LETTERA DI NATALE

_Dai ricoveri del M. Genevris 24-12-91._

Mia buona mamma,

Sono le dieci del mattino e nei ricoveri è buio pesto; ti scrivo al

lume rossiccio della stufa che russa come un cosacco, ed a quello

problematico di una candela di sego che caporal Vernucchio ha avuto la

buona idea di portare con sè. I soldati preparano il rancio dietro le

indicazioni gastronomiche del caporal maggiore Lampertico, e Sassara,

il mio attendente, mi prepara un brodino succolento con delle scatole

di carne in conserva.

Così passo il mio Natale a 2531 metri sul livello del mare e penso

a voi tutti, e ti scrivo perchè tu sappia che, almeno in ispirito,

io sono sempre in mezzo a voi. Ma non ti ho ancora detto come mai il

giorno di Natale, io mi trovi sepolto nella neve, nei ricoveri del

monte Genevris, con 14 gradi sotto zero di freddo, e con due soldati

che giacciono sofferenti per congelazione degli arti inferiori. O senti

dunque.

L’altro ieri (era l’antivigilia di Natale) arriva per la posta l’ordine

della Divisione di mandare un drappello di soldati ed un ufficiale al

monte Génevris, per fare un’inventario degli oggetti in caricamento ai

ricoveri. Toccava a me, naturalmente, e, naturalmente, nevicava.

Il maggiore mi disse:

— Se la sente?

— Per me.... si figuri!... Sarà un po’ dura per i soldati....

— Basta.... si provi!...

Siamo partiti alle otto del mattino; i miei quindici uomini erano

allegri; tutti avevano il cappuccio di lana, i grossi guanti di lana,

le racchette appese al gancio della sciabola-baionetta, il fucile a

tracolla; due portavano il badile e due la gravina sulle spalle; dalle

tasche di dietro dei cappotti spuntavano le cannuccie delle pipe, i

tascapani erano rigonfi della grossa pagnotta di munizione. Sassara,

era bellissimo col suo musetto di faina col suo cappuccio di lana

marrone e l’_alpenstock_ fieramente impugnato.

— Siamo pronti? — domandai a Lampertico.

— Pronti, signor tenente.

— Allora, _fianco-destr.... march!_

Nevicava a larghissime falde e il paesaggio intorno scompariva nel

biancore della neve caduta: appena fuori del paese, sulla scorciatoia

di San Marco, si affondava nella neve sino al collo del piede, e

si sdrucciolava a quando a quando sugli strati di ghiaccio qua e là

scoperti.

Ad ogni caduta un clamore di risa si levava, un vivace scoppiettìo di

frizzi, di barzellette, di epigrammi in tutti i dialetti. Il caduto

si rialzava un po’ contrariato, un po’ sorridente, masticando una

giaculatoria, scuotendo la neve di cui si era riempito i guanti e le

maniche, riaccendendo la pipa.

Quando fu la volta di Di Giorgi, il povero seminarista che studiava

nelle ore libere per prendere gli ordini minori, quel mattacchione di

Rocco Saltara disse forte:

— Sia per l’anime del Purgatorio!

E Sassara, tra le risate di tutti, rispose con voce nasale da

sagrestano:

— _Amen!..._

Di Giorgi si rialzò e si rimise a camminare colla sua solita aria

rassegnata e sofferente.

Si traversò il paesucolo di San Marco senza vedere un’anima; la fontana

della piazza era tutto un ricamo di ghiacciuoli; immensi lastroni di

ghiaccio sporco comparivano qua e là sul bianco.

All’ultima casa una vecchia contadina si affacciò sulla porta della

stalla e ci guardò a sfilare, attonita. I soldati la salutarono.

— Dove andate? — domandò la vecchia.

— Al Génevris — rispose Rocco Saltara.

— Mamma mia!...

E giunse le mani in croce, volgendo gli occhi al cielo e crollando la

testa in segno di dubbio.

Lasciammo San Marco e pigliammo la strada maestra. Più si saliva, più

si sentiva la raffica gelata; tuttavia si camminava di buon passo e

di buon umore; i soldati cantarellavano allegramente, o fumavano, o

sbocconcellavano il pane. Sanpietro e Pigliapoco, i due anziani della

_classe di ferro_, parlavano del futuro Natale che avrebbero passato

alle loro case, alzando la voce per suscitare l’invidia degli altri.

— Qualcuno non la mangia più la gavetta del Governo, quest’altro

anno!... — diceva Pigliapoco, con quell’accento di superiorità che fa

tanta impressione sui coscritti.

Appunto anch’io pensavo che, dal giorno che partii soldato, ti ricordi?

cioè da dodici anni a questa parte, non ero mai riuscito a passare con

voi la dolce festa familiare. E mi venivano alla mente un’infinità di

piccole memorie, una folla di piccoli ricordi. Povera mamma, quanta

pazienza devi aver avuta con noi quando eravamo tutti piccini e

volevamo fare il presepio sull’armadio della saletta d’entrata, e ti

mettevamo in croce perchè tu ci comprassi i _pastorelli_, quelli fini

da tre soldi l’uno, che si vendevano in piazza Navona!

E io mi ricordo benissimo che ero il più accanito, il più insistente,

il più noioso, io che piagnucolavo quando tu mi compravi quelli da un

soldo, così grossi, così tozzi, tutti d’un pezzo, colle gambe unite,

con quell’aria così goffa, che faceva pietà! Gli è che fino da allora,

vedi mamma, io avevo di già anche troppo sviluppato il gusto delle

cose belle e dei piaceri estetici, che ora mi inchioda per delle ore

dinnanzi ad un quadro od una statua; che mi rende infelice quando la

mano o l’ingegno sentono la loro impotenza nella riproduzione, dirò

così, materiale della immagine che mi si disegna nel cervello con tanta

chiarezza. Gli è che.... Ma io, come al solito, divago. Pensando al

presepio, pensavo dunque a voi tutti: rivedevo la faccia serena del

babbo con i suoi bei _palmerston_ d’argento, che gli dànno l’aria di

un diplomatico, e i tre bei visini delle sorelle, così differenti e

pur così identici nell’espressione della bontà, il volto più grave di

Edoardo, il musetto biricchino di Antonio.

E pensavo al vostro bel pranzetto di Natale, ai cappelletti alla

bolognese, nuotanti nel brodo di cappone dai grandi occhi d’oro; allo

zampone di Modena di un bel rosso cupo sul giallo crema della _purèe_

di patate; all’enorme _pan dolce_ di Genova, caldo e rigonfio e pieno

di zibibbo e di pistacchio; al bruno _pan forte_ di Siena, tutto

nero punteggiato qua e là dal bianco delle mandorle; ai mandarini di

Palermo, di un bel giallo d’oro di Napoli.

Vedevo a tavola il mio posto vuoto colla mia fotografia sul piatto,

delicatissimo pensiero di mamma affettuosa, e mi pareva di sentire la

voce tenorile di Edoardo, che declamava i martelliani del brindisi. Bei

tempi quelli, eh mamma?

Basta: assorto in questi dolci ricordi io camminavo rapidamente e

macchinalmente, senza sentire il freddo nè la fatica dell’ascensione,

nè la neve gelata che mi schiaffeggiava il volto, spinta da un vento

rabbioso.

Ad un tratto mi vidi dinanzi i muri a secco neri e screpolati delle

casupole di Sauze d’Oulx, l’ultimo paesetto dopo il quale bisognava

affrontare risolutamente la montagna, senza aver più la speranza di

un asilo. Mi accorsi allora che camminavamo da due ore e mezzo sotto

quella raffica di neve, che avevo le mani e i piedi perfettamente

gelati, che il mio stomaco vuoto gridava vendetta al cospetto della

colazione, la quale dormiva inoperosa nel tascapane di Sassara, e

decisi di fare alt.

A Sauze d’Oulx c’è un tabaccaio che fa, viceversa, anche l’oste e

l’ufficiale di posta. Entrammo nella sua retrobottega dove russava una

enorme stufa di ghisa; ordinai due litri d’acquavite per i soldati e

un vino caldo per me, e attaccai energicamente la bistecca che Sassara

aveva gelosamente riposta tra le due metà di un bel pane.

I soldati facevano ressa intorno alla stufa, che mandava un delizioso

calore.

— Ah! come si sta bene qui!...

Il tabaccaio e sua moglie, servendo l’acquavite domandavano

meravigliati:

— Ma dove andate?

— Al monte Génevris.

— Con questo tempo?

— Con questo tempo.

— Non arriverete; c’è la tormenta.

— Bisogna arrivarci — risposi io, per troncare la discussione poco

incoraggiante — abbiamo ordine d’arrivare!

Pure più mi conquistava il benessere del cibo e del calore di quella

stanzetta, più mi mancava il coraggio di proseguire; rimaneva da farsi

il più difficile; attaccare risolutamente la montagna, camminando alla

cieca nella neve sino al ginocchio, con quella tormenta orribile che

accecava e levava il respiro.

Sarei riuscito a portar lassù sani e salvi i miei quindici uomini? E

avrei potuto tornar indietro prima che si facesse notte? Ma quel «se

la sente?» del maggiore mi ritornò all’orecchio come una amara ironia,

e mi punse come un colpo di sperone. E subito mi levai in piedi, mi

rimisi i guanti ed il cappuccio, accesi il sigaro, e pagato il conto

diedi il segnale della marcia.

Sulla porta della bottega il tabaccaio mi diede l’ultimo ammonimento.

— Signor tenente, torni indietro; lassù non ci si arriva!

E additava, col braccio e coll’indice distesi, i contorni appena

visibili della montagna.

L’ammonimento disinteressato ottenne l’effetto contrario: mi spronò a

proseguire.

Appena fuori del paese ogni traccia di sentiero scomparve; dinanzi a

noi era l’immensità bianca di un candore scintillante che offendeva

la vista: il nereggiare di un bosco d’abeti rompeva solo quella triste

uniformità di bianco.

Ci dirigemmo al bosco, camminando sulle orme di Sassara e di

Pigliapoco, che andavano _di punta_, colle racchette legate alle

scarpe; malgrado ciò si affondava fino al ginocchio nella neve molle

che cedeva ad ogni passo, rendendo assai faticosa la marcia. Sotto il

cappuccio, lungo il collo, lungo la schiena, grosse gocciole di sudore

colavano, che il freddissimo vento ghiacciava. La neve ora seguiva le

folate del vento vorticosamente polverizzata e indurita, percuotendoci

il volto con mille punture dolorose, penetrando dappertutto,

imbiancando baffi e capelli e sopracciglia.

Camminavano in fila uno dietro all’altro nel medesimo solco, come una

sinistra processione di spettri, nel silenzio desolato della montagna.

Come Dio volle, giungemmo al bosco degli abeti, dove Sassara e

Pigliapoco accesero un magnifico falò di rami secchi. Ci scaldammo ben

bene, bevemmo un altro sorso d’acquavite, e via....

Io non rammento bene quanto tempo abbia camminato; ricordo che quando

partimmo dal bosco era mezzogiorno preciso; ricordo anche che prima di

giungere alla vetta, dove c’è il segnale trigonometrico, Di Giorgio e

Lapertuso mi dissero con voce spenta:

— Tenente, non ne posso più!

Io feci unire insieme con un nodo le due funicelle da zappatore,

e prima di affrontar l’ultima china, la più pericolosa, ci legammo

tutti, io in testa, il caporal maggiore Lampertico alla coda. Ma da

quel momento io non ricordo altro, se non che avevo un gran bisogno

di correre, di correre all’impazzata, per sottrarmi al gelo che mi

pervadeva tutto, che penetrava per tutti i pori, che mi gelava il

sangue nelle vene: il bisogno di sottrarmi al martirio di quelle

mille trafitture, al martirio di quella tormenta che mi toglieva il

respiro. Non so quante volte sia caduto, quante volte mi sia rialzato:

ogni tanto sentivo dietro di me un tonfo sordo e uno strappo doloroso

della corda al braccio destro; ma non capivo: avevo nelle orecchie un

sinistro ronzio e camminavo come spinto da una forza soprannaturale.

I ricoveri! i ricoveri! Oramai i ricoveri non erano più soltanto il

_dovere_, erano la salvezza: bisognava arrivare ai ricoveri subito per

non cadere nella neve estenuati, per non morire. Qualche cosa di nero

mi si rizzò dinanzi: era il palo, il segnale trigonometrico. Trovai

ancora la forza di gridare:

— Avanti! siamo ai ricoveri!...

Ma appena giunti sulla cresta (una cresta a lama di coltello) ci fu

forza camminare quasi carponi per non essere rovesciati nel baratro che

ci si apriva sotto, il baratro pauroso del Chisone. Il cielo era nero,

il vento soffiava con una indicibile violenza; non si vedeva più nulla,

non si sentiva più nulla.

— I ricoveri! i ricoveri! — urlò Sassara, che per il primo aveva

scoperto i tetti scuri tra la neve.

Cominciò allora la discesa precipitosa nel versante del Chisone; sentii

allentarsi la corda e un galoppo furioso dietro di me; mi passarono

dinnanzi come ombre gigantesche i quattro soldati delle gravine e dei

badili, e tutti raccoglievano le ultime loro forze per giungere più

presto a riscaldarsi.

I ricoveri erano sepolti nella neve; bisognava sbarazzare la porta a

furia di pale e di gravine; fu un lavoro febbrile di mezz’ora, mezz’ora

che parve un secolo di spasimi, le mani irrigidite e le punte delle

dita in fiamme, i piedi diventati blocchi di ghiaccio.

Come la porta fu sgombra, nessuno aveva la forza di aprirla; la chiave

pareva scottasse fra le mani, un’impazienza feroce teneva tutti.

Finalmente la porta cedette agli sforzi. Entrammo. I ricoveri erano

gelidi, pieni di neve; ci volle un’altra mezz’ora per accendere il

fuoco; poi, come la legna cominciò ad ardere, tutti fecero ressa

attorno alla stufa, e allora soltanto potei contarli.

Erano tredici; ne mancavano due. Di Giorgio e Larpertuso!

Quello che provai in quel momento, mamma, è difficile che tu possa

immaginarlo; fu come se mi avessero piantato nel cuore una lama diaccia

e sentii i capelli drizzarmisi sulla testa, rigidi come serpenti.

Pure indugiai prima di prendere una risoluzione; ero sfinito di forze

e avevo troppo freddo; nemmeno mi sentivo il coraggio di comandare

quattro o cinque uomini per andare alla ricerca dei caduti: quei

giovanotti di vent’anni che si disputavano a spinte un posticino vicino

alla stufa, lividi, paonazzi, assiderati, mi facevano pietà.

Non ti dirò come facemmo per ritrovarli; erano caduti prima di giungere

al palo, sfiniti dalla stanchezza e assiderati; dovemmo portarli a

braccia nei ricoveri dove la stufa mandava ora un delizioso tepore.

Erano vivi per fortuna, ma entrambi hanno le gambe assiderate e

soffrono, poveretti! incapaci del più piccolo movimento.

Il resto lo indovini, non è vero? Per fortuna questi ricoveri sono

pieni di ogni grazia di Dio: legna, coperte, acquavite, galletta,

carne in conserva, zucchero, pasta, lardo, tutto l’occorrente insomma

per fare il rancio e per dormire. Naturalmente non c’era da pensare a

tornare indietro.

Sassara mi ha preparato un bel letto con dodici coperte, abbiamo

caricato di legna la stufa e ci siamo addormentati in un sonno di

piombo.

*

* *

Ora siamo prigionieri della neve e passiamo il Natale quassù a 2531

metri di altitudine, in mezzo alla tormenta. Un Natale un po’ più

triste del vostro, cara mamma, un Natale doloroso per quei due poveri

diavoli a cui nessuna energica frizione di neve ha potuto restituire

l’uso delle gambe, doloroso per me che soffro di vederli soffrire e su

cui incombe una grave responsabilità, doloroso per il maggiore e per

gli ufficiali del distaccamento che da due giorni mancano di nostro

notizie. Ma, santo Dio! di chi la colpa? Come si fa ad ordinare certe

escursioni ai 23 di dicembre sulle Alpi?

Scusami lo sfogo, sai. D’altronde il Natale volevo passarlo almeno

con te in ispirito: mangiando la mia zuppa di pan da munizione, mi

vien fatto di ripensare ai tuoi famosi cappelletti nuotanti nel brodo

di cappone dai grandi occhi d’oro; bevendo l’acquavite allungata

coll’acqua, sospiro quel magnifico Chianti stravecchio che il vinaio

ci regala ogni anno per Natale. E dopo tutto, veh! anche il ricordare

volti e persone e cose care, a quest’altezza, in mezzo a poveri

contadini ignoranti che mi vogliono bene, ha pure il suo lato poetico.

La vita è fatta di contrasti, no?...

La vita nell'esercito · 第 26 / 39 题