Alla sera verso le sette, l’aiutante maggiore torna a casa,
seccatissimo di avere dovuto lavorare tutto il giorno come un’anima
dannata per il progetto di mobilitazione, dimentico dei cuochi, del
risotto, del _Caffè del Parlamento_, preoccupato del suo cavallo
_Martino_, che ha preso il ticchio. Appena entrato trova la cucina
piena di gente, di soldati in grembiale; un calore ardente lo assale
alla faccia, un potente profumo di tartufi gli monta alle nari.
— Cosa diavolo c’è?
D’improvviso gli tornano in mente gli ordini dati così alla leggiera al
cuoco del _Caffè del Parlamento._
— Sono rovinato! — esclama, mettendosi le mani nei capelli. Tuttavia
va avanti, entra in camera sua, butta il berretto e la mantellina sul
letto. Un gran chiarore esce dalla stanza aperta del salottino.
— Diamine! che ci sia gente? Martino! Martino!
Si presenta il cuoco del _Caffè del Parlamento_, colla giubba
abbagliante di bianchezza, il grembiale più bianco della giubba, il
berretto di tela più bianco del grembiale.
— Il signore è servito!...
E accenna colla mano la porta del salotto....
Il capitano si passa una mano sugli occhi credendo di sognare; entra
nel salotto sfarzosamente illuminato da quattro doppieri e vede una
tavola sontuosamente preparata come per la cena d’un principe del
sangue; un mazzo di fiori è nel mezzo; dai lati trionfi di frutta, pere
enormi, uva, pesche di una grossezza inverosimile, ananassi, datteri,
fragole....
— Oh! povero me! — esclama il povero capitano, che tra le altre qualità
ha anche quella invidiabile dell’economia....
E si lascia cadere di peso sulla poltrona. Il cuoco è sparito.
Dinanzi a lui, appoggiato a una bottiglia pompeggia a caratteri d’oro
il _menù_; l’infelice capitano vi getta sopra lo sguardo e non può
trattenere un grido di spavento:
— Sono assassinato! — urla.
E legge: _Potage à la Reine — Risotto alla Milanese — Filet de
Boef à la Financière — Artichauts Suisses à la Bernoise — Saumon
à la majonnaise — Perdrix aux Truffes — Pâtè d’oie de Strasbourg —
Salade-Russe Punch à la Romaine. — Dessert_.
_VINI. Moscato di Canelli — Pomino vecchio — Chateau-Laffitte del 1830
— Vieux-Perigordin — Champagne Veuve Cliquot 1845 — Cafè — Cognac —
Chartreuse._
Il malcapitato è di un balzo in cucina col _menù_ alla mano:
— Chi è quell’assassino — grida. — Chi è quell’assassino che ha
confezionato un _menù_ di questa sorte? Martino, dov’è Martino?
(Martino era il suo attendente). Come mai, pezzo d’asino, lasci che
questo somaro venga in casa mia a far dei pranzi di questo genere?
— Ma.... signor capitano.... mi hanno detto che è ordine suo....
— Ma signor capitano, lei aveva ordinato....
— _Scior capitani, l’aveva minga ordinàa?..._ — rispondono tutti in una
volta i tre armigeri meravigliati....
— Ordinato, ordinato un accidente! bestie antidiluviane che non siete
altro!... Ma poi capisce che in fin dei conti il torto è tutto suo e
torna nel salottino dinanzi alla tavola scintillante....
Dopo pranzo il capitano chiama i cuochi, al gran rapporto.
— Chi ha fatto tutta questa roba?
— Io — risponde facendo un passo avanti il _Caffè del Parlamento._
— _L’era bon el risott?_ — dice una vocina in falsetto uscente da un
cappotto.
— Quanto avete speso?
L’uomo del _menù_ presenta freddamente la nota: Settantasette lire e
cinquanta centesimi.
— Sta bene: voi sarete attendente del colonnello; ma mi raccomando veh!
bisogna dargli da mangiare meglio a lui!...
— Non dubiti signor capitano.
E i due cuochi sono licenziati.
Il capitano pensa che l’esperimento gli costa un po’ caro, ma si frega
malignamente le mani....
*
* *
Il capitano passa in rivista le sue reclute guardandole bene in faccia;
al primo viso su cui baleni un barlume d’intelligenza si ferma.
— Come vi chiamate?
— Mangì.
— Come?
— Mangì....
Il tenente suggerisce: Mancini.
— Mancino o Mancini?
— Mangì.... — risponde imperturbabilmente il soldato, incrollabile
nella sua pronunzia meridionale.
— Ho capito. Sapete leggere e scrivere?
— Nossignore.
Il capitano si allontana disilluso. E dire che quella gli pareva una
faccia intelligente!
La rivista continua; finalmente ha trovato una faccia che gli va a
genio.
— Come vi chiamate?
— Chiodini.
— Che cosa facevate a casa?
— Combattevo colli bovi....
— Eh?
Il tenente gli va in soccorso spiegando che in dialetto vuol dire:
guardian di buoi.
— Ah! e sapreste combattere con i cavalli?
— Sissignore.
— Sapete leggere e scrivere?
— So fà la firma....
— Basta, ne sai anche troppo, valoroso guerriero. Sarai mio attendente.
Un lampo di gioia balena negli occhi del _toreador_.
*
* *
Finalmente è la volta di scegliere dei signori subalterni. Essi si
rivolgono al furiere:
— Dica, furiere; se ci fosse per caso un soldato pulito che potesse
fare da attendente....
— Ci sarebbe Porcu.
— Niente, il nome è di cattivo augurio....
— Allora, Pizzagrillo.
— Di che Distretto?
— Orvieto.
— Me lo faccia chiamare.
Compare Pizzagrillo, un ragazzotto svelto, tarchiato, con due occhi
intelligenti....
— Ti chiami Pizzagrillo?
— Sissignore.
— Vuoi fare l’attendente?
— Magari!... — risponde Pizzagrillo con un sorriso di beatitudine....
— Cosa sai fare?
— Niente!
— Bravo! Sei quello che ci vuole. Vieni a casa mia stassera.
*
* *
Gli attendenti _cappelloni_ fanno il noviziato sotto l’alta direzione
di quelli anziani, ed ascoltano i loro insegnamenti a bocca aperta.
Un giorno Sassara si rimorchia Paglialunga per le vie di Torino, affine
di dargli le istruzioni necessarie.
In via Po numero tale, si ferma:
— Vedi? qui al terzo piano ci sta l’amorosa del tenente, ti ci manderà
spesso a portare dei biglietti, dei mazzi di fiori.... Ricordati
l’indirizzo.
— _Non dubbità_.
In via S. Massimo, Sassara si ferma un’altra volta.
— Vedi, lì, al primo piano, ci sta un’altra amorosa del Tenente. È
bionda, ricordati!
— Va bene.
In piazza S. Carlo Sassara si ferma per la terza volta.
— Guarda bene. Vedi quella finestrina al quarto piano? Bè, c’è un altra
amorosa del tenente.... È bruna.
— Cristo! Ma quante ce n’ha il tenente?
— Io non conosco che queste tre, ma è certo che devono essere di più....
— Salute.... e figli maschi!...
E proseguono la strada.
*
* *
L’_apprentissage_ dura un paio di mesi: quando l’attendente anziano va
in congedo, il cappellone è già istruito.
Il giorno del congedamento accade una scena commovente.
L’attendente anziano ha già fatto la sua valigia e inalberato
trionfalmente il berretto fuori d’ordinanza. Egli vi gira intorno
tutto il santo giorno e vorrebbe dirvi tante cose che non sa di dove
cominciare. Voi però lo capite benissimo, ma viceversa siete un po’
commosso e preferite tacere. Mentre siete al tavolino, occupatissimo
a scrivere, ma pensando che vi dispiace immensamente di separarvi da
quel buon diavolo che vi vuol bene ed al quale volete bene, egli si
presenta, salutando.
— Dunque, signor tenente io vado....
E gli trema la voce.
Voi vi alzate in piedi commosso, gli stringete la mano rozza che vi ha
fatto il letto, lustrato le scarpe, levato gli stivali per due anni e
mezzo.
— Dunque addio; e ricordati del tuo tenente che ti voleva bene, benchè
si arrabbiasse qualche volta, e della tua compagnia, dove ti sei fatto
amare da tutti....
— Scusa, signor tenente, se ti ho fatto qualche mancanza.... —
interrompe il povero diavolo colle lacrime agli occhi trattenute a
stento....
— Niente; ma che mancanze! sei stato sempre un buon soldato: ora va,
stai allegro e scrivimi....
— Sissignore!
— Ciao.
— Arrivederlo!
L’attendente va adagio; voi vi sentite un groppo alla gola. Appena
uscito dalla porta lo richiamate.
— Sassara!
— Comandi!
— Hai dato tutte le istruzioni necessarie a Paglialunga?
— Sissignore, gli ho fatto vedere tutto....
— Bene! allora addio.
E gli date un bel bacione, anzi due bei bacioni sonori sulle guancie,
due baci che vi sollevano il cuore da quel peso d’amarezza che ve lo
schiacciava....
Il _cappellone_ vi guarda fare, commosso, a bocca aperta.
*
* *
Appena partito l’_anziano_, il _cappellone_ tira un respiro lunghissimo
di soddisfazione pensando che adesso egli si trova in casa _sua_;
ripassa subito l’inventario della roba _nostra_ (così almeno la chiama
lui) e alla più piccola mancanza fa il suo bravo rapporto con aria
trionfale.
— Tenente, mancano cinque colletti.
— Non importa, li ho regalati io a Sassara....
— Mancano pure due paia di polsini....
— Va bene, ho regalati anche quelli....
Andate in quartiere alla istruzione interna, poi al caffè a fare una
partita a carambola.... alle quattro e mezzo ritornate a casa. Dio
che spettacolo! Tutta la stanza è in aria; vicino alla stufa da una
cordicella tesa, pendono duri, stecchiti, scheletriti, otto paia di
guanti _glacès_, che il miserabile ha lavato coll’acqua e sapone; tutti
i mobili sono coperti dai vostri indumenti, la mantellina, il cappotto,
l’impermeabile distesi ad asciugare, tutte le casse sono vuote e la
roba un po’ dappertutto sulle sedie, sul letto, per terra, vittima
della verifica spietata della consegna; la batteria di cucina allineata
in bell’ordine lungo il muro....
Il manigoldo ritorna coll’aria trionfante di chi è preparato a ricevere
un elogio. Egli ha lavorato tutto il giorno, l’infelice!
Allora comincia l’istruzione.
— Ma no, caro mio, i guanti _glacés_ si lavano colla benzina....
*
* *
Il giorno susseguente alla partenza dell’_anziano_, è un giorno nefasto
per voi. Quel giorno, non c’è santi che tengano, voi andate agli
arresti.
Gli avete detto di svegliarvi alle cinque del mattino. Alle quattro
e tre quarti l’armigero fedele entra in punta dei piedi, piglia gli
stivali e incomincia a lustrare. Alle cinque vi sveglia.
— Sor tenente....
— Hum!... — fate voi pieno di sonno.
— Sono le cinque.
— Va bene! — e naturalmente vi riaddormentate.
Dopo un certo tempo vi destate spaventato, di soprassalto.
— Paglialunga?
— Comandi!
— Che ora è?
— Sono le otto.
— Le otto!... E cosa fai tu lì?
— Aspettavo che lei si alzasse...
*
* *
Il giorno dopo:
— Sor tenente sono le cinque.
— Va bene apri la finestra.
Il giannizzero eseguisce.
— Ma se è buio!
— È buio, ma sono le cinque....
Memore della lezione del giorno prima, vi buttate giù dal letto, vi
vestite in fretta, correte in quartiere, la porta è chiusa.
— Che diamine? Che sia accaduta qualche disgrazia?
Bussate, entrate, guardate l’orologio.
— Maledetto cretino! Manca un quarto alle quattro!...
E andate a schiacciare un altro sonnellino nella stanza dell’ufficiale
di Picchetto.
*
* *
Dopo queste ed altre inevitabili traversie l’attendente si _fa_,
comincia a capirvi, a indovinare i vostri gusti, le vostre idee, a
conoscere le vostre abitudini, qualche volta si permette di darvi
amorevolmente qualche consiglio.
Una volta, alla Scuola di Parma, vedendo che io mi occupavo troppo di
chitarre e delle vicine di casa, l’attendente mi disse serio serio.
— Tenente suona, suona.... ma poi ti boccieranno all’esame....
Io gli diedi del somaro, ma all’esame i professori lo diedero a me del
somaro. E mi bocciarono di santa ragione.
Dico una cosa che può parere strana, ma che non è meno vera.
L’attendente dopo un po’ di tempo finisce per rassomigliare al padrone;
egli ne acquista le mosse, i gesti, l’andatura, la voce i vizii e le
virtù.
— _Talis padronis...._ — direbbe un amico mio che sa il latino — _talis
attendentibus...._ Se il padrone è ambizioso, l’attendente porta
i polsini e i pantaloni arrangiati, se il padrone è amico di Bacco
egli ne diventa addirittura il fratello e si ubbriaca regolarmente
tutte le domeniche e le altre feste comandate; se il padrone ama le
belle signore, l’attendente, per l’onore del grado, ama le rispettive
cameriere.
Tra l’infinita varietà di attendenti ci sono anche quelli che vi
fanno la _réclame_ nel vicinato ed in tutti i negozi della città; la
_réclame_ però è quasi sempre favorevole. Si stupisce di essere così
conosciuti quando lo si desidera così poco.... Un mio antico soldato,
un siciliano, si serviva della _réclame_ per farsi dar da bere.
Una volta lo mandai da una signora con un mazzo di fiori per il suo
onomastico. Riferisco il dialogo testualmente.
— Mi manda il tenente con questo mazzo e tanti augurii.
— Grazie tante.
— Cosa gli devo dire?
— Ditegli che è stato tanto buono a ricordarsi di me....
— Oh! per buono è buono davvero!
— Sì? vi tratta bene?...
L’assassino comincia a sfoderare la litania delle lodi. La signora lo
ascolta contenta e gli fa portare da bere, un bicchiere, due bicchieri,
tre bicchieri. Quel birbante non la finiva mai; a momenti le vuotava la
cantina....
*
* *
Bastano due mesi di soggiorno al Reggimento per conoscere tutti gli
attendenti; quelli del colonnello si conoscono dalla faccia, quelli dei
maggiori dai pantaloni a campana e dal berretto coi pizzi in dentro,
quelli dei capitani dai capelli lunghi, quelli dei subalterni dal
cinturino nero, perchè non hanno mai il tempo di dargli il bianco. Gli
attendenti degli ufficiali superiori e anche quelli dei capitani sono
vere autorità, non solo per i loro compagni, ma anche per tutti gli
ufficiali.
Possono fare quello che vogliono, nessuno osa toccarli, circa alla
tenuta hanno sempre la scusa della scuderia. Quelli dei subalterni....
è un altro paio di maniche....
Comunque sia però, bello o brutto, cretino o intelligente, tutti gli
ufficiali amano il loro soldato e ne sono gelosi; guai a chi li tocca!
E hanno ragione; l’attendente, meno casi straordinarii, dovrebbe essere
dichiarato inviolabile, inquantochè esso rappresenta ancora la razza
antica e nobile dei servitori fedeli, devoti sino alla morte, che
all’infuori dell’esercito, non esistono più che nei vecchi romanzi e
nelle vecchie commedie. L’attendente è l’altra metà dell’ufficiale,
la metà più umile, più modesta, quella che non si vede, è la sua
Provvidenza, la sua suora di carità, il suo _souffre-douleurs_, il suo
angelo custode. E ci sono dei sottotenentini appena promossi che nel
primo divampare del loro fuoco sacro li mettono in prigione.... (quelli
degli altri però!) Infelici!...
Io chiuderò questa lunga conferenza facendo a me ed a loro questo
augurio sincero:
— Possa ognuno di noi trovare nella vita una moglie che possegga le
qualità morali del proprio attendente!...