Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Magliani, e dopo

che pel fatto di Cosserìa era stato obbligato di lasciar al nemico la

possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato,

che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera,

ed alla Testa nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte

impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la

battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, massime dei

repubblicani, i quali combattevano più scoperti. Nè vi fu modo di far

piegare i regj, che con valore difendendosi respingevano costantemente

il nemico. Succedeva questa fazione ai sedici aprile. Pernottarono

repubblicani e regj ai luoghi loro. Ma il giorno seguente, ingrossatisi

molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale

sebbene animosamente si difendessero i regj, temendo Colli di essere

spuntato dai lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva

le genti con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la

Cursaglia mette nel Tanaro. In questi fatti, proteggendo valorosamente

la ritirata il reggimento d'Acqui, morì di grave ferita il marchese

Cavoretto, morte sentita dolorosamente da tutti per le buone qualità sue

sì civili, che militari; e se i Francesi han ragione di celebrare, come

fanno, con esimie lodi coloro, che sono morti combattendo per la patria,

non so perchè gl'Italiani siano tanto scarsi in lodar coloro che, come

il marchese Cavoretto, diedero la vita per preservare una patria, che

debbe loro essere tanto cara, quanto è veramente la Francia ai Francesi.

Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città

di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane,

e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di

numero l'esercito regio nei campi della Bicocca, della Niella e di San

Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Ai

venti massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi

alla pruova i Piemontesi, per modo che Serrurier si ritirava assai

malconcio e disordinato. Infine quel valoroso Massena, il quale nato

suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato

la notte del ventuno il Tanaro a guado presso Ceva aveva occupato

Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del

ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato dai

repubblicani alle spalle; il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima

speranza della monarchìa Piemontese, ad un'estrema rovina. Perlocchè,

levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco

tutte le artiglierìe e le bagaglie, s'incamminava frettolosamente, ma

ordinatamente alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i

repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno

seguì la battaglia, che i Francesi chiamano di Mondovì. Buonaparte

solito ad abbellir con parole magnifiche le sue geste, rappresentò

questo fatto con colori di grandezza, e di virtù militare dal canto de'

suoi. Ma il vero si è, che Colli non poteva, nè voleva tra mezzo ad una

frettolosa ritirata, e con soldati già scemi d'animo e di forze venirne

ad una battaglia giusta contro un nemico vittorioso, battaglia in cui ne

sarebbe andato tutto il destino di un antichissimo reame. Solo suo

intento era di ritardar tanto il perseguitante nemico, che potesse

condur in salvo le artiglierìe ed il bagaglio, ed andar a pigliar un

alloggiamento tale, che potesse, se ancor possibil fosse, arrestar il

corso alla fortuna che con tanto impeto precipitava. Difesosi in Vico

con molta arte e valore, potè ritardando il nemico, conseguire il fine

che si era proposto, di condurre a salvamento nei luoghi sicuri dietro

l'Ellero ed il Pesio le armi grosse, e tutti gl'impedimenti. Ritirossi

poscia, andando a posarsi in un forte alloggiamento oltre la Stura, dove

la fronte era difesa dal fiume, la destra aveva per sicurtà Cuneo, donde

si congiungeva alle genti che guardavano i passi per al Colle di Tenda,

la stanca finalmente si appoggiava a Cherasco posto alla foce della

Stura nel Tanaro, ed afforzato, sebbene leggermente, con bastioni muniti

di steccate e palizzate. In tale modo un umile fiume, un esercito

valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte l'altra debole, restavano

soli impedimenti ai Francesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e

non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città

capitale di Torino. Certamente assai è da lodarsi Buonaparte per

l'ardire e per l'arte mostrata in tutti questi fatti; assai anche è da

lodarsi il valore de' suoi soldati; ma da lodarsi ancora è Colli, e

l'esercito Piemontese, che spinto e risospinto più fiate da luoghi rotti

e montuosi, conservossi sempre intiero, ed all'ultima fine intiero

rappresentossi al re per quei negoziati che per la conservazione del

regno avesse stimato convenirsi.

L'audace Buonaparte, non contento, se prima non avesse rotto ogni

resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava

dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro, impadronitosi d'Alba per

mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della

Stura, era in grado di passar il primo di questi fiumi, e di correre

alle spalle dei Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del

governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne

anche facilmente, che alcuni abitatori d'Alba, instigati principalmente

da Bonafous, fuoruscito Piemontese, venuto coi repubblicani, facessero

un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi

constituire in repubblica. Quivi Bonafous metteva sequestri, faceva

confiscazioni di beni mobili e stabili, tanto feudatarj quanto regj, e

procedendo in tutto repubblicanamente, dava timore, che con le spalle

dei repubblicani d'oltremonti e del paese, avesse a propagar

quell'incendio per tutto il Piemonte. Erasi accostato al Bonafous un

Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, e capace

del pari di far perir la realtà per la ribellione, e la libertà per

l'anarchìa. Costoro, per istimolo, scrissero e pubblicarono una lettera

a Buonaparte: voler essi, dicevano, come i Francesi, esser liberi; non

voler più vivere nè sotto un re, nè sotto altro tiranno, con qual nome

si chiamasse; volere l'equalità civile, volere spegnere i mostri

feudatarj; per questo aver preso le armi all'approssimarsi del

vittorioso esercito di Francia: gli ajutasse adunque, pregavano, a

rompere quelle catene da schiavi; vedesse l'Italia in atto di chiamarlo

alla liberazione sua; donassele la libertà, ridonassele il lustro

antico; sarebbe il suo nome glorioso ed immortale. Non contenti a

questo, Bonafous e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano bandi

repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardìa, siccome pure ai

soldati Napolitani e Piemontesi. Ancorchè il generale di Francia

sapesse, che non era in Piemonte seme sufficiente di rivoluzione, pure

andava fomentando queste dimostrazioni, e le magnificava per intimorire

il governo; perchè argomentava, che già preso da spavento pei sinistri

eventi della guerra, e male giudicando delle disposizioni dei popoli, si

lascerebbe facilmente spaventare dal pericolo immaginario di moti

interni contrarj alla quiete del regno. Adunque e per questi romori, e

per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per esser

Cherasco in se stesso poco difendevole, temendo Colli di essere

assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di

Torino, alle stanze di Carignano. Ora era giunto il re di Sardegna a

quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o

sottoporre il collo ad un nemico insolente, e ad un governo disordinato

e del tutto diverso dal suo: ora si doveva vedere, se Vittorio Amedeo

III era in grado di mostrare al mondo di avere nell'animo quei medesimi

spiriti, per cui tanto sono lodati i suoi generosi antenati Carlo

Emanuele I, e Vittorio Amedeo II. Adunossi in tanto precipizio di cose

il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti

i ministri dello stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova,

trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria,

temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi

consiglj da quei della lega, e desiderando sommamente d'interrompere

questa cosa, non avevano mancato all'ufficio loro con tenerlo

continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna, e

stesse in fede: ricordassesi, dicevano, del nome suo; avrebbe presto di

Germania e d'Inghilterra sussidj di soldati, e di denaro; non

permettesse che la generazione presente potesse dire, aver mancato

d'animo ad un primo romoreggiar di Francesi in Piemonte; ricordassesi

dell'assedio di Torino, rivocasse alla mente la vittoria tanto famosa al

mondo di Vittorio Amedeo, suo grand'avolo; la fortuna essere stata

contraria, ma il valor pari; variare la fortuna sempre, constare sempre

a se medesimo il valore; pensasse, e nella mente sua maturamente

volgesse, quanta fosse stata verso di lui la fede degli alleati, che del

tutto a lui avevano commesso le sorti d'Italia, quantunque sapessero

potere venir caso, che i francesi, rotte violentemente le barriere

dell'Alpi, penetrassero in Piemonte; non fosse minore in lui la

costanza, di quanto fosse stata la fiducia della lega; avere i re nel

corso dei regni loro prosperi casi ed avversi; essere più gloriosi

quelli che costantemente sopportano i secondi, di quelli che oscuri

trapasseno i giorni loro nei primi, considerasse bene quanto da lui

richiedessero Italia, ed Europa; non consentisse che in lui più potesse

un romor repentino, che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi

Vittorio Amedeo constantissimo a voler continuare nella fede data:

difenderebbe Torino sino all'ultimo, o anderebbe ramingo, se così

fortuna volesse; non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il

secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale,

come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non però per motivi

di stato, ma sì di religione, parendogli, come a principe

religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro, che stimava

eretici e nemici di Dio. Temeva la propagazione dei principj loro anche

in Piemonte, ed abborriva una pace, che gli pareva ancor più rea verso

Dio che verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino,

personaggio nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare

di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, esser l'Austria

infedele, pensare prima a se che ad altrui, essere il pericolo della

ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i

Francesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che

nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser

questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Francesi l'invadere

il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come

lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi

suoi: nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemonte campo di

guerra, pieno di ruberìe, di devastazioni e di uccisioni; e se già a

mala pena si poteva resistere ai Francesi, come si sarebbe potuto

resistere ai Francesi stessi, ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del

regno? Non esser forse superbe le profferte degli Austriaci? non

domandar loro per prezzo degli ajuti Alessandria e Tortona? Qual

compenso poter offerir l'Austria in una felice guerra per le perdute

Savoja e Nizza? Sperarla tanto felice, ch'ella ne reintegrasse il re per

la forza dell'armi, esser più tosto fola da infermi, che argomento

d'uomini ragionevoli: all'incontro potere i Francesi, dal canto dei

quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire

nel conquistato Milanese grassi ed adeguati compensi: sì certamente

essere infido quel Francese governo, ma poter tendere maggiori insidie

in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le

fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè

la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario,

maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria.

Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni

dalle esorbitanze incomportevoli della guerra: assai e pur troppo

essersi fatto per mantener la fede promessa; dimostrarlo il sangue

sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate

campagne: assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare

all'esistenza.

A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo

per lume proprio, e per conforto dell'avvocato Prina Novarese, quel

medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore, e

maestro singolare del comandar tirato essendo, piacque poi tanto per

infelice suo destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e

tanto pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa,

commosse tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu

fatta quella risoluzione, che sottraendo la monarchìa Piemontese da una

dipendenza certamente eccessiva verso l'Austria, la fece vera e reale

serva della Francia. Allora veramente, e non più tardi perì il reame di

Sardegna, allora, e non più tardi perì la monarchìa Piemontese. Dallo

strazio che ne fece poscia quel governo repubblicano di Francia;

comprenderanno facilmente i leggitori di queste storie, che non solo più

onorevole, ma anche meno infelice consiglio sarebbe stato l'incontrare

qualunque più duro caso di fortuna coll'armi in pugno, che il darsi con

le mani disarmate ed avvinte in preda ad un amico sì fantastico, e sì

crudele.

Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello, ed il

cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult,

ministro della repubblica francese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a

Colli di domandare, ed al conte Delatour, e marchese della Costa di

accordare una sospensione di offese col generale repubblicano. Non

avendo Faipoult facoltà di negoziare, si partirono i commissarj da

Genova senza risoluzione, e s'incamminarono tostamente alla volta di

Parigi a fine di stabilire la pace, e l'amicizia con la repubblica.

Tristo e misero era il mandato, nè difforme dallo spavento concetto:

pure il timore non era uguale alle disgrazie che i tempi

apparecchiavano. Intanto, scrittosi da Colli a Buonaparte, si

sospendessero le offese, rispose, nè potere nè volere, se prima non gli

si davano due delle tre fortezze di Cuneo, d'Alessandria e di Tortona.

Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che

oppugnata gagliardamente, con ugual gagliardìa si difendeva. Adunque

l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchìa dei

Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di se medesima, cadere in

servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte

dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro, con questo, che i

repubblicani occupassero Cuneo il dì ventotto aprile, Tortona non più

tardi del trenta, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi;

restassero i Francesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura

ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per

a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperatore, che

erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la

conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un

grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così

stipulava, che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra

Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali

succedettero poco stante le condizioni più tristi ancora della pace. A

tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligj, si

scoraggiarono i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i

soldati. Lo scrittore di queste storie, trovandosi a questo tempo alle

stanze di Gap in Francia, e quivi avendo parlato coi soldati Piemontesi

cattivi in guerra, udì da loro abbominarsi con grandissimo sdegno i

patti, che la patria loro avevano condotto in sì duro servaggio.

Spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle

anzi in questo la fortuna solita ad addurre casi strani, che le novelle

della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni,

spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima

della circolare scritta dal re, per cui affermava, la sua costanza del

voler perseverare nella guerra essere inconcussa: delle quali novelle

non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro

degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare

rappresentandogli: la quale leggendo Ostermann dava segni di maraviglia,

di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole,

che per la gravità della storia non vogliamo rapportare, e che

certamente poco sono convenevoli alla maestà reale. La somma fu, che

squadernò in viso all'agente lo spaccio, che conteneva le novelle della

tregua, sdegnosamente dicendo, che i confederati sapevano ottimamente,

che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Francesi

penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re,

ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza,

avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe

pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati

potuto credere che ad un primo impeto ei fosse per mancar d'animo, e per

posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra

guisa alla sicurezza, ed agl'interessi degli stati loro.

Infatti non si vede, quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il

governo regio ad una risoluzione tanto pregiudiziale, e tanto inonorata.

Quaranta mila Francesi si erano invero affacciati ad uno degli aditi

delle pianure Piemontesi; ma difettosi di artiglierìe, massime grosse,

difettosi di cavallerìa, non potevano nè espugnar le piazze forti, nè

tener la campagna aperta. Nè denaro avevano per pagare, nè magazzini per

pascere i soldati. Oltre a ciò stavano loro ai fianchi, a destra Ceva,

che tuttavìa si difendeva validamente, a sinistra Cuneo copioso di

difensori forti, e ben provveduti di ogni cosa. La metropoli stessa di

Torino, che stava loro a fronte, senza la possessione della quale invano

avrebbero sperato di essere quieti possessori del Piemonte, era

munitissima per fortificazioni vecchie e nuove. Nè l'esercito Piemontese

era tale, che potesse dar cagione di disperare della difesa di tanti

luoghi forti: la cavallerìa sì regia che imperiale fioritissima, intera,

abile ad impedire in pianura qualunque fazione d'importanza ai

repubblicani. Abbiam narrato come Colli avesse saputo ritirarsi intiero,

e rannodato per modo che l'esercito nè disperso nè distrutto,

appresentava ancora stabile fondamento a chi avesse voluto usarlo

risolutamente. Nè le reliquie di Beaulieu erano disprezzabili, e meglio

di ventimila Tedeschi stanziavano nella Lombardìa pronti ad accorrere in

ajuto; perchè certamente il combattere in Piemonte era allora un

combattere per la Lombardìa. È vero, che per la sicurtà della fede

domandava Beaulieu Alessandria e Tortona, dura certamente e superba

condizione; ma giacchè per l'acerbità della fortuna si era giunto a tale

che o bisognava dare Alessandria e Tortona agli Austriaci, o Tortona e

Cuneo ai Francesi, non si vede perchè il primo partito non fosse e più

utile, e meno inonesto del secondo, perciocchè meglio era cedere ad un

alleato che ad un nemico, meglio cedere ad un governo di natura conforme

che ad un governo disordinato, e di natura contraria. Restava il timore,

che si aveva dei novatori; ma i soldati erano non che fedeli,

fedelissimi, il valore sperimentato, specialmente negli ultimi fatti;

degli ufficiali pochi avevano abbracciato le nuove opinioni, nè alcuna

inclinazione contraria si manifestava nelle popolazioni, nemiche

naturalmente e per antica consuetudine ai Francesi. Sapevaselo

Buonaparte, che di queste insidie s'intendeva; sapevalo, e dicevalo, e

scrivevalo, quantunque i fuorusciti Piemontesi continuamente gli fossero

ai fianchi con rappresentazioni della propensione dei popoli a voler

fare novità. Nei partigiani stessi poi si sarebbe certamente per gli

eccessi dei soldati allentato il desiderio dei repubblicani.

Di quello che fosse a farsi in così grave frangente testimonio

irrefragabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire, che se il re di

Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici giorni, ei

sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era

venuto. Mancò adunque il governo regio a se medesimo, non mancarono i

popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già

signori i Francesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con

ottantamila soldati, fornitissimi di cavallerìa e di grosse artiglierìe,

la capitale del regno, non disperò delle sue sorti, anzi finalmente con

una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo stato, stupiranno i posteri,

che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo stato suo in Italia, intere le

fortezze, intero l'esercito, ad un primo romoreggiare di Francesi si sia

sbigottito nell'animo, e dato subitamente in preda a coloro, che con una

pace a lui pregiudiziale, non altro fine avevano, se non di costringere

l'Austria ad una pace utile a loro.

Poco lodevole certamente fu la risoluzione del re del venirne a patti

così prestamente coi repubblicani, ma non fu senz'arte il suo procedere

dopo fermata la concordia, ed in tanta ruina di cose. Avevano egli ed i

nobili, coi quali più strettamente si consigliava, non impediti dagli

strepiti presenti a discernere la natura degli uomini, bene penetrato

quella del capitano Francese, che superba coi popoli, umile col nobili,

faceva di modo ch'egli tanto volontieri calpestasse i primi, sebbene le

parole sue suonassero diversamente, quanto amava di essere corteggiato

dai secondi, ambizione l'una e l'altra incomportabile, quella per

isfrenatezza d'imperio, questa per vanità d'animo. Per la qual cosa

furongli tosto i principali fra la nobiltà Piemontese intorno per

andargli a versi. Fugli intorno per comandamento del re il marchese di

San Marzano, e gli piacque: fugli intorno il barone Delatour testè

venuto da Vienna, dov'era stato mandato per accordare con l'imperatore

Francesco i pensieri della guerra, e gli piacque. Piacquegli altresì e

funne contentissimo, che il duca d'Aosta, figliuolo secondogenito del

re, che, avuto il governo dell'esercito, si era condotto a Racconigi per

raccorlo, gli scrivesse lettere piene di cortesi parole, e di facile

condiscendenza. Dava ammirazione il vedere come una amicizia così

fresca, e così piena di disgrazie pel Piemonte fosse accompagnata da sì

amorevoli uffizj. Bene considerate erano tutte queste cose da parte del

governo regio, perchè dimostravano ch'ei non si lasciava trasportar

dallo sdegno contro la propria utilità, e che superava gli umori per

benefizio dello stato. Tanto poi fu durevole in Buonaparte la dolcezza

di questi attaccamenti, che non gli potè dimenticare, e serbò sempre per

la casa di Savoja tale tenerezza, che se nei tempi che succedettero ella

non potè risorgere, fu piuttosto colpa di lei, che di lui. Insomma egli

aveva penuria di cavalli, e se ne gli offerivano; bisogno di barche a

passare il Po, e se ne gli fornivano; Bonafous arrestato dai paesani fu

rimesso in libertà, così ordinando il re, dal duca d'Aosta, perchè

portavano opinione, nel che s'ingannavano, che Buonaparte avesse a cuore

la liberazione di lui. Nelle conferenze poi più segrete esortava i

ministri di Vittorio Amedeo a confortarlo a star di buon animo, perchè

solo che la Francia fosse sicura, le presenti disgrazie sarebbero, come

diceva, la sua grandezza. Quanto ai zelatori della libertà affermava,

che non sarebbe mai per tollerare che facessero novità, e se qualche

Francese gli fomentasse, gliene facessero sapere, che tosto l'avrebbe o

castigato o scambiato. Tutte queste dimostrazioni faceva Buonaparte sì

per arte per aver le spalle libere a correre contro l'imperatore, e sì

per inclinazione, perchè era amatore dei governi assoluti; poichè egli,

che sempre procedè fintamente per la libertà, procedè sinceramente pel

dispotismo.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 22 / 25 段