Ecco, tra le infinite ombre che seguono, venute da ogni tempo e da
ogni paese, il _Pensieroso_ di Michelangelo, solitario sul suo seggio
di principe, contemplante nel vuoto come in uno specchio invisibile
qualche idea triste della sua mente. Ecco, un tragico sciame di anime
che il soffio di Shakespeare ha suscitato dal niente e porta nei
secoli; il buon vecchio Re pazzo, errante a caso nella notte e nella
tempesta, il principe infelice, meditabondo in faccia al delitto, i
dolci, pallidi visi di Cordelia la semplice e di Desdemona la fedele,
strangolate. Ecco il giovine Werther che scrive l'ultimo addio a
Carlotta e alla vita. Ecco, nelle gelide nebbie di una notte
invernale, il padre straziato che cavalca fra i grigi ontani
stringendosi in braccio il figliuoletto morente, delirante, chiedente
aiuto invano contro un caudato e coronato spettro che lo chiama, che
lo vuole, che lo afferra, che lo uccide. Ecco la sconsolata Margherita
che geme ginocchioni davanti a una immagine della _Mater Dolorosa_ e
Tecla invocante la stessa Pia che a sè la richiami da questo basso
mondo ove per lei l'ora dell'amore e della intensa vita passò; e
bella, florida di speranze come a primavera la spica, come il tralcio
d'estate, nell'ombra d'un carcere, con l'orrore della ghigliottina
negli occhi, la fanciulla che Andrea Chénier udì singhiozzare,
avvinghiandosi disperatamente alla vita; «_je ne veux point mourir
encore!_» Ecco il Bonnivard di Byron che nel nero Chillon apprende ad
amare la disperazione. Ecco la Musa di Leopardi assorta nella
contemplazione dell'universale soffrire che mette capo al nulla, vaga
della morte, intenta continuamente a ornarsi di queste tristezze
magnifiche, sia detto senza offesa del grande Poeta, come predilige i
pizzi e i velluti neri una dama che li sa confacenti alla sua
bellezza. Nella più squisita coppa che arte di poeta lavorasse mai
per quest'uso, Leopardi ne porge la più pura essenza del dolore del
mondo e noi ne leviamo le labbra sospirando per una mistica ebbrezza
che ne invade, che ne innamora di sè, che nei cuori giovanetti torna
in idolatria vana del dolore, in concepimenti di poesia sconsolata,
falsa e debole perchè artificiale ma tuttavia documento dell'occulto
fascino di bellezza cui possiede il concetto più puro e più vasto del
dolore, l'idea di un dolore inesplicabile, infuso al mondo dalla
ignota sua Causa per modo che la stessa natura inferiore ne ha senso e
lamenti e ne ha strazio di dubbi angosciosi l'intelletto umano, che
senza posa ne domanda inutilmente il perchè al silenzio formidabile
dell'Infinito. E non è misterioso il soffrire della donna più cara
nell'opera di Alessandro Manzoni?
Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provvida
Sventura fra gli oppressi.
Certo il poeta non pensò illuminar le leggi della sventura con quel
_provvida_ che par sancire un immeritato dolore, annullare,
compensandole fra loro, le sofferenze degl'innocenti. Crudele parola,
indice di una legge storica che infligge dolore non giusto secondo il
veder nostro, che ha dunque una intima ragione di mistero; crudele
parola e in tutto il coro la pia potente, per questo appunto che ci
suona tanto amara. Ecco la lunga tratta dei pellegrini polacchi che
passano cantando le litanie di Mickiewicz: «Per tutte le ferite, le
torture e le lagrime dei prigionieri, dei proscritti, dei pellegrini
polacchi, liberaci, Signore!» Se la infelice Polonia ricuperasse un
giorno l'indipendenza troverebbe l'arte polacca nella gioia le
ispirazioni sublimi ond'ebbe gloria nel dolore? In Italia, signori, si
può dubitarne. Quando l'anima italiana diede al dolore nazionale
un'espressione artistica trovò accenti immortali; e che trovò invece
quando la indipendenza e l'unità della patria furono raggiunte di
slancio? Quale fu il grande artista di questa gioia se non Iddio solo
che impresse agli eventi impeto e splendore di poema?