In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea,

essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condescesa il dì

ventidue luglio alla pace con la repubblica Francese; il quale accidente

tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli stati del

re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e

principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e

la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente

voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze Francesi. Mossi

poi anche i Parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere

l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese

per la guerra, erano stati operatori, che s'inserisse nel trattato con

la Spagna il capitolo, che la repubblica Francese in segno d'amicizia

verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno

di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca

di Parma, e degli altri stati d'Italia, a fine di concordia tra la

repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece

l'ufficio, profferendosi a mediatore tra la repubblica, ed il re

Vittorio. Offeriva la conservazione, e la guarentigia dei proprj stati,

se consentisse a starsene neutrale, e a dar il passo ai Francesi verso

l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a

collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di

acquisti di territorj più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla

Francia. Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della

Spagna, e sulle prime dichiarò, voler continuare nell'alleanza con

l'Austria. Ma poichè fu più pacatamente considerata la cosa, o che

s'inclinasse ai patti, o che solo si volesse aver sembianza

d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti

uomini prudenti, ed altri assai pratichi delle militari faccende. Erano

per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo, e da cui dipendeva

questo punto, se il Piemonte avesse a conservare la signorìa di se

medesimo, o di cadere in servitù di forestieri. Era presente a questo

consiglio il marchese Silva, figliuolo di uno Spagnuolo, console di

Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in

Europa, massimamente in Russia, dove era stato veduto amorevolmente

dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo

studio ed esperienza, avendo anche scritto trattati sull'arte della

guerra, condottosi finalmente agli stipendj della Sardegna, era il

marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì

pericoloso caso, parlò, con singolare franchezza, in questi termini:

«Io fui più volte interrogato su quanto tocca questa infelice guerra, e

sempre quanto risposi fu da tutti contrastato, da molti in sinistra

parte voltato, da alcuni tenuto a vile, come se la malaugurosa

Cassandra, sempre veritiera e non creduta mai, io mi fossi; e certamente

qualunque sia il momento della presente occorrenza, che è grandissimo,

anzi estremo, a tutt'altra cosa io avrei pensato prima che a questa,

ch'io dovessi di nuovo del mio consiglio essere ricerco. Ma comunque ciò

sia, e quantunque io avessi ad essere o poco grato ad alcuni, o

calunniato da altri, non voglio in questo del mio debito mancare verso

chi mi chiama, verso quel signore ch'io adoro, verso quella patria, che

per mia, come se nato ed educato vi fossi, volonterosamente mi scelsi. E

prima ch'io d'altre cose mi discorra, voglio su questo primo principio

insistere, che una nazione, che libera vuol essere, libera sarà, e che

contro di lei niuno impedimento è che prevalga; che se poi questa

nazione fia grande, fia generosa, fia guerriera, acquisterà per questa

medesima libertà tale forza, tale grandezza, tale potenza, che sotto il

suo dominio, od almeno sotto le sue leggi tutti i suoi vicini ridurrà.

Ora, in nome di Dio, di che si tratta nella presente controversia, se

non se di accettar queste leggi onorevolmente, o di subirle

ignominiosamente? e quale esitazione può essere, quale dubbio può

cadere, quando si va a scerre tra un amico, forse un po' insolente, ed

un nemico certamente irritato e superbo? Come un uomo prudente potrà

stare in pendente, massimamente considerando la fede dubbia di un

alleato, piuttosto invasore delle nostre province, che difenditore,

cagione piuttosto della rovina di questo stato, che preservatore della

sua salvezza? Conciossiachè, se son rotte d'ogni intorno con

ispaventevole fracasso le difese di questo una volta felicissimo e

securissimo regno, se la tempesta è pronta a scagliarsi nelle fertili

pianure del nostro bel Piemonte, se già le fortezze vacillano, se già

gli animi stan dubbj, se già lo spavento universale un eccidio

universale prenunzia, se già l'Italia trema all'apparenza di un funesto

avvenire, a chi deonsi tante calamità riferire, a chi sentirne obbligo,

se non se a questo medesimo ambizioso, e poco fedele alleato? V'accese

con incentivi subdoli, v'ingannò con sussidj insufficienti. Sovvengavi,

signori, di quanto io già vi dissi, ed evidentemente altre volte

dimostrai, che ove i Francesi riusciti sono a far fondamento delle

operazioni loro una linea, che dal fianco orientale dell'Alpi partendo,

va a dar negli Apennini, l'importantissima barriera dei monti, e delle

fortezze è superata, ed il Piemonte privo de' suoi ripari, circondato,

investito da tutti i lati senza difesa ridotti, si trova vicino ad una

ruina inevitabile. Io dimostrai al re, quando mandommi a visitar i

luoghi, che questa linea dalle Viosene insino a Toirano è insuperabile;

poichè le creste dei monti per Termini ed il Galletto sino a Balestrino

sono del tutto inaccessibili; che se spuntar si volesse dal Carlino,

entrerebbe l'esercito in una gran fondura tra questo luogo appunto, e la

contea di Nizza, dove lo sforzo di cinquanta mila combattenti sarebbe ed

inutile contro il nemico, e fatale per loro. Nè migliore speranza si

avrebbe, se dalla destra parte verso il Ceriale entrar si volesse,

poichè i Francesi ad una seconda posizione preparata ritirandosi, e noi

sappiamo che quattro fino a Ventimiglia le une più forti delle altre ne

hanno, sempre potranno a posta loro, poichè occupano le più alte cime,

dai luoghi più alti ai più bassi calare, e conseguentemente senza

ostacolo nessuno, nel cuore stesso del Piemonte penetrare. Odo, che voi

avete speranza nell'esercito vostro: ma l'esercito, sebbene per valore a

nissuno sia secondo, già debole per se, ed indebolito per tante morti, a

mala pena potrà bastare a presidiar la città capitale, o se indugiasse a

ricoverarvisi, investito sui fianchi, circondato, e tagliato fuori dalle

colonne Francesi partite da tutti i punti della circonferenza dalla

riviera di Genova, e dalla valle del Tanaro sino alla Torinese Stura,

alcun rimedio più non avrebbe alla sua salute. Tutte queste cose non

possono parer dubbie, se non a coloro che o i luoghi non conoscono, o

quanto sia debole l'esercito, quanto penuriose le finanze, quanto

potenti i semi della ribellione non sanno. Veggono alcuni più parziali

che prudenti uomini, con gli occhi loro abbacinati, scender

continuamente dal Tirolo in ajuto del Piemonte ora quaranta, ora

sessanta mila Tedeschi. Ma volesse pur Dio, che questa gente armata

avesse più corpo in terra, che chimera od ombra nella fantasìa di certi

consiglieri ardenti: la fama è oramai troppo lunga, perchè l'ajuto sia

vero. Certamente fallace consiglio sarebbe il promettersi qualche cosa

dalle vane speranze, dalle esagerazioni lusinghiere, dalle promesse

ingannevoli della corte di Vienna. Ma che dico? Quando i fatti parlano,

qual bisogno v'è di parole? Non fu stipulato nel trattato di Valenziana,

che gli Austriaci solamente combatterebbero nella pianura? Ignorate voi

forse gli ordini dati agli imperiali capi di non mettersi senza grande

occasione in potestà della fortuna, di tenersi grossi, di usare

moderatamente i soldati, di serbargli interi per la difesa della

Lombardìa? Non disselo a chiare note, non predicollo apertamente a me e

ad altri Devins medesimo? Voi potete a grado vostro dire, che la difesa

della Lombardìa è in Piemonte, poichè ciò era vero, or son due anni, e

non è più vero oggidì, perchè le Alpi son perdute, gli Apennini invasi,

la pianura aperta, e voi state qui deliberando paventosi, e dubbj se vi

sia possibile difendere la real Torino, e l'antico trono di questi

principi giustissimi. Che se voi persistete a dire che in Piemonte è la

difesa della Lombardìa, potrebbero a giusta ragione rispondervi i

generali dell'Austria, che essendo oramai il Piemonte privo di difesa,

se l'esercito loro si ostinasse a volerlo difendere per ritardar qualche

tempo l'invasione della Lombardìa, correrebbe pericolo esso medesimo di

esser tagliato fuori dal Milanese, e che per tal modo la Lombardìa

stessa, l'esercito destinato a difenderla, ed il Piemonte con loro,

sarebbero ad uno e medesimo tempo senz'alcuna speranza di poter

risorgere perduti, e l'Italia a servil giogo posta. Non combatte l'uomo

col medesimo valore quando difende le cose altrui, come quando difende

le proprie. Di ciò debbonvi avervi fatti avvertiti gli Austriaci, quando

già sì mollemente in ajuto vostro combatterono in casi, in cui ci andava

o la speranza del conquistare, o la sicurtà loro. Eppure erano allora le

forze vostre in essere, ora son prostrate; od io a gran partito

m'inganno, od alle prime mosse dei Francesi verso Genova, voi vedrete

questi medesimi Austriaci correre precipitosamente verso la Lombardìa,

ed in preda al vincitore abbandonarvi, senza neppur lasciare un soldato

in ajuto vostro di quel già sì debole e sì estenuato esercito

ausiliario, che l'imperatore si è obbligato a mandarvi.

«Adunque, essendo tutte le difese dello stato od in mano del nemico, od

in pericolo di cadervi, le genti nostre diminuite di numero e di animo,

l'alleato poco fedele, e piuttosto della salute sua che della nostra

sollecito, nè potendo le nostre necessità aspettare la tardità dei

rimedj che si preparano, io porto opinione, che la pace sia assai più

sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo

ora che le forze, che ancor vi restano, ve la possono dare onorevole e

sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia

distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se

altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma

qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa,

l'occasione fugge, il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e

vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte, ed a

preservazione della nobile Italia».

Questo discorso porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto

veridica, congiunto di amicizia col generale Austriaco Strasoldo, fece

non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte

inclinava agli accordi quantunque tutti avessero la volontà aliena dai

Francesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione alla pace il

marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse d'indole pacifica e d'animo

temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenziana, e

fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava, doversi nella guerra

e nella fede data all'Austria perseverare.

«Sono, ei disse, più che qualunque altra azione umana all'arbitrio della

fortuna sottoposte le militari fazioni; le politiche cose altre

variazioni non fanno, se non quelle che suole indurre la prepotente

forza dell'armi. Della quale differenza la cagione si è, che le prime

pendono intieramente dai casi fortuiti e dal coraggio degli uomini

sempre soggetto a spaventi inopinati, mentre le seconde stanno fondate

sulle umane passioni, le quali sono sempre in tutti i luoghi ed in tutti

i tempi le medesime. Infatti si vede che la guerra mette spesso in fondo

i più potenti, i più gloriosi reami, mentre quelli che alla ragione di

stato prudentemente si conformano, vivono tutto quel corso di vita che

dalla natura alle opere umane è concesso. Ha la forza in se non so che

di cieco e di disadatto, che la fa dar negli scogli e nelle ruine; ha la

prudenza, figliuola della cognizione vera delle umane passioni, in se

non so che di disinvolto e di sguizzante, che fa che chi la segue schivi

gli ostacoli, e viva eterno. Propone il marchese Silva che si faccia la

pace, perchè, come crede, non si può più far la guerra; chiama l'Austria

infedele; è confortatore, che il re si fidi nella repubblica Francese,

la quale, sebbene ora faccia certe dimostrazioni in contrario, è pure la

nemica naturale e terribile di tutti i re. Ma sul bel principio del mio

favellare, e su di questo medesimo argomento di guerra insistendo, di

cui tanto è il mio avversario perito, io domando a lui, quale dei due

eserciti sia più grosso, o del nostro congiunto alle genti Austriache, o

di quello del nemico, solo esposto a tutto lo sforzo degli alleati?

Certamente, qual uomo sincero, qual egli è, sarà per rispondere, il

nostro. E se gli domando, s'ei crede che per la congiunzione delle genti

de' Pirenei, il Francese diventi più potente del confederato ingrossato

per la giunta di nuove genti Tedesche, certo ancora ei risponderà, non

credere; poichè e i Pirenei saran pure da guardarsi; e la pace con la

Spagna non sarà senza sospetto. Finalmente se io gli domando, s'egli

stima i Francesi più valorosi dei Piemontesi, o più degli Austriaci,

certo sono ch'ei risponderà, non istimare. Dove vanno dunque a ferire

queste instanti querele, che voglion significare questi predicati

spaventi? Sono i Francesi padroni delle cime dei monti! E siano, e

s'arrovellin pure per la fame, per la miseria, per la intemperie in que'

luoghi alpestri e selvaggi; che se hanno i gioghi, e' non hanno i passi,

e non vedo che alcuna fortezza vacilli, non che sia in mano loro, ed il

penetrar in Piemonte con le fortezze nimichevoli a ridosso, sarebbe pei

Francesi stoltizia, piuttosto che coraggio, sarebbe caso più

desiderabile per noi, che spaventoso; che anche quì il valor Piemontese

ed Austriaco affrontolli, ed anche quì biancheggiano ancora i campi

delle Francesi ossa prostrate in battaglie giuste da queste stesse mani,

da queste stesse armi, che ora contro la rabbia loro difendono

l'appetita Italia. Nè so restar capace, come si possa accagionare la

fede, od il valore delle genti Tedesche. Sanlo Savona e San Giacomo,

sanlo Vado e Melogno ancora tinti da repubblicano sangue come feriscono

le spade, come piombino le palle Tedesche. Che i generali d'Austria

abbiano cura della Lombardìa, il crederei facilmente, e debbonla avere:

ma che non curino il Piemonte, dov'è colui che lo dice? Poichè tanto

sangue sparso, tante incontrate morti, non solo sui monti della Liguria,

ma nei seni più reconditi delle Alpi, rendono testimonianza in

contrario. Ma pogniamo esser le cose della guerra tanto pericolose,

quanto il mio avversario asserisce, io non crederò punto mai, ch'elle

siano disperate. Che ancora abbiam braccia e petti, ancora abbiam

fortezze nelle bocche delle Alpi, nè credo, che siamo in grado di essere

costretti ad abbracciare consigli pericolosi, od a farci incontro ad

occasioni immature. Ma giacchè si grida pace, vediam che cosa sia,

vediam che in se porti questa consigliata pace. La pace con la Francia

importa la guerra con l'Austria; il cedere la Savoja e Nizza ai Francesi

vuol significare il ricevere dalle mani loro rapaci qualche porzioncella

del Milanese, vuol significare il dar loro il passo pel Piemonte, vuol

significare il permettere che vadano a ferire direttamente il cuore di

coloro, che fin quì difeso hanno il cuor nostro. Sicchè io vedo

l'infamia sul limitare stesso di quest'accordo; perchè quivi è un dare

al nemico, ed un arricchirsi delle spoglie dell'amico. Pure l'onore è

qualche cosa in questo mondo, e l'incertezza degli umani eventi vi dee

tener avvertiti, che tardi o tosto avrete bisogno di alleati; e quale

alleato possiate trovare, dopo tanta ignominia, per me già nol so. Ma

più addentro questa materia considerando, io trovo che l'accordo con

Francia sarebbe la servitù del Piemonte, sarebbe il suo soqquadro,

sarebbe la sua ruina. Non possono gli Austriaci, quantunque presenti,

tanto avvilupparci, che diventiam servi delle spade Alemanne, perchè le

sedi loro troppo sono dalle terre nostre lontane. Possonlo, e facilmente

i Francesi, perchè qui pur troppo siam vicini alla fonte di un tanto

diluvio, e non so se vi conforti la moderazione loro, la quale quanta e

quale sia, sallo il mondo pieno oramai tutto per opera loro di spaventi

e di ruine. Per giudicare quali i Francesi siano, e di che sappiano in

casa altrui, addomandatelo ai Fiamminghi, addomandatelo agli Olandesi, e

se son contenti essi di avergli per alleati, ed in casa loro, siatene

pur contenti ancora voi, ed abbiatene il buon pro. Semi sonvi di

rivoluzione e di sommossa in Piemonte? Certo sì che vi sono. Ma credete

voi, o mio buon marchese Silva, che i Francesi con la presenza loro gli

spegneranno? Per me nol credo; credo anzi al contrario, che le giacobine

teste pulluleranno, all'aperto si mostreranno, di ultimo sterminio

questa felicissima monarchìa minacceranno. Condanneranle forse i

Francesi in pubblico, ma fomenteranle in segreto; camminerà lo stato

sopra ceneri ingannatrici, e quando voi vi risolverete a mettere il piè

sulle prime faville, le farete prorompere in universale incendio. Un

manifesto francese poi molto bene acconcio, che di manifesti e di ciarle

non hanno inopia, accomoderà il tutto con chiamar voi traditori, voi,

che altro non avrete fatto, che sopportar pazientemente la superbia

loro. S'abbia la Prussia, s'abbia la Spagna pace con la Francia, poichè

per esse non debbono passar i Francesi per andarsene ai disegni loro; ma

poichè eglino per nissun'altra cagione vi propongono a questi giorni la

pace, se non se per passare in Piemonte ad invadere la Lombardìa, pare a

me che la guerra assai più sicura sia della pace; perciocchè la presenza

di questi smodati repubblicani non può essere senza semenze funeste, non

senza scandali, non senza sommosse, non senza inevitabile perdizione. Nè

vi esca di mente, che la Francia per non altro vi richiede ora di pace,

che per farla con l'Austria più potente di voi; nè siate per dubitare

punto, che ove si scoprirà la prima occasione di far pace con lei, la

farà, e lasceravvi nelle peste, nè ricorderassi di voi, manco ancora

dell'amicizia vostra, e dovrete tenervi molto fortunati, se non avrete

ad accorgervi dai patti che seguiranno, quanto pregiudizioso consiglio

sia l'abbandonare un amico fedele e pruovato, per darsi in braccio ad un

amico infedele e nuovo; che questi guadagni appunto si fanno i deboli,

quando vogliono farla da astuti coi potenti. Odo favellare di penuria di

finanze. Ma che penuria, quando ci va la salute dello stato? Per me, ho

vergogna di parlar di denaro, quando si tratta dell'essere, o del non

essere. Poi credete voi, signor mio, che la Francia sia meglio per

impinguar il nostro erario, che l'Inghilterra? Se vel credete voi, non

so qual semplicità sia la vostra. Quanto a me, io mi credo che meglio

proceda il denaro da chi ne ha troppo, e il getta in casa altrui, che da

chi ne ha poco, ed il rapisce in casa altrui. Ora recando alla somma

quello, che sono ito finora minutamente considerando, a me pare, che

l'amicizia con l'Austria sia più sicura e meno pericolosa, che

l'amicizia con Francia. Perciò esorto e prego, che rifiutati i partiti

temerarj, e mostrando il viso alla fortuna, ed alla costanza nostra già

tanto famosa non mancando, dimostriamo al mondo, che il Piemonte

minacciato a' tempi nostri non ha avuto minor animo, che il Piemonte

invaso ai tempi andati».

Queste parole vere in se stesse non restarono senza effetto, meno perchè

vere erano, che perchè gli animi non avevano per un'anticipata

risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta

in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica,

deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si

partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di

molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni, che

nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti,

che avesse a portar con se la presenza dei Francesi in Piemonte. Laonde

la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura

fosse, ma perchè in pari pericolo da ambe le parti, ella era più

onorevole.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 18 / 25 段