VI.

Ecco le visioni dantesche del dolore. Considerate, signori, come fra

tante ammirabili forme che vincono i secoli, quelle ci rapiscano a

entusiasmi quasi tormentosi nella loro dolcezza, nella loro misura

superiore alla parola, le quali ci rappresentano un dolore almeno in

parte immeritato, almeno in parte inesplicabile. Quando Dante ci

descrive una pena giustamente commisurata alla colpa, mai non si mesce

all'ammirazione nostra il sentimento dolce e tormentoso di cui vi

parlo. Solo fra i dannati ci commuove così Francesca. Il poeta

rappresentò Francesca e la sua colpa per modo che la sua pena eterna

non consuona, inconsci o no che ne siamo, con il nostro intimo

sentimento della giustizia. La dolce Francesca, che dall'impeto

colpevole del volere altrui, d'improvviso, in un momento di oblio, fu

tratta al peccato, che neppur nell'Inferno ha smarrito il senso

riverente del divino, il desiderio della preghiera, il gentile

rispondere dell'animo alla pietà, ci commuove tanto perchè nella

nostra mente, consci o no che siamo, la misura della sua pena eccede

la misura del suo consenso al male. E Dante stesso mentre creava per

l'Inferno l'amoroso fantasma pare avere in qualche oscuro modo

sentito così perchè dannò alla profonda Caina il marito punitore e non

mosse Virgilio a rimproverarlo, come in altra parte del poema, per una

pietà contraddicente al giudicio divino. La stessa potenza per la

stessa cagione ha il fantasma del conte Ugolino, la visione non del

tormento infernale, ma del dolore che il vivo patì con gl'innocenti

compagni suoi e che non sappiamo accordare con la nostra conoscenza

della giustizia. E soave nell'aura di un dolore senza giusta causa

sofferto tu passi davanti a me, ombra della Pia che Maremma disfece;

più soave nella memoria per un solo cenno di quel dolore che qualsiasi

beato spirito raggiante nel paradiso del tuo Poeta.

Il dolore nell'arte: discorso · 第 13 / 23 题