Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva

forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla

guardia della sinistra Bormida il vecchio ma prode generale Provera con

un corpo franco Austriaco, e quindici centinaja di granatieri

Piemontesi. Aveva con se per conforto e sprone alla sua vecchiaja il

marchese del Carretto, giovane forte e generoso. Era Provera posto in

molto pericolosa condizione, perchè, non avuto avviso alcuno da

Argenteau, si vide ad un tratto circondato da ogni banda dai nemici, e

lontano per l'invasione subita di Buonaparte, da Colli, che si era

posato a Montezemo per impedire ai Francesi il passo verso Ceva. Volle

con sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli

venne impedito il viaggio dalla Bormida, che cresciuta per pioggie

abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa

risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio

castello di Cosserìa. Ivi senza artiglierìe, senza munizioni, senza

sussidio alcuno di cibo o di acqua, attendeva a difendersi, sperando che

intanto la fortuna avrebbe aperto qualche scampo. Augereau, che

conosceva ottimamente, che, fintantochè quel freno del castello di

Cosserìa, presidiato da forte e valorosa gente, fosse in mano del

nemico, non era possibile di consuonare co' suoi verso il centro e la

destra, s'accinse a fare ogni sforzo per superarlo. Tre volte andarono i

repubblicani all'assalto, altrettante furono risospinti con immenso

valore dagli assaltati: morirono in queste fazioni sanguinose tra i

Francesi molti buoni soldati, e tra loro il generale Banel, e l'ajutante

generale Quentin. Fu ferito nella testa il generale Joubert: pochi

furono feriti dentro al castello, e tutti al capo, perchè gli alleati

avevano le difese di alcune vecchie trincee. Pernottarono i Francesi a

mezzo monte, facendo con botti e letti di cannoni un tal qual riparo,

affinchè il nemico non potesse in quel bujo tentare cosa d'importanza.

Ma era sitibonda all'estremo la guernigione tra pel calore della

stagione, e per l'ardore della battaglia. Chiedeva Provera quant'acqua

bastasse ai feriti; la negava Augereau. Bensì, siccome quegli che aveva

fretta, ricercava spesso la piazza di resa; il che gli fu costantemente

rifiutato dall'Austriaco. Arrivava il giorno quattordici aprile: la fame

e la sete operarono ciò che la forza non aveva potuto. Diessi la piazza

ai vincitori, accordandosi che gli ufficiali avessero facoltà di

andarsene dove meglio piacesse loro, sotto fede di non militare sino

agli scambj, i soldati si conducessero, e stessero in Francia sino a

liberazione. Al tempo medesimo Rusca cacciava i Piemontesi da San

Giovanni di Murialto, e la vittoria di Cosserìa abilitava Augereau a

superare Montezemo, il che diè facoltà ai Francesi di spiegar le

bandiere loro nella valle del Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di

correre a difender Ceva e Mondovì.

Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di

maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo, e a destra.

Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a

Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè

nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti, a cui potessero

ripararsi. Massimamente insino a tanto che la strada del Dego non era

libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare una impressione

d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per

quella strada; dall'altra parte i Francesi pensavano a sforzarla. Gli

Austriaci in numero circa di quattromila soldati, ai quali si erano

accostati i due reggimenti Piemontesi della Marina e di Monferrato, si

fortificarono a questo fine sui monti di Magliani, di Cassano, del

Poggio, e della Sella. Fecero un ridotto a Cassano sopra Magliani, e lo

munirono d'artiglierìe, con aver anche fatto una grande abbattuta

d'alberi e di virgulti all'intorno, per poter bene scoprire l'inimico,

ove s'attentasse di salire per assaltargli. Diedero loro tempo due

giorni i Francesi, o per necessità, o per cattivo consiglio, a fornire

le loro fortificazioni in quei luoghi eminenti e difficili. Anzi il dì

tredici aprile una quadriglia di repubblicani, che scortava due pezzi

d'artiglierìa minuta, e se ne stava troppo confidentemente a mala

guardia, sorpresa dagli alleati, perdè le artiglierìe che furono

condotte a Dego. La principal difesa degli alleati consisteva nel

ridotto di Magliani, che stava a ridosso del castello del medesimo nome,

nel quale allogarono una grossa compagnìa del corpo franco di Giulay con

alcuni soldati della Marina.

I repubblicani per aprir quella strada che i confederati avevano

serrata, comparivano alle due meridiane del giorno tredici, minacciosi,

e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla

Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono

in tre colonne, che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma

non furono questi fatti che minacce, tentativi per iscoprir bene il sito

e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu

al Colletto, fece trarre di una forte cannonata, per prender notizia del

nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo

avvisassero dei luoghi dove si trovavano; il che gli riuscì, come aveva

sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel giorno

quattordici, nel quale i repubblicani, risoluti di venirne al cimento,

si spartirono, come innanzi, in tre parti. La destra condotta dal

colonnello Rondeau, e composta di circa quattromila soldati, assaliva

gli alleati per la strada che dai Girini conduce al Dego, e di questa,

quindici centinaja separatisi dagli altri, andarono ad occupar la strada

che dalla regione dei Pini porta alle Langhe a fine d'impedire i

soccorsi, che da Pareto, o da Spigno potessero venire agli alleati: essa

doveva far impeto contro il Poggio e la Sella. Quella di mezzo

capitanata dai generali Menard e Joubert con due mila soldati saliva al

castello di Magliani. La sinistra più grossa delle altre, che obbediva a

Massena, Causse, Monnier, e Lasalcette, era destinata a salire dalle

sponde della Bormida per dar dentro al fianco destro dei posti di

Magliani, e contro il Monterosso, che dava il varco ai medesimi. Tutte

queste mosse erano con molta maestrìa di guerra pensate, e furono

altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed

alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di

fronte la mezza, ma posatamente per aspettar l'effetto dell'assalto dato

sui due fianchi. I Francesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e

quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui

due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece

allora avanti la mezza, ed entrò forzatamente nel castello di Magliani

dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire, che

cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale

propugnacolo degli alleati, dal quale tempestavano con una furia

incredibile di palle e di scaglia. Fu quivi assai dura l'impresa pei

repubblicani, perchè i confederati maravigliosamente inferociti,

traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di

distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e

solamente verso la sera, venne fatto ai Francesi, che accorrevano contro

il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito,

cacciatone a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati

nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a

Pareto; ma i Francesi gli seguitarono a corsa, e quella colonna, che si

era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne

stava ai Pini, scagliossi ancor essa sì fattamente contro i fuggiaschi,

che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi stati sarebbero

sterminati, se i due reggimenti Piemontesi della Marina e di Monferrato,

fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro

che fuggivano, cacciati dalla furia Francese che gl'incalzava.

Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati

tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di ducento. Ma

grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di

Cosserìa, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e

dalla fame, perduta la speranza di ogni ajuto, poichè vide dall'alto la

sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi.

Quando pervennero le novelle della rotta di Magliani ad Argenteau, che

aveva tuttavia le sue stanze a Pareto, si diede a passeggiare a gran

passi, come uomo che abbia del tutto perduto il lume dell'intelletto.

Pure diede ordine ai capitani, facessero massa in Acqui. Certamente da

biasimarsi molto è la condotta d'Argenteau in questo fatto; perchè se

avesse subito avviato in soccorso dei difensori di Magliani il corpo di

cinque, o sei mila soldati, che aveva con se a Pareto, avrebbe potuto

facilmente cambiare la fortuna della giornata; perciocchè i suoi, che si

difendevano con estremo valore nel ridotto, avuto quel rinforzo,

avrebbero potuto sostenersi, od almeno la ritirata sarebbe stata salva e

sicura.

Questa fu la battaglia, che meglio di Magliani, che di Millesimo si

chiamerebbe, perchè a Magliani concorsero le principali forze delle due

parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. Ma la

fortuna solita sempre a far maravigliose conversioni in guerra, aprì

l'adito il giorno seguente ai confederati di ricuperar ciò che avevano

perduto; il che avvenne non per buono consiglio, ma per caso, anzi per

cattivo consiglio d'Argenteau. La notte, che seguì il giorno della

battaglia, il tempo che era stato nuvoloso, diventò piovoso; piovve a

rotta verso l'alba. Tra per questo, e per pensare i Francesi a

tutt'altro fuorichè a questo, che il nemico vinto avesse a prendere così

tosto nuovo rigoglio ad assaltargli, si guardavano negligentemente, e

non che stessero nelle trincee, si erano sparsi per le case, dove

attendevano meglio a riposare che a guardarsi. Solo cinquecento, o

seicento soldati vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto,

che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich accompagnato dal

luogotenente Lezzeni con un corpo di circa cinque mila soldati composto

di Croati, e dei reggimenti di Nadasti, e d'Alvinzi, venendo per la

strada di Santa Giustina, compariva improvvisamente alla vista di

Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato

a Wukassovich, che stanziava a Sassello, venisse tosto in ajuto, ed il

raggiungesse al Dego ed a Magliani. Ma siccome quegli che aveva poca

mente, ed anche la sventura gliela faceva girare, aveva indicato per la

mossa a Wukassovich un giorno più tardi di quello, che aveva realmente

in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare il dì quattordici,

che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il quindici, ed arrivando

già avea sbaragliato e pesto uno squadrone Francese, che muniva il monte

della Guardia. Non ostante che con gran sua maraviglia avesse veduto,

strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico avea occupato

Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente con la speranza di far

pruovare a Buonaparte quello, che Buonaparte aveva fatto pruovare ad

Argenteau. Già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì

improvviso accidente i Francesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per

difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiar le

artiglierìe, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue aveano

conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei

confederati. Parte dei repubblicani fuggendo, si gettarono nella valle

di Colloretto, i più si precipitarono a rotta sui dirupi, in mezzo ai

quali scorre il torrente Grillero, e si salvarono verso il Colletto,

dov'era la guardia loro di ricuperazione. Fu grande strage dei Francesi

in sul Grillero, perchè i Tedeschi gli bersagliavano dall'alto.

Perdettero i primi non solo i luoghi, ma ancora le artiglierìe che li

munivano.

Massena, a così fortunoso caso riscossosi, e gettatosi al piano, frenava

primieramente l'impeto de' suoi, che fuggivano verso il Colletto; poi,

ordinatigli di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del giorno

quattordici, gli conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di

timore, non era nemmeno Wukassovich: quì la battaglia divenne orrenda.

La sinistra era alle mani con le guardie avanzate Austriache, che si

difendevano con singolare ardimento; la mezza pativa assai, perchè i

Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi, ed impauriti

si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce

rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di

ricuperazione, e postala dietro alla mezzana, impediva, che coloro che

davano indietro, passassero il Grillero. In questo mentre restò ferito

gravemente d'un'archibugiata nell'anca destra il generale Causse che

portato alla Rocchetta, poco stante mancò di vita. La colonna di mezzo

incoraggita da Massena e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al

ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono, e

rincacciarono fino al castello. La sinistra ancor essa era stata

risospinta con grave perdita, la destra non faceva frutto. Massena

animosissimo gli conduceva di nuovo all'assalto, e di nuovo erano

ributtati con palle, ed ischegge terribili. Già il quarto assalto era

riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe,

che avendo udito lo strano caso, era prontamente accorso. Novellamente

si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il

nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza Austriaca; che anzi

quei valorosi soldati, non sapendo come quà fossero venuti, nè come

andarsene, nè quando sarebbero soccorsi, continuavano a trarre

disperatamente, ed a tener lontano il nemico. Dopo tanti rincalzi, e

tante stragi, incominciavano i Francesi a dubitare della battaglia.

Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati

vincitori di Cosserìa, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo

assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi: la

mezzana ingrossata, e rinfrescata assaliva di fronte. Urtati da tante

parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto,

combattevano dalle case; cacciati dalle case combattevano dalle

boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati d'ogni banda,

minacciosi e rannodati si ritiravano. Gran fatto è stato questo, e che

debbe far stimar Wukassovich uno dei migliori guerrieri dei nostri

tempi. La destra intanto, e quella del Monterosso, scese improvvisamente

nella valle delle Cassinelle, diedero dentro agli Austriaci ritirantisi,

e gli ruppero con molta strage, facendone anche di molti prigionieri.

Una parte però, che prese la strada delle Langhe, si ritirava intiera, e

voltando qualche volta la fronte, arrestava l'impeto del nemico,

massimamente della cavallerìa, che perseguitava coloro, che fuggivano

per la valle delle Cassinelle; anzi per un tiro venuto da lei restò

ucciso un generale di cavallerìa.

Perdettero gli Austriaci in questa battaglia tra morti, feriti e

prigionieri, sedici centinaja di buoni soldati con tutte le artiglierìe

loro: ma non fu nemmeno senza sangue pei Francesi la vittoria. Tra

morti, feriti e prigionieri mancarono più di ottocento soldati. Fra i

morti per chiarezza di nome o di grado, si noverarono Causse, il

generale di cavallerìa e Rondeau, che ferito nel piè destro, e portato a

Savona, peggiorando sempre più la piaga, passò di questa vita alcuni

mesi dopo.

Dalla presente narrazione si vede, che sebbene Buonaparte avesse errato

nell'ordinare la battaglia di Montenotte, molto bene ei seppe emendare

il fallo in quella di Magliani, egregiamente da lui ordinata e

combattuta. Argenteau da parte sua errò in molti modi, e nella battaglia

e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu

costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior

parte di quelle del nemico. Sollevossi fra l'Austriaca gente un romore

ed uno sdegno grandissimo contro di lui, accusandolo tutti dell'infelice

successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle

quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista

d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna,

perchè vi fosse preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito

giudizio.

Buonaparte errò, e riparò; Argenteau errò senza riparare; ma bene non

errarono nè Rampon, nè Wukassovich, al primo dei quali si deve tutta la

gloria di Montenotte, al secondo quella di Magliani: vinse il primo,

perchè un generale, sendosi accorto del fallo, il soccorse; perdè il

secondo, perchè un generale di poco intelletto, che poteva soccorrerlo,

nol fece. Ma resterà nella memoria dei posteri, senza rimanersi alla

felicità od alla infelicità del fatto, il nome di Wukassovich tanto ed a

giusto titolo glorioso, quanto veramente è quello di Rampon; nè noi

abbiam voluto che mancasse in queste nostre storie correggitrici della

parzialità dei tempi, il testimonio nostro a quel generoso, e prode

Austriaco.

Lo splendore della vittoria Francese fu oscurato dal furore del sacco.

Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana,

riempievano i paesi di terrore e di fuga. Queste enormità, che tanto

contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali,

abbominavano i soldati buoni, ma quelli non potevano impedirle coi

comandamenti, nè questi con l'esempio. Perchè poi, chi leggerà questi

miei scritti, non creda che un giusto sdegno ci faccia trascorrere oltre

il vero, diremo, che i generali Francesi dabbene, dicevano e scrivevano

di questo cose assai peggiori, che noi non abbiam raccontate. Scriveva

Serrurier, molti soldati amar meglio rubare che combattere, rinfacciare,

a quel modo combattere, al quale erano pagati: Chambarlac e Maugras

colonnelli, non potendo più oltre tollerar di vivere con soldatesche che

senza disciplina e senza obbedienza essendo, minacciavano ad ogni ora di

maltrattare anche gli ufficiali, che cercavano di frenare il furor loro,

domandata licenza, volevano cessar dagli stipendj. Soprattutto il buono

e generoso Laharpe iva gridando, il soldato ogni ora più arrogarsi le

ruberìe e le uccisioni, assassinare i soldati i paesani, i paesani i

soldati; non poter con parole descrivere le enormità che si

commettevano; le stanze dei soldati essere deserte; correre il soldato

le campagne a guisa piuttosto di bestia feroce che d'uomo; e se le

guardie da un lato il cacciassero, correre tosto ad assassinare da un

altro: disperarsene gli ufficiali: meno atroce caso fora, aggiungeva

dolente e sdegnoso Laharpe, l'adunare in un luogo solo gli abitatori per

ammazzargli tutti in una volta, poi devastar quel che restasse; essere

il medesimo, perchè se di ferro non morissero, di fame morrebbero: non

esservi adunque più provvidenza, sclamava, che fulminasse i scelerati

amministratori, che ridotto avevano i soldati dell'Italica oste od a

farsi ladri ed assassini, od a morir di fame: non poter più vedere, meno

ancora tollerare sì abbominevoli eccessi; chiedere perciò licenza a

Buonaparte generale, volersene ire; anteporre l'umile mestiere del

lavorar la terra per vivere, ad esser capo di genti peggiori che non

furono ai tempi andati i Vandali. Noi non abbiamo senza tenerezza

narrato le generose querele di Serrurier, di Chambarlac, di Maugras e di

Laharpe, acciocchè sappiano i posteri, che se le primizie che si diedero

all'Italia, furono opere da cui più l'umanità abborrisce, vissero ancora

in mezzo ai Francesi non pochi generosi uomini che queste esorbitanze

barbare ed abborrivano, ed apertamente condannavano.

Seguitando ora il progresso della storia, dopo la vittoria di Magliani,

insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a

capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi: nel che

tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene

unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè ed alcuni semi di discordia

già erano prima dei raccontati fatti tra di loro sorti, e, come suole

accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non

avergli, com'era debito, ajutati, i Piemontesi davano il medesimo carico

agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrere alla

difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza

dei capi Austriaco e Piemontese accortosi l'accortissimo Buonaparte,

quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli

Austriaci che i Piemontesi, si risolveva a serrarsi addosso agli ultimi,

sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per

voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di

vittoria, alla conquista della Lombardia. Al quale consiglio tanto più

volentieri si appigliava, quanto più sapeva, che Beaulieu tentava

continuamente l'animo del re per farlo star fermo nella lega,

offerendogli di soccorrerlo non solo con le forze che gli restavano

tuttavia, ma ancora con quelle che o già erano arrivate, o presto

dovevano arrivare nel Milanese, purchè per sicurtà della sua fede e

delle genti Austriache, consentisse a dargli in mano le fortezze di

Alessandria e di Tortona. Per la qual cosa il capitano di Francia voltò

del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in

Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare

per arrivare ai suoi fini; la forza con perseguitar da vicino co' suoi

soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali, l'astuzia col tentar

di far muovere i popoli, con le parole di libertà, contro l'autorità del

re. A questo era e disposto per se, e comandato dal Direttorio. Gli

aveva il Direttorio imposto, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito

ai novatori, e tanto più ciò facesse, quanto più si ostinasse il

Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega, e nella

guerra. A questo fine, e per far vedere che entrava con molto favore,

aveva Buonaparte condotto con se alcuni fuorusciti Piemontesi, dei quali

alcuni erano amici della libertà, altri facevano professione di essere.

Sperando egli di far consentire con lo spavento d'interne rivoluzioni

Vittorio Amedeo alla pace, pensava di servirsi dell'opera di costoro,

quantunque in poca stima gli tenesse, anzi piuttosto gli avesse a vile,

perchè egli riputò sempre gli amatori della libertà, o veri o finti

ch'essi fossero, piuttosto importuni parlatori, che uomini capaci di far

cose di momento. Adunque, ordinato ogni cosa, come abbiamo detto, e

collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli

Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava

verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e

Serrurier.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 21 / 25 段