Trascrivo queste linee da un taccuino di note prese così _en amateur_.
La stanza grande del rapporto è riscaldata a 22 centigradi. Si soffoca.
Il colonnello è seduto ad un tavolo separato ed ha alla sinistra il
maggiore. Il capitano medico (bell’uomo, ancora giovine, baffi biondi
e spiccata pronunzia toscana) è in piedi vicino al pantometro; noi
tutti siamo seduti in circolo; sulla porta il piantone introduce gli
inscritti che il maggiore chiama.
— Passalacqua!...
L’infelice entra nudo come la mamma lo ha fatto; ho osservato che
entrano tutti col capo basso, vergognosi, nella pudica posiziono
della Venere dei Medici. Tutti gli occhi si fissano sul povero diavolo
avidamente, esaminandolo, pesandolo, analizzandolo, squartandolo quasi
per veder come è fatto; l’ufficiale dei bersaglieri gli misura a vista
il torace, quello di cavalleria gli esamina le coscie e l’inforcatura,
quello d’artiglieria il sistema muscolare delle braccia e delle gambe;
quelli di fanteria invece lo guardano coll’indifferenza di coloro che,
belli o brutti, sono obbligati a prendere quelli che loro si danno.
Passalacqua, nella pudica posizione sopra descritta, si ferma peritoso
sulla porta.
— Venite avanti, giovanotto, venite avanti!
Il povero diavolo si avanza tremando; ha il viso, il collo e le mani
color di certe terrecotte antiche, i piedi assolutamente neri e di una
grandezza inverosimile, il corpo bianco.
— Ti raccomando quelle _basi granitiche_, — mi dice Rosati indicandomi
i piedi di Passalacqua.
— Vi chiamate Passalacqua?
— Sissignore.
— Che mestiere?
— Contadino.
— Sapete leggere e scrivere?
— Nossignore.
Il capitano medico lo fa mettere sul pantometro e il sergente lo misura.
— Uno e cinquantasette.
— È piccolino!...
Il capitano gli misura il torace.
— Ottantuno.
Gli ufficiali di cavalleria, di artiglieria, dei bersaglieri, non lo
guardano nemmeno più, non è roba per loro.
Il medico lo dichiara _abile_.
— Mi pare che sarebbe il caso di metterlo in fanteria... — dice il
colonnello.
— Direi anch’io.... — risponde il capitano.
— Bè! qual’è il reggimento più anziano?
Io mi alzo.
— Questo giovanotto è suo.... — e sorride malignamente.
— Tante grazie!
Mi seggo e segno Passalacqua sul mio taccuino non senza fargli il
relativo pupazzetto. Gli altri amici, di nascosto, mi danno la baia.
— Bel pezzo di giovine, per Dio!
— Peccato che abbia le gambe storte!
— Se sei buono a trovargli un paio di scarpe che gli vadano bene, ti
pago un pranzo!
— Aspettate, aspettate, rispondo io, ce ne sarà per tutti!
*
* *
— Kyrieleyson!
Tra le risate generali suscitate dalla bizzaria del nome, entra un
pezzo d’accidente che sembra l’Ercole Farnese senza la clava.
— Cristo, che muscoli! E quello se ti tira un pugno sai dove ti manda?
dice Rosati. Tutti ammiriamo quelle forme atletiche, tanto più che il
nome di sacrestia faceva invece prevedere un.... sacrestano.
Mori, il tenente dell’artiglieria da montagna, si alza in piedi e lo
degna di un serio esame.
Il medico lo misura. Altezza 1,85, torace un metro.
— Questo lo piglierei io, — dice Mori.
Nessuno pensa a contestarglielo; non c’è che dire, Kyrieleyson è fatto
apposta per portare un cannone sulle spalle.
— Va bene. Artiglieria da montagna. Andate pure.
*
* *
Il colosso scappa tutto allegro battendo le mani.
Accadono delle scenette curiose; quando si alza Robecchi di
Genova-Cavalleria il povero diavolo che è sotto l’antropometro si mette
a piangere.
— Cosa c’è da piangere? — gli fa il capitano pigliandogli il ganascino.
— _Signor Capitane i’ nun ce voglio ij in cavalleria...._
— E perchè?
— _Perchè so’ cinc’anne..._
— Ci vuol pazienza, figlio mio.
— _Signor Colonnello per l’amor de Dio!_ — e volge intorno a tutti noi
uno sguardo disperato, invocando il nostro soccorso.
Ma Robecchi lo ha notato sul taccuino e cerca di consolarlo....
*
* *
Chi ha assistito una mattinata intera all’_assegnazione_, esce di
lì con molte convinzioni profondamente scosse, la prima tra le quali
quella che l’uomo sia il più bello degli animali: che sia un animale
sta bene, ma il più bello poi!...
Perchè bisogna pure ammettere che un uomo brutto è sempre inferiore ad
un animale bello, sopratutto quando l’intelligenza si pareggia. Basta,
ho assistito allo sfilare di una nudità maschile che non era in verità
tutta composta di Antinoi, anzi!...
Quanto avrei pagato ad essere in quel momento l’illustre Mantegazza!...
Quello che è positivo è che ci hanno tenuto lì quattro ore senza
rivolgerci una parola a noi di fanteria, e alla fine il colonnello,
che è senza dubbio una persona intelligente, ci ha dispensato
dall’assistere per l’avvenire a quella cerimonia soffocante e poco
profumata.
— Tanto per quello che ci fanno qui, lor signori!... — ha detto
sorridendo.
— Sicuro, ha ragione, per quello che ci facciamo!... Siam come il due
di briscola!
*
* *
Mentre queste scene accadono nella sala dell’_assegnazione_, nella
saletta attigua quelli già visitati si rivestono dei loro panni,
allegri o tristi secondo le diverse sorti e scendono in cortile
lasciando il posto agli altri. Davanti alla porta del Distretto la
folla è enorme; la sentinella, gli uomini di guardia non sanno come
fare a tener sgombro il passaggio, a far stare indietro tutta quella
gente. Le prime file sono tutte formate di donne, le mamme, le sorelle,
le mogli dei coscritti, che aspettano di vedere i loro cari, di udire
la loro sentenza. Ogni momento sono addosso alla sentinella che ha la
consegna di non lasciar passare nessuno.
— State indietro, buone donne, state indietro....
— Ma non vedete che spingono?...
— State indietro vi dico; cosa volete vedere qui davanti?... Tanto non
vedete nulla.
Ma sì, è lo stesso che parlare al muro; tutte vogliono vedere, tutte
hanno qualcosa da domandare al caporale ed ai soldati di guardia.
— Fatemi il piacere — dice una vecchia piangendo — chiamatemi un
momento Giovanni Piscitiello.
— Non si può.
— Un momento solo per sapere dove l’hanno messo.
— Ora lo saprete, a momenti scendono — dice il caporale.
La folla si acqueta, ascolta i rumori che vengono dall’interno del
quartiere. Scendono! Scendono! si sente lo scalpiccìo di molti piedi
per le scale; le donne si raccomandano a tutti i santi.
— Largo, largo!
Passa un drappello di coscritti che vanno al Castello accompagnati da
un sergente e da due caporali.
La folla si divide; è un vociferare altissimo, un chiamare e
rispondere affrettato, un agitar di mani, di braccia, di fazzoletti;
nella confusione si distinguono le parole di _abile_, _rivedibile_,
_fanteria_, _bersaglieri_ che sono su tutte le bocche. Le mamme si
gettano arditamente tra le file del drappello e riempiono di pane, di
fichi secchi, di forme di cacio le tasche dei figli, come se andassero
in Siberia. Il sergente si fa in quattro per riordinarli, per metterli
a posto, per mandarli avanti.
— Che reggimento? Che reggimento?
— 5º fanteria.
Il drappello è uscito dalla piazza.
Ad uno ad uno escono tutti e dieci, accolti dallo stesso schiamazzo di
voci assordanti e la piazza si comincia a spopolare; tutti i parenti
dei coscritti seguono i drappelli al Castello confusamente.
L’ultimo a uscire è il drappello accompagnato dal sergente di
cavalleria, che solleva un uragano di pianti, di imprecazioni, di
interiezioni, di bestemmie.
— Cinque anni! poveretti! cinque anni!
E il numero fatale è ripetuto tra i singhiozzi, dal gruppo delle mamme
e delle comari.