Giugneva intanto il tempo, che doveva mostrare, se quelle armi, che non

senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Francesi

divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito:

ed indirizzato a voler fare la conquista dell'Italiane contrade. Già fin

dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di

voler passare con le armi in Italia. Uno dei principali confortatori a

quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia, per

le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di

Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna;

e parendo, che quegli che ne aveva fatto il disegno, più accomodato

capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito

d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate

nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai

Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inclinava

omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi

forti per natura, e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo,

che i repubblicani, massime privi com'erano di cavallerìe, con poche e

piccole artiglierìe, e ridotti in una insopportabile stretta di

vettovaglie, avessero animo di assaltargli. Ma i soldati della

repubblica usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si

riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per

mare e per terra verso Genova, dalla quale sola potevano sperare di

trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio

indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla

carestìa del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante

d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per se stessi

malagevoli, si deliberarono di voler pruovare, se veramente il valore

vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si

preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai

soldati repubblicani, e per la perizia dei generali loro, specialmente

di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto. Era la fronte

dei Francesi in tal modo ordinata, che posando con l'ala dritta sulla

rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per

Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi

sui monti, che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San

Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer, che

aveva con se i soldati dei Pirenei, ed Augereau che gli aveva condotti,

la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati

di modo che l'ala loro da mano manca, governata da Wallis, occupava

Loano, la battaglia condotta da Argenteau Roccabarbena, e la destra

composta in gran parte di Piemontesi, e retta da Colli, si stendeva sui

monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti

questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie

avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi a Loano sulle cima di tre

monticelli muniti di trincee e d'artiglierìe, e nella terra di Toirano,

un terzo per la sicurezza della mezzana più in su a campo di Pietra. Ma

come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito

di genti e d'artiglierìe dietro il corpo di mezzo, non solamente

Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e

schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si

vede che Devins aveva ottimamente preveduto, donde doveva venire il

pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente; ma quello, che poco dopo

succedette, dimostrò quanto sia vero, che non vale buon consiglio solo

contro buon consiglio ajutato da un sopraeminente valore. Resta però,

che l'infelice uscita della battaglia di Loano non dee imputarsi al

generalissimo Austriaco, ma bene si vedrà, se i posteri non potranno con

ragione accagionarne Argenteau, il quale o non istando sulla debita

guardia prima del pericolo, o perdutosi di consiglio, quando ei

sopravvenne, mancò tanto di valore, quanto aveva Devins abbondato di

prudenza. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna

il piccolo fiumicello, che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno

diciasette novembre per riconoscere i luoghi, e per assaggiar l'inimico,

Massena commise al generale Charlet, che assaltasse il posto di campo di

Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione,

terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di

quanto i Francesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito

Argenteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte dei

ventidue novembre, quando Massena, raunati i suoi, così lor disse:

«Soldati, il ricordare valore a voi fora piuttosto ingiusta diffidenza,

che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere, il

mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si

è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le

parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali

precipizj possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le

Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri,

vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei

di Sardegna e dell'Imperio: ma Sardegna ed Imperio continuano ad

affrontarvi; però voi un'altra volta vincetegli, voi fugategli, voi

dissipategli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la

vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti

accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte

della repubblica; ma voi pruovate loro con l'opere, che nissun re può

stare armato contro di noi; e poichè aspettano l'estremo cimento, fate

che esso sia l'estremo per loro».

Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e

perciò abile ad inspirar impeto nel soldato Francese, già per se stesso

tanto impetuoso. Perciò alle sue parole maravigliosamente incitati

givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte

oscurissima, e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di

Massena, come si era accordato con Scherer, di urtare nel mezzo dei

confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi con

impadronirsi del sommi gioghi dei monti per Bardinetto, Montecalvo e

Melogno, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala

sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi, o fuggire alla dirotta.

Dovevano secondare questa fazione, a dritta Scherer con un assalto forte

contro Loano, Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo.

Appariva appena il giorno dei ventitre novembre, che Massena assaliva da

due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano

a quest'accidente impensato gli uffiziali Tedeschi ai luoghi loro, e già

trovavano qualche titubazione e scompiglio nella ordinanza loro. La qual

cosa dimostra l'inconsiderazione di Argenteau, che non avendo

presentito, come era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli

uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro

infortunio, e fu che Devins afflitto da grave malattìa, e reso inabile

al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi,

con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva

la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batterìa, con

molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza,

cacciarono il nemico, che si ritirava, andando a farsi forte a

Bardinetto. Quivi nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i

confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano

gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le forze Massena,

giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la

vittoria. Finalmente dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti,

prevalse la virtù dei repubblicani: entrati forzatamente in Bardinetto

uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e

s'impadronirono di tutte le artiglierìe. Ritiraronsi sconcertate e

sconnesse a modo più di fuga che di ritirata le reliquie dei

confederati, per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra

sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di

Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni, s'impadronisse di

Melogno, ed al colonnello Suchet, pigliasse Montecalvo, luogo arido, e

quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si

era proposto: in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei

confederati, ma fu fatto abilità ai Francesi di calarsi verso il mare

alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del

tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Certamente Argenteau

non diede pruova di previdenza prima del fatto, nè di avvedutezza o di

costanza nel combattimento; nè il corpo di mezzo fece quella resistenza,

che per la forza dei luoghi e pel numero dei soldati e delle artiglierìe

si era Devins di lui promesso. Ma perchè la sinistra dei confederati non

ricuperasse quello che la mezza aveva perduto, Scherer, fatto dar dentro

fortemente ai tre monticelli fortificati avanti a Loano, ed alla forte

terra di Toirano, gli superava. Nei quali fatti, ajutati anche da tiri

di alcune navi Francesi, che si erano accostate al lido tra Loano e

Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora tra

per questo, e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi

battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si

ritiravano i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a

pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della

destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro

del nemico, e cacciatolo da tutti i siti, lo costringeva a ripararsi nel

campo trincerato di Ceva, dove giungevano altresì i residui lacerati e

sbaragliati della squadra d'Argenteau. Così l'ala sinistra dei

confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Francesi

sul littorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita,

la destra più intiera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto

la notte, e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale

orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i

Francesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del

giorno seguente, che condotti da Augereau, si misero di nuovo a

seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel

littorale, e già la giungevano con far di molti prigionieri. Nè quì si

contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente

alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo

di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo,

era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle di Finale,

e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cedente nemico,

dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San

Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta

improvvisa della mezza, pressata da fronte, sul fianco, ed alle spalle,

non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi

montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto

favore. Chi si potè salvare, andò a far la massa in Acqui, dove i capi

attendevano a raccorre e riordinare le compagnìe dissipate; chi non

potè, cadde in balìa del vincitore. Tutte le artiglierìe, gran parte

delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero

più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in

Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la

presenza vicine calamità all'Italia.

Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e

perfino i violamenti delle miserande donne commessi dai repubblicani sul

Genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia, che spaventata

aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore.

Pubblicava, che farebbe morire chi continuasse. Prese anche l'ultimo

supplizio de' più rei. Ma non udivano l'imperio dei capitani, e nè le

minacce, nè i supplizj spegnevano la scelerata rabbia. Certamente non

erano in questo i repubblicani scusabili, perciocchè niuna cosa può

scusare sì eccessive enormità. Pure eran stremi di ogni vettovaglia e

d'ogni fornimento: la fame e la nudità sono pur troppo male consigliere

ad ogni opera più brutta. Ma i Tedeschi e quando vennero sulla riviera

passando pei territorj del Piemonte loro alleato, massime in quei del

Cairo e del Dego, e quando se ne andarono dopo la rotta di Loano,

quantunque fossero forniti abbondantemente di ogni cosa necessaria al

vivere di soldato, commisero pari, e forse più nefandi eccessi. Così

l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore

Tedesco, in preda al furore Francese, mostrava quale sia la condizione

di chi alletta con la bellezza, e non può difendersi con la forza.

LIBRO SESTO

SOMMARIO

Pratiche per la pace tenute in Basilea. Sono infruttuose, e

perchè. Si prepara da ambe le parti la guerra d'Italia.

Beaulieu surrogato a Devins nel comando dei confederati, e

perchè. Instanze del Direttorio di Francia presso ai

Veneziani, perchè facciano uscire dai loro stati il conte di

Lilla: debolezza del senato Veneziano. Nobile condotta del

conte in sì doloroso accidente. Buonaparte surrogato a Scherer

nel comando dei repubblicani, e perchè: sue qualità.

Situazioni delle sue genti. Sono giunti i tempi fatali, e

s'incominciano le ostilità. Battaglia di Montenotte seguìta

addì dieci, undici, e dodici aprile del 1796. Buonaparte

separa gli Austriaci dai Piemontesi. Fatto di Cosserìa.

Furiosissima battaglia di Magliani, che i Francesi chiamano di

Millesimo e che fu combattuta il dì tredici aprile. Bellissimo

fatto d'armi del colonnello austriaco Wukassovich al Dego.

Generosi lamenti di alcuni generali, e capi di truppa Francese

sugli eccessi commessi dai loro soldati. Buonaparte si volta

contro i Piemontesi. Varj fatti d'arme, specialmente quello di

Mondovì. Il generale repubblicano stimola i novatori del

Piemonte: sommossa d'Alba. Buonaparte arriva a Cherasco:

Colli, generale del re, si ritira a Carignano. Discussioni nel

consiglio regio. Tregua di Cherasco. Bando grandiloquo di

Buonaparte a' suoi soldati. Pace tra il re di Sardegna, e la

repubblica di Francia, conclusa a Parigi il dì quindici maggio

del 1796. Buonaparte perseguita Beaulieu, lo inganna, e passa

il Po a Piacenza. Battaglie di Fombio e di Codogno. Battaglia

sanguinosissima del ponte di Lodi, accaduta addì dieci di

maggio. Beaulieu si ritira al Mincio. L'arciduca lascia

Milano. Qualità dei Milanesi. Massena entra il primo in

Milano, poi Buonaparte. Umori diversi di detta città. Discorsi

di Buonaparte. Suo secondo bando grandiloquo ai soldati.

Terrori d'Italia.

A questo tempo avendo i collegati pruovato con molto danno loro qual

dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di

Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla

concordia, e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere

più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani

ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il

benefizio del tempo, se accettassero; e poichè la guerra era divenuta

tanto pericolosa, si risolvettero a sperimentare, se la pace apportasse

condizioni di maggior sicurezza. Per la qual cosa pensarono a tentare la

disposizione del Direttorio di Francia con introdurre qualche negoziato

a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di

Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da

questa, ed a nome di tutti procedettero le profferte. Scriveva il dì 8

marzo Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai Cantoni Svizzeri, a

Barthelemi ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a

sapere, che la sua corte desiderava di restare informata, se la Francia

aveva inclinazione a negoziare con Sua Maestà e co' suoi alleati, a fine

di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti

termini: se a ciò si risolvesse la Francia mandasse ministri ad un

congresso da convocarsi in quel luogo, che più sarebbe stimato

conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere, quali fossero i

generali fondamenti della concordia che piacesse al Direttorio di

proporre, affinchè si potesse esaminare, se fossero accettabili, o

finalmente, se i mezzi proposti non fossero accettati, quali altri

avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa

proposta, la qual'era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i

principi, e che non avea in se cosa, che potesse offendere l'animo del

Direttorio fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a

quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed

imperiali di Francia, di voler insegnare in casa altrui, come se meglio

non conoscesse i fatti proprj chi gli governa, di chi non gli governa.

Quindi nacque altresì quell'uso affatto insolito di dar consigli, o ad

un amico, o ad un nemico e di convertire in cagione di guerra il rifiuto

di seguitarli; uso veramente enorme, perchè fa giudice della causa una

sola delle parti, rende dubbiosa la giustizia, mette la parte contraria

nella necessità di vincere o di perire, ed opera che la guerra dipenda

in tutto dal capriccio, e dall'ambizione di un solo. Il Direttorio

comandava a Barthelemi, che rispondesse, desiderare lui la pace, ma

desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volentieri le

proposte, se quel dire di Wickam di non aver autorità di negoziare non

desse sospetto intorno alla sincerità Inglese. Infatti, se incominciasse

l'Inghilterra, quest'erano le parole dottorali del Direttorio, a

conoscere i veri interessi suoi, se bramasse aprirsi di nuovo la strada

all'abbondanza ed alla prosperità, se con buona fede richiedesse di

pace, a che fine, con quale consiglio proporre un congresso, mezzo non

mai terminabile d'accordo? Perchè con termini tanto generali e sì poco

definiti, domandare alla Francia, proponesse ella un altro modo per

arrivare alla concordia? Non mostrar con questo, voler solo il governo

Inglese con queste prime offerte, acquistar per se quel favore, che

sempre accompagna chi primo mette fuori quelle gioconde parole di pace?

La speranza che abbiano ad essere senza frutto, non vedersi forse

mescolata con loro? Ma quale di questo fosse la verità, convenirsi alla

sincerità del Direttorio il palesare apertamente, a' quali patti ei

potrebbe consentire agli accordi; vietare la constituzione della

repubblica, che niun paese di quelli, che erano stati incorporati al suo

territorio, da lui si scorporasse; delle altre conquiste si

negozierebbe. Quì parimente ebbe principio quel metodo veramente

incomportabile, usato dai governi che per vent'anni l'uno all'altro

succedettero in Francia, di volere, che una legge politica interna

diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.

Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter

consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se

non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si

seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace

concette dalle profferte di Basilea. Diedene l'Inghilterra avviso a

tutte le potenze confederate, coi soliti conforti dei sussidj pecuniarj,

e col far vedere che ove la pace era impossibile, si rendeva necessario

l'usar la guerra, con tutti gli sforzi, che maggiori si potessero fare.

Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale già perduto

mezzo lo stato, e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad

esser prima condotto all'ultima rovina, che la guerra incominciasse pure

a romoreggiare su i confini dei suoi alleati. Conoscevano questi la

costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le

battaglie fossero riuscite infelicemente, ed i repubblicani si facessero

strada nel cuore del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro,

sperando di ricompensare con gli ajuti di Francia, a danno ed a

pregiudizio di alcuno fra i confederati, quello che non ostante gli

ajuti loro aveva perduto. Tentarono adunque il re ammonendolo, che si

dichiarasse, quali sarebbero i suoi pensieri, se per un sinistro di

guerra, i Francesi irrompessero nelle pianure Piemontesi. Ridotto a

queste strette, rispose animosamente Vittorio, mandando anche in questo

proposito lettere circolari a tutti i principi che correrebbe con loro

la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per

abbandonare la sua congiunzione; non dubitassero, che i fatti non

fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.

L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in

Italia, mandava a governare le genti, in vece del Devins più prudente

che ardito capitano, ed anche scemato di reputazione per le recenti

sconfitte, il generale Beaulieu, il quale quantunque già molt'oltre con

gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte a

quella furia Francese, che meglio si può vincere col prevenirla, che

coll'aspettarla. Nè mancava in lui la esperienza dei fatti di guerra,

essendosi già molto esercitato, nè senza gloria, nelle guerre di

Fiandra. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in

un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo

mai guerreggiato in Italia, nè portò con se tante forze, quante gli

erano state promesse; perchè i sussidj Austriaci in Piemonte, quando

prima in quest'anno s'incominciò a menar le mani, ascendevano forse a

trenta mila, ma certamente non passavano quaranta mila soldati, numero

non sufficiente a difendere, non che ad offendere. Del qual fatto quale

ne sia stata la cagione, o lentezza o necessità, certo è bene, che

l'opera non fu eguale al pericolo. Oltre a ciò, sebbene a Beaulieu,

quando fu chiamato generalissimo dei Tedeschi in Italia, fosse stato

promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che per difetto o d'animo o di

mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova,

nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente

all'esercito, ma ancora rettore di una forte divisione di soldati: il

che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro

presagio, parendogli, che a volere che i soldati vincano, importi il

prepor loro capitani vincitori. Nè Beaulieu medesimo era tale, che

potesse convenientemente governare capitani, e genti di diverse lingue e

di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per

guisa che più temuto che amato dai suoi e dai forestieri, era piuttosto

obbedito per forza, che per volontà. Nè i nobili Piemontesi, che

sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado.

S'aggiunse a tutto questo, che sebbene si fosse ordinato che i

Piemontesi dovessero in tutto accordarsi, e cooperare con gli Austriaci,

e questi coi Piemontesi, tuttavia l'esercito regio non obbediva a

Beaulieu, ma era retto sovranamente da Colli, al quale non mancava nè

perizia, nè virtù militare, ma non viveva concorde col capitano

Austriaco. Questo fu cagione, che, contuttochè i due generali operassero

di concerto, nei partiti dubbj però, dove aveva gran parte la propria

opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la

gravità del caso avrebbe richiesto. Con queste mancanze, mali umori, e

semi di debole concordia, s'incominciò, dalla parte dei confederati, una

guerra gravissima, nella quale si proponevano, deposte oramai le

speranze di fare impressione in Francia, come falsamente si erano

persuasi, di far di modo che almeno l'Italia si preservasse dalla

inondazione Francese. Erano per tale guisa ordinati i confederati, che

la loro ala sinistra, partendo dalla Scrivia nella vicinanza di

Serravalle, si distendeva sino alla destra sponda della Bormida. Quivi

incominciava ad aver le stanze il corno sinistro dei Piemontesi, che

traversando quelle montagne, si sprolungava fino alla Stura, con

assicurare Ceva e Mondovì con grossi presidj, e con appoggiarsi

coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Le genti più

leggieri munivano i passi più alti delle montagne, ed un campo era stato

fatto con forti trincee, ed in luogo eminente verso Lesegno per la

sicurezza del forte di Ceva. Ma siccome quello di cui stavano in maggior

gelosìa gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardìa, così si

erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona, e verso

l'estremo corno loro, occupando per tal modo con molte forze le due

strade che da Genova accennano al Milanese, una per Novi, l'altra per

Bobbio. Avrebbero desiderato per maggior sicurezza delle cose loro avere

in mano la fortezza di Tortona, e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu

loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale ancorchè posto

nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa

conservarsi. Tal era adunque la condizione dei tempi, che il re di

Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo stato,

l'imperador d'Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del

Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per

l'autorità della santa sede, e per l'incolumità della religione; Venezia

sperava nella neutralità senz'armi, Genova nella neutralità con armi,

Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia,

Parma e Modena nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli

accidenti.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 19 / 25 段