Quando Beppino Lo-Cicero si affacciò per l’ultima volta sulla porta
della cantina, Marietta gli si fece incontro sorridendo, colle mani
pienotte sul grembiale di bucato e gli disse:
— È pronto!...
Beppino Lo-Cicero partì come un razzo; sulle scale incontrò Mariani, il
caporal maggiore della 5.ª
— Dove vai?
Mariani scosse le spalle; dove voleva che andasse? Era consegnato
e il Natale doveva passarselo in quartiere mentre gli amici se la
divertivano fuori, dalla bionda dell’_Aquila d’Oro._
— Allora vieni con me — fece Lo-Cicero guardando con compiacenza i suoi
galloni nuovi di caporal maggiore, — devo farti una improvvisata.
Mariani lo seguì. Percorsero così cinque o sei camerate sepolte nella
semi-oscurità del crepuscolo, ingombre di tavole e di panche sulle
quali i soldati avevano fino allora festeggiato il Natale.
Finito il giro Peppino contò le sue reclute; nessuna mancava e tutti lo
guardavano con un’aria meravigliata quasi per domandargli: Che cosa c’è
di nuovo? Dove ci conduci?
Lo-Cicero che pregustava il trionfo rispose semplicemente:
— Venite con me.
E si avviarono alla cantina.
*
* *
Nell’ampio camerone d’entrata, c’era una confusione indescrivibile;
un fumo denso di tabacco acre e cattivo misto ad un potente odore di
cavoli, ammorbava l’atmosfera. Dietro il banco, lunghissimo e difeso da
un reticolato di fil di ferro, Teresa, la bella moglie del cantiniere,
imperava come una regina, colle maniche rimboccate fino al gomito, che
lasciavano scoperte due braccia stupendamente modellate; la lanterna a
petrolio che pendeva dal soffitto annerita dal tempo e dalla fuliggine,
gettava sul suo viso, sulle sue braccia, dei lampi rossigni e delle
ombre opache, come in certi quadri di scuola fiamminga. Imperava, è
la vera parola; poichè al suo terribile occhio nero, continuamente
in moto, nulla sfuggiva; pur non cessando di servire al banco ella
teneva d’occhio il vecchio cuoco intento alle sue casseruole, Gianni
il guercio che serviva i soldati e la vispa Marietta che si aggirava
qua e là, imperturbabile contro le paroline dolci e i pizzicotti che le
piovevano sulle anche robuste.
Il marito di Teresa stava al banco contando avidamente i denari nel
cassetto e seguiva i movimenti della moglie con gli occhietti grigi
dove la malizia lottava coll’istupimento alcoolico.
Ma Teresa fremeva; essa aveva veduto col suo occhio di lince il
sergente Sironi piegarsi all’orecchio di Marietta e sussurrarle
una parola nel collo; aveva veduto Marietta sorridere e piegare la
testolina intelligente in segno di assentimento.
Decisamente quei due se la intendevano da un pezzo e un singhiozzo di
rabbia l’afferrava alla gola mentre la destra affettava rabbiosamente
un salame; quei due se la intendevano; finalmente l’aveva veduto coi
proprii occhi l’aristocratico Sironi, l’incorreggibile fumatore di
sigarette, il sentimentale marchesino a far la corte ad una serva.
Lo aveva veduto, anzi lo vedeva ancora laggiù in fondo al camerone,
traverso alla folla dei coscritti; ma in quel momento non poteva far
nulla; non poteva dir nulla; le conveniva aspettare e tacere. La sua
vendetta sarebbe venuta più tardi, sarebbe venuta!...
*
* *
Ad un tratto Marietta si staccò dal sergente Sironi e mosse incontro a
Lo-Cicero che si presentava trionfalmente in cantina seguito dai suoi
cinque compagni.
— Per di qua, signori, per di qua!...
E li precedette voltando a sinistra per un corridoio oscuro che menava
ad una camera appartata. Lo-Cicero, per non far torto al suo carattere
intraprendente, si affrettò a cingerle con un braccio la vita ed a
stamparle un silenzioso bacio sulla nuca.
Ma Marietta gli era sgusciata di mano come un’anguilla, col suo riso
squillante e provocante di biricchina maliziosa ed esperta. Gli altri
seguivano Lo-Cicero ancora meravigliati ma sorridenti nell’aspettativa
di qualche cosa di piacevole. Marietta aprì la porta della stanza dove
cinque candele ardevano sulla tavola sontuosamente apparecchiata.
Fu un «oh!» di stupore ed i cinque convitati guardarono dubitosamente
Lo-Cicero per domandargli se veramente quel lusso sibaritico fosse
proprio per loro.
Lo-Cicero disse con un mal simulato sorriso di vanità soddisfatta:
— Amici miei, non ci è nulla da meravigliarsi; vi ho invitato a
festeggiare meco due cose; il Natale e la mia promozione a caporal
maggiore. Non vorrete voi bere una bottiglia alla mia salute?
Cinque destre gli si offersero simultaneamente riconoscenti, un sorriso
di soddisfazione illuminò il volto di tutti. Caporal Stoppini, il più
burlone della compagnia gli disse a mezza voce:
— Ma, dimmi la verità hai svaligiato qualcheduno?
— A tavola, a tavola! — disse Marietta dileguandosi rapidamente
nell’oscurità del corridoio.
Lo-Cicero fu messo a capo tavola per voto unanime: gli altri si
accomodarono alla rinfusa, senza distinzione di grado, affratellati
tutti dalla vista della tavola piena di ogni grazia di Dio.
— A tavola siamo tutti uguali — diceva Mariani offrendo la sedia
a Lorenzetti il volontario della 2.ª E Lorenzetti si accomodò,
ringraziandolo collo sguardo; ma era vivamente contrariato; gli
sedeva di fronte l’antipatica figura del caporal maggiore Girelli,
il suo incubo, quello che gli aveva ritardato, di tre mesi almeno,
la promozione a caporale. Alla destra di Lo-Cicero, Di Gennaro, il
caporale di contabilità si baloccava intorno ad una scatola di sardine
che non riusciva ad aprire; Stoppini sedeva in faccia all’anfitrione,
col berretto sulle ventiquattro e il musetto appuntato di faina in
agguato.
L’antipasto sparì in un batter d’occhio fra gli applausi dei convitati.
Decisamente Lo-Cicero faceva le cose alla grande, e non stava a
lesinare sul centesimo. Peppino, rosso dalla gioia si schermiva
debolmente.
— Oh! ma vi pare!... Bevete piuttosto!...
— Alla salute del nostro caporal maggiore! — fece Lorenzetti alzando il
bicchiere.
Ma in quella Marietta comparve sulla soglia dell’uscio sorridente, con
un gran piatto di maccheroni fumanti tra le mani.
— Alla baionetta! — urlò Stoppini brandendo la forchetta
minacciosamente.
Fu un assalto in piena regola. Lo-Cicero volle servirsi l’ultimo
anche per aver tempo di sciorinare la sua brava dichiarazione alla
servotta dalle anche procaci. E mentre gli altri tuffavano il naso nel
vapore pregno d’aromi esalante dai piatti ricolmi, egli riannodava una
conversazione forse interotta fin dal giorno prima, coll’adorabile ma
superba cameriera.
— Dunque non ne vuoi proprio sapere?
— Lo-Cicero voi scherzate.
— Te lo dico sul serio, pure lo sai che ti amo!
— Queste cose dovete dirle a quella scimmia dell’_Aquila d’Oro_, dovete
dirle, non a me che vi conosco da un pezzo.
E così dicendo Marietta, colla scusa di ritirargli il piatto dinanzi,
gli sfiorava i capelli colla mano pienotta.
Mariani però — benchè intento ad ingollare delle prodigiose forchette
di maccheroni — stava colle orecchie tese e non aveva perduto una
parola del dialogo.
Anche lui poteva vantare delle pretensioni all’amore della bionda
Marietta, tanto è vero che una volta le aveva persin regalato un
fazzoletto di seta a scacchi rossi e neri.
Dunque Lo-Cicero era evidentemente un intruso; dunque colla scusa della
cena egli cercava di rubargli l’amorosa. Questo pensiero gli mandava
per traverso i maccheroni ingollati colla sua insaziabile voracità.
— Ah! ah! era dunque una sfida quella? Ebbene si sarebbe veduto alla
chiusa dei conti, si sarebbe veduto.
Allora il duello incominciò, sordo dapprima, poi a poco a poco più
palese per disputarsi le grazie della bionda tiranna: naturalmente
tutti se ne accorsero e si formarono due partiti.
Anche Marietta se ne accorse e colla tattica prudente che adoperano le
donne in simili casi, dispensava sguardi e sorrisi ai due combattenti
con lodevole imparzialità.
Mariani però perdeva terreno: che cosa era mai un fazzoletto di seta di
fronte all’anello d’oro che Lo-Cicero faceva scintillare dinanzi agli
sguardi cupidi della robusta servotta?
Perdeva terreno e si sfogava a bere e a fare dello spirito agro-dolce
che non riusciva a strappare l’ombra di un sorriso nemmeno ai
commensali del suo partito. La cena volgeva al suo termine, si era
alle frutta e Peppino, a cui premeva di concludere qualche cosa, aveva
ordinato due bottiglie di _Barbera_.
— E due per conto mio — urlò Mariani, già mezzo in _cimbalis_.
Si impegnò una discussione vivace. Lo-Cicero protestava altamente: era
o non era lui che aveva invitato?
Dunque le spese e gli onori della serata doveva farli lui.
Mariani non volle saperne; il diapason della discussione si innalzò
rapidamente malgrado gli sforzi di Lorenzetti che cercava di condurla
sopra un terreno più ragionevole.
In breve anzi essa cangiò natura: non si trattava più di sapere chi dei
due doveva pagar le bottiglie, ma l’astio invidioso di Mariani aveva
tratto in ballo alcuni vecchi rancori da lungo tempo sopiti. E come il
vino e l’amore lavoravano non poco in quei cervelli esaltati, non ci
volle molto a passare dalle ingiurie alle minaccie e da queste alle vie
di fatto.
In un batter d’occhio la tavola fu sparecchiata; piatti, bottiglie,
bicchieri, volarono per l’aria e si ruppero sui muri con un fracasso
assordante; all’improvviso la camera fu piena di gente, e i litiganti
separati da un’ondata di soldati, sentirono la voce nasale del furiere
portalettere che dava l’_attenti_ e quella ben nota del tenente Rinaldi
che diceva pacatamente al sergente di ispezione:
— Mi metta bravamente in prigione questi due belligeranti e mi faccia
sgombrar la cantina....
*
* *
Nella prigione di rigore Lo-Cicero e Mariani rimasero soli con un
freddo che tagliava le orecchie senza nemmeno potersi vedere in quel
buio fitto. Ad un tratto trasalirono; avevano udito nel corridoio il
bisbigliare sommesso di due persone. Mariani corse a metter l’orecchio
al buco della serratura e Lo-Cicero si arrampicò nell’inferriata
spingendo lo sguardo nella semioscurità del corridoio. Due ombre nere
si avanzavano, una alta e lunga, l’altra piccola e rotonda. Mariani non
vedeva nulla, ma aveva riconosciuto il passo di Marietta, le ombre si
avvicinavano sul muro dirimpetto.
— Fai piano per carità!... — disse una voce femminile che fece
sussultare i due rivali prigionieri.
— Sì amor mio, — rispose una voce maschile dalla spiccata inflessione
sarda.
Successe un momento di silenzio, poi le due ombre passarono
silenziosamente abbracciate nel corridoio sotto gli occhi stupefatti di
Lo-Cicero e si dileguarono.
Lo-Cicero scese dall’inferriata ed accese un fiammifero.