impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i
pensieri loro. A questo si muovevano non solo pel desiderio di pascere
l'esercito in un paese ricco, ed ancora intatto, ma eziandio per la
speranza, che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne
sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero
manifestati a favor loro in tutte, od in alcune corti d'Europa
cambiamenti d'importanza. Più special fine loro in tutto questo era di
costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale speravano di
trovare in Italia per la forza dell'armi compensi ad offerire a quel
principe in iscambio dei Paesi Bassi, che ad ogni modo volevano
conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano, che,
ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla
pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più
grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. A questo
primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni
loro: del modo o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano. Al
che se avessero posto mente le repubbliche di Genova e di Venezia, non
avrebbero aspettato gli estremi casi per fare risoluzioni forti in
salute loro. Venezia particolarmente pericolava, siccome contigua agli
stati dell'imperatore; perchè, se si voleva dar il Milanese al re di
Sardegna per farlo correre contro l'Austria, si volevano anche dare
tutti o parte degli stati Veneziani all'imperatore per farlo risolvere
agli accordi. Di ciò non dubbj segni ebbero, molto innanzi che la cosa
si manifestasse coll'ultimo precipizio, i ministri di Venezia in
Basilea, in Vienna ed in Parigi, e ne avvisarono il governo. Parlava per
verità il governo Francese, parlavano i suoi agenti per ambagi, e con
parole tronche, ma non sì che la volontà nemica non vi comparisse dentro
chiaramente, e molto ancora più chiaramente il medesimo disegno si
vedeva spiegato nelle gazzette Parigine, che più dipendevano dal
governo. Siccome poi, quando si vuol perdere qualcheduno, e'
s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto,
pretesto di ostilità, così uscirono con richiedere Venezia, che
scacciasse da' suoi stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del
diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dell'infortunio, se
ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo
repubblicano di Francia, che il conte se ne stesse negli stati
Veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove;
perchè se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non
solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui,
assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito
del principe di Condè, o negli stati delle potenze in guerra con la
Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non
testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di
Luigi decimosettimo, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado
di re tenuto dai fuorusciti Francesi, dal ministro di Spagna Lascasas,
dal ministro di Russia Mardinof, e dal ministro d'Inghilterra
Macarteney, che appresso a lui era stato mandato appositamente dal re
Giorgio, il senato Veneziano non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente
nè trattato da re. Che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul
territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti, che
l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile
condiscendenza, vivendosene assai ritiratamente in una villa del conte
di Gazola: nel qual contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con
le stampe della Veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che
fece, nella sua esaltazione, alla nazione Francese; che se poi nelle sue
azioni segrete, ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per
ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si
potesse imputare alla repubblica di Venezia.
Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni,
lo sdegno del direttorio di Francia; perchè mentre superbamente
comandava al senato Veneziano, che allontanasse da' suoi dominj il conte
di Lilla, sopportava molto pazientemente, che l'ambasciador di Spagna
Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui come col re
di Francia, di affari pubblici trattasse; il che era di ben altra
importanza, che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato.
Ma la Spagna era più potente di Venezia, nè si poteva dar in preda a
nissuno in compenso di stati rapiti. Scriveva il primo marzo in nome e
per ordine del direttorio il ministro degli affari esteri Carlo
Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislao
Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul
territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno dell'asilo
concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto, e domandava,
fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorj Veneziani;
non esser questo, aggiungeva, caso di neutralità: la neutralità potersi
osservare fra potenze reali ed armate, non fra un re immaginario ed una
repubblica felicemente stabilita, che può, che sa, se ho a dirla con lo
stilaccio di quei tempi, spiegare una energìa, e delle forze reali per
farsi rispettare. Nel che si può notare, che non si vede, che cosa
importasse l'avere energìa e forze grandi, al punto della quistione, di
cui quì si trattava.
Ma tornando al nostro proposito, essendo posto in senato il partito, se
dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo Francese,
ancorachè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando
con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto, e l'antica
generosità di Venezia, fu vinto con centocinquanta sei voti favorevoli,
e quarantasette contrarj. Orarono in questo fatto contro la opinione del
Pesaro i savj del consiglio Alessandro Marcello, Niccolò Foscarini, e
Pietro Zeno, rappresentando, che la pietà verso un principe forestiero
non doveva più operare negli animi dei padri, che la carità verso la
patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu
questa, nè ad alcun modo scusabile, e tanto meno quanto si vedeva
chiaramente, che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute; nè
varrebbe a diminuire la vergogna l'esempio di Luigi decimoquinto re di
Francia, il quale stretto di nissuna necessità, non abborrì dal bandire,
a petizione dell'Inghilterra, da' suoi stati il principe Edoardo
Pretendente; perchè i re possono bene dare col loro esempio maggior
forza all'onesto, ma non onestare il disonesto; imperciocchè se gli
uomini non sono fiere, ma uomini, havvi fra di loro una legge del giusto
e dell'onesto, anteriore e divina, cui nè la forza, nè i capricci dei
potenti possono invalidare; e se i contemporanei gli adulano, i posteri
gli notano d'infamia. Tanto è forte nelle umane menti la impressione di
quella divina legge.
Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del
partito preso dal senato. Delegossi a far l'ufficio il segretario
Giuseppe Gradenigo, ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del
conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte
d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti,
eseguirono quello che dalla signorìa era stato loro comandato. A tale
annunzio rispose gravemente, partirebbe, ma per forza; se gli portasse
intanto il libro d'Oro; cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni;
se gli restituisse l'armatura di Enrico quarto suo glorioso avolo, data
in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più
lungamente in un dominio, che per debolezza obbediva ai comandamenti
degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto
nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Francesi
fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece
mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua
cancellasse sul libro d'Oro il nome dei Borboni, e l'armatura d'Enrico
in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per la fede
e l'affezione che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e
di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli
ricordava infine, e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli,
particolarmente il conte d'Entraigues, che nel dominio dei Veneziani
rimanevano. Così partiva con tanta dignità da Verona, con quanta
modestia vi era vissuto, e partendo fece un pietoso ufficio verso il re
suo fratello e verso coloro, che per affezione alla sua persona ed al
nome reale si erano fatti partecipi del suo esilio.
Intanto per gli uffizj fatti per ordine del senato dai ministri Veneti
presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle
Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte,
si acquetò il negozio del libro d'Oro, e dell'armatura d'Enrico.
Oggimai si appropinquavano le calamità d'Italia. La tirannide sotto nome
di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri,
ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente,
ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà, e
disprezzargli, un incitargli contro i re, ed un perseguitargli per
piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza non come
mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le
più sante cose antiche stuprate per derisione, o per ladroneccio, le più
sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di
monti di Pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un
incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più
atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di
più insolente, un furor Tedesco chiamato da una furia Francese, una
furia Francese chiamata da un furore Tedesco conculcata hanno, e
desolata in fondo la miseranda Italia tutta. Nè più si vanti ella
dell'esser bella, o il giardino d'Europa, o, come la chiamavano, la
terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur
troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda, e di
derisione. E quel che più debb'essere di rammarico, e di dolore perpetuo
cagione, si è, che spiriti alti e generosi quasi innumerabili, sì
d'Italia che di Francia, reputando dono inestimabile la libertà, come
ella è veramente, presi alle belle parole, e dominati continuamente da
una dolce illusione fantastica, ajutarono coi detti, con le scritture e
coi fatti quell'inganno, che altri tendeva di proposito deliberato, col
fine di soddisfare ad immense cupidità. Così la libertà, la quale altro
non è che l'esecuzione puntuale di leggi civili giuste, ed uguali per
tutti, diventò odiosa agli uomini Italiani a cagione delle opere ree di
coloro, che si vantavano di darla, e le parole degli uomini illibati sì
Francesi che Italiani, i quali la predicavano, perdettero appresso ai
popoli ogni autorità; perchè eglino offesi gravemente nelle sostanze e
nelle persone, e soggetti ad un'inconsueta insolenza di soldati, non
sapevano purgarla da quel scelerato connubio. Certamente i governi
Italiani di quei tempi non erano perfetti, ma erano almeno sopportabili
per la consuetudine, e il divenivano ogni giorno di vantaggio per le
riforme, che per la forza del secolo vi si andavano dai reggitori dei
popoli facendo. Ma che il dominio sregolato militare sia migliore di
loro, chi potrà mantenere? Dicevano alcuni, e dicono tuttavia, che da
quel male doveva nascere un bene; ma io so che gli uomini non hanno
tanta pazienza, e fu puranco la pazienza lunga. Così perì non solo la
libertà, ma contaminossi la fama stessa di lei; e se un benigno
risguardo dei cieli non ajuta l'umana generazione in Europa, temo assai,
che l'esempio, e la ricordanza delle cose fatte in Italia sotto colore
di libertà, siano ostacolo insuperabile alla fondazione di lei.
Era risoluzione irrevocabile del governo Francese in quest'anno di
tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di
correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie
spianate, le armi pronte, gli animi dei soldati accesi, la fame stessa,
che gli tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in
un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta
mole, poichè giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi
usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'Europea guerra,
mancava un generale capace di mente, invitto d'animo, e d'audacia pari
alle difficoltà che si prevedevano. Pareva, che Scherer non fosse uomo
da poter sostenere peso tanto forte, quantunque il suo nome fosse chiaro
per la fresca vittoria di Loano, ed il primo disegno d'invadere l'Italia
frutto del suo ingegno. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica
impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero
per le cose fatte a Tolone, e nella riviera. Presentendo egli per la
vastità e la forza dell'animo suo quello, che fosse capace di fare,
quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di
sollecitare, e d'infestare con tenacissima perseveranza, e con preghiere
continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta
dell'Italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi
segreti, che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero
piaciuti a Carnot, ed a Lareveillere-Lepeaux, quinqueviri, che
gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto spezie
di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si
aggiunse un matrimonio, ch'ei fece, grato a Barras, sposandosi con
Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro
Beauharnais.
Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato, e di cupidità
ardentissima di dominio, fu commessa da chi reggeva la Francia, in
iscambio di Scherer, l'opera di conquistar l'Italia. Nè così tosto ei
giunse al governo dell'esercito Italico, che mostrò quanto fosse nato
per comandare; imperciocchè, quand'erano al campo Dumorbion, Kellerman,
e Scherer, molto famigliarmente vivevano, ed alla repubblicana coi
generali subalterni; ma Buonaparte, quantunque fosse più giovane di
tutti, si compose in maggior dignità, e non dimesticandosi con nissuno,
pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra
gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau, e
gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque, che i nodi
dell'esercito viemaggiormente si restrinsero, furono i soldati più
pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto.
Si presagiva, che da una mente grande e forte dovevano partorirsi
effetti straordinarj, e si augurava prospero evento al mirabile conato:
nè mancavano sussidj ad operar fortemente. Era l'esercito fiorito di ben
cinquantamila combattenti, poveri sì d'arnese, e penuriosi di
vettovaglie, ma abbondanti di coraggio, e forti di volontà: quel
lusinghevole pensiero di correre come signori l'Italia, gli rendeva
ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la
possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano Francese
quanto volesse, purchè conculcasse l'Austriaco, il separasse dal
Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro, e la fortezza di Gavi; se
Genova non desse Gavi per amore lo prendesse per forza; instigasse i
malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente, o particolarmente
insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza, o per arte subdola;
quel che segue per sete di rapina; conciossiachè mandavagli, facesse una
subita correrìa contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia
atterrita, rapite le ricchezze, ed involati i voti appesi dai fedeli in
tanti secoli. Tanto era smisurata in quel governo la cupidità del
rapire, e del fare d'ogni erba fascio.
Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con
Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena, a sinistra
Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte dei Piemontesi,
Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore, che, lasciato
il queto esercizio dell'arte medica, si era molto volentieri mescolato
nel fracasso dell'armi. Disegnava il generale repubblicano di far impeto
contro la mezzana schiera dei confederati, acciocchè rotta che ella
fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi:
conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'oltre-Po,
i secondi rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come
credeva, facilmente accettato gli accordi separandosi dalla
confederazione dell'imperatore. A questo fine, e sapendo che grandissima
gelosìa avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e
comoda strada della Bocchetta accennava a Milano, aveva ordinato a
Cervoni, occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo fece
marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra
Signora dell'Acqua santa, strada che mette direttamente alla Bocchetta.
Questa squadra conduceva con se molti pezzi di artiglierìe sì grosse che
minute. Assai bene considerato era questo consiglio; perchè si poteva
prevedere facilmente, che Beaulieu, temendo per la Lombardìa, avrebbe
assottigliato la parte di mezzo per mandar gente ad ingrossar la
sinistra, acciocchè fosse in grado di star forte a preservare gli stati
proprj dell'imperatore. Così più facilmente si sarebbe aperto l'adito ai
repubblicani all'entrar di mezzo ai confederati. Fu certamente
intenzione di Buonaparte di dar gelosìa alla sinistra di Beaulieu,
perchè se fosse stata diversa, non sarebbe da commendarsi; perciocchè ed
indeboliva in tale modo la sua mezzana appunto verso le strade più
facili, che portano a Savona: ne' Voltri era luogo da potersi tenere,
perchè e pel lido e per la montagna poteva agevolmente il nemico
accostarsi ad assaltarlo. Bene non si può lodare dell'aver troppo
indugiato ad occupare, ed a fortificar Montenotte, che guarda la strada
per al Dego, e che domina il luogo della Madonna di Savona, principal
difesa dei Francesi sul mezzo loro; che se finalmente l'occupò, e vi
fece qualche riparo, che non fu prima degli otto aprile, fu più tosto
consiglio di Massena, che suo. Pertanto si vede che se lo stare a Voltri
era opportuno, quantunque non senza grave pericolo, il non stare a
Montenotte era degno di riprensione. E tanto maggior biasimo merita
questa omissione del generalissimo di Francia, ch'ei sapeva che gli
alleati si erano fatti molto grossi a Sassello; il che dava manifesto
indizio ch'essi volessero, passando sotto Montenotte, condursi a Savona,
e per tal modo tagliare in mezzo l'esercito repubblicano. La qual cosa
fu chiaramente dimostrata dal successo delle cose.
Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso
ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si
raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni
Francesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in
Sassello una grossa schiera composta di diecimila Austriaci, e quattro
mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel
mezzo della fronte francese, e dopo di averlo fracassato, riuscire a
Savona; con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa
tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Obbedivano
i soldati di Sassello ai generali Argenteau, e Roccavina. Non pertanto,
per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo
del conflitto in ajuto della mezza, si era risoluto ad assaltar questa
terra. Il dì dieci aprile, circa le tre meridiane, givano i Tedeschi
all'assalto di Voltri con sei mila fanti, e quattro bocche da fuoco,
passando principalmente per Campovado, e per altre strade della
montagna, mentre ducento cavalli con le artiglierìe, radendo il lido, si
accostavano dall'altra parte al luogo della battaglia. Alcune navi da
guerra Inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare
vicino. Non potendo i Francesi rispondere a tanti assalti, furono rotti,
diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se
avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza
Francese di Voltri, sarebbe stata o morta o presa. Ma sopraggiunse la
notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i
repubblicani, si ritiravano a Varaggio, ed alla Madonna di Savona.
In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi
mossisi da Sassello assaltarono grossi ed impetuosi le trincee
estemporanee fatte dai Francesi a Montenotte. Erano queste in numero di
tre, ed al di sopra l'una dell'altra, la più eminente appunto era quella
di Montenotte. Difendeva i Francesi la fortezza del luogo, favoriva i
Tedeschi il maggior numero, gli uni e gli altri infiammava un indicibile
valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente Italia. Si
combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani.
Maravigliavansi i Francesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i
Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue,
riuscirono questi, occultandosi in certe boscaglie, ad entrar per bella
forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a
conquistarsi la terza: contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto
dell'armi loro vittoriose. Quì sorse una battaglia tale, che poche di
simil fatta per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti
sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali,
trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea
si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il
colonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto
nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più
infiammandosi nel suo coraggio, quanto più era grave il pericolo,
animosissimamente rivoltossi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel
giuramento, che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il
valore dei Francesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta
pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo
combatterono, che ributtati furiosamente da ogni assalto i Tedeschi,
sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea
tanto contrastata, e tanto importante. Gli uni e gli altri sull'armi
loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un
nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Quì si vide
manifestamente l'errore di Buonaparte dello aver occupato, ed
affortificato troppo tardi, e male, Montenotte e, come accennammo, anche
per conforto altrui, del non aver fatto diradare le boscaglie, dello
aver tenute lontane da questo principal posto le altre soldatesche, per
modo che non abbiano potuto venire in questo medesimo giorno in soccorso
di quelle che pericolavano nelle trincee del monte. Certo se non era il
valore straordinario di Rampon, si perdeva la battaglia dai Francesi, e
con lei si perdevano per loro le sorti d'Italia. Ma di questi valori
straordinarj è avara la spezie, nè vi si può far fondamento per
anticipazione dai capitani bene avvisati e prudenti. Errò adunque in
questo fatto Buonaparte, riparò l'errore Rampon: la vittoria di
Montenotte, che incominciò quella mole tanto gloriosa d'imprese
militari, e quel maraviglioso corso d'inaudita felicità, non al suo buon
consiglio, ma al valore di un capitano inferiore deesi unicamente
attribuire. Ma il generalissimo nel giorno undici, anzi nella notte
stessa del dieci emendò con pari celerità ed arte l'errore commesso nel
precedente: mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il
quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea,
ma diede agio a Rampon di empire di soldati a destra ed a sinistra le
boscaglie, che ingombravano le strade per alla trincea medesima, e per
le quali dovevano di necessità passare gli Austriaci per assaltarla. Al
tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala dritta, e
mettendosi in mezzo tra la punta dritta dell'ala sinistra degli alleati,
e la punta sinistra della mezzana, snodasse minutamente l'una dall'altra
quelle due parti. Per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al
fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due
forti colonne, l'una lungo le montagne della Madonna del monte, per
meglio sostener Montenotte, l'altra per Altare e le Carcare, ad effetto
di oltrepassar la punta della mezza, che, come abbiam detto, era
governata da Argenteau, come capo, e da Roccavina, come condottiero
della vanguardia, sperando per tal modo disgiungere questa parte dalla
destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno undici, che
Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva
baldanzosamente all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo
arrivato vicino alla trincea, che venne assalito ai fianchi da una
tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da una
impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo
s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue
genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia,
andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza con qualche rinforzo,
e dopo respiro, di ricominciar la batterìa; ma ecco arrivare infuriando
dall'uno canto Buonaparte, dall'altro Laharpe con far le viste di
portare la tempesta a' fianchi ed alle spalle di Argenteau. Fu allora
forza ai confederati ritirarsi più che di passo per non esser posti
negli estremi. Andarono a posarsi a Magliani, a Dego ed a Pareto.
Beaulieu per serbarsi unito ad Argenteau, obliquò con l'estremo destro
della sua ala di modo che malgrado degli sforzi di Laharpe per
impedirnelo, riuscì nel suo intento. Colli, non senza una valorosa
difesa, fu costretto a ritirarsi ancor esso, avvicinandosi di fianco a
Ceva; il che fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dello
aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Aggiungendo poscia
celerità a celerità, nè volendo dar tempo ai confederati di rannodarsi,
seguitava la vittoria calando per le rive della Bormida in guisa che
sempre si metteva in mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi. Morirono
nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaja di buoni soldati
dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero,
come prigionieri, in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani
pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un miliajo
incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani
conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regj, non venisse
loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i
confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a
Millesimo, che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego
ed a Magliani, era necessario cacciargli più sotto nella prima. Quindi
nacque pei Francesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani,
e d'impadronirsi di Millesimo.