Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non

così tosto erano giunti, che gli fulminavano un tuonare d'artiglierìe

d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo

tempestoso di schegge. A sì terribile urto, a sì duro rincalzo, alle

ferite, alle morti, esitavano, titubavano, s'arrestavano. Se durava un

momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio, ed i

conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda

volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai

generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era

tempo da starsene dietro le file, correvano a fronte Berthier il primo,

poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e

si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un mortalissimo

conflitto. Le scariche delle artiglierìe Tedesche avevano prodotto un

gran fumo, che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i

repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono,

coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue sulla sinistra

sponda. Spigneva oltre Buonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma

le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita,

perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una

ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierìe, calpestavano i

cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già

correvano pericolo i Francesi di essere rituffati nel fiume, ed

obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo

valore acquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta

squadra Augereau, che udito l'avviso della battaglia orribile, a gran

passi dal Borghetto in ajuto de' suoi compagni pericolanti accorreva.

Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare

la fortuna Francese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si

ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare

le strade aperte al Tirolo, e per assicurar Mantova con un grosso

presidio.

La cavallerìa Tedesca, ma principalmente la Napolitana, che anche in

questo fatto soccorse egregiamente ai Tedeschi, proteggeva il

ritirantesi esercito. Per questa cagione, e perchè la cavallerìa di

Francia, che non ancora aveva potuto varcar il ponte fracassato, penava

a passar a guado, di pochi prigionieri nella ritirata loro furono

gl'imperiali scemi. Bensì perdettero nel fatto duemila cinquecento

soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle

artiglierìe. Sopraggiunse la notte. Tra per questo, e per la stanchezza

dei soldati repubblicani accorsi a passi frettolosi, e per l'affrontarsi

della fiorita cavallerìa dei confederati, non poterono i Francesi fare

quel frutto col perseguitare, che avrebbero desiderato.

Grave fu anche la perdita dei Francesi: se non arrivò ai quattromila o

morti, o feriti, o prigionieri, come la parte avversa pubblicò, certo

passò i duemila, ancorchè Buonaparte con la solita fronte abbia

pubblicato, essere mancati de' suoi solamente quattrocento. La ritirata

dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardìa, e pose

in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva

oramai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sotto l'imperio

repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi.

Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi, e le devastazioni.

Giunte in Milano le novelle del passo del Po, e dello abbandonarsi da

Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento,

poichè vi si prevedeva, che poca speranza restava di conservare la città

sotto la divozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una

popolazione ricca, allo approssimarsi di soldatesche nuove, non

conosciute, e forse anco troppo conosciute. Era stato mansueto il

governo dell'arciduca, nè quello della nobiltà tirannico; che anzi

partecipando dell'indole benigna di chi reggeva, della natura dolcissima

del clima, e di una educazione piuttosto data alle mollezze della vita,

che al dominare, aveva la nobiltà più clientela per amore, che potenza

per feudalità. Mancavano adunque nel Milanese le cagioni di mala

soddisfazione, che in altre contrade d'Italia si derivavano dalla

durezza del governo, e dalle insolenze dei nobili. Quindi nasceva, che

sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano

il bene se non quando l'han perduto, non si manifestavano nella felice

Lombardìa segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva

per se, per le famiglie, per le sostanze. Queste cose tenevano i

Milanesi sospesi; nè per la natura loro erano capaci di lasciarsi

muovere da certe astrazioni di governi geometrici. Temevano anzi, che

siccome la città loro era grossa e ricca, così vi facessero i

repubblicani la principale stanza loro, ond'ella diventasse e segno di

oppressione speciale per se, e fomento di rivoluzione per gli altri.

Siccome poi non erano le faccende della guerra sicure, così dubitavano

che nell'andare e venire reciproco, e nel rincacciarsi dei due potenti

nemici, la misera Milano non avesse a pagar il fio di quanto più la

faceva cara e preziosa al mondo. Sapevano che pochi erano fra loro i

zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti, e rimessi secondo la

natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero

posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi

regj, o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi

partorissero accidenti ignoti, e forse terribili. Per la qual cosa vi si

viveva in grande spavento.

L'arciduca Ferdinando, che vedeva, che popoli disarmati e quieti non

potevano difenderlo da gente armata ed audacissima, giacchè l'esercito

imperiale stesso non era stato abile a tenerla lontana, abbandonato

d'ogni speranza, si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella

sicura Mantova, o quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana

Germania. Desiderando però prima che partisse, provvedere alla quiete

dei popoli, ordinava con editto dei sette maggio, che i cittadini abili

all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. Ai nove,

aggravandosi viemaggiormente il pericolo per l'approssimarsi dei

repubblicani, creava una giunta composta dei presidenti d'appello e di

prima instanza, e del magistrato politico camerale, con autorità di fare

quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo

supremo dello stato, voleva che i magistrati minori obbedissero.

L'ordine giudiziale a far l'ufficio, come per lo innanzi, continuasse.

Avendo per tale guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva

il medesimo dì nove di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già

era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra i

quali il principe Albani, ed il marchese Litta. Mesta era la comitiva:

l'arciduca non assuefatto a sentire i colpi dell'avversità, accusava

piangendo non la fortuna, ma, secondochè si usa nelle disgrazie, i

cattivi consigli di Beaulieu. La fuggitiva schiera passava pel

territorio Veneto, miserando spettacolo: faceva più compassionevole

quella calamità la moltitudine delle persone di ogni grado, di ogni età,

e di ogni sesso, le quali fuggendo la furia dei repubblicani,

abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle

terre Veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla

medesima ruina. Così l'egregia Milano, stata da lungo tempo felicissima,

spogliata di difensori, privata del suo principe, se ne stava aspettando

non conosciute venture. Seguitava un interregno di tre giorni, in cui

non essendo più in potere dell'Austria, nè ancora in quello della

Francia, si reggeva con le proprie municipali leggi; nè in questo tempo

vi si udirono minacce, od insulti di persone, nè rubamenti, nè desiderj

di novità. Tanto era buona la natura di quel popolo!

Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più

pressava nella guerra, e già stimando Milano, com'era veramente, in sua

potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i

magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte,

che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine

verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella

generosità dei Francesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla

religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno quattordici di maggio

entrava Massena con una schiera di diecimila soldati valorosissimi.

L'accampava, la maggior parte, fuori delle mura per modo ordinandola,

che i fanti occupassero tutti gli aditi degli spalti, i cavalli

custodissero le porte. L'incontravano al Dazio di Porta Romana i

municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza

dell'armi, che sarebbero salve la religione, le persone, le proprietà.

Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppe; ogni parte piena di

soldati. Incominciossi l'opera dell'oppugnar il castello, a cui si erano

riparati gli Austriaci. I Francesi furono accolti nelle case con la

dolcezza del fare Milanese, ed eglino ancora, dico la maggior parte,

cortesemente procedendo, e con quel loro solito brio mostrandosi,

tiravano facilmente a se gli animi dei cittadini, che, veduto, che quei

repubblicani non erano tanto terribili quanto la fama aveva portato,

rimettevano del terrore concetto, e si affezionavano ai nuovi ospiti,

venuti per venture strane e spaventevoli nel paese loro. Tal era la

condizione del popolo Milanese, quando i Francesi entrarono in Milano,

dolce, ed affettuosa, nè contraria, nè propensa a quella libertà, che si

andava predicando.

Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali o

allettati dalla fama, o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno

dei signori loro, concorrevano, come in sede propria, e di salute nella

città conquistata. A costoro si univano i repubblicani Milanesi, ed

intendevano a far novità. Fra tutti questi, gli utopisti si

rallegravano, persuadendosi, che fosse venuto il tempo di veder in opera

quella specie di reggimento, che nelle buone menti loro si avevano

concetta; nè gli poteva torre alla immagine lusinghiera l'apparato

terribile delle armi forestiere, nè la natura poco costante in se

medesima dei Francesi, nè l'autorità militare fatta padrona di ogni

cosa, e certamente pessima compagna di libertà. Servi di un'opinione

anticipata e di un dolce delirio, andavano sognando una perpetua

felicità, nè s'accorgevano, che la repubblica di Francia non combatteva

nè per loro nè per la libertà, ma per la grandezza e la sicurezza del

suo imperio, per posseder le quali, se fosse stato necessario, avrebbe

dato in preda all'Austria, non che Milano, Italia, ed ancor essi con

loro. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini dappoco,

scemi, e, come sarebbe a dire, pazzi. Fra gli altri patriotti, o che si

chiamavano tali, era una generazione d'uomini, che amavano lo stato

libero, non per desiderio di preda, ma per ambizione, avvisandosi che

fosse dolce il comandare, e venuto il tempo propizio per salire dai

bassi gradi ai sublimi. Di questi faceva maggiore stima Buonaparte,

perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e che per poco che si

stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suoi disegni. Eravi

finalmente una terza maniera di questi patriotti, i quali amavano le

novità per le ricchezze, e sperando di pescar nel torbido, gridavano ad

alte e spesse voci, libertà. Questi non frequentavano mai le stanze di

Buonaparte, perchè sebbene qualche volta gli accarezzasse, dava ancor

loro spesso di forti rabbuffi; ma amavano molto aggirarsi fra i

commissari, e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano

sensali e mezzani, per forma che mentre i buoni utopisti andavano dietro

alle loro ubbìe, ed erano per semplicità repubblicana, e volevano esser

poveri, questi al contrario si arricchivano a spese di coloro, ai quali

dicevano voler dare il vivere libero. Erano molti di tutti questi generi

di patriotti.

Fecero grandi allegrezze in sull'entrar dei Francesi di luminarie, di

balli, di festini: ma per quella servile imitazione, di cui erano

invasati verso le cose Francesi, e che fu la principal cagione della

servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, e vi facevano

intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia,

acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per

aringarvi intorno a cose appartenenti allo stato, le fecero a modo di

Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era

applaudito. Tutte queste cose si facevano: il popolo, non potendo restar

capace di ciò che vedeva, faceva le maraviglie.

Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità

repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con

grida smoderate i patriotti, e parte del popolo, solito a fare come gli

altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si

lodava Buonaparte, che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo

molto schifosa l'adulazione Italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava

Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni

utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste

dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico, quanto in privato; ma

augurava male degl'Italiani, perchè essendo egli operatore grandissimo,

credeva, e con ragione, che coi fatti, non con le parole si compiscono

le grandi mutazioni negli stati. Quando poi uomini o donne amatori

sinceri di libertà (che anche donne, e non poche si trovavano

tenerissime di lei) a lui si rappresentavano per raccomandargliela,

rispondeva con ciglio austero, la conquistassero, uscissero dall'imbelle

vita, le armi pigliassero, le armi usassero: dura cosa essere la

libertà; duri cuori e dure mani conservarla; fuggire lei la mollezza e

il lusso: solo abitare fra le popolazioni forti, e magnanime.

Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di

ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito

sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e

profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più

potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il

dominio di una parte d'Italia, apertosi la strada alla conquista

dell'altra, convertito in se stesso gli occhi di tutti gli uomini di

quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa

maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva

desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori,

mandava fuori il venti maggio un discorso molto infiammativo a' suoi

soldati:

«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso,

dall'Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro

ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dall'Austriaca tirannide,

spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia.

Vostro è lo stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime

della Lombardìa le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena

alla generosità vostra sono del dominio, che ancora lor resta,

obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei

non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè

l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi

d'Italia, vani i gioghi inaccessi degli Apennini. Sentì la patria

infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole, che ogni comune le

celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti dei fausti

eventi vostri si rallegrano e si stimano dello avervi per congiunti

fortunatissimi. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a

fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri,

che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dello aver

trovato Capua in Lombardìa? No, per Dio, no, che già vi veggo correre

alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento, i

giorni passati senza gloria, esser giorni perduti per voi. Orsù,

partianne: restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere,

allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi

accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della

repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi: già suona

contro a loro in aria una terribile vendetta. Pure stiansi senza timore

i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei

discendenti di Bruto, dei Scipioni, di tutti gli uomini grandi, che

impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore

le statue degli eroi, per cui tanfo è famoso al mondo, destar dal lungo

sonno il Romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto

delle vittorie vostre: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in

meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo Francese libero,

rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti

sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete

allora fra le paterne mura, i concittadini a dito mostrandovi, diranno:

_fu soldato costui dell'esercito Italico_».

Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia: ognuno aspettava

accidenti terribili.

FINE DEL TOMO PRIMO.

INDICE DEL PRESENTE VOLUME

1789

Proposito dell'autore _Pag._ 6

Detto di Napoleone 7

Origine degli ordini feudali 8

Desiderj dei popoli 9

Soppressione dei gesuiti e suoi effetti 10

Giuseppe II 12

Studio di Pavia 13

Pio VI va a Vienna 14

Leopoldo, gran duca 17

Sue riforme civili 18

Vernaccini auditor di ruota 19

Ciani consigliere 20

Terreni asciugati 21

Ximenes, Ferroni e Fantoni matematici 22

Riforme ecclesiastiche 24

Ippoliti e Scipion Ricci vescovi di Pistoja 25

Assemblea de' vescovi in Toscana 25

Opinioni de' curialisti Romani sul papa 27

Altre di Scipion Ricci 28

Dannate da Pio VI 28

Condizioni del regno di Napoli 29

Educazione di Ferdinando IV 30

Principe di S. Nicandro 30

Marchese Tanucci 30

È dimesso da Carolina d'Austria, e in suo luogo posto Acton 31

Filangeri 31

Colonia di S. Leucio 32

Riforme introdotte da Tanucci 33

I fratelli Cestari e l'arcivescovo di Taranto 34

Carlo di Marco 34

Bracci del parlamento di Sicilia 35

Parma e Piacenza 36

Don Filippo e Dutillot 36

Contini e Turchi teologi 37

Padre Paciaudi ed altri dotti 37

Muore Filippo e gli succede Ferdinando 38

Contesa alla corte di Roma 38

Dutillot congedato, il duca si fa papista e frate 39

Clemente XIV 39

Pio VI 40

Lega italica promossa dal cardinale Orsini 41

Paludi Pontine 42

Rapini ingegnere 43

Museo Pio-Clementino 44

Lodovico Mirri ed Ennio Quirino Visconti 44

Piemonte 45

Pasini, Berta e Pavesio 46

Vaselli 46

Vittorio Amedeo III 47

Federigo re di Prussia 47

Cardinale Gerdil 48

Venezia 49

Genova, sua differenza con Venezia 51

Lucca, suo Discolato cosa era 52

San Marino 54

Modena, Ercole Rinaldo d'Este 55

1792

Stato della Francia 59

Mali costumi dei nobili e del clero 62

Contrasti tra i parlamenti ed il re 66

Tumulti a Grenoble ec. 68

Necker 69

L'assemblea nazionale e sue riforme 69

Pensieri in Europa 70

Il re di Sardegna propone una lega Italica 72

Venezia sta sospesa 74

Lega tra Leopoldo e Federico Guglielmo di Prussia 75

Caterina di Russia 76

Fuorusciti Francesi 77

Lega tra la Russia, l'Austria e la Prussia 77

Ardore del re di Sardegna 78

Il re di Napoli si fortifica 79

Il papa perchè aderisce alla lega 80

Nicolò Spedalieri perchè scrivesse il trattato dei

_Diritti dell'uomo_ 81

Genova poco tentata dagli alleati 83

Umori dei popoli 83

Ragioni dei novatori 85

Altre della parte opposta 86

Semonville mandato dai Francesi in Piemonte non è ricevuto 90

Guerra tra la Francia e la Sardegna 92

Savoja e Delfinato parteggiano pei Francesi 92

Cavaliere di Colegno sua credulità 93

Conte Perrone 93

Cavaliere di Lazari 93

Finto prete Irlandese 94

Generale Montesquiou entra in Savoja 94

Sanparelliano preso 96

Ciamberì presa 97

Generale Anselmo prende Nizza 98

Truguet fa saccheggiare Oneglia 99

Differenza tra Savojardi e Nizzardi 100

Fedeltà del reggimento di Savoja 101

Savoja in potestà dei Francesi 102

Cagione delle disfatte dei Piemontesi 102

Fuorusciti Francesi 103

Discorsi a Torino 106

Il governo Sardo domanda ajuti agli alleati 107

Chauvelin ambasciatore Francese a Londra licenziato 108

1793

Nuove deliberazioni dei confederati 110

L'imperatore tenta Venezia 112

Risposta del senato 115

Discorso di Francesco Pesaro 116

Altro di Zaccaria Vallaresso 122

Si delibera per la neutralità disarmata 127

Opposizione di Francesco Calbo 127

Lo stesso delibera Genova 127

Paoli in Corsica 127

Devins generale dei Piemontesi 130

Umori in Lione ed in Provenza 131

Precì mandato dai Lionesi a Torino 131

Odio del re Vittorio contro i Savojardi cosa fruttasse 132

Deliberazioni per la guerra in Francia 134

Kellerman generale dei Francesi 134

La Francia tenta Turchìa e Venezia 136

Tenta il re di Sardegna 136

Umori in Italia, i regj 138

Utopisti 140

Ecclesiastici utopisti 143

Setta aristocratica 144

Truguet mandato contro Cagliari è rotto dai Sardi 147

Paoli solleva la Corsica 149

Fatto generalissimo dei Corsi 150

Il consesso nazionale come senta questa novità 151

Lacombe va contro i Corsi 152

Arrivo di navi Inglesi 153

Lacombe si ritira a Genova 153

Governo in Corsica 154

Generale Brunet rotto al colle di Raus 155

Colli e Dellera generali Sardi 156

Capitano Zin, sua bella fazione 156

Kellerman corre a Nizza e che vi fa 158

Il re di Napoli si dichiara contro i Francesi 159

Harvey ministro Inglese a Firenze e sue insolenti parole 160

Risposta del ministro Serristori 161

Le Flotte e Chauvelin cacciati da Firenze 161

Drake ministro Inglese a Genova sue insolenti parole 161

Fregata la Modesta assalita dagl'Inglesi 162

Scritto di Robespierre giovane e Ricard 162

Deliberazione del senato Genovese 163

Worsley residente Inglese a Venezia, sue parole senato 164

Deliberazioni del gran maestro di Malta 166

Turbolenze a Bordeaux, Monpellieri e Nimes 168

Lione si solleva 168

È assediata 169

Duca di Monferrato va in Savoja 171

Il re di Sardegna va verso Nizza 171

Disposizioni di Kellerman 171

Marsigliesi rotti da Carteau 173

Marsiglia saccheggiata 174

Tolone si dà all'ammiraglio Hood 174

Piemontesi rotti in Savoja 175

Ed al ponte della Giletta 177

Oppugnazione di Tolone 177

Dugommier generalissimo dei Francesi 178

Ohara generalissimo degli Inglesi 179

Buonaparte a Tolone 179

Ohara fatto prigione 180

Assalto dato a Tolone 180

Sono presi i forti 182

Sidney Smith 183

Incendio di Tolone 183

Tolonesi andantisi in esiglio 184

Navi predate dagli alleati 184

I repubblicani entrano in Tolone 185

1794

Nuovi partiti presi dagli alleati 186

Trattato di Valenziana tra Austria e Sardegna conchiuso

dal barone di Thugut e marchese di Albarey 188

Subodorato dai Francesi 190

I Francesi entrano sullo stato di Genova 192

Generale Dumorbion e sua intimazione allo Spinola in

Ventimiglia 193

Generale Massena 193

I Francesi calano verso Saorio 194

Prendono Oneglia 195

Poi Loano 197

Massena al ponte di Nava 197

Prende Ormea 198

Garessio e Bagnasco 199

Argenteau governatore di Ceva 199

Bagdelone vince i Piemontesi sul San Bernardo 200

Frenato dal duca di Monferrato 200

Altre fazioni sull'Alpi 201

E sul monte Cenisio 202

Il barone Quinto 203

Il generale Dumas 203

Coraggio del conte di Clermont 204

Fuorusciti di Savoja e loro morte 205

I Francesi prendono la Ferriera e la Novalesa 206

Assediano Saorgio 206

Vincono Colli sul colle Ardente 207

Capitano Maulandi sua morte e sue qualità 207

Saorgio si arrende 209

Sant'Amore e Mesmer giustiziati 209

I Francesi assaltano e prendono il colle di Tenda 209

Congiure 209

Leva generale ordinata dal re Vittorio 211

Oliviero Wallis gli manda soldati Austriaci in ajuto 212

Terrore in Piemonte 213

Risoluzione del re di Napoli 213

Congiura a Napoli 214

Spiriti guerrieri del pontefice 215

Basseville ucciso a Roma 215

Consulte a Venezia 216

I fratelli Pesaro 216

Vincono il partito di armarsi, ma i Savj non armano 217

Conte Rocco San Fermo mandato a Basilea, quali notizie

manda a Venezia 218

Conte di Provenza a Verona 219

Lallemand inviato Francese a Venezia 221

Nuove prepotenze del Drake a Genova 223

Odio contro gl'Inglesi in Genova 225

Morando speziale 226

Nuova Costituzione della Corsica 227

Discorso dell'Elliot ai Corsi 228

Manifesto di Paoli contro Genova 229

Genovesi prigioni dichiarati schiavi 229

Moderazione d'Inghilterra qual fosse 230

Turcheim e Colloredo generali Austriaci 232

Battaglia del Dego 233

Wallis generale Austriaco 233

Dumorbion, Massena, Laharpe e Buonaparte generali Francesi 234

Albitte e Saliceti rappresentanti del popolo 234

Buonaroti, agente nazionale 234

Parsimonia Austriaca e suoi effetti 237

Dego saccheggiato dai Francesi 238

1795

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 24 / 25 段