Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del

Piemonte e posto in sua balìa quel primo stato d'Italia, il che gli

alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava l'animo

ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto,

mandava fuori un bando: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni

avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque

cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso

diecimila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto

battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi

senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le

falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì

virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata

prosperità: vincitori di Tolone, le vittorie del novantatre presagiste;

vincitori dell'Alpi, più fortunate guerre presagiste: non più fra

sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia

avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con

audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro: ecco trepidar coloro,

che si facevano beffe della miseria vostra: ma se avete operato cose

grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in

poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinj

gli assassini di Basseville: altre battaglie avete a vincere, altre

città ad espugnare, altri fiumi a varcare. Forse alcuno di voi si

ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser

quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i

vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Dego, e di Mondovì bramano

tutti di portar più oltre la gloria del nome Francese; tutti vogliono

una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarne,

tutti quivi con militare vanto dire: _Ancor io mi fui dell'esercito

conquistatore d'Italia_. Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego,

che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per Dio, gli orribili

saccheggi, sovvengavi, che siete liberatori dei popoli, non flagello:

non contaminate con la licenza le vittorie, nè il nome vostro; non

contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a

tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato:

ogni scelerato soldato, che con gli oltraggi, e col ladroneccio oscurerà

lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato

a morte».

Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a

Francesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto

incredibile: coll'immaginare già facevano loro la Germania lontana, non

che l'Italia vicina. Quel dimostrar poi di voler frenare il sacco, era

molto accomodato consiglio per dare sicurtà ai popoli spaventati da una

fama terribile, e da fatti più terribili ancora.

Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava, venire il Francese

esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo Francese amico a

tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente,

securamente; serberebbe intatte le proprietà, la religione, i costumi;

fare i Francesi la guerra da nemici generosi, solo averla coi re.

Quali sentimenti producessero sì fatti incentivi, coloro sel pensino,

che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da

far maraviglia, se queste guerre vive dei Francesi di tanto abbiano

prevalso alle guerre morte dei Tedeschi.

Possente ajuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle.

Arrivarono le novelle desideratissime, essersi conclusa la pace il dì

quindici maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni

principali, cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di

Savoja e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva, e

Tortona mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa,

la Brunetta, Castel Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a

piacere del generale di Francia, Valenza: smantellassersi a spese del re

Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella

frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse

ne' suoi stati alcun fuoruscito o bandito Francese; restituissersi da

ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi, ed in perpetua

dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni

politiche; a libertà si restituissero, e dei beni loro posti al fisco si

redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di

starsene senza molestia negli stati regj, o di trasferirsi là dove più

loro piacesse; dei paesi occupati dai Francesi conservasse il re il

governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a

fornir viveri e strame all'esercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria

fatta al ministro di Francia in Alessandria.

Questo trattato, che dalla parte della repubblica sentiva in tutto

l'oppressione, in nulla l'amicizia, aveva in se ogni radice di

dissoluzione: solo poteva, e doveva durare finchè la forza durasse; si

rendeva per lui lecito al sovrano del Piemonte il sottrarsi per ogni

mezzo, che in poter suo fosse, da sì dure, ed inusitate condizioni;

poichè, se importava alla repubblica l'indebolire un nemico ostinato, ed

anzi forte e generoso, non si vede, che cosa le importasse il volere,

che i fuorusciti Francesi, la più parte vecchj od infermi, e tutti

miseri, da' suoi stati cacciasse. Quest'era non debilitare il nemico, ma

farlo vile, ed il lasciare in lui semi di rabbia, e di vendetta. Vide

intanto il Piemonte uno spettacolo miserando; che quelle mani stesse, e

quelle subbie, e quei martelli che avevano costrutto la Brunetta, opera

veramente maravigliosa, forse unica al mondo, e degna di Roma antica,

ora la demolissero, e se allo scoppio delle distruggitrici mine

sentivano i Piemontesi uno immenso sdegno, avrebbero i Francesi, quando

una infatuazione compassionevole non gli avesse in quell'età fuori di

loro medesimi tirati, sentito vergogna; perocchè care a tutti sono le

opere mirabili dell'umano ingegno; e se la Francia voleva pure per

sicurezza del suo stato, e per istabilirsi totalmente il passo in

Italia, che quel propugnacolo si disfacesse, doveva almeno per un pudore

Europeo, e non istraneo ad una nazione non barbara, con le proprie mani

disfarlo, non obbligar a disfarlo coloro, che edificato l'avevano;

conciossiacosachè ciò era aggiungere l'ingiuria al danno.

Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito

considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito Austriaco

congiunto coi soldati di Napoli, e con qualche parte di Tedeschi testè

arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei

repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi

e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante

vittorie. Nè il generale della repubblica era uomo da lasciar imperfetta

l'opera, perchè dall'una parte il chiamava la popolosa e ricca Milano

con quelle opime terre della Lombardìa, dall'altra la necessità lo

spingeva a non lasciar respirar i Tedeschi, finchè non gli avesse rotti

e cacciati d'Italia intieramente. Lo starsene avrebbe raffreddato

l'ardore de' suoi, e dato tempo all'imperatore, che pure aveva il cuore

nelle sue possessioni Italiche, di avviarvi gagliardi ajuti di soldati,

e di munizioni. La mira principale, e tutta l'importanza dell'impresa

erano d'impadronirsi di Milano. Al qual fine due strade se gli

appresentavano; l'una di passare il Po a Valenza e di condursi per la

dritta alla metropoli della Lombardìa Austriaca, insistendo sulla

sinistra del fiume largo, rapido e profondo; l'altra di varcarlo sotto

la foce del Ticino per ischivare questo medesimo fiume, ancor esso

grosso e profondo, e di una rapidità singolare, con tutti gli altri che

avrebbe per viaggio incontrati, se avesse varcato al passo di Valenza.

Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che

aveva in se, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il

quale sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad

accordarsi con Francia da Ulloa, ministro di Spagna a Torino, non vi

aveva voluto consentire.

Adunque risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le

foci del Ticino e dell'Adda, il che doveva anche dar timore a Beaulieu

di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre

la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a

Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva

continuamente il governo Sardo di barche pel Valenziano passo. Là

mandava carri, là artiglierìe, là soldati, e vi faceva intorno una

continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano

inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè fu ributtato

dai presidj Piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a

Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si trovavano.

Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e

Napolitano, stava attento ad osservare quello, che fosse per partorire

l'astuzia, e l'ardire dell'avversario. Ma quantunque sperimentato ed

accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane

generale della repubblica; perciocchè fece concetto, che veramente

questi avesse l'intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era

alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due

prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi

forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia,

posta sul Ticino vicino al luogo dov'egli mette nel Po, e dov'è un

ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita, sulle rive del fiume, di

trincee, e d'artiglierìe. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con

poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma

ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte sicuro

oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di

veloci soldati, comandandole facesse due alloggiamenti per giorno, verso

Castel San Giovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte

le genti, mentre le sue artiglierìe continuavano a fulminare, per non

lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi

e l'ajutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavallerìa

tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter

loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando

riso, ufficiali, e medicamenti destinati agl'imperiali.

Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del

generale loro, i Francesi colla vanguardia composta di cinque mila

granatieri, e quindici centinaja di cavalli, varcavano felicemente il dì

sette maggio su quelle barche medesime, e sopra alcune altre che loro si

offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile

afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per

tale guisa che il dì otto quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle

Milanesi sponde. In questo passaggio per Piacenza si vide un funesto

segno della rapacità dei primi capi repubblicani, e del poco rispetto in

cui avevano le cose più sacre; perchè Buonaparte, e Saliceti commissario

del direttorio, poste le mani violentemente nei monti di pietà, e nelle

casse non solamente ducali, ma ancora del municipio, e di diversi luoghi

pii, quante robe preziose o danari vi trovarono, tante involarono.

Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i

Francesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra

posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se

ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le

genti sull'Adda sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per

munire Mantova di gagliardo presidio, se la fortuna tanto fosse

contraria all'armi imperiali, che il costringesse a lasciar del tutto la

possessione d'Italia ai Francesi. Avvisava ancora che finchè il grosso

de' suoi, che malgrado delle sconfitte era tuttavìa formidabile, si

conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa

sarebbe stata pei Francesi il correre a Milano, posciachè egli avrebbe

potuto a grado suo assaltargli sul loro fianco destro. Perlochè

s'avviava con la maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte,

che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava

altresì una forte squadra, principalmente di cavallerìa, a Casal

Pusterlengo, affinchè passando per Codogno, fosse in grado di servire

come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno

ne fosse. Pavìa intanto, città nobile per la università degli studj,

abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia

urbana, aspettando di obbedire a chi col primo strepito di tamburi sotto

le sue mura si appresentasse. Bene erano considerati i disegni di

Beaulieu, ma la prestezza Francese gli ebbe guasti; i soldati mandati a

Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivavano, non più

per contrastar il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo,

che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva,

che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere

soccorsa, poteva disordinare i suoi pensieri, perciocchè quantunque,

egli avesse varcato, non era ancor ordinato a suo modo, ed in punto di

tutto, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli

Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta, e munito

di venti pezzi d'artiglierìa alcune trincee: i cavalli, la maggior parte

Napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano

la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di

allargarsi, e di assaltar da diverse parti la terra, solo mezzo che gli

restava, stante le fortificazioni fatte dagli Austriaci, perchè il

combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande,

delle quali la prima col generale d'Allemagne, doveva, girando a destra,

assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda condotta dal colonnello

Lannes, intrepidissimo guerriero, era destinata a dar dentro sulla

destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di

attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada

maestra. Fu forte l'incontro, forte ancora la difesa; perchè gli

Austriaci sfolgorarono gli assalitori con le artiglierìe ed i cavalli

Napolitani, opprimendo i soldati corridori, ed assaltando con impeto gli

squadroni stabili, rendevano difficile la vittoria ai Francesi. Gli

Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria, e per la

speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che

non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia

dei Francesi. Andavano gl'imperiali in rotta ed abbandonato Fombio a chi

poteva più di loro si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai

vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa

cinquecento tra morti e prigionieri: sarebbe stata più grave la perdita,

se la cavallerìa Napolitana, condotta massimamente dal colonnello

Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intiera alla

coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non

avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci

di ritirarsi.

Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano passo passo i

confederati, ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la

notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo dei Francesi, e del

pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila

eletti soldati, corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno

in soccorso di Fombio, credendo, che i suoi tuttavìa in quest'ultima

terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che

poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato

secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel bujo della

notte sopra i Francesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie,

seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi spingendosi oltre,

s'impadronivano di parte della terra. Non era più pari la battaglia,

perchè si combatteva da una parte con intento e con ordine certo,

dall'altra con soldati scompigliati, sorpresi ed impauriti. Accorreva al

subitaneo romore Laharpe, e postosi a guida di un reggimento fresco

marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto,

se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla

mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. In tale guisa mancò

in un casuale incontro, ed in una battaglia notturna nel fiore della sua

età il generale Laharpe, soldato di compito valore, ma ancora più di

compita virtù. Ei fu tale, che amato da tutti in vita, pianto da tutti

in morte, meritò, che il caso suo fatale fosse attribuito dai

contemporanei, sebbene a torto, a chi per troppo diversa natura

l'invidiava; uomo felicissimo, che nell'ultimo evento stesso del suo

corso mortale tanto l'opinione il differenziava da altri, che non a caso

fortuito, ma a pensato disegno fu la sua morte imputata.

L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le

sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava

frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece

che rinfrancò gli spiriti, e riordinò le schiere sbigottite e

disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi nell'ardir loro

moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della vittoria, si

allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti

i Francesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno, che i nemici

superiori assai di numero, facevano le viste di assaltargli, pensarono

al ritirarsi; il che fecero prima in buon ordine e regolatamente, poscia

disordinati e rotti, instando acremente i Francesi, oramai consapevoli

dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo

termine, se per la seconda volta la cavallerìa Napolitana non le faceva

scudo alla ritirata. Così una conseguita vittoria divenne in un subito

una rotta evidente. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il

bagaglio, non poche artiglierìe lasciate nei fossi della terra, molti

prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i

repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui

degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue

forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se obbligando

il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per

venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere

quell'ascendente che aveva, e trasportare in se il favore della volubile

fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della

salute di Milano, della conservazione della Lombardìa, del destino delle

reliquie ancora potenti delle genti imperiali.

Avvisavasi ottimamente il capitano Austriaco, che perduto il passo del

Ticino, e poichè i Francesi avevano varcato il Po, non gli restava altra

sedia di guerra opportuna a farvi testa, che il grosso e rapido fiume

dell'Adda, le parti inferiori del quale si trovavano assicurate dalla

fortezza di Pizzighettone munita di artiglierìe, e di sufficiente

presidio. Vuotata adunque Pavia, e lasciati dentro il castello di Milano

due mila soldati, la maggior parte del corpo franco di Giulay, aveva

raunato tutte le sue genti a Lodi. Siccome poi sapeva di certo che il

veloce Buonaparte, dopo le vittorie di Fombio e di Codogno, non avrebbe

indugiato a venire ad assaltarlo, perchè quello era l'ultimo cimento per

aver Milano, aveva collocato la sua retroguardia, sotto guida del

colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse

quanto potesse, ed in caso di sinistro si ritirasse sulla sinistra del

fiume. Intanto per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco

situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda per modo che

direttamente l'imboccavano, e spazzare potevano. Nè parendogli che

questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva

sinistra con venti pezzi d'artiglierìe grosse, dieci sopra, dieci sotto

al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera parevano rendere

il passo piuttosto impossibile, che difficile. Gli Austriaci, cui nè

tante rotte, nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora

disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a

risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro

ogni credere l'avesse effettuato. Danno alcuni biasimo a Beaulieu del

non aver tagliato il ponte in vece di averlo munito, presumendo che i

Francesi non avrebbero potuto varcare, se il ponte, fosse stato rotto,

perchè gl'imperiali forti di artiglierìe, ed ancora più di cavalli,

avrebbero avuto abilità o di arrestare i passanti, o di conquidere i

passati. Ma e' bisogna avvertire, che l'intento di Beaulieu era non

solamente d'impedire il passo al nemico, ma ancora di conservarlo per

se, perchè ed aspettava ajuti, e voleva render sospetto ai Francesi

l'andare a Milano. Quale di queste sia la parte sana, perchè può essere

errore uguale il giudicar dagli eventi, come il giudicare dai disegni,

arrivava Buonaparte impaziente delle guerre tarde, e veduto i

preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si

risolveva, correndo il decimo giorno di maggio, a far battaglia sul

ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I

generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero

opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la

stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie, e minorate

dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più

di tutti, che voleva quel che voleva, e che era non che liberale,

prodigo del sangue dei soldati, purchè vincesse, persisteva a voler dar

dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque

venire a se un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente

rischievole, use al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbaraglio, diceva

loro con quel suo piglio alla soldatesca, che tanto piaceva a' suoi

soldati: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro quei bravi uomini, che

già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato

tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si

ritirava: credersi quel Beaulieu già tante volte vinto, che il breve

passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana

presunzione, vana credenza: aver loro passato il Po, re dei fiumi;

arresterebbegli l'umile Adda? Pensassero, esser questo l'ultimo

pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque

dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardargli

la repubblica grata alle fatiche loro, guardargli il mondo maravigliato,

ed atterrito alla fama di tante vittorie: quì conquistarsi Italia, quì

rendersi il nome di Francia immortale».

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 23 / 25 段