I lupetti dapprima emisero dei gridi lamentosi e dei gemiti, ma presto,

crescendo la fame, caddero in letargo. Non più giochi nè litigi,

nè collere infantili, nè esercizî di brontolii; cessarono anche le

peregrinazioni verso il muro luminoso; essi non facevano altro che

dormire, mentre la vita vacillava in essi e moriva.

«Un Occhio» si disperava; correva tutto il giorno a cacciare lontano,

ma inutilmente, e ritornava per dormire durante poche ore soltanto

nella tana, donde era fuggita la gioia. Anche la lupa, lasciati lì i

piccoli, usciva in cerca di carne. I primi giorni dopo la nascita dei

lupetti, il vecchio lupo aveva fatto parecchi viaggi all’accampamento

degli indiani e rubato conigli presi nelle trappole; ma quella

fruttuosa risorsa era venuta meno quando, col disgelo delle nevi e dei

torrenti, gl’indiani avevano trasportato altrove le loro tende.

Allorchè i genitori ricominciarono a portargli da mangiare, il lupetto

grigio si rianimò e volse nuovamente lo sguardo verso il muro luminoso;

ma la famigliola intorno si era ridotta di molto; rimaneva solo una

sorella, gli altri erano spariti.

Riprese le forze, egli vide che sua sorella non poteva più giocare;

essa non rialzava il capo, nè faceva alcun movimento; mentre il

corpicciolo di lui si arrotondiva, col nuovo nutrimento, quello della

sorella non ne risentiva alcun beneficio; il soccorso era giunto troppo

tardi. La bestiola seguitava a dormire; ormai appariva come un debole

scheletro coperto di pelle, nel quale la fiamma della vita s’abbassava

sempre più, sinchè finì coll’estinguersi.

Poi venne un altro periodo di tempo, durante il quale il lupetto grigio

non vide più suo padre apparire e sparire dal muro di luce e stendersi,

la sera, all’ingresso della caverna, per dormire.

L’avvenimento accadde dopo una seconda carestia, che però fu meno

dura della prima. La lupa non ignorava che il vecchio lupo non sarebbe

ritornato mai, ma non aveva modo di comunicare la notizia al lupetto.

Mentre essa andava a caccia, da parte sua, verso il ramo destro del

torrente, nei dintorni dove giaceva la lince, aveva incontrato le

tracce del vecchio lupo, impresse il giorno prima. Seguitele, aveva

trovato, dove esse finivano, altre impronte lasciate dalla lince e le

tracce di una lotta nella quale il felino aveva vinto.

Poche tracce e poche ossa, ecco tutto quanto rimaneva del suo compagno.

Le tracce della lince che continuavano oltre, le avevano fatto scoprire

la tana del nemico; ma accortasi, da parecchi indizî, che costui era

ritornato, non aveva osato avventurarsi.

Ed allora la lupa evitò il ramo destro del torrente, sapendo che nella

tana c’era tutta una figliolanza, ed essa conosceva la lince come una

feroce creatura perfida e terribile nella lotta.

Sì, certo, una mezza dozzina potevano aggredire una lince e stringerla

contro un albero e vederla sputare ed arruffare il pelo; ma una lotta

da solo a solo era un’altra faccenda, specie quando una madre lince

aveva dietro di sè una famigliola affamata da difendere e nutrire. «Un

Occhio» l’aveva imparato a proprie spese.

Ma il Wild ha le sue leggi, e doveva giungere l’ora in cui, per la

salvezza del lupetto, la lupa, spinta anch’essa dall’implacabile

istinto della maternità, avrebbe affrontato la tana nelle rocce e la

collera della madre lince.

VII.

IL MURO DEL MONDO.

La lupa, ricominciando la caccia all’aperto, era stata costretta a

lasciare indietro il lupetto e ad abbandonarlo a sè stesso. Il lupetto

era dissuaso dall’accostarsi all’ingresso della caverna non solo dalla

proibizione della madre, fattagli a colpi di naso e di zampa, ma da un

certo timore ricevuto direttamente da suo padre e dalla lupa, i quali

però avevano a loro volta, per gradi successivi, avuto quella eredità

da tutte le generazioni di lupi scomparse prima di loro. Temi! ecco il

legato del Wild, che nessun animale può rifiutare!

Mai, nella breve vita vissuta nella tana, egli aveva avuto motivo di

spaventarsi: eppure temeva; temeva per una specie di atavismo lontano,

per un senso di timore tramandato a lui da migliaia e migliaia di vite.

Era un’eredità naturale che lo dissuadeva dall’uscir fuori.

Insomma, il lupetto grigio conobbe il timore prima di sapere che cosa

fosse. Certo, egli considerava quel timore come una delle inevitabili

costrizioni della vita, di cui aveva avuto nozione.

La sua dura prigionia nella caverna, la rude strapazzata materna

quand’egli si arrischiava a voler uscire, la fame inappagata durante

parecchie carestie, tante altre cose, gli avevano insegnato che la

libertà non è assoluta nel mondo, e che la vita è soggetta a limiti e

costrizioni. Obbedire a questa legge, significava sfuggire ai colpi e

lavorare per la propria prosperità. Senza ragionare, come fa l’uomo,

egli si limitava a una classificazione semplicista, distinguendo ciò

che urta e ciò che non urta, per evitare, insomma, quel che fa parte

della prima categoria e godere di ciò che fa parte della seconda.

Sia per sottomissione a sua madre, sia per quel timore preciso

e indefinito che pesava su lui, egli si teneva dunque lontano

dall’apertura della caverna, che rimaneva agli occhi suoi, come un

bianco muro di luce. Quando la lupa era assente, egli dormiva la

maggior parte del tempo e negli intervalli del sonno, se ne stava

tranquillo, contenendo i gridi lamentosi che gli gonfiavano la gola e

gli facevano contrarre il muso.

Una volta, mentre egli era disteso e sveglio, udì un suono strano che

veniva dal muro bianco: era un ghiottone che, tremando per l’audacia,

se ne stava sulla soglia della caverna, fiutandone con precauzione il

contenuto. Il lupetto, ignaro del ghiottone, sapeva però che quel modo

di annusare era strano, che c’era qualcosa di nuovo e per conseguenza

una novità temibile, giacchè l’ignoto è uno dei principali elementi

della paura.

Il lupetto si sentì rizzare il pelo sulla schiena, ma in silenzio, un

silenzio che era segno evidente dello spavento; pure, sebbene al colmo

del terrore, rimase coricato, senza fare movimento nè rumore; come

gelato e pietrificato nella sua immobilità, morto, in apparenza.

Sua madre, rientrando nella tana, incominciò a ringhiare sentendo la

traccia del ghiottone e balzò dentro; essa leccò il suo piccolo e lo

impiastricciò col naso, con uno slancio insolito di affetto. Il lupetto

comprese vagamente di essere sfuggito ad un grande e grave pericolo.

Altre forze contrarie però nascevano nel lupetto; e la principale era

la spinta a crescere e a vivere; l’istinto e la legge gli imponevano

di ubbidire. E per crescere e vivere bisognava disobbedire, giacchè la

vita è ricerca di luce e nessuna proibizione poteva valere contro quel

flusso che saliva in lui ad ogni boccone di carne che inghiottiva, a

ogni boccata d’aria che respirava.

Cosicchè, in fine, timore e obbedienza dileguarono, e il lupetto

strisciava verso l’apertura della caverna. Quel muro, diverso dagli

altri muri di cui aveva fatto esperienza, sembrava indietreggiare a

mano a mano che egli si accostava, e nessuna superficie dura sfiorava

il tenero musetto che egli avanzava prudentemente.

La sostanza del muro pareva permeabile e benevola; egli penetrava,

s’immergeva in ciò che aveva creduto della materia, e ne era tutto

confuso. A mano a mano che egli strisciava attraverso quella che gli

era parsa una sostanza solida, la luce diventava più lucente.

Il timore lo spingeva a ritornare indietro ma l’impulso di vivere lo

trascinava avanti. A un tratto, si trovò allo sbocco della caverna; il

muro dietro il quale egli s’immaginava prigioniero era saltato davanti

a lui, indietreggiando all’infinito. Nello stesso tempo, lo splendore

della luce, quasi crudele, lo abbagliava, ed egli era come stordito da

quella precipitosa e paurosa estensione dello spazio.

Meccanicamente gli occhi si adattarono a quello splendore e misero a

fuoco giusto la visione degli oggetti nella distanza aumentata. E non

solo il muro gli era scivolato davanti agli occhi, ma persino l’aspetto

di esso era mutato; ora era un muro tutto screziato, composto dagli

alberi che fiancheggiavano il torrente, dalla montagna opposta, che

dominava gli alberi, e dal cielo che dominava la montagna.

Un nuovo timore colpì il lupetto, giacchè tutto ciò non era se non un

nuovo aspetto dell’ignoto: rannicchiato sull’orlo della caverna, egli

guardò il mondo, e il pelo gli si rizzò, e, davanti a quelle ostilità

che egli sospettava, le labbra gli si contrassero emettendo un ringhio

feroce e minaccioso. Nonostante la sua piccolezza e la paura, egli

lanciava una sfida all’immenso universo.

Ma non accadeva nulla di straordinario: egli seguitava a guardare, e,

incuriosito, dimenticava di ringhiare, così che finì col dimenticare

perfino di aver paura. Osservò dapprima gli oggetti più prossimi a

lui: una parte scoperta del torrente che scintillava al sole; un abete

secco, ancora in piedi, che sorgeva alle pendici del burrone e il

pendìo stesso che saliva dritto sino a lui e si fermava a due piedi

dall’orlo della caverna dove era accosciato.

Il lupetto aveva vissuto sino ad allora su un solo piano; egli

ignorava la caduta, non avendone fatta esperienza. Desideroso dunque

di spingersi oltre, egli incominciò a camminare arditamente nel vuoto;

le sue zampe anteriori si posarono nell’aria, mentre quelle di dietro

rimanevano ferme, dimodochè cadde, con la testa in giù. Il suolo lo

urlò fortemente sul muso, strappandogli un gemito; poi il lupetto

cominciò a rotolare in basso lungo la china, girando su se stesso.

Un terrore folle lo vinse: l’ignoto lo aveva brutalmente afferrato

e non lo lasciava più: certamente lo avrebbe spezzato, in qualche

orribile catastrofe. Il timore aveva, di colpo, fugato lo slancio

vitale, e il lupetto guaiva come un cagnolo impaurito.

Ma la discesa, diveniva a poco a poco meno ripida; la base n’era

ricoperta d’erbetta, cosicchè il lupetto giunse finalmente a un

terrapieno, dove si fermò. Egli emise un ultimo gemito di agonia e poi

un lungo grido di aiuto; quindi, come se compisse un atto naturalissimo

eseguito tante volte nella vita, egli incominciò a far pulizia,

leccandosi con cura per togliere la creta che lo insudiciava. Ciò

fatto, egli si accosciò e ricominciò a guardarsi intorno, come avrebbe

potuto fare un uomo capitato sul pianeta Marte.

Il lupetto aveva infranto il muro del mondo. L’Ignoto aveva, per lui,

allentato la sua stretta. Egli era là, senz’alcun male. Ma il primo

uomo che fosse capitato sul pianeta Marte, si sarebbe avventurato

nel mondo nuovo meno tranquillamente che non facesse l’animale; senza

preconcetto nè conoscenza alcuna di ciò che poteva esistere, il lupetto

s’improvvisò perfetto esploratore.

Era totalmente in preda alla curiosità: esaminava l’erba che lo

portava, il musco e le piante che lo circondavano, il tronco morto

dell’abete che s’ergeva all’orlo della radura.

Uno scoiattolo che correva intorno al tronco bitorzoluto, lo urtò in

pieno, rinnovando tutto il terrore del lupetto, che indietreggiò e

ringhiò.

Ma lo scoiattolo, che aveva avuto una paura non minore, salì

rapidamente in cima all’albero, dove incominciò a strillare

selvaggiamente.

Il lupetto riprese coraggio e, a dispetto d’un picchio verde che

incontrò e che gli diede un brivido, proseguì il suo cammino con

sicurezza. Era tale la sua sicurezza, che, essendosi imprudentemente

abbattuto sul suo capo un uccello, egli non esitò a cacciarlo via con

la zampa, ottenendo in cambio una buona beccata sul naso, che lo fece

cadere indietro urlando.

Quegli urli spaventarono a loro volta l’uccello, che se la svignò a

volo.

Il lupetto acquistava esperienza: la sua mente giovanile, ancora

velata, s’abbandonava a un’inconscia classificazione. C’erano delle

cose vive e delle cose non vive. Dalle prime bisognava guardarsi; le

seconde rimanevano sempre allo stesso posto, mentre le altre andavano

e venivano e non si sapeva che cosa riserbassero; a tale imprevisto

bisognava essere preparati.

Egli camminava in modo maldestro: un ramo di cui aveva calcolato male

la distanza, gli urtava l’occhio poco dopo e gli frustava le costole;

il suolo ineguale lo faceva cadere avanti e indietro, ed egli batteva

il capo o si storceva la zampa. Poi erano i ciottoli e le pietruzze

che gli vacillavano sotto i piedi quando vi camminava su; cosicchè ne

concluse che le cose non viventi non hanno tutte la stessa fissità

delle pareti della caverna, e poi, gli oggetti minuti sono meno

stabili dei grossi. Ma ciascuna di quelle disavventure ne continuava

l’educazione: egli si veniva adattando sempre più al mondo ambiente.

Era la gioia d’un inizio; nato com’era per essere cacciatore di carne,

(sebbene egli lo ignorasse) s’imbattè all’improvviso nella carne, dal

suo primo passo nell’universo.

Una buona fortuna improvvisa lo mise in presenza d’un nido di ptarmigan

che, pure, era mirabilmente nascosto, e ve lo fece letteralmente cadere

dentro. Egli tentava di camminare su un albero sradicato, il cui tronco

era disteso al suolo; la corteccia fradicia dell’albero cedette al peso

e il lupetto con un guaito angoscioso ruzzolò e spezzò nella caduta le

rame frondose di un piccolo cespuglio nel mezzo del quale, cadendo a

terra, egli si ritrovò, fra sette piccoli pulcini di ptarmigan.

Questi incominciarono a pigolare, e il lupetto dapprima ne ebbe paura,

ma subito dopo, vista la loro piccolezza, divenne audace. I pulcini

si agitavano; egli posò la zampa su uno di essi e i movimenti si

accelerarono; fu per lui una soddisfazione. Egli annusò il pulcino e

lo imboccò mentre l’uccello si dibatteva e gli pizzicava la lingua, ma

il lupetto, che sentiva gli stimoli della fame, strinse le mascelle,

e le ossa fragili scricchiolarono e il sangue caldo colò nella bocca

del lupetto. Il sapore era buono; la carne era simile a quella che gli

portava sua madre, ma era viva fra i suoi denti, e quindi migliore.

Così egli divorò il piccolo ptarmigan e poi gli altri, finendo col

mangiare tutta la famiglia. Allora si leccò le labbra, come aveva visto

fare a sua madre, poi cominciò a strisciare per uscire dal nido.

Ma ecco che gli viene incontro come un turbine di piume; era la madre

dei piccoli. Sbalordito da quella valanga, accecato dal battito delle

ali furiose, egli si nascose la testa fra le zampe e urlò.

Ma i colpi crescevano. L’uccello era al colmo del furore, al punto

che egli si sentì adirato, a sua volta, e raddrizzandosi ringhiò,

poi colpì colle zampe e affondò i suoi denti sottili in una delle

ali dell’avversario, che egli incominciò a scuotere con vigore. Il

ptarmigan continuò a lottare, frustandolo con l’ala libera.

Nella sua esaltazione, il lupetto dimenticava tutto l’ignoto; ogni

senso di paura era svanito in lui; egli lottava per la sua difesa,

contro una cosa viva ch’egli avrebbe squartata, una cosa che era

anch’essa carne buona da mangiare.

L’entusiasmo di uccidere lo vinceva; dopo aver distrutto dei piccoli

esseri viventi, voleva ora distruggerne uno grande; ed era troppo

affaccendato e troppo felice per accorgersi di esser felice.

Fremeva, ebbro di avanzare per una via nuova dove si allargava tutto il

suo passato. Pur ringhiando a denti stretti, egli teneva ferma l’ala

della madre ptarmigan, che lo trascinò fuori del cespuglio, poi tentò

di respingervelo, per mettersi al sicuro, mentr’egli la tirava, da

parte sua, verso il libero spazio.

Le penne volavano come neve, e pochi istanti dopo parve che l’uccello

cessasse la lotta; egli lo teneva ancora per l’ala, e tutt’e due,

appiattiti sul suolo si guardarono. Il ptarmigan gli beccò il muso

addolorato già per le precedenti disavventure; egli chiuse gli occhi

senza abbandonare la preda e i colpi raddoppiarono sul malcapitato

muso. Allora egli tentò di ritrarsi, ma dimenticando di aver l’ala

dell’uccello fra le mascelle, si tirò dietro il ptarmigan, cosicchè la

pioggia dei colpi cadde più fitta. Il furore bellicoso del lupetto si

spense: lasciata la preda, egli voltò le spalle e se la svignò in una

poco gloriosa ritirata.

Si distese per riposarsi non lontano dal cespuglio, con la lingua

penzoloni, il petto ansante, il muso addolorato che gli strappava

continui gemiti. Mentre così giaceva, avvertì ad un tratto qualche cosa

di terribile sospeso nell’aria e sopra la sua testa.

L’ignoto, con tutti i suoi terrori lo riprese, e, istintivamente egli

indietreggiò sotto il riparo di un cespuglio vicino.

Nello stesso tempo, un gran soffio sventolò e un corpo alato passò

rapidamente presso di lui, sinistro e silenzioso. Era un falco, che

piombato dall’alto del cielo azzurro, per poco non l’aveva afferrato.

Ansante, ma rimessosi dalla paura, il lupetto spiò timorosamente:

dall’altra parte della radura, la madre ptarmigan svolazzava sul

nido devastato, ed era così addolorata dalla perdita, che non badava

alle ali che si movevano nel cielo. Il lupetto, (e fu per lui una

buona lezione per l’avvenire) vide piombare il falco come un lampo,

artigliare il corpo del ptarmigan e tra i sussulti della vittima, in un

grido d’agonia, vide l’uccello vittorioso risalire nell’azzurro con la

preda fra gli artigli.

Molto tempo dopo, il lupetto abbandonò il suo rifugio. Egli aveva

appreso parecchio; sapeva che le cose viventi erano della carne e buone

da mangiare, ma sapeva anche che le cose viventi, quando sono molto

grosse, possono colpire; era meglio divorare quelle piccole, come i

pulcini del ptarmigan, anzichè delle grosse, come la gallina ptarmigan

che, però, il falco aveva portato via. Forse c’erano altri uccelli

della stessa specie; voleva andare a vedere.

Arrivò alla sponda del torrente; mai prima di allora egli aveva visto

dell’acqua, e passeggiare su quell’acque doveva essere cosa buona,

giacchè non si scorgeva alla sua superficie nessuna irregolarità.

Egli avanzò per camminarvi su e affondò, urlando di spavento, ripreso

ancora dalle tenaglie dell’Ignoto. Sentiva freddo e soffocava: aprì la

bocca per respirare, e, anzichè l’aria, solita a rispondere all’atto

respiratorio, l’acqua gli si precipitò nei polmoni.

Sentendosi soffocare, provò un’angoscia mortale, un’angoscia che parve

la morte stessa, della quale, pur non avendo una conoscenza diretta,

possedeva, come ogni animale del Wild, l’istinto. Quella prova gli

parve la più imprevista e formidabile fra tutte, come l’essenza stessa

dell’Ignoto, e la somma dei suoi terrori, la suprema catastrofe che

sorpassava qualsiasi immaginazione e della quale, pur ignorando tutto,

egli temeva tutto.

Però, ritornato a galla, egli sentì l’aria benefica entrargli nella

bocca; senza lasciarsi affondare di nuovo, e come se quell’atto fosse

una vecchia abitudine in lui, egli fece andare e venire le sue zampe e

cominciò a nuotare.

La sponda che aveva lasciato, e che era la più vicina, si trovava alla

distanza di un yard; senonchè, risalito alla superficie con la schiena

voltata a questa sponda, si trovò davanti agli occhi quella opposta,

verso la quale nuotò. Il torrente, ch’era poco importante, a quel punto

si allargava formando un bacino tranquillo, d’un centinaio di piedi,

in mezzo al quale la corrente proseguiva il suo corso, e, afferrato al

passaggio il lupetto, lo trascinò.

Ora, nuotare non serviva più a nulla: l’acqua calma, diventata a un

tratto furiosa, lo travolgeva con essa, ora in fondo al torrente,

ora alla superficie. Trascinato, rivoltato sottosopra, sbattuto

continuamente contro i macigni, egli gemeva lamentosamente a ogni urto

che ne segnava la corsa.

Più in basso, la corrente si spegneva in un secondo bacino calmo

come il primo, dove il lupetto, trasportato dai flutti, fu deposto

finalmente sulla ghiaia della sponda.

Colà egli starnutò freneticamente. La sua esperienza educativa s’era

arricchita di una nuova lezione: l’acqua non era viva eppure si

muoveva; pareva solida come la terra, ma non era totalmente solida.

Conclusione: le cose non sono sempre quali sembrano: conviene perciò,

nonostante la loro apparenza, essere, di fronte ad esse, in continuo

sospetto e non fidarsene se non quando se ne sia verificata la realtà.

Il timore dell’Ignoto, che era in lui una diffidenza ereditaria, era

rinforzato ormai dall’esperienza fatta. A un’altra avventura doveva

andare incontro quel giorno. Egli aveva osservato che non c’era nulla

al mondo che potesse volere quanto sua madre, e sentiva il desiderio di

lei.

Egli aveva il corpo e il piccolo cervello stanchi, per aver dovuto

sopportare, in un solo giorno, tante lotte e tante fatiche quante non

ne aveva viste in tutti i giorni vissuti sin allora.

Inoltre, cadeva dal sonno. Si mise dunque in cammino, in preda a una

sensazione di solitudine e di crudele abbandono, per ritornare alla

caverna e ritrovare la madre.

Stava strisciando sotto alcune frasche, quando udì un grido acuto che

lo intimidì molto, e vide un chiarore gialliccio passargli rapidamente

davanti agli occhi. Egli guardò e scorse una donnola, una piccola cosa

viva della quale, pensò egli, non c’era da aver paura.

Più vicino a lui, quasi fra le sue zampe, si moveva un’altra cosa

viva, ma oltremodo piccola, questa, lunga soltanto pochi pollici,

una piccola donnola che, come lui, disubbidendo alla madre, se ne

andava alla ventura. Pareva che essa tentasse di scappare, ma egli la

rivoltò con un colpo di zampa, e la bestiola, allora, fece udire uno

strano grido stridulo al quale rispose il grido acuto di poco prima,

e immediatamente il chiarore gialliccio ripassò davanti agli occhi del

lupetto.

Nello stesso tempo, egli avvertì un urto dalla parte del collo e sentì

i denti di acciaio della donnola madre conficcarglisi nelle carni.

Mentre egli guaiva e gemeva e si gettava indietro, la donnola madre

saltò sulla sua prole e disparve con essa nel folto degli alberi.

Più che il dolore della ferita, il lupetto sentiva la sorpresa di

quell’aggressione. Com’era, dunque? Quella donnola madre così piccola,

era, pure, tanto feroce? Egli ignorava che sebbene piccola e leggera

di peso, la donnola era l’animale più vendicativo e temibile tra gli

uccisori nel Wild, ma doveva impararlo a proprie spese.

Gemeva ancora, allorchè la donnola madre ritornò. Ora che il suo

piccolo era al sicuro, ella non balzava, ma si accostava prudentemente,

cosicchè il lupetto ebbe tutto il tempo di osservare il corpo sottile

e lungo, flessuoso come quello d’un serpe, al quale assomigliava nella

testa nervosa e drizzata. Al grido acuto ed aggressivo di lei, il

lupetto si sentì rizzare il pelo sulla schiena, e rispose ringhiando e

minacciando a sua volta. Essa si accostò ancora, lo strinse presso, poi

eseguì un balzo, con un salto così rapido, che la vista inesperta del

lupetto non potè seguirlo; egli la vide per un momento sparire davanti

ai suoi occhi, ma se la sentì attaccata alla gola, nel pelo e nella

carne dov’essa affondava i suoi denti.

Egli tentò dapprima di ringhiare e di combattere, ma era troppo

giovane, e usciva per la prima volta nel mondo. Il ringhio si mutò in

lamento ed egli lottò nello sforzo per isfuggire. Appesa alla gola del

lupetto, essa scavava coi denti per cercarvi l’arteria dove bolliva il

sangue della vita, che a lei piaceva attingere di lì.

Il lupetto stava per morire e noi non potremmo continuar la storia

se la madre lupa non fosse accorsa, balzando attraverso le frasche.

La donnola, lasciato il lupetto, si lanciò alla gola della lupa, non

la colse, ma si attaccò alla mascella: la lupa scotendo il capo come

un colpo di staffile, si liberò dalla presa, lanciò violentemente

la donnola in aria, e, prima che il sottile corpo giallo ricadesse,

l’afferrò a volo; le sue zanne strinsero la donnola come in una morsa,

nella quale essa trovò la morte.

Il lupetto diede motivo ad un nuovo slancio di affetto da parte della

madre, che lo fiutava, lo accarezzava e gli leccava le ferite prodotte

dai denti della donnola. Pareva che la gioia d’averlo ritrovato fosse

maggiore della gioia che egli provava nell’essere stato ritrovato.

Madre e figlio divorarono la bevitrice di sangue, poi se ne tornarono

alla caverna, dove si addormentarono.

VIII.

LA LEGGE DELLA CARNE.

Zanna Bianca · 第 4 / 14 段