Ecco le visioni dantesche del dolore. Considerate, signori, come fra
tante ammirabili forme che vincono i secoli, quelle ci rapiscano a
entusiasmi quasi tormentosi nella loro dolcezza, nella loro misura
superiore alla parola, le quali ci rappresentano un dolore almeno in
parte immeritato, almeno in parte inesplicabile. Quando Dante ci
descrive una pena giustamente commisurata alla colpa, mai non si mesce
all'ammirazione nostra il sentimento dolce e tormentoso di cui vi
parlo. Solo fra i dannati ci commuove così Francesca. Il poeta
rappresentò Francesca e la sua colpa per modo che la sua pena eterna
non consuona, inconsci o no che ne siamo, con il nostro intimo
sentimento della giustizia. La dolce Francesca, che dall'impeto
colpevole del volere altrui, d'improvviso, in un momento di oblio, fu
tratta al peccato, che neppur nell'Inferno ha smarrito il senso
riverente del divino, il desiderio della preghiera, il gentile
rispondere dell'animo alla pietà, ci commuove tanto perchè nella
nostra mente, consci o no che siamo, la misura della sua pena eccede
la misura del suo consenso al male. E Dante stesso mentre creava per
l'Inferno l'amoroso fantasma pare avere in qualche oscuro modo
sentito così perchè dannò alla profonda Caina il marito punitore e non
mosse Virgilio a rimproverarlo, come in altra parte del poema, per una
pietà contraddicente al giudicio divino. La stessa potenza per la
stessa cagione ha il fantasma del conte Ugolino, la visione non del
tormento infernale, ma del dolore che il vivo patì con gl'innocenti
compagni suoi e che non sappiamo accordare con la nostra conoscenza
della giustizia. E soave nell'aura di un dolore senza giusta causa
sofferto tu passi davanti a me, ombra della Pia che Maremma disfece;
più soave nella memoria per un solo cenno di quel dolore che qualsiasi
beato spirito raggiante nel paradiso del tuo Poeta.