Signori, prima di esporvi il mio concetto circa la natura di questa
intima bellezza del dolore che innamora gli artisti e le moltitudini
raggiando nel loro inconscio, mi piace dire alto che nessuno mi vince
nel sentire la grandezza e la bellezza della gioia, nell'Arte. Non mi
rapiscono palpitante a sè le sublimi forme di poesia che Dante creò
per la gioia quando immaginava esser tratto dagli occhi sfavillanti di
Beatrice per entro un riso dell'Universo? Non ebbi io brividi di
sacro entusiasmo davanti alla Vittoria di Samotracia, a quel divino
corpo slanciato nel vento da una gioia che lo libera dall'impero della
terra? Nel metro stesso dell'Inno di Schiller alla Gioia, nel flutto
dei versi rapidi con maestà, delle alterne rime incalzanti, non sento
io con un lieto tumulto dell'animo lo spirito di fuoco che ha
posseduto il poeta? Nei più delicati cantori voluttuosi dell'Antologia
greca, nelle più molli canzoni veneziane non assaporo l'incanto di
un'arte che alle gioie dell'amore diviso e pago fa partecipare lo
spirito senz'abbassarlo? Persino davanti al meraviglioso dipinto di
Jordaens «Le roi boit» mi sono inebbriato di quella trionfale gioia
del vino che vi spuma sull'obeso volto del mite monarca beone,
sorridente in estasi alle fragranze dell'aureo liquore, del cortigiano
acclamante alle sue spalle col calice in alto, dei cavalieri barbuti e
delle donne floride trincanti a cerchio dell'anfitrione gioviale, del
bimbo ignudo in grembo alla madre, nel quale si ostenta, ignuda del
pari, la innocenza magnifica della natura.