PICCHETTO ARMATO

(IMPRESSIONI DEL PRIMO MAGGIO).

I miei 40 uomini sono pronti: metto il kepì colla copertina bianca,

sguaino la sciabola, mi aggancio la mantellina.

_ — Fianco-destr-march!_

Usciamo dai quartiere a passo rapido e cadenzato: i soldati sono quasi

allegri; hanno il portamento fiero delle grandi circostanze; io invece

sono di un umore perfido, non ho chiuso occhio durante la notte, e il

caffettiere vicino mi ha avvelenato con una tazza di cicoria. È una

splendida domenica di maggio, il cielo è tutto roseo, il Po ha una

delicata tinta carnicina a riflessi di argento; certe piccole nubi,

migranti per l’aria, sembrano batuffoli di bambagia; come un gran riso

di letizia scende dal cilestrino chiaro dell’alba, sale dal verde dei

giardini e della collina.

Non mi pare possibile che una giornata così bella debba essere

funestata da disordini.

Traversiamo il Valentino; nelle aiuole fiorite scintillano le perle

della rugiada, dalli alberi fioriti sale come l’inno profumato di

maggio, tutto freme, tutto vive, tutto canta; la sabbia stride sotto i

nostri passi.

Camminando, penso agli strani e dolci occhi della signora D.... che ho

accompagnato a casa un’ora fa; mi ritorna alla mente la meravigliosa

somiglianza di lei e della figlia; gli stessi occhi d’un bigio

azzurrino quasi metallico, la stessa taglia slanciata ed elegante, il

medesimo profilo fine, marcatamente aristocratico; sotto le palpebre

sonnolenti, si disegna la splendida immagine della signorina Maria X,

una testina meravigliosa sopra un corpo sottile d’adolescente. Nelle

orecchie mi ronza tuttora il trillo acuto dei mandolini, la cadenza

birichina dell’ultima polka....

_Ore 5¾._

Siamo all’ergastolo. Mettiamo le armi al fascio nel cortile, poi i

soldati si sbandano; il capo guardiano mi fa preparare una camera.

— La prigione delle donne, — mi dice la moglie del portinaio.

— Ah! E quante ce ne sono?

— Trecento.

— Capperi!...

Passeggio un po’ per i cortili cercando di vedere traverso le persiane

verdi e le inferriate massiccie. Ma non vedo nulla e un sonno pesante

mi chiude le palpebre. La mia camera è preparata. Vado a buttarmi sul

letto.

_Ore 10 ant._

L’arrivo del tenente colonnello ha interrotto il mio sonno pesante;

ho messo in rango i soldati, ho dato le novità coll’aria perfettamente

stupida di chi è destato di soprassalto nel primo sonno, poi il tenente

colonnello se n’è andato; mentre si chiudeva dietro di me il pesante

portone di ferro, il cappellano, un ometto piccolo dalla fisonomia

intelligente, mi ha detto premurosamente:

— Tenente, lei ha l’aria molto stanca, ritorni a riposare.

— Grazie, da giovedì che siamo tornati non ho certamente dormito otto

ore a causa di questi torbidi operai....

E aggiungo mentalmente una filza di imprecazioni a denti stretti.

— Poveri giovani!...

Passeggiamo insieme nel cortile tutto ombreggiato di grandi alberi

verdeggianti; egli ha sotto il braccio un enorme registro e fiuta

di tanto in tanto una presa di tabacco da una vecchia tabacchiera di

legno. Qualche suora grigia e qualche guardiana traversano rapidamente

il cortile pieno di sole e di frescura. Regna una pace grande di

chiostro.

— ... Ne abbiamo trecento — disse il buon pretuncolo annasando la

sua ventesima presa di tabacco, — e sono divise in varie categorie:

quelle condannate a tempo, le recluse e le carcerate. Quindici suore di

carità, quattro o cinque guardiane, tengono a posto meravigliosamente

bene queste trecento reiette della società; è stupendo il servizio

che fanno le suore e sono magnifici i risultati che ottengono: esse

regnano colla dolcezza, colla persuasione, colla carità cristiana;

provvedono alle scuole, alla chiesa, ai laboratori, ai lavori

femminili; i migliori corredi da nozze e da battesimo che si vendono

sotto i portici di Piazza Castello, sono opera delle condannate, le

quali percepiscono una piccola mercede per ogni lira di guadagno fatta

dall’amministrazione sulle vendite. Abbiamo qui delle delinquenti

famose e tutti i delitti vi sono rappresentati ed hanno il loro colore

speciale; predominano l’infanticidio e l’omicidio; le donne che hanno

sulla coscienza dei delitti di sangue sono vestite di rosso; le ladre,

le falsarie, vestono di grigio, le donne di mala fama in color caffè

scuro.

Le varie categorie non possono mai comunicare fra di loro; ognuna ha il

suo cortile di ricreazione e la sua cappella in chiesa e le sue suore

speciali.

In fondo non stanno male però, hanno due buoni ranci al giorno, del

pane bianco di seconda qualità e tutte le domeniche la pietanza.

Lavorano otto ore al giorno: assistono tutti i giorni alle funzioni

religiose, imparano a leggere e scrivere e si perfezionano in qualche

mestiere.

Molte, quasi tutte anzi, escono da questo ambiente moralmente

rigenerate; quelle poverette che non escono ci muoiono tranquillamente

e forse vanno in Paradiso, perchè Iddio terrà loro conto della

espiazione.

— Povere donne!... — dissi.

— Oggi appunto — continuò il cappellano — c’è ufficio funebre per una

povera reclusa morta improvvisamente questa notte per un’aneurisma;

aveva da scontare diciotto anni di reclusione e ne aveva di già passati

diciassette qui dentro. Era una bella donna sulla quarantina, di

condotta esemplare, condannata per omicidio; il portinaio ch’è nella

casa da oltre vent’anni, ricorda di averla veduta entrare. Una vera

bellezza, uno splendido campione della razza abruzzese; anche ora, dopo

diciassette anni di prigionia, conservava le sue fattezze regolari e la

freschezza della carnagione; portava il numero 312.

— Come si chiamava?

— L’ho detto: 312. Le donne, entrando qui dentro perdono nome e

personalità; diventano numeri, come gli uomini al bagno penale,

precisamente. I loro nomi sono sul registro della Direzione e quasi

nessuno li sa: alle volte esse stesse finiscono per dimenticarlo.

Una guardiana venne in quel punto a sollecitare il cappellano per le

esequie: una immensa curiosità si era impadronita di me.

Certo il buon prete dovette leggerla nei miei occhi, perchè mi disse

bonariamente:

— Se le fa piacere può assistervi anche lei.

— Grazie — e lo seguii....

*

* *

Il corteo funebre si avanzava verso la chiesa. Quattro donne portavano

una bara lunga e stretta ricoperta da una coltre nera frangiata di

giallo; alla coltre un numero di panno rosso: 312.

Il cappellano indossò in fretta la cotta e la stola, prese

l’aspersorio, si mise in testa al mesto corteo ed intuonò il più bello

dei canti liturgici cristiani:

— _Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam_.

Subito per l’atrio della chiesa si levò un coro di voci femminee di

una straziante malinconia, le donne seguivano il feretro allineate, gli

occhi bassi, le mani giunte sul petto e cantavano:

— _Et secundum multitudinem miserationem tuarum dele iniquitatem meam_.

La frase liturgica, si svolgeva lentamente in un pieno accordo di

toni, invadeva il cortile verdeggiante, saliva al cielo nell’aria

profumata di maggio; dalli alberi rispondeva il gorgheggio degli

uccelli, lo stormire lento delle fronde. Una zona bionda di sole feriva

tragicamente il gruppo.

— _Amplius lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me_.

Entrammo in chiesa. La chiesa ha una navata centrale con un unico

altare altissimo a cui si accede per mezzo di due gradinate; è divisa

in due piani e in tante cappelle separate, quante sono le suddivisioni

delle povere prigioniere. Le cappelle sono divise dalla navata

centrale da pesanti inferriate. Tutte le cappelle erano occupate dalle

recluse che pregavano in ginocchio; nella luce chiara della chiesa i

colori spiccavano; dominava il rosso, un rosso scuro di sangue umano

coagulato, luccicavano i bianchissimi scapolari delle monache, il

grigio serviva di fondo.

Ora cantavano tutti i meravigliosi versetti del _Miserere_; nel coro

si distinguevano le voci giovanili fresche e squillanti, le voci

senili più basse, più fioche, quasi velate; pure era una bella fusione

armonica di toni vocali, era come una sinfonia di anime preganti la

pace eterna all’estinta. Appoggiato ad una delle colonne d’ingresso col

kepì tra le mani, io fissavo il feretro dove il numero 312 campeggiava

sinistramente sulla coltre nera, e pensavo. Traverso la coltre funebre

e le tavole d’abete della cassa mortuaria, io vedevo la morta. Era

vestita di bianco, aveva le mani incrociate sul petto le palpebre

chiuse nella pesantezza del sonno eterno; il volto ed il collo di

una bianchezza cerea conservavano ancora una calda tinta vitale. E la

immaginavo a vent’anni, le nerissime chiome scendenti sulli omeri, le

labbra rosse aperte al sorriso sulla chiostra luminosa dei denti, il

giovane seno rigoglioso e fremente, le anche procaci. Per una specie

di divinazione, ricostruivo la storia della sua vita travagliata,

rievocavo l’immagine delle fanciulle abbruzzesi, delle belle

stornellatrici di D’Annunzio, ritte, coll’arco lunato della falce, tra

il fieno alto e odorante. Ecco, lontano splende in lamine d’oro il

... flagrante verde adriatico

sul cielo di berillo splende il sole feroce di mezzogiorno, in fondo

nereggia di abeti la Maiella, sul greto mormora strani accenti la

Pescara.

Anche lei canta con le compagne i dolci stornelli paesani e la sua voce

sale acutissima nel cielo, scende dolcissima nel cuore di un uomo che

la ascolta nascosto tra i giuncheti della riva, pazzo di desiderio. Poi

cade la sera; cielo, mare, monti, giuncheti, tutto annega dolcemente in

un color violetto tenero, ricco di sfumature; più acuto sale il profumo

del fieno tagliato, più acute salgono le voci delle cose, indistinte.

È l’ora dell’amore.

Tra i giuncheti ella trova l’amatore aspettante: ella ha ancora del

sole negli occhi, nei capelli, nel sangue: un languor dolce è per

tutto; i pioppi della riva hanno accenni di assentimento, le erbe

accasciate della canicola si rilevano alla brezza, frementi; le acque

della Pescara narrano una pietosa storia d’amore.

Egli la prende alla vita, gli occhi ardenti di desiderio, le labbra

ardenti di desiderio, tutte le membra frementi di conquista....

Il cielo, il mare, i monti applaudono; i pioppi della riva salutano.

Quell’uomo la porta via in paesi lontani, nei paesi freddi del Nord

dell’Italia; ella lo ama furiosamente, ne è furiosamente gelosa, ma

egli non le bada più; una notte l’abbandona furtivamente nella soffitta

senza un soldo, senza un tozzo di pane, dopo averle impegnato i larghi

cerchi d’oro che ella portava alle orecchie. Al mattino ella balza

in piedi come una pantera ferita e si precipita fuori della soffitta

stringendo nervosamente sotto il grembiale un affilato coltello a

serramanico. Traverso ai vetri dell’osteria lo vede accanto ad un’altra

donna, colle palpebre dipinte di nero, le guancie spalmate di carminio;

bevono ambedue allegramente guardandosi negli occhi, sorridendosi.

D’un balzo ella gli è sopra, gli immerge il pugnale nel petto e

ferisce replicatamente la rivale, poi il lungo coltello a serramanico

le cade di mano, una fitta nebbia di sangue le cala sugli occhi e la

instupidisce.

In prigione, non parla più, lavora in silenzio assorta sempre nella

visione di lui, intenta a sentire quello che di lui le dicono le cose

ed il suo cuore.

E vive diciasett’anni così, collo spasimo di quell’amore fitto

nell’anima come un chiodo sempre rovente, colla continua visione del

suo morto che le turba e le consola i sonni. Una notte di maggio tutta

scintillante di astri ella si rivede con lui tra i giuncheti come la

prima volta, quando tutte le cose annegavano nella luce violetta del

cielo, quando per la prima volta i suoi sensi e l’anima sua annegavano

nella voluttà. L’impressione è troppo forte, ella si desta di

soprassalto pallidissima, tutto il sangue le è rifluito al cuore e il

cuore troppo gonfio si spezza.

Ella è morta così.

— _Et lux perpetua luceat ei._

— _Requiescat in pace_ — intuona il cappellano.

— _Amen!..._ — rispondono le trecento voci mestamente.

_Amen!..._ — aggiungo io sottovoce; le donne in lungo ordine portano

via il feretro, le quattro che lo sorreggono sono vestite di lana rossa

come era vestita lei, perchè aveva versato del sangue; le monache

seguono, li occhi dolcemente rivolti al cielo mormorando l’ultima

preghiera, le mani giunte sul petto. È finita; ella non è più nemmeno

un numero, non è più nemmeno una cosa, domani ella dormirà nel campo

santo torinese, lontana dal suo mare, dai suoi monti, dalla sua

Pescara, dai suoi campi gialli di sole, dove ha amato la prima volta,

dove ha gettato nell’aria vespertina le cadenze blande degli stornelli

meridionali.

— _Requiescat in pace!_ — dice per l’ultima volta il prete.

Sì, pace a questa povera martire del più forte tra i sentimenti umani,

a questa vinta dell’esistenza!

_Amen!_

_Ore 10 pom._

Giunge l’ordine di rientrare in quartiere; i disordini sono finiti.

Ripassiamo per il Valentino illuminato da una luna magnifica; molta

gente vi passeggia, signore, signorine, fanciulle. Di tanto in tanto si

incontrano gruppi di operai che ci guardano biechi, gruppi di soldati a

cavallo che scortano prigionieri. Anche questi sono i vinti dell’oggi,

gli sconfitti nella lotta rude dell’esistenza. Povera gente!

La luna alta sorride a tutti, si specchia con civetteria nelle acque

del Po, si posa sui balconi marmorei dei ricchi, sulle guglie delle

chiese con lattei languori, indifferente a tutte le nostre miserie. Un

gruppo di monache grigie traversa in fretta un viale dirigendosi ad

una chiesa aperta; le buone donne vanno a pregare per tutti, ricchi

e poveri, fortunati ed infelici, vincitori e vinti, oppressi ed

oppressori. Benedette!...

— _Compagnia alt!_

Siamo in quartiere.

La vita nell'esercito · 第 24 / 39 题