Esse ascendono in folla al richiamo, turbinano davanti a noi come le
anime dolenti nel tenebroso vento che Dante ideò, e Voi tutte le
riconoscete al viso, alle vesti, alle attitudini, perchè i loro nomi
di gloria vi sono familiari. Io non so come si ardisca insegnare alle
turbe in prosa e in rima che la visione artistica del dolore ha
origini cristiane, che procede dalla glorificazione di un infame
strumento di tortura e di morte, che l'arte antica fu solo una
fioritura di bellezza serena e di gioia. Voi tutti sapete che non è
vero. Altro che armoniose membra di Veneri caste e di efebi divini,
altro che placide maestà di volti olimpici ha dato l'arte antica.
Vedete Laocoonte che passa contorcendosi fra le spire dei draghi,
levando al cielo _clamores horrendos_; vedete il bel guerriero ferito
del Campidoglio che reclina tristemente il capo nelle ombre della
morte, e se l'una opera e l'altra Vi paiono pensate e condotte dagli
artefici a prova della loro scienza e della valente mano, se il dolore
fisico Vi sembra predominar troppo in esse sul dolore morale, vedete
Niobe che impietrata piange ancora secondo il tragico mito, piange
spaventosamente per gli occhi di sasso, Niobe, il sempiterno dolore
inflitto alla creatura umana dall'Invisibile, che innamorò di sè
l'arte greca e la sua imitatrice latina. Ecco le creazioni dei grandi
tragici. Prometeo, che soffre in fiero silenzio mentre i carnefici ne
configgon le catene alla rupe e, appena è solo, caccia un urlo,
chiama, come il profeta, le genti «HIdesthe me». «Attendite et
videte». Ecco la frigia Cassandra, schiava nella reggia degli Atridi,
ululante nel suo barbaro linguaggio quale una belva prigioniera. Ecco
il dolore disceso fin nelle tombe a invader le ossa dei morti, il
fantasma del vecchio re Dareios che piange con Atossa, la compagna sua
tuttora vivente, sulle sventure del figlio Serse, e la dolce Elettra
singhiozzante sopra una ciocca di capelli sconosciuti, Antigone e
Ismene che a vicenda si eccitano al pianto. Ecco Edipo e l'ombra
sinistra del Destino. E che è mai finalmente la tragedia greca se non
la forma di bellezza onde si vestì un grandioso concetto del dolore e
del suo ufficio nel mondo? Il dolore vi è rappresentato come un frutto
inevitabile del disordine, come un castigo che persegue il sangue
colpevole di generazione in generazione e punisce nell'infante in cuna
il delitto degli avi. Lo spettacolo del soffrire fatale, immeritato
dagli afflitti avvinse a sè la mente dei tragici di Atene e, per opera
loro, il cuore del popolo. Certo quei grandi poeti non videro in esso
che crudeli vendette divine e il volere del destino implacabile, non
ebbero coscienza di un'azione provvidenziale e salutare del dolore; ma
vi divinarono tuttavia la forma di un ordine onde non valevano a
penetrare l'essenza. La stessa Iliade prende bellezza e grandezza
sovrana dal suo elemento tragico, dal Fato che v'incombe agli uomini e
agli Dei e il poeta di Achille non lo ha forse mai tanto amato come
quando a lui, salito alle vendette sul suo carro di battaglia, fa
profetare dal cavallo Xanto una sinistra profezia di sventura.
Ed ecco tra i fantasmi omerici anche Ulisse pensoso in riva al mare
colla cara lontana Itaca nel cuor pesante, e presso a lui Calipso, la
triste impotenza dell'amore e della bellezza immortale contro un
destino che mostra la felicità e la rifiuta. Ecco passar gemendo con i
capelli al vento le creature ahimè troppo verbose della poesia
elegiaca, nate dal fascino che il dolore ha esercitato, come soggetto
d'arte, sull'anima pagana. Ecco la Musa malinconica e appassionata di
Virgilio, una voluttuosa della tristezza, che sentì le lagrime delle
cose, e si compiacque di ascoltar i lamenti dei boschi e dei laghi:
Te nemus Anguitiæ, vitrea te Fucinus unda
Te liquidi flevere lacus:
che si arrestò sospirando a contemplar gl'insolubili enigmi
dell'Universo, il mistero delle cause prime.