(CONFERENZA).
Avete mai pensato, o signori, allo straordinario sviluppo che avrebbe
la letteratura militare amena, se tutti gli attendenti fossero al
caso di scrivere abbastanza correntemente le memorie dei loro due
anni e mezzo di servizio?... Avete mai pensato, lettori amatissimi,
che ricchezza di materiale novellistico e romantico salterebbe fuori
a risanguare il romanzo e la novella italiana morenti d’anemia tra i
robbivecchi del passato e i robbivecchi del presente?
Dio de’ Dei! io fremo al pensare a tutte le scenette umoristiche,
serie, semiserie, drammatiche, melodrammatiche e anche tragiche che
salterebbero fuori da tutte quelle memorie autobiografiche. Le segrete
debolezze del sesso forte (tanto più forte poi perchè è armato), le
ignorate energie del sesso debole, tutto ciò che non si osa dire nè
scrivere in pubblico, anche nei romanzi più veristi, apparirebbe alla
luce del sole, svelato da questi fedeli e discreti rappresentanti della
servitù militare. Altro che le _Militaresse_ della signora Giannini!...
Altro che le _Miserie de Monsù Travet_!... Altro che i _Nostri
intimi_!...
Da tutto questo materiale organico di documenti umani, un attendente
di genio, uno Zola in cappotto e kepy, tirerebbe fuori, ne son certo,
un altro ciclo di romanzi scientifico-sociali, appetto ai quali quelli
dello Zola autentico potrebbero andarsi a nascondere.
A proposito; una cosa che mi stupisce: Zola che ha ormai toccato tutti
i soggetti che possono dar materia di romanzi, Zola che ha studiato
tutti gli ambienti, vivendoci dentro, constatando de visu, raccogliendo
sul luogo i documenti umani, non ha ancora pensato di riprodurre
l’ambiente della caserma. Quando ci si volesse decidere e desiderasse
di _provare_, gli offro io un posto di attendente a rischio di essere
tramandato ai posteri nella poco piacevole compagnia di Lantier, di
Coupeau o di Jésus Christ.
Ma riprendo il filo dell’argomentazione.
Gli attendenti, ecco i novellieri, i romanzieri, gli artisti
dell’avvenire!... Ecco perchè io grido ai legislatori con tutta la
forza dei miei polmoni: Istruite gli attendenti, o signori! Insegnate
loro a leggere e a scrivere, avvegnachè essi sono i veri depositari dei
migliori documenti umani, essi che hanno viste tante cose e che hanno
saputo non vederne tante altre, essi che colla loro inconscia e rozza
filosofia hanno immagazzinato tesori di osservazione sapiente; essi che
hanno saputo accoppiare al nobile mestiere delle armi, quelli non meno
nobili di lavapiatti, lustrascarpe, galoppino, bambinaio, ccc., essi
che tornano nelle loro campagne la mente piena di utili cognizioni e
che potranno insegnare ai loro compaesani ignoranti a che cosa serve la
senapa nelle bistecche, le nova sbattute nel caffè prese al mattino, e
il modo infallibile di liberarsi dei creditori!... Essi che....
Ma a questo punto mi coglie la saggia riflessione, che se gli
attendenti fossero istruiti sarebbero subito presi dalla malsana
ambizione di essere caporali e sciuperebbero inutilmente il tempo sui
tavoli della Maggiorità o su quelli di una fureria qualsivoglia.
Dunque, aspettando che uno di essi scriva la _Fisiologia
dell’Ufficiale_, io mi provo a scrivere la _Fisiologia
dell’Attendente_. Degnatemi, o signori, d’una benigna attenzione.
*
* *
Che l’attendente sia un personaggio ormai consegnato alla storia, non
c’è nemmeno da metterlo in dubbio. Anche l’arte si è impadronita di lui
e lo ha fissato nelle sue pagine immortali. L’_Ordinanza_ di De-Amicis,
che gira per le mani di cinquecento e più mila lettori, e l’Ordinanza
di Testoni che gira trionfalmente su tutti i palcoscenici d’Italia,
informino. Non parlo delle farse, prima fra tutte _La Consegna è di
russare_, in cui l’attendente è un personaggio di primaria importanza.
Epperò, potrebbe reputarsi inconsulta vanità, quella di parlare
dell’attendente, ordinanza, trabante o confidente che dir si voglia,
dopo quanto ne ha scritto l’illustre De-Amicis che è il fondatore della
letteratura militare amena in Italia. Se non che io mi propongo di
fare in via più generale, quello che egli ha fatto per un attendente
solo, io mi propongo uno studio sistematico e non già un bozzetto
sentimentale! Chiedo dunque venia ai cortesi uditori ed incomincio.
Attendente viene da attendere; ordinanza viene da ordine; confidente
viene da confidenza; trabante viene.... francamente io non so da che
cosa venga; certo viene da.... soldato semplice.
Di questi quattro appellativi il primo è, a parere mio, il più giusto;
se non esistesse bisognerebbe crearlo apposta. Difatti la più grande
delle sue attribuzioni è quella di attendere, di aspettare: io non ho
mai conosciuto al mondo un uomo che aspetti di più dell’attendente:
egli aspetta sempre; aspetta che il padrone si svegli, che la padrona
si alzi, che i bambini mangino il caffè e latte prima di accompagnarli
a scuola; aspetta il padrone un po’ dappertutto; al caffè per dargli
la chiave di casa, in quartiere per dargli il berretto o per tenergli
il cavallo; per la strada o sulla porta del teatro per dargli
l’impermeabile se piove; egli è una specie di Padre Eterno, che deve
trovarsi in cielo, in terra ed in ogni luogo.... Gli altri appellativi
non mi sembrano del pari appropriati. Lasciando andare il _trabante_
che è voce dialettale, originata da chi sa quale orribile barbarismo,
le altre due _ordinanza_ e _confidente_, offrono il fianco, anzi tutti
e due i fianchi alla critica. Difatti _ordinanza_ vuol dire uomo
d’ordine; ora, domando io, come si fa a chiamare uomo d’ordine uno
sciagurato che vi mette il formaggio grattato vicino al lucido delle
scarpe, e le ciabatte sulle camicie stirate?
Dunque _ordinanza_ no; _confidente_ nemmeno; la parola ha un
significato troppo assoluto; che egli conosca a perfezione gli affari,
i gusti, le abitudini del proprio padrone, sta bene, ma che ne sia
proprio il confidente.... eh via! mi pare un po’ troppo.... Come si fa
per esempio a dirgli:
— Di’ Bastiano! ho un lontano sospetto che mia moglie.... col tenente
tale.... mi faccia.... hai capito? Cosa ne dici?
Oppure:
— Testadura, mi è venuta un’idea....
— Quale signor capitano?
— Se mi giuocassi al _nove i fondi di Compagnia?_
Vi pare?
Dunque non ci sono più dubbi; la parola vera è attendente; e chiarito
questo primo punto andiamo avanti.
Gli attendenti si dividono nello stesso numero di categorie
degli ufficiali. Ci sono perciò gli attendenti-subalterni,
gli attendenti-capitani, gli attendenti-superiori e gli
attendenti-generali.
Questi ultimi essendo personaggi di così alta importanza, che
sfuggono alla mia giurisdizione, limiterò il mio studio fino agli
attendenti-superiori che sono appunto gli attendenti reggimentali.
Per chi non lo sapesse il reclutamento degli attendenti si fa in questa
maniera:
Appena arrivati i _coscritti_ al Reggimento, la Maggiorità fa lo
spoglio delle professioni; la maggioranza è costituita dai contadini,
che dopo tutto, sono sempre i migliori soldati; nella minoranza si
trovano invece calzolai, sarti, fabbri-ferrai, falegnami, barbieri,
panettieri, cuochi, sguatteri, musicanti, ecc. ecc.
Il colonnello, che è ammogliato ed ha appunto bisogno d’un cuoco, si
rivolge all’aiutante maggiore in 1ª.
— Dica, capitano, non ci sarebbe, per caso, un cuoco per me?
— Sissignore; quest’anno ne abbiamo avuti cinque.
— Sta bene; mi tenga d’occhio il migliore che lo prenderò appena abbia
ultimato l’istruzione delle reclute.
Vengono chiamati i cinque cuochi all’ufficio Maggiorità al _redde
rationem._
— Voi dove facevate il cuoco?
— A Roma, al _Caffè del Parlamento._
— Ah! ma.... eravate proprio cuoco o sguattero?
— Cuoco, signor capitano — risponde l’altro con un tono di dignità
offesa....
— Benone; fate allora un passo a destra. Voi?
— Cuoco, signor capitano.
— Dove? in che paese? in che albergo?
— A Frosinone, all’osteria dei _Tre Re_.
— Ho capito; un passo a destra. E voi?
— Io, _signure capitane facive lu coche a Potenze_.
— Basta, non ne parliamo più; un passo a destra. E voi?
— _Er coco!_ — risponde con una faccia granitica l’interrogato.
— Che cosa sapete fare?
— _So’ fa’ n po’ de’ tutto; le frittelle e li bignè pe’ S. Giuseppe, li
polli a la cacciatora, li carciofoli alla giudia_.
— Bravo, per Dio! un passo a destra.
Rimane l’ultimo; un povero diavolo stremenzito, affogato nel cappotto,
sepolto nel berretto, con una vocina da donna.
— Di che paese siete?
— _Mi sun de Milaan...._
— Sapete fare il risotto?
Di sotto l’enorme visiera del berretto si indovina un sorriso.
— _Alter chè!..._
— E le costolette?
— _Alter chè!..._
— Dove servivate?
— _Mi s’eri al Cova...._
— Bene, voi e quello lì (indicando il primo di destra) verrete
quest’oggi a casa mia a fare un esperimento delle vostre abilità
culinarie; voi mi farete il risotto; (l’uomo della visiera sorride) e
voi?
Il cuoco del _Caffè del Parlamento_ si avanza con un’aria di
maggiordomo e dice pacatamente:
— Bisognerà vedere che cosa ci sarà di disponibile in cucina.
L’aiutante maggiore rimane soggiogato da tanto buon senso.
— Sicuro, non ci avevo pensato. Allora vi dò carta bianca; andate in
mercato, comperate, cucinate e poi mi darete la nota. Avete capito?
— Sissignore.