PASQUA IN FORTEZZA

_Exilles.... 1893._

Amica mia, questa mattina, quando il soldato è entrato nella stanza ed

ha aperto le imposte, una bella striscia luminosa di sole è entrata

improvvisamente, balzando sul letto, rifrangendosi sulla parete

dirimpetto.

E il soldato, il buon Cornacchia, te lo rammenti? mi ha detto con una

grande allegria nella voce:

— Signor tenente, oggi è Pasqua.

— Va bene, dammi il caffè.

Nel dormiveglia tentavo di continuare il sogno interrotto bruscamente.

In verità non potrei dire che fosse un sogno; era più che altro un

lavoro della memoria che ricostruiva, minuto per minuto, una mezza

giornata della mia esistenza. Sorbendo il caffè caldo, pensavo

all’ultima domenica che avevamo passato insieme a Torino, rammenti?

alla nostra passeggiata triste su quel lunghissimo viale Margherita,

dagli alberi tutti brulli, illuminati da un sole pallido. Io ero in

borghese e ti davo il braccio, tossendo a piccoli colpi secchi ogni

minuto, e ti narravo tutta l’odissea delle mie disgrazie, non tacendo

nulla, nemmeno i miei torti, come ad un fratello, come ad un amico.

Era una giornataccia: nel cielo larghi fiocchi di nuvole bigie si

inseguivano, passando dinnanzi al sole pallido, stendendo come una

cortina di piombo; qualche sprazzo d’azzurro qua e là che lasciava

passare un fascio di raggi bianchi, e una striscia di nuvole nere in

fondo che serrava l’orizzonte come una coltre funebre.

Gli operai vestiti a festa ci guardavano curiosamente al passaggio;

tutta graziosa tu, colla giacchetta di velluto marrone a galloni

d’oro, colla veste azzurra, di un azzurro opaco indovinatissimo; tutto

frettoloso io col bavero dell’_ulster_ alzato e il _foulard_ fino

alle orecchie. Traversammo Porta Milano, ci internammo nella galleria

nuova, dove la musica suonava; si pareva uccelli dispersi noi due tra

quel popolino indomenicato (la parola è brutta, ma è italiana) che si

divertiva. Entrammo in una birreria, domandammo qualche cosa;... tu

mi facevi coraggio, mi dicevi di sperare e avevi invece nella voce la

disperazione e un gran dolore nel cuore che traspariva dagli occhi....

— Sor tenente, sono le nove, — mormora Cornacchia.

— Sta bene: dammi i vestiti.

La zona di sole ha invaso trionfalmente la stanza, si è impadronita del

letto e della parete di fronte mettendo dei lucciori dappertutto; dalla

finestra aperta entra un’arietta fresca, refrigerante, profumata di

ginepro; un gran pigolìo di passeri è nell’aria.

Mi vesto, scendo in cortile a far la passeggiata mattutina, mentre

Cornacchia mi fa il letto e mi prepara la colazione.

Il cantiniere mi dà la buona Pasqua.

Grazie, e sorrido. Dio mio, no, non deve essere stato un sorriso molto

allegro quello, e nemmeno molto triste: oramai credo di aver persino

dimenticato le dolci consuetudini di certe solennità famigliari.

Pasqua? Natale? Capo d’anno? Giorni un po’ più tristi degli altri per

il cumulo delle dolci memorie che risvegliano: ecco tutto.

Camminando adagio, adagio, respirando a pieni polmoni, giungo alla

batteria da 15, che ha i pezzi in barbetta sul fianco sinistro del

forte. Tutto il forte, nero, ferito dal sole, sembra meno tetro, sembra

ringiovanito. Sotto passa la Dora, stretta tra le ripe di macigno come

un cane al guinzaglio, urlando. A destra, sul contrafforte, ancora qua

e là bianco di neve, si erge minaccioso nell’ombra il fortino di Serre

la Garde; ma tutta la vallata a monte si perde in sfumature di verde

tenero e di viola pallido, maculate di larghe striscie bianche, e per

gli alberi scarni corrono i primi brividi della vita, e dalla terra

smossa sale il potente odore dei primi germogli.

È Pasqua, è Pasqua; ecco, da un piccolo tuffo d’erbe ho colto questa

viola piccola, non ancora dischiusa, la prima viola di questi monti,

forse, e te la mando. Nota la coincidenza curiosa: è nata proprio a due

palmi di distanza dalla gola nera di un enorme cannone da 15....

I soldati sono fuori tutti, per il paese; anche i consegnati; nel

cortile però un coscritto seduto al sole sta facendo asciugare un paio

di uose.

— E voi perchè non siete uscito? — gli domando.

Il coscritto si alza, diventa rosso, abbassa la testa.

— Sor tenente, non tengo soldi....

La ragione è indiscutibile; mi frugo in tasca, gli metto in mano

qualche lira.

— Tieni, vai a spasso; bevine un bicchiere alla mia salute.

— Sor tenente!...

— Silenzio! non si rifiuta mai: prendete!

Il buon diavolo intasca i danari, mi fa un saluto di perfetta ordinanza

e se ne va in camerata colle sue uose non completamente asciutte:

più tardi mi ripassa davanti in gran tenuta, i guanti bianchi, la

trecciuola sul kepy, sorridendo come un uomo felice.

Due lire fanno felice un uomo, e anche meno talvolta....

*

* *

Quasi in compenso della mia buona azione la posta mi ha recato una

lettera tua e un letterone da casa: tutta la famiglia che mi scrive.

Nel leggerle e nel rileggerle ho passato due ore di una tristezza

deliziosa. Come sei stata buona a ricordarti di me, a farmi coraggio!

Subito ho pensato ai nostri progetti di quella domenica, che tu non hai

nella lettera voluto rammentare, pensando che ciò avrebbe aumentato

la mia tristezza. Povera amica!... Ma io ci ho pensato e ho scosso

il capo, ricordando quante volte il destino aveva traversato i nostri

progetti così bene architettati, e mi è venuta l’idea di non farne mai

più, di lasciarmi vivere così, in balìa del caso, senza illusioni,

senza speranze, senza desiderii. Poi ho sorriso di me stesso e di

questa idea. Che sciocco! spero di rivederti; come farei se mi mancasse

questa speranza; come farei?

La lettera di mamma è corta e dice un mondo di cose buone e commoventi.

Senti, cosa mi dice la mamma: «Perchè tu dovevi venire, Roma, la tua

eterna amante, si parava de’ suoi colori più belli sotto la carezza

del suo splendido sole; il Pincio, la tua passeggiata prediletta,

è tutta una fioritura lussureggiante; i pioppi della Villa Borghese

rinverditi, stormiscono ed hanno quel fruscìo particolare di seriche

vesti femminili, che a te piace tanto; la via Nazionale è un’apoteosi

di luce, il laghetto di Villa Pamphili è azzurro come una turchese e

trasparente come il cristallo.... Ma tu non vieni e allora nel cielo

della nostra Pasqua famigliare passa la brutta nuvola della tua assenza

e Roma non mi piace più». Povera e santa donna, quanto affetto in

quelle poche righe, quanto dolore in quelle poche parole!... Ecco, ora

ridivengo triste, di una tristezza cupa, fatta tutta di ricordanze e di

rimpianti.

Saranno fanciullaggini, ma certi ricordi dell’adolescenza, quando mi

assalgono all’improvviso, mi mettono subito nella gola un nodo doloroso

di pianto e lo stimolo delle lagrime negli occhi. Ahimè! soltanto lo

stimolo, che è come uno spasimo acuto che non trova sfogo mai nelle

lacrime.

Quello che rende la mia memoria più terribile è la visione _fisica_

perfettissima delle cose e degli uomini: io non so; pare quasi che i

fantasmi evocati dalla memoria si coloriscano nella retina dell’occhio

di tutti i loro colori reali. Ora per tutta la giornata e per molti

giorni ancora io non saprò togliermi dall’anima la visione del Pincio

tutto fresco e odorante come un mazzo enorme di fiori, la visione di

Via Nazionale e del laghetto di Villa Pamphili, il fruscìo femminile

dei pioppi di Villa Borghese che stormiscono, che accennano coi vertici

acuminati al perpetuo dubbio della vita....

*

* *

Che ti parli di me? Sarò noioso, amica mia; la mia vita anche quando

è allegra, è triste come un ideale mancato; ora poi non può essere

allegra, figurati!...

Dopo il _fatto_, lo sai, stetti alcuni giorni in quartiere agli arresti

di rigore, aspettando.

Tre giorni fa, mercoledì mi pare, arrivò l’annunzio: due mesi di

fortezza ad Exilles.

La notizia lì per lì non mi fece nè caldo nè freddo: anzi mi

meravigliai che non me ne avessero dati tre, come prevedevo.

Chiusi i bauli, sbrigai alcuni affarucci e partii. Ricordo che ordinai

al cocchiere di passare sotto le tue finestre; c’era il sole, speravo

di vederti perchè so che ami tanto il primo buon sole di primavera.

Le finestre erano aperte, anzi sull’ultima di destra era disteso il

tuo abito azzurro di quella domenica, orlato da una sottile striscia

di sole, ma tu non c’eri. Alla stazione comperai molti giornali e

non ne lessi nemmeno uno: era quasi solo nello scompartimento e col

viso al finestrino fumavo, fumavo.... Le ore son passate così in una

perfetta assenza di pensiero. È la prima volta che ciò mi accade e

darei qualunque cosa perchè mi accadesse un’altra volta, perchè è una

cosa deliziosa che ora non mi so più spiegare: una specie di catalessia

mentale; si vede tutto, si capisce tutto e non si pensa a niente, il

cervello in perfetto riposo.

Che cosa strana!...

Scesi a Chiomonte, il grazioso paesetto dei villeggianti, e fino ad

Exilles mi feci la strada a piedi. La strada mi era nota: l’aveva

percorsa tante volte nell’autunno in buona compagnia, e nell’inverno

sulla slitta tutto ravvoltolato nella mantellina; una strada assai

pittoresca, che costeggia la Dora spumeggiante da una parte e rode i

fianchi aspri del contrafforte del Gran Seren dall’altra, con voltate

brusche e frequenti; su tutti i declivi era ancora la neve alta.

Quando vidi il forte, il pensiero della prigionia mi strinse subito

il cuore come una morsa; il forte nero, visto dalla strada su quella

specie di masso morenico sovrastante alla Dora, ha un aspetto sinistro;

pare il castello dell’innominato, pare un covo di banditi appostati

sull’altura per sbarrare la strada.

Poi cominciò la dolorosa _Via Crucis_ della salita, una salita

eterna tra i campi a destra e i castagneti a sinistra, che mostrano

qualche strappo di verde tra il bianco uniforme della neve. E su, su,

faticosamente, per la Rampa Reale acciottolata, senza aver nell’anima

l’ideale ed il grido del pellegrino di Longfellow; anzi!...

Arrivai su che imbruniva: mi fu assegnata una delle stanze prospicienti

al cortile, e mi si disse che al mattino seguente il signor comandante

del forte mi attendeva per la visita di dovere.

Mi buttai sul letto tutto vestito e mi addormentai di un sonno di

piombo.

*

* *

Il comandante — un maggiore d’artiglieria — fu assai gentile; mi

assegnò tre ore al giorno di passeggio nel forte, e si fece dare la

parola d’onore che non sarei uscito: insieme alla parola gli diedi

anche la sciabola, che egli chiuse in un armadio.

Non mi vergogno a dirlo: distaccandomi dalla mia sciabola, fui preso da

quel nodo doloroso alla gola e da quello spasimo acuto negli occhi, che

sono il mio pianto, un orribile pianto angoscioso.

Più tardi, aiutato da Cornacchia, disfeci le casse; sai ho portato

tutto; i miei libri, i miei giornali, la tavolozza, i colori, il

mandolino....

Subito alla testa del letto, dove mia madre ci vorrebbe sempre vedere

la Madonna della Seggiola, ho fatto un trofeo di ritratti; tutti i

ritratti di famiglia; in mezzo vi campeggia quello grande di papà,

quell’augusta figura di vecchio dalla fronte serena, che mi ricorda i

bei versi di Luigi Giulio Mambrini:

E conscio omai d’essere al duolo offerto,

al duolo attinge sopra uman coraggio,

indi sereno gli permane un raggio,

il glauco raggio del grande occhio aperto.

Tra quello delle mie due sorelle ho messo la tua fotografia, quella di

profilo, un po’ malinconica, ma tanto bella; sei contenta?...

Più in là ho fatto un altro trofeo: quello degli amici e.... tanto lo

sai, delle amiche: ed ho tirato fuori tutta la mia biblioteca e tutti i

miei scartafacci nell’intento di studiare molto, di lavorare molto. Ci

riuscirò?

Dietro il paravento, Cornacchia mi prepara il pranzo pasquale. Che Dio

me la mandi buona!

*

* *

Da tre giorni faccio questa vita; mi alzo verso le nove, lavoro dalle

nove alle undici, dalle due alle sei e dalle otto a mezzanotte: ho

molta carne al fuoco e molti progetti per la testa....

Figurati, sto pensando ad un romanzo di cui tu sarai l’eroina.... Ti

piace l’idea?...

Al momento di chiudere la lettera mi si presenta Cornacchia, con una

di quelle sbornie classiche che fanno epoca; è accompagnato da un

_patriotto_ che lo sorregge per le ascelle. Viene a domandarmi se ho

bisogno di niente.

— Se ho bisogno di niente? — grido io arrabbiato — Sei tu, pezzo

d’asino, che avresti bisogno di qualche cosa.... lo so io di che

cosa.... Vai a letto subito piuttosto.... animale!...

Il _patriotto_, accompagnandolo fuori della porta, alquanto male in

gambe anche lui, mi dice con uno sguardo che intercede la grazia:

— Sor tenente.... è Pasqua....

Già — penso io — è Pasqua oggi: almeno gli altri lo dicono!...

Ma non mi lamento però, sai? la mia Pasqua l’ho passata con te.... in

ispirito, pur troppo!

La vita nell'esercito · 第 25 / 39 题