— E non era un cane pazzo, — aggiunse Enrico.

JACK LONDON

ZANNA BIANCA

(WHITE FANG)

ROMANZO

MCMXXV

«MODERNISSIMA»

MILANO — Via Vivaio, 10

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C.

— Via Zecca Vecchia, 7 — Milano (7)

_Nel presentare il primo volume delle opere complete di Jack London,

«Il richiamo della foresta», misi in particolare rilievo il profondo

significato allegorico riposto nel semplice racconto della vita di

un cane, perchè il lettore non si fermasse alla maestrìa descrittiva

e fantasiosa dell’artista, ma ne penetrasse l’anima e si guardasse

dallo scambiare un’opera profondamente umana e sociale con un racconto

d’avventure per ragazzi, cioè dal rischio di vedersi sfuggire elementi

essenziali dell’opera d’arte, e il capolavoro nella sua interezza._

_Leggere le opere di Jack London e non conoscere, sia pure

sommariamente, la sua vita avventurosa e travagliata, è ignorare la

fonte vera della sua poesia e la qualità della poesia stessa. Seguire

soltanto le vicende dei suoi personaggi e le crudeltà cui il Destino

li sottopone, fremendo alle loro disperate ribellioni e commovendosi

per le loro prodigiose abnegazioni, ma ignorando l’ideale ultimo al

quale l’autore si è ispirato e per il quale ha lottato tutta la vita,

significa far torto agli ideali sociali dello scrittore, ignorare

le ragioni profonde che lo muovono, e valutare incompiutamente i

sentimenti che ne alimentano impulsi ed azioni e le rendono ragionevoli

e possibili, aderenti alla vita, illuminatrici del destino, del passato

e dell’avvenire dell’uomo._

_Il poeta ci commuove, l’artista ci riempie di meraviglia, ma è

l’uomo che tramuta la poesia e la bellezza in pensiero, le sensazioni

in travaglio interiore, affinchè, mediante la nostra sensibilità

artistica, un lato nuovo della verità universale appaia alla nostra

coscienza. I capolavori hanno sempre l’intima virtù di aggiungere

ad un godimento puramente spirituale una forza morale che ci rende

partecipi di esperienze universali, chè, se questa forza non avessero,

mancherebbero del loro elemento più vitale._

_Io volli, appunto, con la mia prefazione al «Richiamo della foresta»,

mostrare il London uomo, e non credo di aver fatto cosa inutile

o superflua, giacchè persone che avevano già letto il volume nel

testo inglese o nella traduzione francese, rileggendolo dopo la mia

prefazione, sono rimaste stupite di trovare, in quello che prima

era sembrato un semplice racconto d’animali, una rappresentazione

realistica e dolorosa del destino umano. Tanto in Buck, il cane che

diventa lupo, come in Zanna Bianca, il lupo che acquista la domesticità

e socievolezza del cane, il sentimento dominante è la ribellione contro

la tirannìa del più forte, ribellione che si muta, nel tiranneggiato,

in un bisogno di prevalenza sui simili e sui più deboli di lui, di

diventare a propria volta, il trionfatore e il tiranno. Entrambi

sperimentano la fredda, implacabile e spesso folle e inutile ferocia

degli uomini, e finiscono coll’assoggettarvisi; ma mentre si affina, in

questa schiavitù, ogni spirito peggiore, il naturale germe d’amore non

inaridisce in essi, e allorchè Buck incontra Giovanni Thorton, e Zanna

Bianca Weedon Scott, cioè l’uomo buono, il forte devoto al debole,

quel germe d’amore si sviluppa prodigiosamente, sino a diventare forza

irresistibile e travolgente, la forza che spinge al sacrificio gioioso

della vita per la creatura amata._

_«Weedon Scott s’era posto il compito di redimere Zanna Bianca, o,

piuttosto, di redimere l’Umanità dal male che aveva fatto a Zanna

Bianca. Era una questione di principio e di coscienza. Sentiva che il

male fatto a Zanna Bianca era un debito assunto dagli uomini, e che

doveva essere pagato. E così si sforzò d’essere più che mai buono verso

Zanna Bianca... E col passare dei giorni, l’evoluzione della simpatia

in amore s’accelerò. Lo stesso Zanna Bianca incominciò a rendersene

conto, ancorchè esso non avesse consapevolezza alcuna di ciò che fosse

l’amore. Gli si manifestava come un vuoto nel suo essere, un nuoto che

assomigliava alla fame, che faceva male, che voleva essere riempito»._

_Zanna Bianca sentiva ciò che Buck aveva già provato dopo la morte di

Giovanni Thorton. «Sentiva che quella morte produceva un gran vuoto

in lui, in qualche modo simile alla fame, ma un vuoto che gli faceva

continuamente male e che il cibo non poteva riempire»._

_Nelle straordinarie avventure di Buck e di Zanna Bianca ci affascina

lo spettacolo grandioso del paesaggio dell’Alaska terribile e

selvaggio, le paurose lotte dell’uomo e degli animali contro la

solitudine e le insidie di terre inesplorate; ma ci conquista e ci

commuove, soprattutto, in un tragico quadro di miserie e crudeltà,

questa misteriosa forza dell’Amore «questa forza calda e radiante,

nella cui luce la natura animale si espande come un fiore sotto i

raggi del sole». E ad un tratto, la vita dell’Umanità travagliata

s’immedesima e identifica nella vita di queste creature dal London,

così che proviamo anche noi la sensazione di un vuoto interiore,

di un vuoto che assomiglia alla fame, che fa male e che deve essere

riempito, e dal profondo di noi sale la sensazione della sola cosa

che può redimere l’Umanità e mutar faccia al mondo, l’antichissimo e

nuovissimo miracolo dell’Amore, l’amore che si manifesta e disciplina

nella devozione del forte per il debole, nella venerazione del debole

per il forte, con senso religioso universale. Visti sotto questa luce,

ch’è la vera luce dell’animo di Jack London, uomo forte, doloroso e

appassionato, «Il richiamo della foresta» e «Zanna Bianca» formano una

maestosa sinfonia del dolore del mondo, di questo dio folle che muove,

come l’antico_ Deus ex machina, _la tragedia spaventevole dell’Umanità

governata dalla tirannide del forte sul debole. Nel «Tallone di ferro»,

che pubblicheremo subito dopo «Zanna Bianca», vedremo la tragedia in

atto, gli animali sostituiti dagli uomini, più bestialmente crudeli,

governati da leggi inesorabili, come quella della mazza e del dente, ma

infinitamente più raffinati e perversi. In luogo delle grandi foreste

vedremo le grandi città, piene di mortifere insidie, e udremo l’urlo

di ribellione alla tirannide del forte levarsi più formidabile e farci

fremere e inorridire..._

_Ma mentre ripenso, rabbrividendo, agli orrori del «Tallone di ferro»

divenuti realtà nella guerra mondiale e nella rivoluzione russa; mentre

rievoco i compagni lacerati dalla mitraglia nelle putride trincee del

Podgora..._

. . . . . . .

_... tutte le aberrazioni e miserie della nostra povera Umanità

insanguinata, violenta, lurida, avida, egoista, risento quel vuoto

interiore che alcun cibo non può riempire, quel vuoto che fa male, e mi

chino ad abbracciare il povero cane dal cuore fedele che insegna con

la sua illimitata devozione ciò che gli uomini non m’hanno insegnato:

l’amore che sa dare e non chiedere, l’amore che ama l’amore._

GIAN DÀULI.

Rapallo, dicembre del 1924.

ZANNA BIANCA

I.

LA TRACCIA DELLA CARNE.

Da ciascun lato del fiume gelato, si stendeva l’immensa foresta

d’abeti, fosca e minacciosa. Gli alberi, sbarazzati di fresco del loro

manto di brina dal vento, sembravano appoggiarsi gli uni sugli altri,

neri e fatidici, contro la luce del giorno che impallidiva. La terra

era tutt’una desolazione infinita e senza vita, dove nulla si moveva,

e così fredda e deserta che, davanti ad essa il pensiero stesso si

ritraeva, sorpassando la tristezza. Una specie di voglia di ridere

pareva sopraffare l’animo ed era un riso tragico, come di Sfinge, un

riso agghiacciato e senza gioia, come un sarcasmo dell’Eterno sulla

futilità della vita e sulla vanità dei nostri sforzi. Era il Wild, il

Wild selvaggio, gelido nel profondo del cuore, della terra del Nord[1].

Sul ghiaccio del fiume e come una sfida al nulla del Wild, s’affaticava

una muta di cani lupi. Il loro pelame arruffato era greve di neve,

e il loro fiato, appena uscito dalla bocca, si condensava in vapore,

gelandosi subito e ricadendo in forma di cristalli trasparenti, come se

mandassero una lava di ghiaccioli.

I cani erano attaccati, per mezzo di cinghie di cuoio e guarnimenti, a

una slitta che li seguiva, a distanza, sobbalzando. La slitta, senza

pattini, era fatta di pezzi di corteccia di betulla, solidamente

legati e poggiava, con tutta la sua superficie, sulla neve. La parte

anteriore era ricurva in forma di rullo, in modo da respingere,

senz’affondare i cumuli di neve che formavano come delle onde

increspate. Sulla slitta era, solidamente tenuta, una grossa cassa,

stretta e oblunga, che occupava quasi tutto lo spazio. Accanto ad essa

erano ammucchiati oggetti varî: coperte, un’ascia, una caffettiera e

una padella per friggere. Davanti ai cani, su larghe racchette, si

affaticava un uomo, e dietro la slitta, un altro. Dentro la cassa

posta sulla slitta giaceva un terzo che aveva finito di penare: il

Wild lo aveva stroncato, in modo da impedirgli per sempre di muoversi

e di lottare. Al Wild ripugna il moto, e la vita è come un’offesa.

Esso congela l’acqua per impedirle di correre al mare, gela la linfa

sotto la corteccia robusta degli alberi, sinchè questi non muoiono,

e, in modo anche più feroce e implacabile, si accanisce contro l’uomo

per sottometterlo e schiacciarlo. Perchè l’uomo, fra tutti gli esseri

viventi, è il più agitato e non trova requie e non è mai stanco, e il

Wild odia il moto.

Intanto, davanti e dietro la slitta, indomiti e senza scoraggiarsi,

scarpinavano i due uomini ancora vivi. Essi erano coperti di pelliccia

e di cuoio morbido conciato. Il loro fiato, gelando come quello

dei cani, aveva ricoperto di cristalli ghiacciati le loro ciglia,

le guance, le labbra, tutta la persona, così ch’era impossibile

distinguere l’uno dall’altro. Sembravano becchini mascherati che

accompagnassero, verso un mondo soprannaturale, il feretro di qualche

fantasma. Ma sotto quella maschera c’erano uomini che avanzavano ad

ogni costo, su quella terra desolata, sprezzanti, ironici e beffardi,

erti e impassibili come l’infinito abisso dello spazio. Avanzavano

con i muscoli tesi, evitando ogni sforzo inutile, e facendo economia

persino del respiro. Intorno intorno ad essi si stendeva il silenzio,

il silenzio che pareva schiacciarli col suo greve peso, come l’acqua

sul corpo del palombaro, che gli grava addosso sempre più, a mano a

mano ch’egli sprofonda nell’Oceano.

Trascorse un’ora, poi mezz’ora, e la livida luce del giorno, una luce

senza sole, stava per spegnersi, allorchè, improvvisamente, s’udì un

grido debole e lontano, nell’aria tranquilla. Poi il grido ingrandì,

a sbalzi, sinchè non divenne acuto, e insistette, così, poi cessò.

Sarebbe parso il richiamo di un’anima perduta, senza quel non so che

di selvaggio e feroce che l’improntava: era uno strepito ardente e

bestiale, uno schiamazzo di affamato che vuole la sua preda.

L’uomo che era davanti volse la testa in modo da incontrar lo sguardo

dell’uomo che era dietro, e, al disopra della cassa rettangolare posta

sulla slitta, tutt’e due fecero un segno d’intesa.

Risuonò un altro grido, nel silenzio. I due uomini ne stabilirono

la provenienza: veniva dietro di loro, lungo la distesa di neve che

avevano attraversata. Un terzo grido rispose agli altri; proveniva

anch’esso di dietro le loro spalle e a sinistra del secondo grido.

— Ci seguono, Bill, — fece l’uomo che era davanti.

La voce risuonò, rude e come irreale: pareva ch’egli avesse fatto uno

sforzo per parlare.

— La carne è scarsa, — aggiunse il compagno. — Da parecchi giorni non

vedo neppure la traccia di un coniglio.

Quindi tacquero; ma tendevano l’orecchio verso quello strepito di

caccia che ingrandiva dietro di essi.

Quando fu notte fatta, gli uomini staccarono i cani e li istallarono,

in riva al fiume, in una macchia di abeti, poi a una certa distanza

dagli animali, posero l’accampamento. La bara, accanto al fuoco, servì,

insieme, da sedia e da tavola. I cani lupi brontolavano e rissavano tra

loro, ma non tentavano di fuggire, nè di salvarsi nelle tenebre.

— Mi sembra, Enrico, ch’essi si mantengano insolitamente fedeli alla

nostra compagnia, — osservò Bill.

Enrico, chino sul fuoco e occupato a fare sciogliere un po’ di

ghiaccio, per preparare il caffè, approvò con un cenno della testa,

poi, sedutosi sulla bara e preso qualche boccone, disse:

— Sanno che stando con noi hanno la pelle assicurata. Meglio mangiare,

che essere mangiati. Quei cani non sono privi di spirito.

Bill scosse la testa:

— Oh io non ne so nulla!

Il compagno lo guardò sorpreso.

— È la prima volta, Bill, che vi sento dubitare dell’intelligenza dei

cani.

— Avete osservato, — rispose l’altro, masticando delle fave,

energicamente, — come si sono agitati quando ho portato loro il pasto?

Quanti cani avete, Enrico?

— Sei.

— Bene, Enrico.

Bill indugiò un po’ come per aggiungere peso alle parole:

— Dicevamo di avere sei cani e ho preso sei pesci dal sacco e li ho

distribuiti dandone uno a ciascun cane. Beh, mi mancava un pesce.

— Avrete contato male.

— Noi possediamo sei cani. — proseguì Bill, con calma. — Ora io ho

preso sei pesci e «Un’Orecchia» non ha avuto il suo; allora sono

tornato al sacco, e ho preso un settimo pesce, che gli ho dato.

— Eppure abbiamo sei cani.

— Non volevo dire che i cani erano sette, ma che erano in sette a

mangiare, le bestie alle quali ho dato del pesce.

Enrico cessò di mangiare, e di sopra al fuoco, contò a distanza gli

animali.

— Comunque — fece — ora sono sei.

— Ho visto il settimo che mangiava, fuggire sulla neve.

Enrico osservò Bill con aria pietosa, ed affermò:

— Sarò molto contento di finire questo viaggio.

— Che vorreste dire?

— Voglio dire che i troppi stenti vi hanno logorato i nervi, e che

cominciate a veder cose....

— Così ho pensato anch’io, là per là, — rispose Bill, con gravità. — Ma

le tracce che il settimo animale ha lasciate dietro di sè sono ancora

segnate sulla neve. Ve le mostrerò, se volete.

Enrico non rispose e ricominciò a mangiare in silenzio. Terminato il

pasto, egli annaffiò il cibo con una tazza di caffè e, pulitasi la

bocca col dorso della mano:

— Dunque, Bill, voi credete che sia così?

Un lungo grido di appello, lamentoso e selvaggio insieme, sorse

dall’oscurità e l’interruppe. L’uomo tacque per ascoltare, e, tendendo

la mano nella direzione del grido, fece:

— È venuto uno di essi?

Bill approvò con la testa:

— Darei chissà quanto per poter pensare altrimenti. Voi stesso avete

osservato il chiasso fatto dai cani.

Urli e urli, e altri urli si rispondevano, vicino, lontano, in tutte

le direzioni, e parevano mutare a un tratto il Wild in un manicomio.

I cani, spaventati, avevano spezzato i tiranti ed erano venuti ad

ammucchiarsi, gli uni contro gli altri, attorno al fuoco, e così vicino

che il loro pelo era bruciacchiato dalla fiamma.

Bill gettò altra legna sul fuoco, accese la pipa e trattone qualche

sbuffo:

— Penso, Enrico, che questo qui che è dentro — e indicava, col pollice,

la cassa sulla quale erano seduti — è incredibilmente felice, come voi

e io non saremo mai. Anzichè viaggiare così comodamente, avremo noi, un

giorno, una pietra almeno sulla nostra carcassa? Io non riesco a capire

come mai un ragazzo come questo che doveva essere, nel suo paese, un

lord o qualche cosa di simile, e che non ha avuto mai da scalmanarsi

per la cuccia e per la fabbrica dell’appetito, abbia avuto l’idea di

venire a trascinare i suoi stivaletti su questa terra che è alla fine

del mondo, abbandonata da Dio. Francamente, questo io non riesco a

capire bene.

— Poteva godersi una buona vecchiaia, se rimaneva in casa sua, —

aggiunse Enrico, approvando.

Bill stava per seguitare la conversazione, quando vide, nel nero muro

di tenebre che gravava su di essi, dove ogni forma era indistinta, un

paio d’occhi lucenti come brace. Egli li mostrò ad Enrico che a sua

volta gliene mostrò un altro paio, e poi un terzo. Un cerchio d’occhi

scintillanti li circondava. A tratti, un paio di quegli occhi si

spostava, o spariva, per riapparire subito dopo.

Il terrore dei cani aumentava: essi balzavano come pazzi di spavento

attorno al fuoco, o andavano, strisciando, a rannicchiarsi tra le gambe

dei due uomini, così che, fra quello scompiglio, uno di essi andò a

finire nella fiamma e incominciò a lanciare urli di lamento, mentre

l’aria si impregnava dell’odore di strinato del pelo. Questo trambusto

fece disperdere il cerchio d’occhi, che si riformò appena l’incidente

ebbe termine e i cani ridivennero tranquilli.

— È — fece Bill, — un’incresciosa e deplorevole condizione il trovarsi

con poche munizioni.

Egli dato fondo alla sua pipa, aiutava il compagno a stendere, sui rami

di abete ben disposti sulla neve, un letto di coperte e di pellicce.

Enrico borbottò mentre slacciava i suoi mocassini di pelle di daino.

— Dite un po’, Bill quante cartucce ci rimangono?

— Tre, e vorrei che fossero cento, per mostrare il fatto loro a quei

dannati.

E agitò il pugno, con collera, verso gli occhi lucenti. Poi, slacciati

a sua volta, i mocassini, li posò con cura davanti al fuoco.

— Desidererei proprio, anche, che questo freddo fosse spazzato. Abbiamo

avuto 50 gradi sotto zero da due settimane. Volesse Iddio che non

avessimo mai intrapreso un viaggio come questo, che ha preso una piega

che non mi piace. La faccenda non va bene, lo sento. Ma giacchè ci

siamo è bene ormai che termini al più presto, e non se ne parli più!

Saremo felici quel giorno in cui ci troveremo, voi e io, nel forte

M’Gurry, tranquillamente seduti accanto al fuoco, a giocare alle carte.

Ecco quel che mi auguro!

Enrico emise un altro brontolìo e si ficcò nel letto. Ma mentre stava

per addormentarsi, ecco Bill domandargli con vivacità:

— Dite, Enrico, perchè i cani non si sono lanciati addosso all’intruso,

ch’è venuto ad unirsi alle nostre bestie e a beccarsi un pesce? Mi dà

da pensare questa faccenda.

— Voi vi create troppe preoccupazioni, Bill — rispose Enrico, con voce

assonnacchiata. — Prima non eravate così. Credo che digeriate male. Ma

abbiamo discusso abbastanza! Dormite, altrimenti domani starete male

in gamba. Voi vi rompete il cervello senz’alcuna ragione. E così i due

compagni s’assopirono, con respiro grosso, a fianco a fianco sotto la

stessa coperta.

Il fuoco cadde a poco a poco e gli occhi brillanti restrinsero il

cerchio che formavano, ma allorchè due di essi s’avvicinarono più

d’appresso i cani brontolarono, tra impauriti e minacciosi. A un punto,

i loro gridi divennero così acuti che Bill si svegliò.

Egli scese dal letto con cautela per non turbare il sonno del compagno,

e pose altra legna sul fuoco. Rialzatasi la fiamma, quel cerchio

d’occhi indietreggiò. Bill lanciò uno sguardo sul gruppo dei cani, poi,

sfregate le palpebre, tornò a guardare con maggior attenzione, e, ciò

fatto, rificcatosi sotto le coperte, chiamò:

— Enrico... Oh! Enrico!

Enrico gemette, come fa uno quando è destato.

— Che c’è? — domandò.

— Nulla. Ma li ho contati: sono sette, nuovamente.

Enrico accolse la notizia senz’alcun turbamento, e poco dopo russava

coi pugni chiusi.

Al mattino, egli si svegliò per primo e trasse fuori del letto il

compagno. Erano le sei, ma bisognava che passassero altre tre ore

prima che fosse giorno chiaro. Egli incominciò, al buio, a preparare la

colazione, mentre Bill arrotolava le coperte e preparava la slitta per

la partenza.

— Dite, Enrico, — domandò a un tratto, — quanti cani, secondo voi,

abbiamo?

— Sei.

— È un errore! — esclamò Bill trionfante.

— Ancora sette? — oppose Enrico.

— No: cinque. Uno se ne è andato.

— All’inferno! — esclamò Enrico, con collera.

E interruppe le sue faccende, per andare a contare i cani:

— Avete ragione, Bill. «Palla di Sego» è partito.

— È sparito con la rapidità d’un lampo. Deve essere stato il fumo a

nasconderci la sua fuga.

— Nè lui nè noi siamo fortunati. L’avranno inghiottito vivo. Scommetto

che urlava come un dannato, quando lo sgozzavano. Maledetti!

— È stato sempre un cane pazzo — fece Bill.

— Per quanto pazzo fosse, può un cane essere tanto matto da suicidarsi

così?

Enrico lanciò uno sguardo sui superstiti del tiro, valutando, con un

sommario calcolo mentale, il loro carattere e le loro attitudini.

— Posso giurare che neppure uno di questi si abbandonerebbe ad un gesto

simile: anche a picchiarli a bastonate, rifiuterebbero d’allontanarsi.

— Io ho sempre pensato, — fece Bill — e lo ripeto, che «Palla di Sego»

doveva avere il cervello un tantino guasto.

Tale fu il discorso funebre in morte di un cane che lasciò la vita

lungo il viaggio, seguendo un cammino della terra del Nord.

Ma quanti altri cani, quanti uomini, non hanno avuto neppur questo!

II. LA LUPA.

Terminata la colazione, e ricaricato il rudimentale materiale da campo

sulla slitta, i due uomini voltarono le spalle al fuoco allegro e

si spinsero innanzi nelle tenebre, che non s’erano ancora schiarite.

I gridi di richiamo, funebri e feroci, continuavano a risuonare e a

rispondersi, nel buio e nel freddo.

Tacquero quando il giorno, alle nove, cominciò a spuntare. A mezzodì,

il cielo verso Sud, parve riscaldarsi, e tingersi di color rosa; e

quella linea di separazione che la rotondità della terra forma tra i

paesi meridionali, dove luce il sole, e il mondo del Nord, apparve; ma

il color rosa impallidì, e gli successe una luce grigia che durò sino

alle tre, e sparì a sua volta, quando il pallido crepuscolo artico,

ridiscese sulla terra solitaria e silenziosa. Ritornata l’oscurità, i

gridi belluini, a destra, a sinistra, ricominciarono, suscitando tra i

cani, che pure erano molto stanchi, un folle pànico.

— Sarebbe ora, — disse Bill, rimettendo, per la centesima volta, i cani

sul diritto sentiero, — che se ne andassero al diavolo e ci lasciassero

in pace.

— Certo si è, che ci fanno un gran ribrezzo, — approvò Enrico.

L’accampamento fu posto come la sera prima. Enrico stava vigilando la

pentola dove bollivano delle fave, allorchè un grand’urlo lanciato da

Bill, e seguito da un grido acuto, di dolore, lo fece sussultare. Fece

appena in tempo ad alzare il naso per vedere una forma vaga che correva

verso la neve e spariva nel buio.

Poi, scorse Bill, che, in piedi tra i cani, tra allegro e dolente,

teneva in una mano un forte randello e nell’altra la coda e una parte

del corpo d’un salmone seccato.

— Mi è riuscito di salvarne soltanto la metà, — disse Bill. — Ma il

ladro ha avuto abbastanza, per il resto: non lo sentite come urla?

— E che aspetto aveva il ladro? — domandò Enrico.

— Non ho potuto vederlo bene. Ma so che ha quattro zampe, una bocca e

un pelame che rassomiglia a quello di un cane.

— Deve essere, lo giurerei, un lupo addomesticato.

— Accidenti! e come addomesticato, se lo è! È venuto proprio all’ora

del pasto, a portarsi via un pezzo di pesce.

I due uomini, seduti sulla cassa rettangolare, avevano, dopo desinato,

accese le pipe, come erano soliti di fare, ed ecco il cerchio di occhi

fiammeggianti, circondarli come la sera precedente e stringerli più da

vicino.

Bill ricominciò a lamentarsi.

— Voglia Iddio che incontrino una torma di alci o altra grossa

selvaggina, e che sgombrino il terreno per seguirli. Sarebbe una

liberazione, per noi...

Enrico fece finta di non aver capito, ma quando Bill si disponeva a

ricominciare le sue lamentele, egli divenne tutto rosso dalla stizza.

— Bill, finitela con quel vostro crocidare: avete i crampi allo

stomaco, ve l’ho già detto, e perciò divagate. Inghiottite una buona

cucchiaiata di bicarbonato di soda: vi calmerete, e vi assicuro che

ridiventerete di piacevole compagnia. Il mattino seguente, delle

energiche bestemmie dette da Bill svegliarono Enrico, il quale si

sollevò su un gomito, e alla luce del fuoco che risplendeva, vide il

compagno che, attorniato dai cani, agitava drammaticamente le braccia,

e si abbandonava a delle orribili smorfie.

— Hello — chiamò Enrico, — che c’è di nuovo?

— «Ranocchio» se ne è andato, — fu la risposta.

-No!

— Dico di sì!

Enrico saltò fuori dalle coperte, e andò verso i cani, e, dopo averli

contati con cura, si unì a Bill per maledire le potenze maligne del

Wild, che gli avevano rapito un altro cane.

— «Ranocchio» era il più vigoroso della muta, — fece Bill.

— E non era un cane pazzo, — aggiunse Enrico.

E questo fu nel corso di due giorni, il secondo discorso funebre.

La colazione fu malinconica, e i quattro cani superstiti furono legati

alla slitta. La giornata non fu diversa dalla precedente: i due uomini

s’affaticavano senza parlare, il silenzio era rotto soltanto dai gridi

che li inseguivano e che parevano attaccarsi, invisibili, al loro

cammino. Ci fu lo stesso pànico dei cani, si ripetè lo sbandamento

fuori del sentiero, tracciato, e la stessa stanchezza fisica e morale

dei due uomini, derivante da tutto ciò.

Stabilito l’accampamento, Bill, secondo l’uso indiano, avvolse attorno

al collo dei cani una solida correggia di cuoio tenuta da un bastone

di cinque o sei piedi di lunghezza, che all’altra estremità era legato,

per mezzo di un’altra correggia, a un piuolo fisso nella terra. I nodi

erano così stretti che i cani non potevano nè mordere nè rodere il

cuoio.

— Guardate, Enrico, — fece Bill, con soddisfazione. — se non ho fatto

un buon lavoro! Questi imbecilli saranno costretti a star tranquilli

sino a domani. Se mancasse uno solo all’appello, rinunzierei al mio

caffè.

Enrico trovò che la cosa era fatta a perfezione; ma, mostrando a Bill

il cerchio delle ardenti pupille che, per la terza sera, li stringeva,

fece:

— Eppure è un peccato non potere assestare a queste bestiaccie qualche

buona fucilata! Hanno capito che non abbiamo cartucce, e diventano

perciò sempre più audaci.

I due uomini indugiarono un po’ prima di coricarsi. Guardarono le forme

vaghe andare e venire, fuori del campo di luce segnato dal fuoco, e,

osservando attentamente il punto in cui apparivano un paio di occhi,

finivano per scorgere i contorni dell’animale che si profilava e si

muoveva nelle tenebre. Una specie di pànico che avvenne tra i cani, li

fece voltare da quella parte. «Un’Orecchia», gemendo e lamentandosi

con urli acuti, tirava con tutte le sue forze verso la direzione

dell’ombra, sul suo bastone, ch’egli mordeva freneticamente e addentava

con tutti i denti.

— Bill, guardate, — mormorò Enrico.

Al chiarore del fuoco, un animale, simile a un cane, s’insinuava,

con un movimento obliquo e furtivo, di soppiatto. Pareva, insieme,

audace e timoroso, osservava i due uomini, con precauzione, e cercava,

evidentemente, di accostarsi ai cani. «Un’Orecchia», appiattandosi

verso l’animale, sul suolo, raddoppiava i gemiti.

— È una lupa. — mormorò Enrico. — Serve alla torma, come adescamento:

quando è riuscita ad attirarsi dietro un cane, tutta la torma gli

piomba addosso e se lo divora.

In quel mentre un pezzo di legno della catasta accesa, ruzzolò,

rompendosi con fracasso, e lo strano animale, spaventato, diede un

salto indietro nelle tenebre e scomparve.

— Penso una cosa, — fece Bill.

— Che cosa, per piacere?

— Che l’animale visto da noi è lo stesso che ho randellato io, ieri.

— Non c’è neppure il minimo dubbio su ciò.

— Bisogna inoltre osservare, — proseguì Bill — che la sua domestichezza

eccessiva con la fiamma del nostro fuoco non è naturale e urta contro

tutte le nostre idee tradizionali.

— Quel lupo, certo, ne sa più di quanto ne possa sapere un vero lupo,

— approvò Enrico. — Conosce persino l’ora del pasto dei cani. È un

animale che ha delle esperienze.

— Il vecchio Villano, — fece Bill, riflettendo ad alta voce, —

possedeva un cane che era avvezzo a svignarsela per andare a correre

con gli altri lupi. Lo so benissimo, tant’è vero che lo ammazzai, un

bel giorno, in una pastura di alci, su Little Stik. Il vecchio Villano

ne pianse come un neonato. Non vedeva quel cane da tre anni, tre anni,

durante i quali il cane era stato con i lupi.

— Credo — dichiarò Enrico, — che abbiate indovinato la verità. Quel

lupo è un cane, e da molto tempo mangia il pesce dalla mano dell’uomo.

— Se sarò un po’ fortunato, di quel lupo, che è un cane, finiremo con

avere la pelle, — dichiarò Bill. — Non possiamo continuare a perdere

altre bestie.

— Ricordatevi però che ci rimangono tre cartucce soltanto.

— Lo so, e le conservo per un colpo sicuro.

Enrico, al mattino, riattizzato il fuoco, fece cuocere la colazione,

accompagnato, durante quella faccenda, dal russare sonoro del compagno,

che si svegliò sol quando gli alimenti furono pronti. Bill, ancora

assonnacchiato, cominciò a mangiare. Poi, avendo osservato che la sua

tazza da caffè era vuota, si chinò per prender la caffettiera; ma essa

era dalla parte di Enrico, tenuta discosto.

— Dite un po’, Enrico, — fece egli con una specie di amichevole

borbottìo, — non avete dimenticato di darmi qualche cosa?

Enrico fece finta di cercare intorno a sè, e scosse la testa.

Bill pone la tazza vuota.

— Non avrete il caffè, — affermò Enrico.

— S’è rovesciato? — domandò Bill con ansietà.

— No, no.

— Se non me lo date, mi guastate la digestione.

— Non ne avrete!

La faccia di Bill divenne, a un tratto, sanguigna, dalla collera.

— Volete, per favore parlare e spiegarvi?

— «Arditone» è partito.

Lentamente, rassegnandosi alla sciagura, Bill voltò la testa e contò i

cani. Poi domandò, avvilito:

— E com’è accaduto?

— Non so: certo è che «Arditone» non poteva rodere da sè la correggia,

che lo teneva legato al bastone. Dev’essere stato «Un’Orecchia» a

servirlo.

— Dannato di un cane! — esclamò Bill. — Non potendo liberare sè, ha

liberato il compare.

— Comunque, ormai, «Arditone» è bell’e spacciato. Credo che sia stato

già digerito e che ruzzi nel ventre di venti lupi diversi.

Pronunziato, così, il terzo discorso funebre, Enrico proseguì:

— Ora, Bill, volete del caffè?

Bill fece un cenno negativo.

— È proprio sicuro? — insistè Enrico, alzando la caffettiera, — eppure

è buono.

Ma Bill ch’era cocciuto scostò la tazza.

— Anzichè accettare, mi farei impiccare: ho dato la mia parola e la

manterrò.

Fece colazione senza bere, inaffiandola di maledizioni rivolte a

«Un’Orecchia» che gli aveva giocato quel brutto tiro.

— Stanotte, — fece — li legherò tra loro, contro ogni tentativo.

I due uomini ripresero il cammino; ma fatti appena cento _yards_, ecco

Enrico, che andava innanzi, urtare col piede, al buio, in un oggetto.

Egli lo raccolse, e voltosi corse incontro a Bill.

— Tenete, Bill, — disse, — ecco una cosa che potrà esservi utile.

Bill lanciò un’esclamazione: era quell’oggetto l’unico avanzo di

«Arditone», il bastone al quale era stato attaccato.

— Se lo son mangiato tutto, — fece Bill: — ossa, costole, pelle, tutto

hanno divorato. Persino il bastone, non è proprio liscio come la palma

della mano: ne hanno mangiato il cuoio che ne guarniva le estremità.

Speriamo che a voi e a me non tocchi la stessa sorte, prima di

terminare il nostro viaggio!

Enrico rise.

— È la prima volta, — fece, — che sono così perseguitato dai lupi; ma

ho conosciuti altri pericoli, e ne sono uscito sano e salvo. Fatevi

coraggio, risolutamente, e non temete nulla: non ci avranno, figlio

mio.

— Questo non si sa, sì, non si può sapere...

— Voi siete pallido, segno che la circolazione del sangue è cattiva.

Dovreste prendere del chinino. Ve ne rimpinzerò quando saremo giunti a

destinazione.

Anche quel giorno fu simile ai precedenti: all’alba, alle nove, e a

mezzodì il riflesso lontano, verso sud, del sole invisibile; poi il

pomeriggio grigio, che precedeva una rapida notte. Quando il sole

proiettò il suo fioco chiarore, Bill, prese il fucile dalla slitta, e

disse:

— Vado a vedere, Enrico, che cosa possa fare.

— Siate prudente, e badate che non vi capiti una disgrazia!

Bill s’allontanò in quei luoghi deserti. Un’ora dopo, ritornava verso

il compagno che l’aspettava con una certa ansia.

— Si sono sparpagliati, — riferì — e vagolano al largo, lontano da

noi, correndo qua e là, ma senza abbandonarci. Sono sicuri di averci,

e sanno che basta pazientare. Intanto, cercano qualche altra cosa da

rosicchiare.

— Secondo voi, — osservò Enrico, — sono sicuri di averci?

Bill fece finta di non aver inteso e continuò:

— Ne ho intravvisto qualcuno: sono magri, da far paura. Non hanno

mangiato un boccone da settimane, tranne s’intende i nostri tre cani.

Fra loro ve ne sono alcuni che non dureranno; hanno le costole come

stropicciapanni, e le pance appiattite a livello della spina dorsale:

sono, posso dirvelo, al colmo della disperazione, sono mezzo arrabbiati

e aspettano.

Erano trascorsi pochi minuti, quando Enrico, che aveva preso posto

dietro e spingeva la slitta, per aiutare il tiro dei cani, lanciò, come

richiamo a Bill, un fischio soffocato. Dietro di essi, in piena vista,

e seguendo le tracce del cammino percorso dalla muta, s’avanzava, col

naso fisso al suolo, una forma villosa. La bestia, che trotterellava

senz’alcuno sforzo apparente, pareva che scivolasse, anzichè correre.

I due uomini si fermarono, e anch’essa si fermò, e, alzata la testa,

li guardò fissamente, dilatando le narici frementi, fiutando il loro

odore, come per formarsi un concetto dei due.

— È la lupa! — fece Bill.

I cani s’erano coricati sulla neve, e Bill, dietro alla slitta,

raggiunse il compagno. Tutti e due esaminarono lo strano animale, che

li seguiva da parecchi giorni e aveva già spazzato metà della muta.

Essi lo videro trotterellare ancora qualche passo avanti, poi fermarsi

e ricominciare daccapo, a tratti, lo stesso movimento, sinchè non fu a

breve distanza. Allora sostò, a testa alta, presso una macchia di abeti

e ricominciò a osservare i due uomini, come avrebbe fatto un cane;

ma senz’avere negli occhi neppure un segno dello sguardo affettuoso

dell’amico dell’uomo. Era la insistenza della fame, implacabile come le

zanne della bestia, disumana come la neve e il freddo.

L’animale era alquanto più grosso d’un lupo, le sue forme scarnite

rivelavano uno degli esemplari più importanti della specie.

— Dev’essere di quasi due piedi e mezzo di altezza, alla spalla, —

osservò Enrico, e ha quasi cinque piedi di lunghezza.

— Per un lupo, — fece Bill — ha uno strano colore: non ne ho mai visti

di simili. Ma un manto che tende al rossiccio, quasi all’arancio: una

tinta cannella. Veramente, il pelo della bestia, non era di questo

colore, ma prevalentemente grigio, com’è di tutti i lupi; ma in

quel momento, vaghi e indefinibili riflessi che percorrevano il pelo

dell’animale ingannavano e confondevano la vista.

— Parrebbe un rude e grosso cane da tiro, — proseguì Bill. — Non mi

meraviglierei di vedergli muovere la coda.

— Neh, cagnaccio, — chiamò. — Venite qua, qua, chiunque siate!

— Non ha nessunissima paura di te, — osservò Enrico, ridendo.

Bill agitò la mano, fece finta di minacciare, gridò a squarciagola, ma

la bestia non manifestò alcun timore: si limitò a mettersi un po’ in

guardia, non cessando di tener d’occhio i due uomini, con una fissità

d’affamata.

Evidentemente, se avesse osato, si sarebbe accostata con piacere a

quella carne, per saziarsene.

— Sentite, Enrico, — fece Bill, a bassa voce, pianissimo. — Ecco il

momento di utilizzare le nostre tre cartucce; ma bisogna che il colpo

non fallisca e che sia mortale: che ve ne pare?

Enrico acconsentì, e Bill, con mille precauzioni, avvicinò a sè il

fucile; ma aveva fatto appena il gesto d’imbracciarlo, ed ecco la lupa,

con un salto di fianco, sparire, fuori di tiro, fra gli abeti.

I due compagni si guardarono; Enrico fischiettò, con aria

d’intelligenza, e Bill, dominandosi, rimise a posto il fucile.

— Dovevo aspettarmelo, — disse. — Un lupo che la sa tanto lunga, da

venire a spartire il cibo con i nostri cani, deve costarci molto caro:

ma io, com’è vero che mi chiamo Bill, lo distruggerò; e giacchè, è

troppo scaltro per essere ucciso allo scoperto, l’andrò a scovare.

— Se volete tentare di abbatterlo, fatelo qui, — consigliò Enrico. —

Ammesso pure che le vostre cartucce uccidano tre bestie, se sopravviene

la torma e vi circonda, le altre si vendicheranno su di voi.

Accamparono di buon’ora, quella sera. I tre cani superstiti avevano

tirato lentamente la slitta, e s’erano stancati prima del tempo. I

due uomini dormirono con un occhio aperto; il cerchio dei nemici s’era

stretto attorno nuovamente, così che bisognava alzarsi senza soste per

attizzare il fuoco e non lasciare languire la fiamma.

— Ho udito dei marinai, — disse Bill, — parlare dei pescicani di terra.

Nelle loro faccende, queste bestie ne sanno più di noi; sanno che fra

breve ci avranno.

— Vi hanno già preso mezzo, — ribattè Enrico, ruvidamente, — se vi

abbandonate a questi discorsi. Quand’uno si dichiara perduto, è bello e

spacciato. Confessando di esserlo, voi siete mezzo divorato.

— Ne hanno divorati tanti che valevano quanto voi e me, — rispose Bill.

— Basta, basta! voi volete soverchiare un po’ troppo.

Ed Enrico voltò le spalle a Bill, bruscamente, aspettandosi

l’irritazione del compagno, ch’egli sapeva di carattere violento e

collerico. Ma Bill non rispose nulla.

— Brutto segno! — pensò Enrico, cui le palpebre si chiudevano

involontariamente. — Non c’è dubbio che il morale di Bill sia

gravemente tocco. Domattina, avrò un bel da fare a rianimare quel

ragazzo.

III.

L’URLO DELLA FAME.

La giornata incominciò sotto migliori auspici. I due uomini non avevano

perduti i cani durante la notte, e con l’animo sollevato ripresero il

cammino, nel silenzio, nel buio e nel freddo. Pareva che Bill avesse

dimenticato i suoi sinistri presentimenti: i cani rovesciarono la

slitta, ed egli accolse scherzando quell’accidente. Eppure era una

orribile confusione: la slitta, capovolta, era rimasta incastrata fra

un tronco d’albero e un enorme masso. Bisognò, innanzi tutto, togliere

i finimenti dei cani per liberarli e scioglierli; ciò fatto, mentre

i due uomini erano occupati a raddrizzare la slitta, Enrico scorse

«Un’Orecchia» che, strisciando, stava per svignarsela.

— Qui, «Un’orecchia», — gridò egli, rivolto al cane.

Ma il cane, anzichè ubbidire balzò avanti e se la svignò, correndo con

tutte le sue forze, trascinandosi dietro i finimenti.

Laggiù, sulla pista, l’attendeva la lupa. Nell’accostarsi ad essa,

il cane parve esitare, a un tratto e rallentare la corsa, guardando

fissamente l’animale con sospetto e desiderio insieme. Essa pareva che

gli ammiccasse e gli sorridesse con tutti i suoi denti, poi avanzò d’un

passo verso di lui, a mo’ di approccio, e «Un’Orecchia» s’accostò ma

rimanendo in guardia, rizzando la testa, le orecchie e la coda.

Raggiuntala, egli tentò di sfiorare col suo naso il naso dell’altra;

ma essa si voltò, con freddezza, e fece un passo indietro e ripetè più

volte lo stesso atto, come per trascinarlo lontano dai suoi compagni

umani. A un punto (e parve che un sospetto passasse per il cervello

del cane) «Un’Orecchia», voltatosi, guardò indietro i due compagni

del tiro, la slitta rovesciata e i due uomini che lo chiamavano. Ma

avendogli la lupa porto il naso, perchè lo sfregasse, egli dimenticò

subito ogni altro pensiero, e ricominciò a seguirla pochi minuti dopo;

in un pudico e nuovo indietreggiamento ch’essa fece.

Bill, durante questo tempo, aveva pensato al fucile; ma il fucile era

andato a finire sotto la slitta e quando, con l’aiuto d’Enrico, potè

afferrarlo, il cane e la lupa erano già troppo lontani, e troppo vicini

fra loro, per poter tirare. Troppo tardi, «Un’Orecchia» s’accorse

d’avere sbagliato: ma già una dozzina di lupi magri, balzando sulla

neve, piombavano ad angolo retto sul cane per tagliargli la via.

Quanto alla lupa, messi da parte grazia e pudore, s’era lanciata

sull’innamorato, con un rauco mugolìo, e, rovesciatolo con un colpo

di spalla s’era unita agli altri inseguitori e lo incalzava, alle

calcagna.

— Dove andate? — gridò Enrico, posando una mano sul braccio di Bill.

Bill si svincolò con un brusco movimento.

— Non posso permettere, — disse, — quel che avviene. Essi non debbono

avere più, se posso impedirlo, nemmeno uno dei nostri cani.

E, col fucile in pugno, egli sparì nel boschetto che orlava il sentiero.

— Bada, Bill! — gli gridò dietro Enrico ancora una volta, — sii

prudente.

Enrico, seduto sulla slitta, vide sparire il compagno. «Un’Orecchia»

aveva abbandonato il cammino battuto e tentava di arrivare alla slitta,

descrivendo un gran cerchio. Enrico lo intravvedeva a tratti, che se

la batteva fra gli abeti radi e si sforzava di vincere i lupi nella

corsa, mentre Bill tentava a sua volta, — era evidente — di ostacolare

l’inseguimento. Ma la partita era già perduta, tanto più che altri

lupi, sbucando da tutte le parti, s’univano alla caccia. A un tratto,

Enrico, udì un colpo di fucile seguito immediatamente da altri due, e

capì che le cartucce erano finite.

Seguirono un gran fracasso, dei mugolìi e degli urli ed Enrico udì il

cane che guaiva ed urlava; un urlo di lupo gli fece comprendere che

uno degli animali era stato colpito, poi non intese altro: gemiti e

mugolii cessarono, ed Enrico rimase lungo tempo seduto sulla slitta,

non sentendo il bisogno di andare a vedere coi propri occhi ciò ch’era

accaduto: lo sapeva come se avesse assistito alla scena. Pure, a

un tratto, si alzò, con un sussulto, e, con fretta febbrile, cercò

l’accetta nel bagaglio, poi ritornò a sedere, e riflettè a lungo, in

compagnia dei due cani superstiti che gli stavano accucciati ai piedi,

tremanti.

In fine s’alzò, come oppresso da un’enorme stanchezza e credette suo

dovere attaccare i cani alla slitta.

Egli stesso, messosi a spalla un arnese da tiro, accompagnò il traino

delle bestie. La tappa fu breve. Appena cominciò ad imbrunire, Enrico

s’affrettò a predisporre l’accampamento, diede il pasto ai cani, fece

cuocere e mangiò il suo cibo e si fece il letto presso il fuoco.

Ma non aveva ancora chiusi gli occhi, quand’ecco arrivare i lupi e

incalzare così dappresso, che non c’era da pensare a dormire. Erano là,

attorno a lui e così poco lontani, che li poteva vedere come in pieno

giorno; stavano coricati o accosciati attorno al fuoco, e, strisciando

col ventre, ora avanzavano, ora indietreggiavano. Alcuni dormivano,

coricati in cerchio sulla neve, come cani. Egli non cessò, neppure un

momento, d’alimentare la fiamma, perchè sapeva ch’essa era il solo

ostacolo che si frapponesse fra la sua carne e le loro zanne. I due

cani gli si stringevano addosso implorando protezione. Di tanto in

tanto, il cerchio dei lupi si agitava e tutti urlavano a coro, poi si

ricoricavano o si accosciavano e il cerchio si restringeva.

Intanto, avanzandosi un po’ alla volta, i lupi finirono col toccarlo

quasi; allora, egli prese dei tizzoni accesi e cominciò a lanciarli

nel mucchio dei nemici, i quali balzarono indietro, con un salto

precipitoso, accompagnato da urli di collera e da mugolii paurosi

quando un ramo ben lanciato ne colpiva qualcuno.

Al mattino, l’uomo aveva un aspetto torvo e accasciato, gli occhi

dilatati dal sonno. Egli cucinò e trangugiò la colazione, poi, quando

la luce ebbe dispersa la torma dei lupi, s’adoperò a eseguire un

disegno che aveva meditato durante le ore della notte. Abbattuti,

a colpi d’accetta, alcuni alberi d’abete giovani, formò con essi,

legandoli in croce, una specie di palco alquanto alto, sostenuto da

quattro abeti robusti, poi, servendosi delle correggie della slitta,

come corde, con l’aiuto dei cani, sollevò su quel palco la bara che

aveva con sè.

— Hanno avuto Bill, — disse, rivolto al corpo del morto, quando l’ebbe

coricato in quella specie di sepolcro aereo, — e, prenderanno, forse,

anche me, ma, voi, o giovane, non sarete loro preda.

Poi la slitta riprese la corsa dietro i cani che ansimavano, pieni di

slancio, perchè sapevano anch’essi che il canile del forte M’Gurry

era la loro salvezza. Ma i lupi non erano rimasti lontano e avevano

ricominciato l’inseguimento, ormai apertamente. Essi trotterellavano

tranquillamente dietro la slitta, disposti in file parallele, con

le lingue pèndule, i fianchi magri sui quali si movevano le costole,

accompagnando ogni movimento.

Enrico non poteva non ammirare, come quelle bestie reggessero ancora

sulle loro zampe, senza sprofondare nella neve.

A mezzogiorno, verso il Sud, non apparve solo un riflesso di sole, ma

il sole stesso, emergendo dall’orizzonte, pallido e dorato nella parte

superiore. Enrico ne trasse un buon presagio; riapparso il sole, i

giorni s’allungavano. Ma fu una gioia di breve durata; quasi subito

la luce s’attenuò, ed egli non tardò a predisporsi per la notte:

avrebbe impiegato quelle poche ore di chiarore grigiastro e di velato

crepuscolo, che rimanevano, per tagliare una gran quantità di legna da

far fuoco.

Con la notte, ritornò il terrore, e fu il massimo.

Enrico era angustiato, più che dai lupi, dal bisogno di dormire.

S’addormentò infatti senza accorgersene, raggomitolato presso il fuoco,

con le coperte sulle spalle, l’accetta fra le ginocchia, un cane a

destra e l’altro a sinistra. In quello stato di dormiveglia, egli

intravvedeva tutta la torma che lo contemplava, come un pasto ritardato

ma certo, e gli pareva di vedere tanti ragazzi attorno ad una tavola

imbandita, in attesa del permesso di cominciare a mangiare.

Poi, irresistibilmente, le palpebre gli si ripiegavano ed egli

esaminava il suo corpo con attenzione che gli era insolita. Si toccava

i muscoli e li contraeva, interessandosi in modo straordinario al loro

movimento; alla luce del fuoco, apriva le dita, distendeva o piegava

le falangi delle dita, sorpreso dell’obbedienza e dell’elasticità della

sua mano che, bruscamente o dolcemente, trepidava secondo la volontà di

lui, sino alla punta delle unghie.

E, come affascinato, si sentiva preso da infinito amore per quel corpo

mirabile, al quale non aveva, sin’allora, mai badato; da tenerezza

infinita per quella carne viva, destinata a saziare fra breve

quei bruti, a essere ridotta a brandelli. Che cos’era egli ormai?

Nient’altro che cibo per delle zanne fameliche, nutrimento d’altri

stomachi, simile agli alci ed ai conigli, di cui egli s’era tante volte

cibato.

A pochi piedi di distanza, la lupa dai riflessi rossi, era accosciata

sulla neve e lo guardava, con uno sguardo penoso. I loro sguardi

s’incontrarono, ed egli comprese agevolmente ch’essa se lo godeva già,

a giudicare dalla gola che si spalancava ghiottamente, scoprendo le

zanne bianche, sino alla radice.

La saliva le scolava dalle labbra, ed essa se la leccava. Allora Enrico

ebbe un sussulto di spavento: fece un gesto brusco per impadronirsi

di un tizzo e lanciarlo sulla lupa; ma questa con eguale rapidità,

scomparve. Allora egli ricominciò a osservare la sua mano, con senso di

adorazione, a esaminare, l’uno dopo l’altro tutte le sue dita e come si

adattassero perfettamente alle rugosità del ramo che egli brandiva.

Poi, siccome, il suo dito mignolo correva il rischio di scottarsi, lo

ripiegò delicatamente, tenendolo un po’ discosto dalla fiamma.

Pure, la notte passò senza accidenti di sorta, e apparve il mattino.

Per la prima volta, la luce del giorno non disperse i lupi: invano

l’uomo attese la loro partenza; essi stavano in cerchio attorno a lui e

al fuoco, con un’insolenza che gli avviliva ogni coraggio ritornatogli

con la luce crescente. Ciò nonostante, egli tentò uno sforzo sovrumano

per rimettersi in cammino.

Ma aveva appena riposta la slitta sul sentiero e s’era scostato di

pochi passi dalla protezione del fuoco, allorchè un lupo, più audace

degli altri, gli si lanciò addosso. La bestia calcolò male lo slancio:

fece un salto troppo corto, i suoi denti, stridendo, afferrarono il

vuoto, mentre Enrico per difendersi, faceva un balzo di lato, poi,

indietreggiando verso il fuoco, fece piovere una quantità di tizzoni

ardenti fra gli altri lupi, che, eccitati dall’esempio, s’erano

drizzati in piedi e si preparavano già a gettarglisi addosso.

Rimase assediato tutta la giornata e poichè la legna era quasi

esaurita, egli distese progressivamente il fuoco verso un’abete secco

che s’innalzava a poca distanza e che egli riuscì, così, ad avvicinare;

abbattè l’albero e passò il resto del giorno a preparare, per la notte,

rami e fascine.

Zanna Bianca · 第 1 / 14 段