Appunto perchè godo inesprimibilmente le armonie della gioia con
l'Arte, mi riesce più mirabile che l'Arte renda dilettoso al cuore
umano ciò ch'egli per natura più abborre. L'abitudine c'impedisce di
apprezzar degnamente questo fatto che ci turba se lo consideriamo come
nuovo, come appreso da noi quando nel dolore non ci appariva che il
gran nemico e nell'Arte non ci appariva che la grande consolatrice.
Diremo forse che un sottile egoismo ci rende piacevoli le
rappresentazioni del dolore altrui? Non lo diremo, perchè se questo
egoismo ha talvolta luogo riguardo a dolori reali, il piacere
dell'egoista che Lucrezio descrive seduto sul lido del mare in
cospetto del travaglio e del pericolo altrui è troppo diverso da quel
dolcissimo sentimento, che, destato dall'opera d'arte, sovente si
sfoga in lagrime. Non lo diremo perchè del proprio dolore stesso
l'artista s'innamora. Diremo forse, invece, che il sentimento nostro è
una forma di amore, è una essenza di pietà, e che la pietà è dolce a
sentire? Sì, la dolcezza del sentir pietà è senza dubbio parte
dell'emozione che il dolore espresso dall'Arte suscita in noi, ma non
è, non può essere questa emozione intera. Se commossi amaramente da
uno spettacolo di reale dolore, specie di quel dolore ingiusto,
fatale, inesplicabile che più sarebbe atto ad accoppiarsi con l'Arte,
noi sottoponiamo ad analisi la nostra emozione, essa ci si scinde
subito in due elementi: la pietà per chi soffre e un trepido moto
dell'anima verso la causa di quel soffrire. Espresso dall'Arte, il
dolore c'ispira una emozione non più amara ma deliziosa nella quale
l'elemento della pietà per un particolare soffrire si è attenuato, è
anzi talora scomparso; e ne invoco a prova quell'arte che a me par
sovrana.