paura della compagna, che dell’abete misterioso, ricominciò a saltare
verso il coniglio.
Riafferratolo, vide l’albero curvarsi, come prima, verso terra, ma,
vincendo la paura, egli tenne duro, non lasciando, questa volta il
coniglio. L’abete non gli fece alcun male: il lupo vedeva solo che
quand’egli si muoveva anche l’albero si muoveva, e gli oscillava sul
capo, ma quando rimaneva immobile, anche l’abete non si muoveva. Ne
concluse ch’era prudente starsene tranquillo; intanto il sangue caldo
del coniglio gli colava nella gola, e gli pareva saporito.
Fu la lupa a togliergli ogni dubbio; essa afferrò il coniglio tra le
sue mascelle e senza preoccuparsi dell’abete che le oscillava sul
capo e le si lanciava addosso, strappò la testa all’animale dalle
lunghe orecchie. L’abete, come una molla che si distende, riprese
la sua posizione naturale, verticale, e così rimase, e il corpo del
coniglio rimase al suolo. Allora «Un Occhio» e la lupa si divorarono
tranquillamente, la selvaggina che l’albero misterioso aveva catturato
per essi.
Torno torno, c’erano altri sentieri e cammini, dove dei conigli
pendevano in aria. La coppia li ispezionò tutti, e la lupa finì per
insegnare al compagno che cosa fossero le trappole degli uomini, e
quale metodo bisognasse seguire per impossessarsi di ciò che vi era
preso.
V.
LA TANA.
Durante altri due giorni rimasero nei paraggi dell’accampamento
indiano, «Un Occhio» sempre timoroso e impaurito, la lupa, come
affascinata, invece, dall’accampamento che l’attirava. Ma, una mattina,
ecco un colpo di fucile risonare a un tratto presso di essi, e una
palla venire ad appiattirsi a piè di un albero, a pochi pollici dalla
testa del vecchio lupo; allora la coppia fuggì a gambe levate, e
interpose una distanza di alcune miglia fra sè e il pericolo.
Dopo aver corso due giorni intieri, essi si fermarono. La lupa,
s’appesantiva e rallentava la andatura, al punto che una volta,
cacciando un coniglio, lei che di solito lo raggiungeva facilmente,
dovette abbandonare l’inseguimento e distendersi al suolo per
riposarsi.
«Un Occhio» le andò vicino e col naso, gentilmente, le toccò il collo:
lei lo morse a mo’ di ringraziamento, ma con tale ferocia che il lupo
ruzzolò indietro, e rimase a pancia all’aria in una posizione ridicola.
La lupa diventava di giorno in giorno sempre più cattiva, mentre il
vecchio lupo diventava sempre più paziente e premuroso: per la lupa era
una necessità imperiosa e urgente trovare, senza ulteriore ritardo, la
cosa ch’essa cercava.
E la scoprì, finalmente, in un luogo posto a qualche migliaio di piedi,
sopra un torrentello che si gettava nel Makenzie, ma che, in un periodo
dell’anno, era gelato sopra e sotto, e formava sino al suo letto di
macigni, tutta una massa compatta di ghiaccio: un fiume bianco e morto,
dalle sorgenti alla foce.
Preceduta a distanza, senza tregua, dal compagno, la lupa trotterellava
a passettini, quando giunse sull’alta rupe scoscesa, che dominava il
torrentello, rupe nella quale, a un punto, per l’opera corrosiva delle
tempeste, nella stagione primaverile, e a causa dello scioglimento
delle nevi, s’era formata come una stretta fessura. La lupa si fermò,
esaminò il terreno torno torno, con cura, poi procedendo a zig-zag,
a destra e a sinistra, discese fino alla base della rupe scoscesa, là
dove la rupe si staccava dalla linea piana del suolo; ciò fatto, risalì
fino alla fessura, e vi entrò.
Per una lunghezza di tre piedi, essa fu costretta a strisciare, ma di
là, le pareti, allargandosi e innalzandosi, formavano una specie di
cameretta rotonda, di quasi sei piedi di diametro; un luogo asciutto
e comodo. Essa osservò minuziosamente i luoghi, mentre il vecchio
lupo che l’aveva raggiunta, rimaneva all’ingresso del corridoio,
ed attendeva pazientemente. Essa guardò il suolo e girò in tondo,
parecchie volte su se stessa, poi, riunite le punte delle quattro
zampe e distesi i muscoli, si lasciò andare a terra, con un sospiro di
stanchezza, ch’era come un gemito. «Un Occhio» drizzate le orecchie,
l’osservava ora, con interesse, e la lupa poteva vederlo, contro
la luce del giorno di fuori, dimenar la coda che andava su e giù
lietamente.
Anch’essa, drizzate le orecchie puntute, le moveva avanti e indietro,
mentre spalancava le fauci, beatamente, e lasciava penzolar la lingua,
con abbandono; mostrando, così, d’esser contenta e soddisfatta.
Il vecchio lupo, che non era stato invitato ad entrare, continuava
a rimanere all’ingresso della caverna, poi si coricò sul suolo e
tentò invano di addormentarsi. Prima di tutto sentì d’aver fame, poi
la sua attenzione fu attratta dal nuovo aspetto del mondo, sotto il
lucente sole di aprile che risplendeva sulla neve: sonnecchiando,
percepiva vagamente il mormorio delle correnti d’acqua, e, sollevato
il capo, godeva ad ascoltare. In quel bel crepuscolo, il sole scendeva
sull’orizzonte, e tutta la terra del Nord, infine ridesta, pareva
chiamarlo. La natura rinasceva: dovunque, passava nell’aria l’effluvio
della primavera; si sentiva la vita crescere, sotto la neve, e la linfa
salire negli alberi; le gemme rompevano le prigioni dell’inverno.
«Un Occhio» invitò con uno sguardo la compagna, ad andargli vicino,
ma essa non manifestò alcun desiderio d’alzarsi. Una mezza dozzina
di uccelli della neve, attraversarono il cielo davanti a lui, che
provò un fremito, sentendo che quello era il momento buono, per darsi
alla caccia; poi, ridato uno sguardo alla lupa, che non gli badò, si
ridistese crucciato, e tentò nuovamente di addormentarsi. Un piccolo
ronzio metallico gli sfiorò le orecchie e andò a posarglisi sulla
punta del naso: egli passò una, due volte la zampa sul naso, e finì col
risvegliarsi: era un unico mustic, un mustic adulto che aveva trascorso
in letargo tutto l’inverno nel cavo di un vecchio tronco e che il sole
aveva disgelato.
«Un Occhio» non potè resistere agl’inviti della natura, tanto più
che la fame era venuta crescendo, e strisciando verso la lupa, cercò
d’indurla ad uscire, ma essa rifiutò brontolando.
Allora egli partì solo, in quella luce radiosa sulla neve molle,
soffice al passo, che, pure, era d’intoppo al cammino. Attraversò più
facilmente il letto gelato del torrente, dove la neve, protetta contro
i raggi del sole dall’ombra dei grandi abeti che la fiancheggiavano,
era rimasta dura e cristallina; poi ricadde nella neve in disgelo, dove
guazzò per parecchie ore e ritornò alla caverna nel mezzo della notte,
più affamato di prima, non avendo potuto afferrare la selvaggina,
giacchè mentr’egli affondava, i conigli leggeri, inzoccolati di neve,
se la svignavano alla svelta.
Si fermò all’orlo del corridoio d’entrata della tana, sorpreso di udire
alcuni strani e fiochi suoni, che certamente non erano emessi dalla
lupa, e gli parevano sospetti sebbene non potesse dire che gli fossero
totalmente ignoti.
E s’avanzò strisciando sul ventre, con precauzione, ma non era ancora
sboccato nella caverna, che la lupa gli fece capire con un rude
brontolio di tenersi alla larga. Egli obbedì, oltremodo incuriosito
dai piccoli gridi che udiva, ai quali s’univano come russi e gemiti
soffocati.
Appallottolatosi, dormì sino al mattino. Nella penombra della tana
scorse allora, fra le zampe della lupa, e premuti lungo il ventre della
bestia, cinque pacchettini viventi, informi e deboli, che vagivano, con
gli occhi ancora chiusi alla luce.
Sebbene quello spettacolo non gli riuscisse nuovo, nella lunga
esperienza fatta, pure, ogni qualvolta si rinnovava, era pel vecchio
lupo una sorpresa. La lupa lo guardava con irrequietezza, e ne seguiva
il minimo movimento, brontolava sordamente a ogni momento, e alzava
il tono quando egli faceva l’atto di avvicinarsi. A lei non era
accaduto mai, ma sapeva, per istinto, per memoria ereditata da tutte le
madri lupe, che c’erano padri lupi che si nutrivano della loro prole
impotente, divorando i neonati. Perciò essa proibiva a «Un Occhio»
di accostarsi troppo per osservare i lupacchiotti da lei procreati.
A quest’istinto ereditario della madre lupa, corrispondeva l’istinto
comune ai padri lupi, di alzarsi subito e, senz’aversene a male, voltar
le spalle alla famiglia, per andar a cercare, dove occorreva, la carne
necessaria all’esistenza sua e della compagna.
E trotterellò, trotterellò, allontanandosi di cinque o sei miglia dalla
tana, senza incontrare nulla; là il torrente si divideva in parecchi
rami, che risalivano verso la montagna.
Egli s’imbattè in una traccia fresca, che fiutò, e sentitala recente
cominciò a seguirla, attendendo di veder apparire da un momento
all’altro l’animale che l’aveva lasciata. Ma osservò subito che le
zampe che avevano impresse quelle traccie, erano molto più larghe delle
sue, e giudicò che da quella lotta non avrebbe ricavato nulla di buono.
Un mezzo miglio più lontano, un rumor di denti che rosicchiavano giunse
all’udito fine dei suoi orecchi: egli avanzò e scorse un porcospino,
in piedi contro un albero, di cui addentava la corteccia. «Un Occhio»
s’accostò con prudenza, ma senza grande speranza; conosceva quel genere
d’animale, sebbene non ne avesse incontrati di così alti nel Nord, e
mai, durante la sua vita, non si fosse nutrito di un porcospino. Ma
sapeva anche che nella vita il buon successo dipende dalla scelta del
momento opportuno, e dal caso, giacchè nessuno può sapere di preciso
ciò che deve accadere, essendo, in fatto di cose viventi, l’imprevisto
la regola. Continuò, dunque ad avanzare. Il porcospino, si appallottolò
rapidamente, spiegando in tutte le direzioni i suoi lunghi aghi duri
e acuti, che sfidavano qualsiasi attacco. Il vecchio lupo, aveva, una
volta, in gioventù, fiutato troppo da vicino una palla come quella,
in apparenza inerte, e aveva ricevuto sulla faccia un colpo di coda
bene assestato, che gli aveva piantato nel naso un dardo così acuto
e penetrante, da portarlo in giro per delle settimane. N’era seguita
un’infiammazione dolorosa, cessata solo il giorno in cui il dardo
era caduto da sè. Egli si distese al suolo, allungandosi comodamente
in vicinanza del porcospino, ma fuori del tiro della temibile coda,
e attese. Senza dubbio la bestia, avrebbe finito con lo srotolarsi,
e allora egli, cogliendo il momento propizio, avrebbe, con un colpo
d’artiglio, ben assestato, squarciato il ventre tenero e indifeso.
Una mezz’ora dopo, era ancora là; allora si alzò, brontolò contro
la palla che rimaneva immobile, e riprese il cammino trotterellando.
Già, molto spesso, nel passato, aveva atteso invano dei porci spini
arrotolati, perciò era inutile star lì a perdere del tempo: il giorno
declinava, e non avendo egli ancora ottenuto nulla, dalla caccia,
bisognava pure trovare del cibo per sè e per la lupa.
Incontrò finalmente un «ptarmigan»: sboccando a passi vellutati da una
selvetta, egli si trovò a naso a naso con l’uccello, ch’era posato
su un tronco dell’albero, a meno di un piede dal muso di lui. Si
guardarono contemporaneamente; l’uccello tentò di fuggire, ma l’altro
lo rovesciò a terra, con un colpo di zampa, gli si gettò addosso e lo
afferrò tra i denti.
La lotta fu breve: il «ptarmigan» si dibatteva nella neve, e faceva,
per riprendere il volo, un nuovo e vano sforzo: il vecchio lupo affondò
i suoi denti nella carne delicata e cominciò a divorare la sua vittima.
Poi ricordò, a un tratto, e, ritornato sui suoi passi, riprese il
cammino della tana, trascinandosi il «ptarmigan» coi denti.
Mentre trotterellava silenziosamente, secondo il solito, scivolando
come un’ombra, continuando a osservare il suolo, e le tracce che
potevano esservi impresse, rivide le larghe impronte già incontrate.
Esse andavano lungo la stessa direzione, ed egli le seguì aspettandosi
da un momento all’altro di scoprire l’animale che aveva impresso così
il suo passaggio.
Nel girare attorno a uno dei massi, che fiancheggiavano il torrente
dov’era giunto, scorse l’autore delle impronte, e, a quella vista,
s’appiattì istantaneamente sul suolo. Era una grossa femmina di
lince, distesa, come lui, al mattino, di faccia alla stessa palla
impenetrabile e irsuta.
Da ombra ch’egli era, divenne l’ombra di quell’ombra; si ripiegò su
se stesso, e strisciando, si accostò, avendo cura di non essere sotto
il vento di fiuto delle due bestie, immobili e mute. Poi, deposto il
ptarmigan, accanto a lui, s’allungò sulla neve e attraverso i rami di
un’abete, che col loro fitto fogliame arrivavano sino a terra, egli
osservò quel dramma della vita, che gli si svolgeva davanti. La lince
e il porcospino attendevano: tutti e due volevano vincere, e per l’una
il diritto dell’esistenza consisteva nel mangiar l’altro, per l’altro
consisteva, nel non essere mangiato: a questi due diritti il vecchio
lupo aggiungeva il suo, e forse un capriccio della sorte gli avrebbe
dato ragione, e con essa, parte della carne.
Passò una mezz’ora, un’ora, e nulla di nuovo accadeva: la palla spinosa
era come pietrificata, immobile, e la lince pareva inerte, come un
blocco di marmo, e il vecchio lupo, morto. Eppure, la tensione vitale
di quelle tre bestie in apparenza inerti, era al colmo del parossismo,
toccava quasi il massimo della loro pazienza dolorosa.
«Un Occhio» fece un lieve movimento, e osservò con interesse crescente;
qualche cosa accadeva: il porcospino, pensando che l’avversario fosse
partito, con molta precauzione, con movimenti lenti, svolse la sua
invincibile armatura, e, lentamente lentamente, si allentò e allungò,
mentre il vecchio lupo si sentiva le fauci umettate di saliva, davanti
a quella carne vivente che gli si stendeva a piacere davanti.
Il porcospino non s’era ancora interamente svolto, quando scoprì il
nemico: nello stesso istante, rapida come la folgore, la lince colpì:
la zampa dagli artigli di acciaio, ricurvi come uncini, raggiunse il
ventre morbido, e, ritrattasi, con brusco strappo, lo squarciò. Ma
il porcospino aveva vista la lince un millesimo di secondo prima di
ricevere il colpo, e bastò quell’attimo perchè egli piantasse, con un
colpo della coda, una messe di aculei nella zampa che si ritirava.
Al grido d’agonia della vittima, rispose istantaneamente l’urlo di
sorpresa e di dolore dell’enorme gatto.
«Un Occhio» che s’era raddrizzato, puntava le orecchie e dimenava
la coda, mentre la lince, che aveva prima indietreggiato, si
lanciava così, con un balzo selvaggio, sull’autore delle ferite. Il
porcospino che, mugolando e grugnendo, tentava invano di ripiegare,
per difendersi, le sue povere membra spezzate, ebbe ancora la forza
di distendere la coda, e di colpire il felino. La lince, di cui il
naso era diventato una palla mostruosa, starnutò, ruggì e tentò di
liberarsi, con l’aiuto delle zampe, dagli aculei feroci. Trascinò il
naso nella neve, lo fregò contro gli alberi e dei cespugli, e, così
facendo, saltava su di sè, avanti e indietro, di fianco, abbandonandosi
a ruzzoloni d’acrobata, a capriole folli, in una frenesia di sofferenza
e di spavento.
Il vecchio seguitava a osservare: vide con un certo spavento, e
sentendosi rizzare il pelo sul dorso, la lince che aveva di botto
cessato le sue capriole, ribalzare in aria con l’ultimo salto più alto
degli altri, lanciando un grido lungo e disperato, e slanciarsi lungo
il sentiero davanti a lui, urlando a ogni passo.
Solo allorchè quei gridi si dispersero, in lontananza, il vecchio
lupo si arrischiò a muoversi dal nascondiglio, e ad avanzarsi verso
il porcospino. Camminò con cura sulla neve, come se fosse cosparsa di
aculei, pronti a penetrare nella pianta sensitiva dei suoi piedi. Il
porcospino, all’accostarsi dell’animale, lanciò un grido di battaglia,
e fece stridere i suoi lunghi denti: era riuscito ad arrotolarsi
nuovamente, ma senza formare, come prima, una palla perfetta e
compatta: aveva i muscoli troppo profondamente feriti, e, mezzo
squarciato, sanguinava abbondantemente.
«Un Occhio» cominciò coll’addentare e masticare grosse boccate di
neve impregnate di quel sangue: sentitala buona, l’inghiottì. Così
aguzzò l’appetito e accrebbe gli stimoli della fame. Ma egli era
troppo vecchio e navigato, per poter dimenticare la sua prudenza
solita: attese, mentre il porcospino seguitava ad arrotare i denti,
e a lanciare gridi varî, lamenti e grugniti interrotti da strilli
acuti; sinchè, un tremito agitò la bestia agonizzante, e gli aculei
si abbassarono. Poi il tremito cessò, i lunghi denti stridettero per
l’ultima volta, tutti gli aculei ricaddero, e il corpo disteso non si
mosse più.
Con brusco colpo di zampa, «Un Occhio» rivoltò sulla schiena il
porcospino: vide che stava immoto, doveva essere certamente morto. Dopo
aver attentamente esaminato come esso era fatto, il vecchio lupo se lo
prese tra i denti, con precauzione, e sentì il dovere di portarselo
via, un po’ trascinandolo, un po’ sollevandolo, allungando il collo
per tenere discosta la massa spinosa dal suo corpo. Poi ricordò d’aver
dimenticato qualche cosa, e, posato a terra il fardello, trotterellò
verso il punto dove aveva lasciato il ptarmigan. E circa la sorte
dell’uccello, decise subito: se lo mangiò, poi, tornato indietro
riprese il porcospino.
Quando giunse alla caverna, coi frutti della caccia della giornata, la
lupa osservò quel che portava, e, voltandosi verso di lui, gli leccò
leggermente il collo; poi, subito, brontolò, come per avvertirlo, di
non accostarsi troppo ai lupetti. Ma era un brontolio meno minaccioso
di prima, meno rauco, come di scusa. Il timore istintivo della lupa,
contro il padre della sua prole, veniva meno, giacchè il vecchio lupo
si comportava come un buon padre, e non pensava punto a divorare i suoi
figlioli.
VI.
IL LUPETTO GRIGIO.
Differiva dai fratelli e dalle sorelle, il cui pelo era di una tinta
rossa simile a quella della madre, mentr’egli invece era, in tutto e
per tutto, come il padre. Era il solo lupetto grigio della figliolanza,
e discendeva direttamente dalla specie dei lupi, differendo da «Un
Occhio» solo in questo, che, anzichè uno, possedeva due occhi.
Prima che quegli occhi si aprissero, il lupetto acquistò, col tatto,
la nozione elementare degli esseri e delle cose, e conobbe i suoi due
fratelli e le due sorelle. Tastando, incominciò a giocare con essi
senza vederli, e già imparava a brontolare; le sue piccole fauci, che
egli faceva vibrare per emettere dei suoni, sembrava che stridessero
quando si adirava.
Mediante il tatto, il gusto e l’odorato, conobbe sua madre, fonte di
calore, di fluido nutrimento e di tenerezza; sentiva soprattutto che
essa aveva una lingua graziosa e carezzevole che gli passava sul corpo
delicato per renderlo più soffice ancora, una lingua di cui essa si
serviva per riaccostarlo senza posa a lei, premervelo e addormentarlo.
Così, per lo più, trascorse il primo mese di vita del lupetto; poi gli
occhi gli si aprirono, ed egli imparò a distinguere meglio il mondo che
lo circondava.
Quel mondo era immerso nell’oscurità, ma il lupetto ignorava la cosa,
non avendo visto altro mondo; la luce che i suoi occhi percepivano era
infinitamente debole, ma egli non sapeva che ci fosse altra luce.
Poi quel mondo era piccolissimo, limitato dalle pareti della tana, ma
il lupetto non ne risentiva alcuna oppressione, giacchè il vasto mondo
di fuori gli era ignoto. Senonchè, aveva rapidamente scoperto che una
delle pareti del suo universo, l’entrata della caverna, donde filtrava
la luce, era diversa dalle altre; aveva fatto quella scoperta quand’era
ancora inconscio del suo pensiero, prima che gli occhi gli si aprissero
e guardassero davanti a sè. La luce aveva colpito le sue ciglia chiuse,
producendo, attraverso il loro velame, delle lievi pulsazioni dei nervi
ottici, dove s’erano accesi piccoli lampi di luce, d’un’impressione
deliziosa.
Verso la luce, in un’attrattiva irresistibile, aveva teso ogni fibra
del suo essere vivente; verso di essa si era voltato il suo corpo, come
la sostanza chimica della pianta gira da sè verso il sole.
Da allora, egli aveva meccanicamente strisciato verso l’interno della
caverna, e i suoi fratelli e le sorelle avevano fatto come lui.
Neppure una volta essi si erano diretti verso gli angoli bui delle
altre pareti. Tutti quei corpiccioli paffutelli, simili a piantine,
strisciavano ciecamente verso la luce del giorno, che era per essi una
necessità vitale, e tendevano ad aggrapparsi come i viticci della vigna
al palo che la sostiene. In seguito, quando crebbero un po’ e nacque
in essi la coscienza individuale, con desiderî e impulsi, l’attrazione
della luce aumentò; senza posa essi strisciavano e si offrivano ad
essa, respinti dalla loro madre. Fu allora, così, che il lupetto grigio
conobbe altre qualità di sua madre, diverse da quelle della lingua
dolce e carezzevole. Nella sua insistenza a strisciare verso la luce,
apprese che la lupa aveva un naso col quale essa gli dava un colpo bene
assestato, e, in seguito, una zampa colla quale essa lo rovesciava sul
dorso e lo faceva rotolare come un barilotto, dandogli delle pacche
vivaci e ben calcolate.
Egli seppe così che quelli erano i colpi, i rischi nei quali incorreva
volontariamente, e seppe anche il modo di agire per evitarli. Era
l’inizio delle sue generalizzazioni sul mondo: agli atti meccanici
succedeva la conoscenza delle cause.
Egli era un fiero lupetto, carnivoro come i fratelli e le sorelle,
giacchè gli antenati erano stati uccisori e divoratori di carne, e di
sola carne vivevano il padre e la madre.
Lo stesso latte che aveva succhiato appena nato, non era altro che
carne mutata direttamente in latte. E ora, all’età di un mese, avendo,
da una settimana, aperto gli occhi, cominciava anch’egli a mangiare
carne masticata ed elaborata dalla lupa che dalla sua gola la faceva
passare, imboccandoli, nella gola dei cinque lupetti, in aggiunta al
latte delle mammelle.
Quel lupetto era il più robusto della figliolanza, e aveva una voce
che gli echeggiava più sonora in gola. Per primo, egli apprese il modo
di far ruzzolare, con un accorto colpo di zampa, uno dei suoi piccoli
compagni, e per primo, afferrandone uno per l’orecchia, lo rovesciò e
calpestò, ringhiando senza aprir le mascelle.
E, più di tutti, egli diede un gran daffare a sua madre, per
trattenerlo presso di lei, lontano dalla caverna.
L’attrattiva della luce del giorno lo affascinava, sebbene egli non
sapesse che cosa fosse una porta e vedesse nell’entrata della caverna
come un muro luminoso; muro che era il sole dell’universo, la candela
di cui egli era la falena. E si accaniva ostinatamente in quella
direzione, senza sapere che ci fosse qualche cosa di là.
Quel muro di luce era strano per lui. Suo padre, ch’egli aveva imparato
a riconoscere come un essere simile a sua madre, e che portava della
carne da mangiare, aveva un modo tutto particolare di camminare nel
muro, di allontanarsi e sparire. Il lupetto non sapeva spiegarsi la
cosa: egli aveva tentato di avanzare negli altri muri della caverna, ma
questi avevano urtato rudemente contro la punta delicata del suo naso,
e dopo aver ripetuto più volte l’esperimento, si era tenuto finalmente
tranquillo. Egli accettò il potere che possedeva suo padre come una
facoltà speciale, così come il latte e la carne mezzo digerita, erano
particolarità caratteristiche di sua madre.
Non era dato insomma, al lupetto, di pensare come gli uomini; il lavoro
del suo cervello era incerto e vago, ma le conclusioni erano, dal punto
di vista dell’animale, molto chiare. Egli non indagava il perchè delle
cose, ma s’interessava solo del loro modo di essere; gli bastava, per
esempio, avere urtato il naso contro le pareti della caverna, per non
insistere oltre. Ciò ch’egli era impotente a fare, suo padre poteva
fare; ecco un’altra realtà ch’egli non cercava punto di spiegarsi. Il
fatto sostituiva il ragionamento, e la preoccupazione della logica
non gli teneva occupata la mente; tanto meno poi quella delle leggi
fisiche.
Come la maggior parte delle creature del Wild, egli non tardò a
conoscere la fame: venne un tempo in cui non solo mancò la carne, ma il
latte s’inaridì nel petto della madre.