolo, cominciò a balzare, tirando un capo del bastone,
ringhiando furiosamente, perchè non poteva correre in aiuto del
lupetto.
Intanto, Castoro Grigio rideva a squarciagola, battendosi le cosce
colle mani, e raccontava la storia a tutta la gente dell’accampamento,
facendo scoppiare tutti dal ridere.
Zanna Bianca, accovacciato, gridava sempre più disperatamente: «Chi-is!
Chi-is! Chi-is!» e solo, abbandonato da tutti, faceva, in mezzo agli
animali uomini una misera figura.
Era quello il peggior male che avesse sofferto: il naso e la lingua gli
erano stati feriti dalla cosa viva color del sole, che era ingrandita
fra le mani di Castoro Grigio. Egli gridò; gridò interminabilmente,
e ogni nuovo sfogo di urli era accolto da nuovi scoppi di risa degli
animali uomini.
Egli tentò di mitigare con la lingua l’ardore della bruciatura al naso,
ma le sue sofferenze, sovrapponendosi, ne produssero una maggiore, ed
egli gridò più disperatamente che mai.
Infine fu vinto da vergogna, quando conobbe il risultato di quelle
risate. Non è possibile spiegare come facciano certi animali a
comprendere la natura del riso umano e a capire che noi ridiamo di
loro; certo si è che il lupetto ebbe la chiara nozione che gli animali
uomini si burlavano di lui e se ne vergognò.
Scappò, non tanto per il dolore delle bruciature, che provava, quanto
perchè era punito nel suo orgoglio, vedendosi oggetto di scherno, e
fuggì verso Kisce che si dimenava furibonda, tirando la punta del
bastone, come una bestia arrabbiata; verso Kisce che era la sola
creatura al mondo che non ridesse di lui.
Cadde il crepuscolo, seguì la notte, e Zanna Bianca rimaneva presso
sua madre. Il naso e la lingua addolorate, lo facevano soffrire; ma
soprattutto un’altra causa lo tormentava. Egli rimpiangeva la tana
nella quale era nato, desiderava la quiete raccolta della caverna sulla
rupe, sopra il torrente.
La vita era diventata troppo popolosa; lì c’erano troppi animali
uomini, donne e bambini, che facevano un gran baccano irritante, e
c’erano cani che abbaiavano e mordevano, che lanciavano urli ogni
momento e producevano confusione.
La solitudine tranquilla della vita di prima, era finita. Lì persino
l’aria palpitava di vita, in un incessante mormorio e ronzio, la cui
intensità variava da un momento all’altro, e le cui note diverse, gli
urtavano i nervi e gl’irritavano i sensi.
Egli ne era crucciato e preoccupato, e oltremodo stanco, e temeva
continuamente qualche catastrofe.
Guardava muoversi e andare su e giù per l’accampamento gli animali
uomini. Li osservava con rispetto, con quel senso di distanza che
l’uomo interpone fra lui e gli dei ch’egli crea.
Nel suo oscuro cervello egli considerava gli uomini come gli uomini
consideravano gli dei, e cioè come meravigliose creature, come esseri
potenti che disponevano di tutte le forze dell’Ignoto.
Signori e padroni di tutto ciò che vive e di tutto ciò che non
vive, essi costringevano alla ubbidienza tutto ciò che si muove,
e comunicavano il movimento a tutto ciò che non si muove, facevano
nascere dal musco e dal legno morto, la fiamma color del sole; la
fiamma che viveva e mordeva.
Erano i creatori del fuoco, erano Dei!!
X.
LA SCHIAVITÙ.
Ogni giorno che passava, era per Zanna Bianca causa di nuova
esperienza. Durante il tempo in cui Kisce rimase legata al bastone,
egli corse solo, per tutto l’accampamento, cercando, rubacchiando,
istruendosi.
Egli apprese, in breve, le diverse abitudini degli animali uomini, ma
poichè la familiarità non comporta sempre ammirazione, più egli viveva
in dimestichezza con essi, più odiava la loro superiorità, e temeva
il loro potere misterioso che, quanto più grande era, d’altrettanto
rendeva minacciosa la loro divinità.
Spesso l’uomo si abbandona all’illusione di vedere i suoi dei
rovesciati e calpestati sugli altari, ma a un lupo e a un cane
selvatico, venuti ad acquattarsi ai piedi dell’uomo, tale disavventura
non capita mai. Mentre i nostri dei rimangono invisibili e
soprannaturali, e i vapori e le nebbie della nostra immaginazione ce ne
velano la realtà facendoci smarrire come ciechi che se ne vanno tastoni
nel regno del pensiero assorti in concezioni astratte d’onnipotenza
e di bellezza suprema, il lupo e il cane selvaggio, seduti al nostro
focolare, si trovano di fronte a dei in carne ed ossa, tangibili, dei
che tengono il loro posto nel mondo, e vivono nel tempo e nello spazio,
per compiere i loro atti e i loro fini.
Non occorre sforzo alcuno di fede per credere a un tale dio; non c’è
scatto di volontà che possa indurre a disobbedirgli e rinnegarlo;
questo dio se ne sta in piedi, fermo sulle sue gambe di dietro, con
un bastone in mano, onnipotente, abbandonato a tutte le passioni,
affettuoso e irritato, secondo i casi, come un potere misterioso in
un involucro di carne, di carne che sanguina da tutte le parti, come
quella degli altri animali e che è allora più saporita d’ogni altra, a
divorarla.
Zanna Bianca si sottomise alla legge comune: gli animali uomini furono
per lui, dal principio, senza errore possibile, gli dei ai quali era
necessario assoggettarsi.
Come Kisce sua madre, che aveva, appena si era sentita chiamare,
ripreso la sua catena, così egli, subito, si sottomise con piena
obbedienza. Seguì i loro passi, come una schiavitù fatale, e quando
essi camminavano, egli si scostava per lasciarli passare; e quando lo
chiamavano accorreva; se lo minacciavano, si stendeva ai loro piedi,
e se gli comandavano di allontanarsi, egli si allontanava alla svelta;
giacchè dietro ogni desiderio loro c’era il potere immediato di imporne
l’esecuzione, potere che si manifestava con colpi di mano, di bastone,
di pietre volanti, e con frustate che lasciavano il segno.
Egli apparteneva, come tutti i cani dell’accampamento, agli animali
uomini; i suoi atti, il suo corpo, che poteva essere battuto e
calpestato, senza diritti a proteste, erano loro.
Tale fu la lezione che egli imparò subito; e fu una dura lezione,
data la forza personale e l’indipendenza, di cui aveva già il senso
sviluppato, della propria natura.
Ma, pur avendo in odio quel nuovo stato di cose, egli imparava anche,
inconsciamente, ad amarlo.
Infatti, le preoccupazioni della sua sorte, erano affidate ad altri
esseri, presso i quali, la sua vita, scevra di responsabilità, trovava
come un rifugio. E questo era un compenso, giacchè è sempre più comodo
appoggiarsi nella vita a qualcuno, anzichè essere soli.
Egli non giunse però, senza ribellione, ad abbandonarsi così, anima
e corpo, a respingere la selvaggia eredità della razza, e il ricordo
del Wild. C’erano dei giorni in cui strisciava lungo i margini della
foresta, e rimaneva là immobile, ad ascoltare le voci lontane che lo
chiamavano; poi se ne ritornava verso Kisce, irrequieto e malinconico,
a gemere dolcemente e pensosamente presso di lei, a leccarle la faccia,
come se si lamentasse e l’interrogasse.
Il lupetto aveva conosciuto rapidamente tutte le adiacenze e attinenze
della vita del campo; conobbe l’ingiustizia dei grossi cani e la loro
ingordigia, quando la carne e il pesce erano loro gettati all’ora dei
pasti; seppe che gli uomini erano di solito più giusti, i bambini più
crudeli, le donne più clementi e disposte a lanciargli un pezzetto di
carne o d’osso. Dopo due o tre avventure incresciose con le madri dei
cani cuccioli, capì che era buona politica lasciare stare questi, star
lontano dalle madri il più possibile, e, vedendole venire, scansarle.
Ma il flagello della sua vita era Lip-Lip. Lip-Lip, che era più
anziano, più forte e più grosso del lupetto, s’era fatto di Zanna
Bianca lo zimbello.
Il lupetto si difendeva con bravura ma, rispetto all’altro era
out-classed, assolutamente inferiore. Così che Lip-Lip divenne un
incubo per lui. Appena il lupetto s’arrischiava ad allontanarsi un
po’ da sua madre, era sicuro di vedere apparire quel birbante che gli
teneva dietro abbaiando e minacciando, e attendeva il momento propizio,
cioè quando non fosse presente alcun animale uomo, per slanciarglisi e
costringerlo a combattere.
Lip-Lip lo vinceva sempre e se ne gloriava in modo smisurato; per lui
quegl’incontri erano il miglior godimento della sua vita, mentre erano
un continuo tormento della vita di Zanna Bianca.
Ma il lupetto non si diede per vinto: sebbene quelle sconfitte
fossero molto dure per lui, pure non volle sottomettersi; ma quella
persecuzione continua influì in modo nefasto sul carattere di Zanna
Bianca, che divenne cattivo e sornione.
La parte selvaggia della sua natura peggiorò; quegli slanci gioiosi di
cucciolo ingenuo d’una volta, non si manifestarono più.
A lui non fu mai permesso di giocare e sgambettare coi cuccioli
dell’accampamento, appena si avvicinava loro. Lip-Lip, piombandogli
addosso, lo faceva ruzzolare e fuggire atterrito, o, se il lupetto
resisteva, attaccava battaglia sinchè non lo costringeva alla fuga.
Zanna Bianca fu privato di molte gioie della sua infanzia, il che
lo fece invecchiare precocemente; egli si rinchiuse in se stesso e
sviluppò la sua mente; divenne scaltro e, nei lunghi periodi di ozio,
meditò sul modo migliore di ingannare e frodare.
Poichè veniva ostacolato nel prendere, alla distribuzione dei pasti, la
sua porzione quotidiana di carne e pesce, divenne un abile ladro.
Costretto a provvedersi da sè, egli riuscì così bene nello scopo, che
divenne per le donne degli indiani, una vera calamità.
Imparò a strisciare nell’accampamento, come un serpente, a mostrarsi
accorto, a conoscere in ogni occasione il modo migliore di comportarsi,
a informarsi, con la vista e con l’udito, di tutto ciò che poteva
interessarlo, per non essere preso alla sprovvista, e anche a ricorrere
a mille artifizî per evitare il suo implacabile persecutore.
Quando quella persecuzione aveva raggiunto il massimo, egli giocò il
primo tiro, giovandosi delle risorse della sua mente, e godendosi una
saporita rivincita.
Come aveva fatto Kisce quando, essendo coi lupi, aveva adescato i cani
per attirarli fuori dell’accampamento degli uomini ed esporli alla
morte, così il lupetto, con un espediente analogo, riuscì ad attirare
Lip-Lip sotto la mascella vendicatrice di Kisce.
Ritirandosi, ma seguitando a combattere, Zanna Bianca si trasse dietro
il nemico fra le varie tende dell’accampamento; egli era per eccellenza
corridore più rapido di tutti i cagnoli della sua grandezza, e più
svelto di Lip-Lip.
Senza abbandonarsi a tutta la velocità che gli era possibile, egli si
limitò a mantenere la distanza necessaria, quella d’un balzo circa fra
lui e l’inseguitore.
Lip-Lip, eccitato dalla caccia e dall’imminenza della vittoria, perse
tutta la sua prudenza, e non badò al punto dove si trovava; quando se
ne accorse, era troppo tardi.
Dopo essere passato di gran carriera davanti all’ultima tenda, egli
finì col capitare addosso a Kisce, legata al bastone, e lanciò un grido
di stupore, ma già le zanne vendicatrici gli si conficcavano nelle
carni. Sebbene Kisce fosse legata, non gli fu possibile liberarsi
da lei che lo rivoltò sul dorso, con le zampe in aria, in modo da
impedirgli di fuggire, e lo lacerò e straziò.
Quando finalmente, rotolandosi, potè mettersi fuori dall’attacco di
lei, e rimettersi in piedi, si ritrovò tutto malconcio, ferito nel
corpo e nell’animo, col pelo tutto strappato qua e là, pendente a
ciuffi umidi, stracciati dai denti bavosi della lupa. Egli rimase là
dove s’era rialzato e, spalancata la piccola gola, emise un lungo e
lamentoso guaito di cane battuto. Ma non ebbe il tempo di finire il
lamento, giacchè, a un tratto, Zanna Bianca, piombandogli addosso, gli
piantò le zanne nei lombi.
Lip-Lip, che non aveva più forza per combattere, se la svignò
vergognosamente verso la sua tenda, inseguito alle calcagna dalla sua
vittima in altri scontri.
Quando egli giunse alla sua cuccia, accorsero le donne in suo aiuto, e
il lupetto che sembrava un demonio, fu finalmente scacciato a furia di
sassate.
Venne il giorno in cui Castoro Grigio, convinto che Kisce fosse ormai
riavvezza alla vita con gli uomini, la slegò.
Zanna Bianca, quando vide che la madre aveva riacquistato la
libertà, fu tutto contento e l’accompagnò festosamente in mezzo
all’accampamento.
Lip-Lip, vedendolo alle costole della lupa, conservò una rispettosa
distanza, e sebbene il lupetto s’irrigidisse tutto sulle zampe quando
l’altro si accostava, e rizzasse il pelo, Lip-Lip faceva finta di non
accorgersi della sfida.
Aveva una gran sete di vendetta, ma era troppo saggio per accettar la
lotta in tali condizioni, e preferiva aspettare il giorno in cui fosse
possibile incontrarsi da solo a solo con Zanna Bianca.
Quello stesso giorno, il lupetto e sua madre, andarono vagolando
insieme, lungo i margini della foresta vicina all’accampamento.
Zanna Bianca vi aveva condotto Kisce a passo a passo, trascinandola
avanti quando essa esitava. Il torrente, la foresta tranquilla lo
chiamavano, ed egli si sforzò in tutti i modi perchè essa lo seguisse
lontano. Correva qualche passo innanzi, poi si fermava e guardava
indietro; ma essa non si muoveva.
Egli gemette lamentosamente e ringhiò, correndo a destra ed a sinistra
sotto gli alberi folti, poi ritornò verso di lei, le leccò il muso e
ricominciò a correre lontano. Ma essa non si mosse.
Allora egli rifece il cammino e la guardò con una specie d’implorazione
ardente nello sguardo, che cadde quand’egli vide Kisce voltar la testa
e fissar l’accampamento.
Sua madre udiva come lui dentro di sè la voce della vasta solitudine;
ma un altro richiamo più forte sentiva dentro di sè, quello del
fuoco dell’uomo; il richiamo che solo il lupo e il cane selvatico suo
fratello, fra tutti gli animali, hanno sentito.
Kisce, voltatasi, incominciò a trotterellare lentamente verso il campo;
più solida del legame materiale, del bastone che l’aveva tenuta legata,
era per lei l’impresa dell’uomo. Gli dei, invisibili e misteriosi, la
tenevano in loro potere e rifiutavano di lasciarla andare.
Zanna Bianca si distese sotto una betulla e pianse dolcemente. L’odore
acuto degli abeti, la fragranza sottile dei boschi impregnavano
l’atmosfera e facevano ricordare al lupetto la sua vita libera d’un
tempo, prima della schiavitù.
Ma più che il richiamo del Wild e dell’uomo, poteva su di lui
l’attrattiva di sua madre, essendo egli ancora piccolo. Non era ancora
giunta l’ora dell’indipendenza.
Egli si rialzò desolato, e trottò anch’egli verso l’accampamento,
facendo sosta, una volta o due, per sedere a terra, girare e ascoltare
la voce che cantava in fondo alla foresta.
Il tempo, concesso a sua madre per l’educazione dei figli piccoli, e
per mantenersi in loro compagnia, non è lungo nel Wild: e meno lungo
ancora esso è sotto il dominio dell’uomo. Zanna Bianca ne fece la
prova.
Castoro Grigio era debitore di Tre Aquile, che s’accingeva al percorso
del fiume Makenzie sino al Gran Lago dello Schiavo.
Egli si sdebitò dandogli una tenda di tela scarlatta, una pelle d’orso,
venti cartucce e Kisce.
Il lupetto vide sua madre condotta a bordo del canotto di Tre Aquile,
e tentò seguirla, ma un colpo assestatogli dall’Indiano, lo respinse
a terra, e il canotto si allontanò. Egli si slanciò nell’acqua e gli
nuotò dietro, sordo ai gridi di richiamo di Castoro Grigio; era tale il
terrore di perdere sua madre, che aveva perfino dimenticato il potere
di un animale uomo e d’un dio.
Ma gli dei sono avvezzi ad essere ubbiditi, e Castoro Grigio, irritato,
mise in acqua un altro canotto, inseguendo Zanna Bianca. Quando lo
ebbe raggiunto, lo afferrò per la pelle del collo e lo trasse fuori
dell’acqua, ma, tenendolo sospeso con una mano, lo picchiò ben bene con
l’altra. Sì, fu proprio una buona pestata d’ossa: la mano era pesante e
ogni colpo tale da lasciare il segno, e i colpi piovevano all’infinito.
Colpito ora su un fianco, ora sull’altro, Zanna Bianca oscillava
avanti, indietro, come il bilanciere d’un pendolo frenetico e
disordinato.
Egli provò diverse sensazioni; là per là, alla sorpresa successe lo
spavento, sentendosi colpire ripetutamente dalla mano; poi subito dopo,
alla paura successe la collera, e la libera natura del lupetto prese
il sopravvento; egli mostrò i denti e osò ringhiare in faccia al dio
corrucciato. Il dio s’infuriò di più e raddoppiò i colpi, colpi rudi da
far male sul serio.
Castoro Grigio seguitava a picchiare, Zanna Bianca a ringhiare, ma la
cosa non poteva durare; bisognava che uno dei due cedesse, e Zanna
Bianca cedette. La paura lo vinse nuovamente; per la prima volta
egli conosceva il vero potere della mano dell’uomo, giacchè i colpi
di pietra e di bastone che aveva ricevuto, erano delle carezze, a
confronto dei colpi presenti.
Si sottomise e cominciò a piangere e a lamentarsi; durante un po’, ogni
colpo gli cavava un lamento dalla gola, poi fu un lungo continuato e
precipitoso guaito, il cui ritmo non seguiva più quello dei colpi del
castigo.
Finalmente l’Indiano fermò la mano che colpiva; il lupetto pendeva
dall’altra mano, inerte, ma seguitava a gridare.
Castoro Grigio parve soddisfatto e gettò rudemente Zanna Bianca in
fondo al canotto che, durante questo tempo, aveva seguito la corrente
alla deriva. Castoro Grigio si avanzò per prendere il remo e poichè il
lupetto era lungo il passaggio, egli lo colpì barbaramente col piede.
La libera natura del lupetto ebbe una nuova ribellione. Egli conficcò
i denti nel piede dell’uomo, penetrando attraverso il mocassin che
Castoro Grigio calzava.
Il castigo ricevuto era nulla rispetto a quello che stava per seguire;
la collera di Castoro Grigio fu terribile quanto lo spavento del
lupetto, e colpì non solo colla mano, ma anche col duro remo di
legno, con ogni mezzo, e solo quando il corpicciolo fu tutto rotto
e spezzato, Castoro Grigio lo rigettò in fondo al canotto, e allora,
deliberatamente, ricominciò a colpire col piede.