avventurò nuovamente fuori della caverna e incontrò in questa avventura
la piccola donnola di cui aveva, insieme con la lupa, divorata la
madre. La uccise e se la mangiò; ma questa volta non si perdette, e
quando si sentì stanco, ritornò alla tana, seguendo lo stesso cammino,
per dormirci.
Egli cominciò ad avere una percezione più esatta del rapporto fra la
sua forza e la sua debolezza, e conobbe quando conveniva essere audace
e quando era utile essere prudente, e decise di accettare, come regola
generale, la prudenza, tranne quando il successo fosse proprio sicuro;
nel qual caso, egli poteva abbandonarsi ai suoi impulsi combattivi.
Quando gli capitava d’imbattersi in un ptarmigan, sentiva tale
furore, che pareva un vero demonio; se incontrava uno scoiattolo che
ciaramellava in aria, su un abete, non mancava di rispondergli con una
scarica di ingiurie, a modo suo.
La vista di un uccello degli alci lo faceva diventare furibondo sino
al parossismo; egli non aveva dimenticata la beccata ricevuta sul
naso da uno di quegli uccelli; si ricordava anche del falco e, appena
vedeva un’ombra mobile nel cielo, correva subito ad acquattarsi nel più
prossimo cespuglio.
Ma giunse un tempo in cui anche quegli spaventacchi non gli fecero
più paura, quando si accorse che ormai era lui un pericolo per loro.
Ormai non strisciava più nè si strascinava sul terreno, ma aveva già
l’andatura obliqua e furtiva di sua madre, e delle mosse rapide e
sconcertanti, a malapena percettibili, quasi immateriali.
I pulcini del ptarmigan e la piccola donnola erano state le sue prime
vittime, la prima soddisfazione del suo desiderio di carne viva.
Questo desiderio e l’istinto d’uccidere, s’accrebbero di giorno in
giorno, e la collera aumentò contro lo scoiattolo dalla voce ciarliera
e capricciosa, che avvertiva della presenza di lui tutte le altre
bestie. Ma, come gli uccelli sfuggono a volo, così gli scoiattoli si
arrampicano sugli alberi, e il lupetto non poteva nulla contro di essi,
senonchè tentava di sorprenderli mentre erano posati sul suolo.
Il lupetto sentiva un gran rispetto per sua madre, ch’era così abile
nel catturare la carne e non mancava di portargli la sua parte.
Inoltre essa non aveva paura più di nulla; egli non si rendeva conto
del fatto che essa aveva più esperienza di lui e ne sapeva di più,
e che perciò era più brava; egli non ne vedeva altro che la potente
superiorità. Essa lo costringeva all’obbedienza, e, a mano a mano che
cresceva, si mostrava meno paziente verso di lui, sostituendo ai colpi
di naso e di zampa, le brucianti morsicature. Anche per questo egli la
rispettava.
Ci fu una terza carestia, oltremodo dura, e il lupetto conobbe
nuovamente, questa volta con più chiara coscienza, l’assillo della
fame! La lupa andava a caccia ininterrottamente, cercando dappertutto
una selvaggina che non riusciva a trovare e spesso non ritornava
neppure per dormire, alla caverna.
Il lupetto andava a caccia con lei, in mortale angoscia, e anch’egli
non riusciva a trovar nulla; ma questi stenti gli aguzzarono la mente e
furono per lui un accrescimento di scienza e di saggezza. Egli osservò
più da vicino la abitudini dello scoiattolo e si esercitò a corrergli
addosso più svelto che potesse, per impadronirsene; studiò gli usi dei
topi dei boschi e si esercitò a scavare il suolo con le grinfie, per
trarli fuori dai loro buchi.
Neppure l’ombra del falco lo costringeva a rifugiarsi fra gli alberi
folti; seduto sul deretano, in terreno scoperto, egli si spingeva,
nella sua disperazione, al punto da provocare il temibile uccello
che vedeva volare nel cielo, giacchè sapeva che lassù, nell’azzurro,
ondeggiava della carne, quella carne che le sue viscere desideravano
così ardentemente; ma lo sdegnoso falco rifiutava di scendere in lizza
col lupetto, che se ne andava gemendo, dal corruccio e dalla fame.
Ma un giorno la carestia cessò; la lupa portò della carne nella tana,
una strana carne, tanto diversa dalla solita. Era un piccolo di lince,
di una età che s’accostava a quella del lupetto, ma un po’ meno grande.
La madre glielo lasciò tutto, avendo, particolare che il lupetto
ignorava, già divorato tutta la figliolanza della lince.
Egli non sapeva neppure quanta disperazione vi fosse in quell’atto;
l’importante era la soddisfazione del suo stomaco, e ogni boccone della
piccola lince, che egli inghiottiva, aumentava la contentezza.
Ma lo stomaco pieno concilia il sonno, e il lupetto, disteso nella
caverna, s’addormentò appoggiato a sua madre.
Un ululato di lupa, quale non aveva mai udito, lo svegliò di
soprassalto. Mai, in vita sua, la lupa aveva lanciato un grido così
terribile: ella sapeva, infatti, che non si spoglia impunemente una
tana di lince. La lince, la madre, giungeva; la lupa la vide, nella
piena luce del pomeriggio, acquattata all’ingresso della caverna. Il
suo pelame, a quella vista, si sollevò, poi ricadde lungo la schiena;
lì non era questione d’istinto o di ragionamento; il grido di rabbia
dell’intrusa, cominciato con un sordo ringhio, e diventato poi urlo
terrificante, diceva chiaramente il pericolo. Pure, il lupetto sentì
ribollire in sè il prodigio della vita; si rizzò a sedere, e si
dispose accanto a sua madre, ringhiando bravamente; ma essa lo respinse
lontano, indietro, con disprezzo.
La lince madre non poteva balzare essendo il budello d’ingresso della
caverna troppo basso e troppo stretto: s’avanzò, perciò, strisciando,
pronta a slanciarsi appena le fosse possibile; ma la lupa non gliene
diede il tempo. Le balzò addosso e l’atterrò.
Il lupetto non distingueva gran che della battaglia: le due bestie
ringhiavano, sbuffavano, urlavano e si laceravano fra loro.
La lince combatteva con le unghie e coi denti, la lupa usava le sue
zanne. Il lupetto, approfittando d’un momento favorevole, si slanciò
anch’egli e conficcò le sue zanne in una delle zampe posteriori della
lince, alla quale si appese brontolando, paralizzando, senza rendersene
conto col suo peso, i movimenti di quella zampa, apportando così a sua
madre un aiuto efficace. Ma un mutamento di fronte della lotta fra i
due avversarî lo respinse e gli fece lasciar la preda.
Un momento dopo, la lupa madre e la lince madre, erano separate: prima
che nuovamente si precipitassero l’una contro l’altra, la lince colpì
il lupetto con un colpo della sua larga zampa anteriore, gli squarciò
la zampa sino all’osso e lo mandò rotoloni contro il muro della
caverna: i gridi acuti e gli urli lamentosi del lupetto si unirono al
frastuono dei ruggiti. Cessò di lamentarsi, ma la lotta durava ancora;
egli ebbe il tempo di slanciarsi nuovamente nella lotta, in un nuovo
desiderio di bravura; alla fine del combattimento egli era ancora
appeso rabbiosamente alla zampa posteriore della lince, la quale era
bell’e spacciata.
La lupa, da parte sua, era molto malconcia. Essa tentò di accarezzare
il lupetto e di leccargli la spalla ferita, ma il sangue perduto
l’aveva talmente stremata, che durante un giorno e una notte rimase
distesa sul corpo del nemico, senza poter fare un movimento, respirando
a stento. Per un’intera settimana ella non abbandonò punto la tana,
tranne per andare a bere, e camminando, procedeva in modo lento e
penoso. Intanto la lince veniva divorata, e le ferite della lupa erano
cicatrizzate abbastanza per permetterle di correre nuovamente in cerca
di selvaggina.
Per un po’ di tempo ancora la spalla del lupetto rimase irrigidita
e indolenzita, ed egli fu costretto a zoppicare. Ma ormai il mondo
gli pareva mutato; dopo la lotta con la lince la fiducia in sè gli
s’era accresciuta. Egli aveva morsicato un nemico più forte di lui, e
aveva sopravvissuto; perciò la sua andatura era diventata più ardita,
e, sebbene il terrore misterioso dell’ignoto, sempre intangibile
e minaccioso, seguitasse a pesare su di lui, gran parte della sua
timidezza era scomparsa.
Cominciò coll’accompagnare sua madre a caccia e prender parte alla
lotta; imparò ferocemente a uccidere e a nutrirsi della vittima. Ora
vedeva tutto il mondo vivente diviso in due categorie: la prima, che
comprendeva lui e sua madre; la seconda, nella quale erano compresi
tutti gli altri esseri che vivevano e si muovevano.
Questi, a loro volta, si distinguevano in due specie: quelli che come
lui e sua madre uccidevano e divoravano, e quelli che non sapevano
uccidere o uccidevano malamente. Donde la legge suprema: la carne
viveva di carne, la vita sulla vita. C’erano i divorati e i divoratori,
secondo la legge: _Divora o sarai divorato_.
Senza formularla, senza ragionarci su, senza pensarci neppure, il
lupetto viveva secondo questa legge. Infatti egli aveva divorato i
piccoli del ptarmigan, il falco aveva divorato la madre ptarmigan,
poi avrebbe voluto divorare lui che, però, diventato più forte, aveva
tentato, a sua volta di divorare il falco.
Egli, il lupetto, aveva mangiato il piccolo della lince, e la lince
madre avrebbe divorato lui se essa, a sua volta, non fosse stata uccisa
e divorata.
Questa era la legge comune a tutti gli esseri viventi. La carne di cui
egli si nutriva e che gli era necessaria per esistere, correva davanti
a lui sul suolo, volava nell’aria, si arrampicava sugli alberi o si
nascondeva nella terra; bisognava combattere con essa per conquistarla,
chè, se voltava le spalle, era essa a corrergli dietro. Cacciatori e
cacciati, divoratori e divorati, caos di ghiottoneria senza perdono e
senza fine, ecco il mondo, come avrebbe potuto definirlo il lupetto se
fosse stato poco filosofo, al modo degli uomini.
Ma la vita, con i suoi impulsi, aveva anche delle attrattive:
sviluppare ed esercitare i muscoli, era per il lupetto un piacere senza
fine; l’inseguimento della preda per balzarle poi addosso, era fonte di
sensazioni e di fremiti deliziosi.
Furore e battaglie, davano gioia; persino il terrore e il mistero
dell’ignoto avevano le loro attrattive.
Poi, a ogni fatica seguiva il compenso, la soddisfazione; prima fra
tutte, quella dello stomaco pieno e d’un buon sonno ristoratore ai
caldi raggi del sole. Perciò il lupetto non si lagnava nè della vita,
che ha la sua ragione d’essere sufficiente, pel solo fatto che esiste,
nè dell’ostilità del mondo che gli era attorno. Egli era pieno di umor
vitale, beato e soddisfatto di sè.
IX.
I CREATORI DEL FUOCO.
Su di essi all’improvviso, cadde il lupetto. La colpa fu sua: aveva
mancato di prudenza e camminava senza vedere. Ancora greve di sonno,
(aveva cacciato tutta la notte e s’era allora svegliato) lasciata la
caverna, era, trotterellando, disceso verso il torrente per andare
a bere. A dir la verità, su quel sentiero a lui familiare, nessun
accidente gli era mai capitato.
Aveva oltrepassato l’abete rovesciato, attraverso la radura e correva
fra gli alberi; in quel momento vide e fiutò. Davanti a lui, seduti per
terra, in silenzio, stavano cinque cose viventi, quali egli mai aveva
incontrate. Era quella la prima volta che vedeva l’umanità!
I cinque uomini, al suo apparire, e la cosa lo sorprese, non mostrarono
i denti, nè brontolarono, non fecero neppure un movimento, ma rimasero
silenziosi e fatidici.
Neppure il lupetto si mosse; pure, tutto l’istinto della sua natura
selvaggia, lo spingeva a fuggire, ma un altro istinto categorico e
perentorio, si contrapponeva ad esso.
Uno stupore ignoto gli occupò la mente; il lupetto si sentiva, a
un tratto, diminuito da una nuova conoscenza della sua piccolezza
e debolezza; un potere superiore, molto al di sopra di lui, si
appesantiva sull’animale e lo dominava.
Il lupetto non aveva mai visto un uomo, eppure, per istinto, sentiva
l’uomo; nell’uomo egli riconosceva, oscuramente, l’animale che aveva
combattuto e vinto tutti gli animali del Wild. Ed egli non guardava
solo con gli occhi suoi, ma con quelli di tutti gli antenati, con
pupille che avevano, durante generazioni, accerchiato nell’ombra
e nella neve, innumerevoli accampamenti umani, spiato da lontano,
sull’orizzonte e più dappresso, nel folto degli alberi, la strana
bestia a due zampe che era il signore e padrone di tutte le cose
viventi.
Quest’eredità morale e soprannaturale, formata da timore e da lunga
serie di lotte, durata per secoli, sopraffaceva il lupetto, troppo
giovane ancora per liberarsene.
Se fosse stato un lupo adulto, avrebbe preso rapidamente la fuga; ma,
così com’era, egli si coricò, paralizzato dallo spavento, accettando
già la sottomissione che la sua razza aveva accettato il primo giorno
in cui un lupo era andato a sedersi al focolare di un uomo, per
riscaldarvisi.
Uno degl’indiani finì per alzarsi, camminò verso la bestiola e gli
si fermò sopra; il lupetto si appiattì sempre più verso il suolo.
Era l’ignoto, diventato carne e sangue, che si chinava su di lui per
afferrarlo. Il pelo dell’animale si rizzò involontariamente, le labbra
si contrassero e le piccole zanne apparvero. La mano che gli stava
sospesa addosso, come una condanna, esitò e l’uomo disse ridendo:
— _Wabam Wabisca ip pit tah!_ (Guardate le zanne bianche!)
Gli altri indiani risero alla loro volta grossamente, ed incitarono
l’uomo a prendere il lupetto.
Mentre la mano si abbassava, a poco a poco, una violenta lotta
interiore avveniva nell’animale, fra diversi istinti in contrasto.
Egli non sapeva se doveva soltanto ringhiare o combattere; finalmente
ringhiò sino a quando la mano non lo toccò, poi diede battaglia.
I suoi denti lucenti morsero, ma immediatamente egli riceveva a un lato
della testa, su un osso, un colpo tale che lo fece oscillare.
Allora ogni istinto di lotta lo abbandonò e la bestiola ricominciò a
gemere come un bambino, e l’istinto della sottomissione vinse tutti gli
altri istinti.
Rialzatosi, egli si accosciò, miaulando, ma l’indiano, che egli aveva
morsicato, era irritato, e il lupetto si ebbe un altro colpo dall’altra
parte del capo, e guaì più forte.
Gli altri quattro indiani si scompisciavano dal ridere, al punto che il
loro compagno rise anch’egli. Tutti quanti circondarono il lupetto e lo
beffarono, mentre egli gemeva dal dolore e dal terrore.
A un tratto, bestia e indiani si posero in ascolto. Il lupetto sapeva
che cosa annunziava quel rumore che si faceva udire, e cessando di
gemere, lanciò un lungo grido che manifestava, ora, più gioia che
spavento. Poi tacque ed attese, attese l’arrivo della madre, di sua
madre liberatrice, indomabile e tremenda, che sapeva combattere così
bene, e uccideva tutto ciò che le resisteva, e non aveva mai paura.
Essa arrivò correndo e brontolando; vista l’impronta del suo piccolo,
si precipitava per soccorrerlo. Balzò in mezzo al gruppo, magnifica,
trasfigurata, nella sua furiosa e inquieta maternità.
Quello sdegno protettore era un sollievo pel lupetto, che saltò verso
di lei, con un piccolo grido di gioia, mentre gli animali uomini
indietreggiavano in fretta, di parecchi passi.
La lupa si fermò presso il piccolo, che si stringeva a lei, e tenne
testa agl’indiani. Sulla faccia e sul muso della bestia appariva una
contrazione di minaccia che le piegava tutta la pelle sino agli occhi,
in una prodigiosa e orribile smorfia di collera.
Allora uno degli uomini lanciò un grido: — Kisce! — gridò egli con una
esclamazione di sorpresa.
Il lupetto sentì, a quella voce, vacillare sua madre.
— _Kisce!_ — gridò nuovamente l’uomo, e questa volta con durezza, con
un tono di comando.
E il lupetto vide sua madre, la lupa impaurita, piegarsi sino a toccare
il ventre al suolo, gemendo e dimenando la coda, con i soliti segni di
sottomissione e di pace.
Il lupetto non comprendeva nulla di quegli atti: si sentiva dominato
nuovamente dal terrore dell’uomo, da un istinto che non l’aveva
ingannato, al quale ubbidiva anche sua madre, rendendo anch’essa
omaggio all’animale uomo.
L’indiano che aveva parlato le si accostò; le posò la mano sul capo, e
lei si appiattì sempre più verso il suolo. Non brontolava nè tentava di
mordere. Anche gli altri indiani si erano avvicinati, e aggruppatisi
attorno alla lupa, la palpavano e l’accarezzavano senza suscitare in
lei la minima velleità di resistenza e di ribellione.
I cinque uomini erano molto eccitati e facevano un gran vociare; ma
poichè quel vocìo non pareva punto minaccioso, il lupetto si decise a
coricarsi presso sua madre, drizzandosi di tanto in tanto, ma facendo
il possibile per sottomettersi.
— Quello che succede non è affatto sorprendente, — disse uno degli
indiani. — Il padre di Kisce era un lupo; vero è che sua madre era una
cagna, ma mio fratello dimenticò di legarla nel bosco, per tre notti
durante la stagione dagli amori, e un lupo la coprì.
— È passato un anno, Castoro Grigio, dacchè Kisce è fuggita.
— Tu conti bene, Lingua di Salmone: fu al tempo della carestia che noi
soffrimmo, quando non avevamo più carne da dare ai cani.
— È rimasta con i lupi, — fece un terzo indiano.
— Proprio così, Tre Aprile, — approvò Castoro Grigio, toccando con la
mano il lupetto. — Ed eccone la prova.
Il lupetto, al contatto della mano, accennò un ringhio, ma la mano si
ritrasse e gli assestò uno scappellotto; allora egli ricoprì le zanne e
s’accosciò in atto di sottomissione. La mano tornò a posarsi su di lui
e gli sfregò amorevolmente il padiglione delle orecchie e la schiena.
— Questo lo prova, — rispose Castoro Grigio. — È chiaro che sua madre
è Kisce; ma suo padre è anch’esso un lupo; però questo somiglia più a
un lupo che a un cane; le sue zanne sono bianche, e White Fang (Zanna
Bianca) dev’esser il suo nome. Ho detto, il cane è mio.
— Non era Kisce la cagna di mio fratello? E mio fratello non è morto?
Per un po’ gli animali uomini seguitarono a far rumore con le loro
bocche: durante questi colloqui, il lupetto, che aveva ricevuto un nome
nel mondo, se ne stava tranquillo e attendeva.
Poi, Castoro Grigio, preso un coltello da un sacchetto che gli pendeva
sulla pancia, andò verso un cespuglio e tagliò un bastone. Zanna Bianca
l’osservava.
A ciascun capo del bastone l’indiano fissò una correggia con una delle
quali legò Kisce per il collo; e condotta la lupa presso un piccolo
abete, la legò all’albero con l’altra correggia.
Zanna Bianca seguì sua madre e le si coricò accanto. Vide Lingua di
Salmone stendere la mano verso di lui, e si sentì ripreso da paura,
mentre Kisce, da parte sua, guardava con ansietà; ma l’Indiano,
allargando le dita e curvandole, lo capovolse, e cominciò a fregargli
il ventre in modo delizioso.
Il lupetto, colle zampe in aria, si lasciava maneggiare con aria goffa
ed esilarata, senza tentare di opporsi. D’altra parte, nella posizione
in cui si trovava, come avrebbe potuto? Se l’animale uomo avesse avuto
l’intenzione di maltrattarlo, gli si sarebbe abbandonato senza difesa,
non potendo fuggire.
Si rassegnò dunque, e si limitò a brontolare dolcemente: l’altro era
più forte di lui.
Ma Lingua di Salmone pareva non accorgersene neppure e non gli diede
alcun colpo sulla testa; anzi, seguitò a stropicciarlo dall’alto in
basso, accrescendo il piacere del lupetto. Quando la mano carezzevole
gli passò sui fianchi, egli cessò di brontolare, e quando le dita
risalirono alle orecchie, premendone delicatamente la base, il
godimento della bestiola non ebbe limiti.
Allorchè, infine, dopo l’ultima e abile frizione l’Indiano lo lasciò
tranquillo, sparve ogni timore dall’animo del lupetto.
Senza dubbio, c’era da aspettarsi, in seguito, altre paure, ma da quel
giorno egli sentì fiducia e cordialità verso l’uomo col quale doveva
vivere.
Dopo un po’ Zanna Bianca udì avvicinarsi dei rumori insoliti, che
egli, pronto com’era ad osservare e distinguere, riconobbe subito come
prodotti dall’animale uomo.
Pochi istanti dopo infatti, tutta la tribù Indiana appariva lungo il
sentiero. C’erano molti uomini, donne e bambini, in tutto quaranta
teste; tutti carichi di bagagli da campo, di provviste di cibo e di
utensili. C’erano anche molti cani carichi anch’essi, tranne i piccoli,
come gli altri. Ciascuna bestia aveva dei sacchi legati sulla schiena,
e portava un peso di venti o trenta libbre.
Zanna Bianca non aveva mai visto un cane, ma, dal primo sguardo
capì che era un animale della sua stessa specie, con qualche cosa di
diverso. Quanto ai cani, sentirono di più la diversità fra loro e il
lupetto e la madre.
Ci fu una calca orribile. Zanna Bianca si drizzò, urlò e morse
a casaccio nel flutto, fra quelle gole spalancate che gli si
precipitavano addosso. Cadde e ruzzolò sotto i cani, provocando i morsi
crudeli dei loro denti e morsicando, a sua volta, zampe e ventri.
Udiva, nella mischia, gli urli di sua madre, Kisce, che combatteva
per lui, i gridi degli animali uomini e il rumore dei colpi dei loro
bastoni sui cani, che gemevano dal dolore.
Tutto ciò in pochi secondi. Il lupetto, rimessosi in piedi, vide
gl’Indiani che lo difendevano, respingere i cani indietro, a colpi
di bastone e di pietra, e salvarlo dall’aggressione feroce dei suoi
fratelli che non erano punto suoi fratelli.
E, sebbene non potesse concepire, nel suo cervello, un sentimento
astratto come quello della giustizia, sentiva, a modo suo, la giustizia
degli animali uomini; seppe così che essi dettavano le leggi e le
imponevano.
Strano anche era il modo col quale adottavano le loro leggi, diverse
da tutte le leggi che il lupo aveva incontrato sino ad allora. Essi non
mordevano nè graffiavano, ma imponevano la loro forza viva mediante le
cose morte, che facevano le veci dei morsi: bastoni e pietre dirette
da quelle strane creature, saltavano nell’aria, come cose viventi, e
andavano a colpire i cani.
Era un potere straordinario e misterioso che sorpassava i limiti della
natura: era un potere divino.
S’intende che Zanna Bianca ignorava ogni concetto di divinità, ma lo
stupore e il timore che sentiva al cospetto degli animali uomini era
molto simile alla sorpresa ed al timore che avrebbe potuto provare
un uomo che si trovasse in cima a una montagna, davanti a un essere
divino, che, tenendo un fulmine in ciascuna mano, li scagliasse poi sul
mondo atterrito.
Quando l’ultimo cane fu respinto indietro, il putiferio ebbe fine.
Il lupetto incominciò a leccare le sue ferite; poi meditò su quel
primo contatto con la torma crudele dei presunti fratelli, e sul suo
ingresso fra loro. Egli non aveva mai pensato che la specie alla quale
apparteneva, potesse comprendere tipi diversi dal vecchio lupo orbo, da
sua madre e da lui, considerando loro tre, nel suo pensiero, come una
razza a parte.
E a un tratto, ecco che scopriva molte altre creature che appartenevano
alla sua specie, e sentì oscuramente, che era ingiusto che il primo
movimento dei suoi fratelli di razza si dovesse manifestare in quel
modo, col balzargli addosso e tentare di distruggerlo.
Era non meno doloroso vedere sua madre legata ad un bastone, pur
pensando che la saggezza superiore degli animali uomini aveva voluto
che così fosse; era, quella, una specie di schiavitù, cui non era
avvezzo.
La libertà di girovagare, di correre, di stendersi a terra, là dove gli
piacesse, era stata, sino a quel giorno, suo patrimonio; e ora invece,
egli era prigioniero. Sua madre non poteva muoversi oltre la lunghezza
del bastone, al quale era legata, ed al quale era legato anch’egli,
perchè non immaginava neppure che potesse separarsi da sua madre.
Quella costrizione non gli piacque; specialmente quando gli animali
uomini, alzatisi, si rimisero in cammino.
Un animale uomo, macilento all’aspetto, prese in mano la correggia del
bastone al quale era legata Kisce e si condusse la lupa dietro. Dietro
Kisce veniva Zanna Bianca, molto turbato e tormentato da quella nuova
avventura che gli era capitata.
Il corteo discese la valle, proseguendo molto più avanti dei luoghi
dove si era spinto nelle sue più lunghe scorribande, il lupetto, sino
al punto in cui il torrente si gettava nel fiume Makenzie.
A questo punto c’erano dei canotti issati in aria su delle pertiche, e
si stendevano dei graticci che servivano per seccare il pesce.
Lì si fermarono e si accamparono. La superiorità degli animali uomini
si affermava sempre più; quello spettacolo, ancor più che il loro
dominio sui cani dai denti aguzzi, era un segno evidente della loro
potenza.