che il bisogno di dormire diventava, per l’uomo, sempre più
irresistibile. Enrico, nella sua sonnolenza, vide la lupa accostarsi a
lui, al punto ch’egli, brandito un tizzone acceso, potè, con un gesto
meccanico, piantarlo nella gola della bestia. La lupa urlò dal dolore e
diede un balzo: egli sentì l’odore di strinato della carne e guardò la
bestia scuotere la testa con furore.
Poi, per timore, di abbandonarsi a un profondo sonno, Enrico si legò
alla mano destra un tizzo di abete, affinchè la bruciatura della
fiamma lo svegliasse quando il ramo fosse consumato, e ripetè più
volte quell’espediente. Ogni qual volta la fiamma, toccandolo, lo
faceva sussultare, egli alimentava il fuoco e coglieva l’occasione
per lanciare ai lupi, una pioggia di tizzoni incandescenti che li
tenevano momentaneamente a bada. Ma giunse il momento in cui il ramo,
mal legato, si distaccò dalla mano senza ch’egli se ne accorgesse.
Addormentatosi, egli sognò. Gli parve d’essere nel forte di M’Gurry;
il luogo era caldo e comodo, ed egli giuocava con l’agente della
fattoria. Il forte era assediato dai lupi che urlavano al cancello
d’ingresso; egli e il compagno interruppero un momento il giuoco
per ascoltare i lupi, e ridendo dei loro sforzi inutili; ma di botto
s’udì uno schianto; la porta aveva ceduto e i lupi invadevano la casa,
precipitando su di lui e sul compagno, con un crescendo d’urli tali,
ch’egli ne aveva la testa come rotta.
A questo punto si svegliò e il sogno si accostò alla realtà; i lupi
urlanti gli erano addosso e già uno di essi aveva addentato un braccio.
Con un movimento istintivo, Enrico saltò nel fuoco e il lupo lasciò la
preda, dopo avere fatto un largo squarcio nella carne.
Allora cominciò una battaglia di fiamme; protette le mani dai grossi
guantoni, Enrico raccolse i carboni ardenti, a piene manciate, e
li lanciò in aria, in tutte le direzioni. L’accampamento era come
un vulcano in eruzione. Enrico si sentiva gonfiare la faccia,
bruciare ciglia e sopracciglia, e, ai piedi, un calore che diventava
intollerabile. Con un tizzone in ciascuna mano, egli s’arrischiò a fare
qualche passo avanti: i lupi avevano indietreggiato. Egli lanciò loro
i due tizzoni, poi fregò con la neve i guantoni carbonizzati e nella
neve battè i piedi per raffreddarli. Dei due cani non rimaneva alcuna
traccia: essi avevano, senza dubbio, fornito altro pasto ai lupi,
continuando la serie delle vittime, ch’era cominciata parecchi giorni
prima con «Palla di Sego», e sarebbe finita, probabilmente fra breve,
con lui.
— Ma non mi avete ancora! — gridò egli, con voce selvaggia, alle bestie
affamate, che gli risposero, come se avessero capito quel che diceva,
con un’agitazione generale e con mugolii ripetuti.
Mettendo in esecuzione un nuovo disegno difensivo, egli formò un
cerchio con una serie di fascine, disposte torno torno, e le accese;
poi si collocò nel centro di quella specie di baluardo di fuoco,
disteso sul suo materasso per ripararsi dalla umidità glaciale e dalla
neve che il calore liquefaceva, e rimase immobile.
I lupi, non vedendolo più, vennero ad assicurarsi attraverso le cortine
di fiamme se la preda fosse ancora là, e, rassicuratisi, ripresero
l’attesa paziente, riscaldandosi al fuoco benefico, stirando le membra
e ammiccando beatamente con gli occhi. La lupa s’acculò, puntò il naso
verso una stella e cominciò un lungo ululato; a uno a uno, gli altri
lupi l’imitarono e tutta la torma, acculata, col naso verso il cielo,
urlò dalla fame.
Spuntò l’alba, il giorno; la fiamma era diminuita, la provvista della
legna era esaurita e bisognava rinnovarla. Enrico tentò di varcare il
cerchio ardente che lo proteggeva, ma subito i lupi gli si pararono
davanti: egli allora lanciò contro di essi qualche tizzone, ch’essi si
limitarono a scansare, senza provarne spavento, e dovette rinunciare
alla lotta.
L’uomo, vacillando, si sedette sul materasso e sulle coperte, lasciò
cadere il petto sulle ginocchia, come se il corpo gli si fosse spezzato
in due, e la testa penzoloni verso il suolo. Era l’abbandono della
lotta; di tanto in tanto, egli alzava un po’ il capo per osservare
l’estinzione progressiva del fuoco, e vedeva il cerchio dividersi,
spezzettarsi, lasciando dei larghi vuoti.
— Credo. — mormorò egli, — che fra poco potrete avvicinarvi e
impossessarvi di me. Ma ormai che importa? Io dormirò...
E socchiudendo gli occhi per l’ultima volta, vide attraverso una
breccia la lupa che lo fissava.
Quanto tempo dormì? Non avrebbe saputo dirlo. Ma allorchè si svegliò,
gli parve che un cambiamento misterioso fosse avvenuto attorno a lui,
un mutamento così strano e inatteso, che si svegliò di colpo. Dapprima
non capì l’accaduto, poi si accorge di questo; i lupi se ne erano
andati; solo le tracce delle loro zampe, impresse nella neve, gli
fecero ricordare il numero e l’accampamento dei nemici. Poi, siccome il
sonno lo riprendeva, più fortemente egli lasciò ricadere la testa sulle
ginocchia.
Stavolta, a svegliarlo, furono grida d’uomini unite a rumor di slitte
che s’avanzavano, a scricchiolii di finimenti e all’ansare affannoso
dei cani da tiro. Quattro slitte, lasciando il letto ghiacciato del
fiume, venivano infatti verso di lui, fra gli abeti: poco dopo una
mezza dozzina di uomini, lo circondavano. Rannicchiato in mezzo al
cerchio di fuoco che si spegneva, egli li guardò, come inebetito, e
balbettò con le mascelle ancora impastate:
— La lupa rossa... Venuta presso i cani al momento del pasto... Prima
ha divorato i cani... Poi divorò Bill...
— Dov’è lord Alfredo? — gli vociò uno degli uomini, all’orecchio,
scuotendolo ruvidamente.
Egli mosse lentamente la testa.
— No, no, se l’ha divorato... si sta putrefacendo su un albero,
nell’ultimo accampamento.
— Morto? — gridò l’uomo.
— Sì, è in una cassa... — rispose Enrico.
E liberò vivamente la spalla dalla mano di colui che l’interrogava.
Gli occhi, che lappolavano, si chiusero, il mento gli ricadde sul
petto, e mentre i nuovi arrivati l’aiutavano a distendersi sulle
coperte, il suo russare saliva già in alto nell’aria gelida.
Un rumore lontano rispose a quel russare; era l’urlo attenuato dalla
distanza, della torma affamata dei lupi, che andavano in cerca d’altra
carne, in cambio dell’uomo ch’era loro sfuggito.
IV.
LA BATTAGLIA DELLE ZANNE.
La lupa aveva, prima delle altre bestie, udito il suono delle voci
umane e gli abbaiamenti affannosi dei cani, attaccati alle slitte. Per
prima essa era fuggita lontano dall’uomo rannicchiato nel cerchio di
fiamme semispente. Gli altri lupi non riuscivano a rassegnarsi alla
rinunzia di quella preda ormai ridotta alle loro brame, e, per qualche
minuto rimasero ancora sul posto, ascoltando i rumori sospetti che
s’avvicinavano. Finalmente, anch’essi ebbero paura e si lanciarono
sulla traccia lasciata dalla lupa.
Un gran lupo grigio, uno dei capi soliti della torma, correva avanti
e mugolava per avvertire i più giovani di non rompere la fila,
distribuendo loro, quand’era necessario, dei colpi di zanna, quando
essi tentavano di oltrepassarlo. Accelerò l’andatura per regolarsi
sulla lupa che, ora, trotterellava tranquillamente sulla neve, e non
tardò a raggiungerla.
Essa stessa gli si pose allato, come se quella fosse la sua posizione
solita, e tutt’e due guidarono l’orda. Il gran lupo grigio, non
brontolava nè ringhiava, quando, d’un balzo, essa si divertiva a
oltrepassarlo un po’: sembrava, anzi, darle prova d’una benevolenza
talmente viva, che tendeva ad accostarsi sempre più a lei, che però,
brontolava e mostrava i denti. Talvolta si spingeva sino a mordergli
duramente la spalla, ed egli non protestava: si limitava a fare
un salto di lato, e, tenendosi discosto dall’irascibile compagna,
seguitava a condurre la torma, con aria rigida e imbronciata, come un
innamorato respinto.
Così scortata sul fianco destro, la lupa aveva dall’altro lato un
vecchio lupo grigiastro e spelato, tutto segnato da cicatrici, ch’erano
le stigmate di parecchie battaglie.
Esso possedeva un occhio solo, l’occhio destro, perciò aveva scelto
il lato sinistro della lupa. Anch’egli metteva un’ostinazione continua
nello stringerla da presso, nello sfiorarla col muso sfregiato, con le
spalle e col collo. Ella lo teneva a distanza, come faceva con l’altro
corteggiatore; talvolta i due rivali la incalzavano contemporaneamente,
spingendola ruvidamente, e, per liberarsi, ella raddoppiava, a destra e
a sinistra, i suoi morsi acuti.
Mentre galoppavano a ciascun lato di lei, i due lupi si minacciavano
l’un l’altro, con i loro denti lucenti; soltanto la fame, più imperiosa
dell’amore, impediva loro di combattersi.
Il vecchio lupo losco, aveva presso, dalla parte esposta alla lupa,
un lupacchiotto di tre anni, giunto al termine dello sviluppo, che
sembrava uno dei più vigorosi della torma. Le due bestie, quand’erano
stanche, s’appoggiavano l’una sull’altra con la spalla e con la
testa; ma a un tratto il lupo giovane, con aria ingenua, si lasciava
oltrepassare dal vecchio compagno, e senza essere visto s’insinuava
tra lui e la lupa, la quale, strofinata da questo terzo innamorato,
si metteva a ringhiare e si voltava: il vecchio faceva altrettanto,
ed anche il gran lupo grigio, ch’era a destra. Davanti a questa
triplice fila di denti, formidabile, il lupacchiotto si fermava
bruscamente, e s’acculava, dritto sulle zampe anteriori, digrignando
i denti a sua volta, e arruffando il pelo del dorso. Ne veniva una
confusione generale, fra gli altri lupi, chè quelli che chiudevano
la fila, premevano quelli davanti, che, finalmente, se la prendevano
col lupacchiotto, cui davano delle buone zannate. Egli sopportava i
maltrattamenti senza protestare, con quella fede senza limiti che è
propria della gioventù, ripetendo di tanto in tanto il suo maneggio,
quantunque non ne cavasse alcunchè di buono.
I lupi percorsero, quel giorno, un gran numero di miglia, senza
spezzare in quegli incidenti, le file. Dietro, zoppicavano i più
deboli, i più giovani, come i più vecchi: i più robusti andavano
innanzi, e tutti quanti parevano un’esercito di scheletri, ma
forniti di muscoli d’acciaio a tutta prova, instancabili. Movimenti
e contrazioni si succedevano senza tregua, senza fine previdibile, e
senz’alcun sforzo apparente nè stanchezza. La notte e il giorno che
seguirono, essi continuarono la loro corsa: correvano solitarii per
regioni deserte, dove vivevano soli, cercando un’altra vita da divorare
per perpetuare la loro.
Attraversarono pianure basse e oltrepassarono fiumicelli gelati, prima
di trovare ciò che cercavano: incontrarono finalmente degli alci,
preceduti da un grosso maschio. Finalmente! ecco la preda, della carne
e la vita, non difese da fuochi misteriosi e da fiamme che volavano
in aria: degli zoccoli, è vero, dei pugnali di corna, ma tutta roba
ch’essi conoscevano già. Immediatamente, buttando al vento la solita
prudenza e pazienza, essi attaccarono battaglia, la quale fu breve e
feroce. Il grande alce fu assalito da tutti i lati; invano, rotolandosi
nella neve, egli assestava ai lupi rudi colpi di zoccolo, o li colpiva
con le ampie corna, sforzandosi di spaccar loro il cranio o di aprir
loro il ventre: la lotta era disperata. Egli cadde al suolo, con
la lupa appesa alla gola, e, sotto innumerevoli zanne, addentato in
ogni parte del corpo, fu divorato vivo, mentre continuava a lottare,
difendendosi sino all’ultimo.
I lupi ne ricavarono un vitto abbondante: l’alce pesava più di
ottocento libbre, di modo che alle quaranta gole della torma toccò
una buona ventina di libbre ciascuna. Ma se lo stomaco dei lupi
poteva resistere a prodigiosi digiuni, era anche vero che il potere
d’assimilare non era meno prodigioso. Poche ossa sparse, in poche ore,
furono gli unici resti del meraviglioso animale che aveva tenuto testa
con tanta bravura all’orda dei nemici.
Poi venne il riposo, e il sonno; poi i giovani maschi cominciarono
a quistionare fra di loro. La carestia era terminata, i lupi erano
arrivati alla Terra Promessa: essi continuarono durante alcuni giorni,
a cacciare in compagnia il branco di alci di cui avevano seguite
le traccie; ma ora, usavano delle precauzioni, attaccandosi, di
preferenza, alle femmine, più pesanti nei loro movimenti, o ai vecchi
maschi. Finalmente la torma dei lupi si divise in due schiere, ciascuna
delle quali seguì una direzione diversa.
La lupa, il gran lupo grigio, il vecchio lupo orbo e il lupacchiotto
di tre anni guidarono una delle schiere in direzione di est, verso
il fiume Makenzie, e la regione dei laghi. La torma si diradava di
giorno in giorno, i lupi s’allontanavano a coppie, maschio e femmina
insieme. Talvolta un maschio, senza femmina con la quale accoppiarsi,
era scacciato a colpi di zanne, dagli altri maschi. Cosicchè, in
fine, rimase la lupa col terzetto dei suoi spasimanti. Tutti e tre
portavano le tracce sanguinose delle sue morsicature, mostrandosi essa
inesorabile con ciascun di loro: ma essi seguitavano a non difendersi
dalle sue zanne, e si limitavano, per calmarne lo sdegno, a voltarsi
dimenando la coda e danzando davanti a lei a piccoli passi. Ma per
quanto dolci si mostravano verso di lei, altrettanto erano feroci l’un
verso l’altro. Il lupo di tre anni sentiva crescere la sua audacia:
afferrata alla sprovvista l’orecchia del vecchia lupo, dalla parte
dell’occhio cieco, la lacerò e ridusse a brandelli. Il vecchio lupo,
che, pure, era meno vigoroso e meno agile del giovane rivale, ma gli
era superiore per esperienza e accortezza, — e l’occhio perduto e il
muso sfregiato erano appunto un segno della sua esperienza della vita
e della lotta, — avrebbe certamente trovato il modo, a suo tempo, di
rivalersi. Infatti al momento propizio, fu un combattimento magnifico
e tragico insieme: il vecchio lupo orbo e il gran lupo grigio si
unirono per assaltare insieme il lupo di tre anni, e distruggerlo. Essi
l’attaccarono implacabilmente, ciascuno a un fianco, dimenticando i
giorni di caccia comune, i giochi fatti assieme e la fame sopportata
a lato a lato. Queste erano tutte cose del passato: il presente,
implacabile e crudele più d’ogni altra cosa, era l’amore. La lupa,
oggetto della contesa, acculata, guardava da spettatrice pacifica,
pacifica e contenta, perchè sapeva ch’era venuto il suo giorno. Infatti
quei peli si arruffavano e le zanne colpivano le zanne, e la carne
lacerata fremeva per lei, per possederla.
Il lupo di tre anni, ch’era alla sua prima partita d’amore, perdette
la vita in quell’avventura. I due vincitori, quando egli fu morto,
guardarono la lupa che, senza muoversi sorrideva nella neve. Ma il
vecchio lupo orbo era, dei due superstiti, il più scaltrito: egli aveva
imparato molto. Il gran lupo grigio, voltando il capo, incominciò a
leccarsi una ferita che gli faceva sanguinar la spalla, e stava così
curvato con la schiena rivolta verso il vecchio lupo, il quale, con
l’unico occhio rimastogli, colse il momento opportuno, e, abbassatosi
per prendere lo slancio, saltò alla gola che si offriva alle sue
zanne, e l’attanagliò con la sua mascella. Lo squarcio fu così largo
e profondo, da spezzare la grossa arteria: il grosso lupo grigio,
con un urlo terribile, si slanciò sul nemico, che aveva rapidamente
indietreggiato, ma già la vita gli sfuggiva, e il ringhio gli veniva
soffocando, in una tosse precipitosa. Grondante sangue e tossendo,
egli combattè ancora un po’, poi vacillò sulle zampe, gli occhi gli si
offuscarono, e i sussulti divennero sempre più brevi.
Intanto, la lupa, sempre acculata, continuava a sorridere, beata:
giacchè quella non era altro che la battaglia dei sessi, la lotta
naturale per l’amore, la tragedia del Wild, tragica solo per quelli
che morivano. Quando il gran lupo grigio rimase immobile, il vecchio
orbo, «Un Occhio», (così lo chiameremo d’ora in avanti), s’avvicinò
alla lupa, con un’andatura nella quale appariva, insieme con l’orgoglio
della vittoria, una certa prudenza. Era pronto a sopportare un
rabbuffo, cosicchè provò una piacevole sorpresa, vedendo che la
lupa non gli digrignava i denti con collera, ma anzi lo accoglieva
graziosamente. Ella sfregò il suo naso contro quello del maschio, e
acconsenti perfino a saltare, sgambettare e giocare con lui, con modi
infantili, e lui, vecchio e saggio com’era, fece il piccolo con lei e
s’abbandonò a delle follìe, che superavano quelle della lupa.
Non era più questione di rivali vinti, nè di racconto d’amore scritto
in rosso sulla neve: solo una volta, il vecchio lupo fu costretto
a fermarsi, per leccare il sangue che colava dalle sue ferite mal
chiuse, e le sue labbra fremettero in un vago ringhio, e il pelo del
collo gli si eresse involontariamente. Egli si chinò sulla neve ancora
rossa, come per prendere lo slancio, e ne morse la superficie, in
una contrazione brusca delle mascelle, ma subito dopo egli dimenticò
tutto e corse verso lo lupa, che gli sfuggì invitandolo a seguirla,
e a condividere con lei il piacere della caccia, attraverso i boschi.
D’allora, corsero a fianco a fianco, come buoni amici che hanno finito
col comprendersi, cacciando, uccidendo e mangiando in comune.
Così trascorrevano giorni, quando la lupa cominciò a mostrarsi
inquieta: pareva che cercasse qualche cosa che le mancava.
Quei ripari che formavano gli alberi caduti erano per lei pieni
d’attrattiva; penetrando nelle larghe fenditure che s’aprivano nella
neve, nel vuoto formato nei macigni strapiombanti, ella fiutava il
luogo a lungo. «Un Occhio» pareva assolutamente estraneo a quelle
ricerche, ma tuttavia seguiva con buonumore lutti i passi della lupa,
e quando questa s’attardava un po’ troppo, nelle sue indagini, o il
passaggio era troppo angusto per due, egli si stendeva sul suolo e
aspettava placidamente il ritorno della compagna.
Senza fissarsi di preferenza in alcun luogo, essi vagabondavano per
parecchie regioni, poi ritornavano verso il Makenzie, seguivano il
fiume, scostandosi soltanto per risalire, sulle tracce di qualche
selvaggina, uno dei piccoli affluenti. S’imbattevano talvolta in altri
lupi, che camminavano, come loro, a coppie, di solito, ma non c’erano
nè dall’una nè dall’altra parte, segni di scambievole amicizia, di
piacere di rivedersi, nè desiderio di riunirsi in branco. Altre volte
incontravano dei lupi solitarii, ch’erano sempre dei maschi e facevano
atto, con insistenza, di volersi unire alla lupa e al compagno, ma
tutti e due, a spalla a spalla, col pelo eretto e i denti minacciosi,
facevano così brutta accoglienza, che gl’inopportuni pretendenti,
voltavano la schiena in breve e riprendevano la loro corsa solitaria.
I due correvano in una calma notte di plenilunio, per le foreste,
allorchè «Un Occhio» si fermò di botto: egli drizzò il muso,
dimenò la coda, alzò una zampa, come un cane che si ferma, e con le
narici dilatate annusò l’aria. E poichè quel sentore non gli parve
soddisfacente, egli ricominciò a fiutare di bel nuovo, ostinatamente,
cercando di comprendere quell’impalpabile messaggio che gli recava
il vento. Una specie di russare leggero era bastato a far capire alla
lupa, la quale trotterellò avanti per rassicurare il compagno. Questi
la seguì ancora irrequieto e, a un tratto, non potè fare a meno di
fermarsi, per annusare l’atmosfera.
Giunsero a un’ampia radura, aperta nella foresta; strisciando con
prudenza, la lupa s’avanzò sino al margine dello spazio libero; e
il vecchio lupo, dopo aver esitato un po’, con tutti i sensi desti e
vigili, col pelame che irradiava sospetto e diffidenza, la raggiunse.
Rimasero a fianco a fianco, vigili, aspirando l’aria sospetta dalle
narici.
Un rumore di cani che questionavano e si battevano giungeva sino ai
loro orecchi, e, con esso, gridi di uomini dal suono gutturale e voci
più acute di femmine, stridule e nervose. Udirono persino il frignare
lamentoso di un bambino, ma tranne le masse enormi formate dalle pelli
delle tende, non riusciva loro di distinguere altro che le fiamme di
un fuoco davanti al quale dei corpi andavano e venivano, e il fumo
che saliva delicatamente verso il cielo, nell’aria tranquilla. Ma i
mille sentori di Un accampamento di indiani giungevano ora alle narici
delle due bestie; e quei sentori esprimevano un mucchio di cose che il
vecchio lupo non poteva capire e che alla lupa erano ignote.
Essa appariva stranamente agitata, e soffiava, soffiava, aspirando
l’aria con voluttà crescente; «Un Occhio» invece, rimaneva sospettoso,
e non nascondeva la sua noia nè il desiderio impaziente di andarsene
subito. Allora la lupa si voltava verso di lui, gli sfregava il naso
sul naso per rassicurarlo e tornava a guardare verso l’accampamento;
era evidente, in lei, una voglia imperiosa diversa da quella della
fame. Una forza misteriosa, che la faceva sussultare, la spingeva a
inoltrarsi, ad accostarsi a quel fuoco, a quella fiamma, a unirsi
alla compagnia dei cani, fra le gambe degli uomini. «Un Occhio»
finalmente, riuscì a condurla via agitandosi tanto da comunicare
la sua irrequietezza alla lupa, la quale si ricordò, a sua volta,
di quell’altra cosa che cercava così ostinatamente e che per lei
era assolutamente necessario trovare. Essa fece un voltafaccia e
trotterellò indietro, nella foresta, con gran sollievo del vecchio
lupo, che la precedeva, e che non fu rassicurato se non quando
l’accampamento non si vide più.
Così scivolando a fianco a fianco, senza rumore al chiaro della luna,
essi incontrarono un sentiero e, i loro due nasi si abbassarono
dove apparivano sulla neve delle tracce segnate di recente. «Un
Occhio» corse avanti, seguito dalla lupa, e con tutte le precauzioni
necessarie. I cuscinetti naturali ch’essi avevano sotto alle piante dei
piedi s’imprimevano sulla neve, silenziosi, come capitoni di velluto.
Il lupo scoprì una piccola macchia bianca, che, lievemente, si muoveva
sul suolo bianco, e accelerò l’andatura, già rapida. Davanti a lui,
quella piccola macchia bianca balzava.
Il sentiero dov’egli correva era stretto e fiancheggiato, da ciascun
lato, da masse di giovani abeti. Egli puntò verso la piccola macchia
bianca, e a piccoli balzi la raggiunse, poi, con un altro balzo le fu
addosso, e stava già per affondare i denti, quando a un tratto ecco la
piccola macchia innalzarsi in aria di sulla testa del lupo, il quale
riconobbe un coniglio di neve che, sospeso, nel vuoto, a un giovane
abete, balzava, saltava, faceva capriole, in una specie di danza
fantastica. A tale spettacolo «Un Occhio» indietreggiò, spaventato, poi
si appiattò sulla neve, ringhiando minacciosamente verso quel piccolo
essere misterioso e forse pericoloso. Ma la lupa, ch’era giunta, passò
con destrezza davanti al vecchio lupo, e poi, rimasta tranquilla un
po’, si lanciò verso il coniglio che seguitava a danzare in aria. Fece
un salto in su, ma non tanto alto da raggiungere la preda bramata, così
che i suoi denti si rinchiusero inutilmente nel vuoto, con uno stridore
metallico.
Saltò un’altra volta, poi una terza, mentre «Un Occhio» che s’era
rialzato, l’osservava. Incitato da quegli insuccessi, egli balzò in
alto a sua volta, e afferrò con i denti il coniglio, tirandolo giù a
terra. Ma, cosa curiosa, l’abete non aveva lasciato il coniglio: s’era
curvato seguendo sino al suolo e pareva minacciare il vecchio lupo. «Un
Occhio» aprì le mascelle, e, abbandonata la preda, saltò indietro per
tener testa allo strano pericolo: scoprì le zanne, gonfiò la gola, in
una specie d’invettiva, e drizzò tutti i peli, del corpo, per la rabbia
e lo spavento, mentre il piccolo abete si raddrizzava, e il coniglio,
nuovamente in aria, ricominciava a danzare nel vuoto.
La lupa s’adirò e, quasi per punirlo, affondò le sue zanne nella
spalla del vecchio lupo, il quale, sempre più spaventato dal misterioso
congegno, si raggrinzò e seguitò a indietreggiare, dopo aver graffiato
il naso della compagna.
Allora essa, indignata dell’offesa, si gettò sul compagno, che, in
fretta cercò di abbonirla, e di farsi perdonare la colpa, ma invano,
perchè lei non voleva intendere ragioni e seguitava rudemente a
castigarlo, sicchè egli, voltando il capo, in segno di sottomissione, e
rinunziando a intenerirla, offrì da sè la spalla ai morsi della lupa.
Intanto, il coniglio, seguitava a danzare in aria sulle loro teste.