Era Savona sito di molta importanza, sì per l'opportunità del porto, sì

pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando

rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per

insidia, o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura

un'abbaruffata fra i repubblicani che vi erano venuti, e i confederati

che gli volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del

governatore Spinola, che serbò la neutralità, e la piazza, costringendo

le due parti a levarsene.

A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie

grossissime. Vedevano i confederati essere per loro di somma importanza

lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò

non riuscissero, la Lombardìa Austriaca sarebbe sempre stata in grave

pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi

impossibile. Nè stettero lungo tempo dubbj del modo, col quale e'

dovevano combattere. Assai lunga era la fronte dell'esercito Francese,

poichè si distendeva sui monti Liguri da Vado insino al colle di Tenda.

Il romperla in mezzo era un vincerla tutta. Pure importava, giacchè

gl'Inglesi avevano l'imperio del mare, e potevano ad ogni ora provvedere

gli alleati di viveri e di munizioni, fare lo sforzo contro la fronte

Francese non troppo lontano dal lido, affinchè le armi marittime e

terrestri potessero cooperare al medesimo fine. Si risolvettero adunque

a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno,

onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala diritta dei Francesi dalle

due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di

Vado, dove i repubblicani si erano molto fortificati, affinchè quel

presidio non potesse mandar gente in ajuto di San Giacomo e di Melogno,

e forse perchè speravano che la fortuna sarebbe stata per loro propizia

anche a Vado; il che avrebbe allargato subitamente lo spazio, dove

gl'Inglesi potevano approdare. Tuttavìa gli assalti principali erano

quello di San Giacomo, che signoreggia il Savonese, e quello di Melogno,

che domina Vado, e più dentro penetrava nelle viscere dell'esercito di

Francia. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il

posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno;

risposero con uguale virtù i Francesi guidati da Laharpe. Tanto fecero i

repubblicani, che quantunque urtati più volte con molto impeto, e con

numero superiore di genti, non si piegarono punto, anzi ributtarono

valorosamente il nemico, che già spintosi avanti con una ostinazione

incredibile, si era impadronito del ponte, che dà l'adito dalla sinistra

alla destra riva del fiume, che scorre presso alle mura di Vado. Questo

fu uno dei fatti della presente guerra, per cui si debbono accrescere le

laudi dei Francesi pel valor dimostrato, e per la perizia del saper

prendere i luoghi, e dell'usar le occasioni. Ma non con pari fortuna

combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa

schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente

tutti i posti, che munivano le alture del primo: varj furono gli

assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le

parti: durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere,

quale avesse a prevalere, o la costanza Austriaca, o la vivacità

Francese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di

cadaveri, e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Francesi; gli

Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto

l'evento della Ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono,

cacciatone di viva forza gli avversarj, sulla sommità del monte. Con

pari disavvantaggio procedevano le cose dei Francesi a Melogno, sebbene

non sia stato tanto ostinato, nè tanto lungo lo scontro della battaglia

che gli fu data. Era questo sito, nel quale era ridotta tutta la somma

della guerra in altre parti, per una omissione inesplicabile del

generale Francese, custodito solamente da due battaglioni, inabili

certamente, per la pochezza delle genti, ad un grosso sforzo. Lo

attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve

contrasto facilmente se lo recava in mano. Il quale accidente mandò in

manifesta declinazione la battaglia pei Francesi, e rendè loro

impossibile lo starsene più lungamente nelle posizioni che avevano

occupato. Per la qual cosa, come prima ebbe Kellerman avviso della

perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni

valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era, non di somma, ma di

estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente il

benefizio di una nebbia assai folta, ed approssimatisi all'improvviso

sulle prime guardie, misero in loro tanto spavento, che andarono, senza

aspettar altro, in fuga; per poco stette, che non disordinassero le

compagnìe, che custodivano le trincee fatte sulla sommità del monte. Ma

tanti furono i conforti dei capitani accorsi a far provvisione a questo

disordine, che i soldati, ripreso animo, ributtarono valorosamente con

le artiglierìe e con le bajonette il nemico, che già si era avvicinato,

e faceva le viste di voler saltar dentro i ripari. Ritiraronsi i

Francesi, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo

rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero di

acquistare con un secondo assalto quello, che non avevano potuto

acquistare col primo. Massena medesimo al solito rischievole guidatore

di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendogli

divisi in tre colonne, comandava alle due estreme, ferissero l'inimico

sui due fianchi, alla mezzana, percuotesse di fronte l'altura

pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia,

che aveva tanto favoreggiato il primo sforzo, fu cagione, che succedesse

sinistramente, fin dal principio, il secondo; perchè le due colonne

laterali, non bene discernendo i luoghi per cui dovevano passare, in

vece di andar al cammin loro, ed operare spartitamente dalla mezzana, si

accozzarono a questa per modo, che invece di tre assalti che avrebbero

tenuto in sospetto gli Austriaci su tutte le bande, massime sulle

laterali più deboli, si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo

cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali

combattendo per diretto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierìe

loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza

strage, a' luoghi dond'erano venuti. S'aggiunse a questo, che gli

Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito

importante, che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due

l'esercito di Francia. Occupato san Giacomo e Melogno, salirono

gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde

poterono bersagliare i Francesi, che tuttavìa vi avevano le stanze.

Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi, di poter conservar

questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici, che non potevano

trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci;

poservi di presidio il reggimento di Alvinzi.

Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova,

succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e

dell'Alpi, con vario evento; imperciocchè ed i Francesi s'impadronirono

del colle del Monte, per cui potevano aprirsi il passo nel più interno

della valle d'Aosta, e si combattè al monte Ginevra molto valorosamente

per ambe le parti, e con lo stesso valore al colle di Tenda, ed a San

Martino di Lantosca; volevano e Francesi e Piemontesi ajutare con questi

assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.

Kellerman, veduto che per l'occupazione fatta dagli alleati dei siti più

importanti verso Savona, le sue stanze in quei luoghi non erano più

sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo di esser tagliata fuori

dalle altre, pensò a tirarla indietro, restringendo in tal modo tutta la

fronte de' suoi, che siccome troppo lunga dal piccolo San Bernardo sino

ai confini di Vado, era più debole al resistere ad un nemico superiore

di numero. Perlochè tirandola con molta prudenza e singolare arte

indietro, l'andava a porre a Borghetto, donde salendo per Ceriale,

Balestrino, e Zuccarello, e piegando pei monti, dai quali sorge il

Tanaro, andava a congiungersi con la schiera che muniva il colle di

Tenda, e quindi con tutta la fronte dell'esercito. Per tal modo Finale e

Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in poter degl'imperiali.

La ritirata dei Francesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma

fu loro da un altro lato di grandissimo incomodo a cagione della

mancanza delle vettovaglie, perchè i Corsari Vadesi e Savonesi con

bandiera Austriaca correvano continuamente il mare, e lo tenevano

infestato sino a Nizza per modo che i bastimenti Genovesi non potevano

più portarvi i fromenti; a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti,

sguizzando la notte, o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad

approdarvi, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestìa. Per

privare viemaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai

lidi di Francia, ed alla parte della Riviera occupata dai Francesi,

aveva il generale Austriaco armato nel porto di Savona certe grosse

fuste, che portavano venti cannoni. Erano anche giunte in Vado due mezze

galere, e quattro fuste Napolitane, che stavano vigilantissime nel

sopravveder il mare. A tutti questi legni minori facevano ala le fregate

Inglesi, che opprimevano con forza superiore, quanto fosse riuscito alle

navi minori di scoprire. Per tutto questo nacque una penuria incredibile

nel campo Francese, e già si promettevano i confederati, che i

repubblicani, indeboliti dalla fame pensassero oramai a ritirarsi da

tutta la riviera. Ma i Francesi, non mostrandosi meno costanti nel

sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi nei

fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto, e dal Ceriale, in

attitudine minacciosa e fiera. Il che vedutosi dai capi della lega, e

stimando che ove la fame non bastava, e' bisognava usar la forza,

assalirono con numero e con valore le posizioni nuove, alle quali i

repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in

cui ora gli uni, ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che

non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Francesi perdettero

il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare quei luoghi era un

perdere tutto il frutto del trattato di Valenziana, un pruovare, che le

potenze imperiale e regia erano impotenti a far impressione in Francia,

un lasciar pendente la lite dell'acquisto, o della preservazione

d'Italia, e finalmente un dar tempo ai Francesi di valersi

dell'accidente favorevole della pace di Spagna, che già si negoziava, ed

era vicina al concludersi. Così le sorti d'Italia si arrestarono, ed

ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli.

Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le

instigazioni segrete di alcuni agenti di questo paese, sì per l'esempio

e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio

Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel novantatre, e sì

finalmente per l'inclinazioni dei tempi, opinioni favorevoli alla

repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza palesemente la

professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili s'adunavano, e

facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notaronsi i discorsi,

seppersi le trame: il governo insorgeva a freno dei novatori. Aveva la

regina Carolina, che molto strettamente si consigliava col ministro

Acton, gran parte nelle faccende del regno. Lo sdegno concetto da

Carolina pei danni pubblici e privati, era operatore ch'ella credesse

annidarsi più malevoli, che veramente non s'annidavano. Forse ancora si

dilettava di vendetta contro coloro, che erano stimati partecipi di

quelle opinioni, che avevano dato l'occasione, onde a sì lagrimevol fine

fossero stati condotti i suoi parenti e consanguinei in Francia. Il

ministro Acton, conosciuto l'umore, si studiava, come i favoriti fanno,

di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della

regina già tanto alterato, congiure, e tentativi di ribellioni

pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il

principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico

procurator di Teramo, uomini disposti non solamente a far giustizia, ma

ancora ad usar rigore. Emanuele de Deo, giovane invasato delle opinioni

nuove, e mescolato nelle congreghe segrete, fu punito coll'ultimo

supplizio, e morì con mirabile costanza. Alcuni altri, rei com'egli,

furono condotti alla medesima fine: alcuni carcerati, alcuni confinati.

Ciò era non solo dritto, ma ancora debito dello stato: ma si crearono

gli uomini sospetti, parte per indizj più o meno fondati, parte anche

senza indizj, mescolandosi le emulazioni e gli odj particolari là dove

non era nè reità, nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un

terrore universale; s'indugiavano i giudizj; le pietose ambizioni non si

stimavano, perchè il pregare pei parenti venuti in disgrazia, ed il

difendere degli avvocati generava sospetto. Il famigliare consorzio era

contaminato dalla paura dei delatori. Diceva Vanni, già confinata in

carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavìa nel regno i giacobini;

abbisognare arrestarsene ancora ventimila; nè si ristava: i carcerati si

moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, perchè Acton aveva gelosìa

dell'autorità di lui, e perchè credeva che aspirasse al favor della

regina per mezzo di una sorella, damigella molto intima di Carolina.

Anzi cotale macchina fu ordita per condurlo al precipizio, che se nol

salvava l'integrità del giudice Chinigò, vi sarebbe anche caduto sotto,

e fora stato privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli

affari di stato. Era Medici, oltre le opinioni che gli si attribuivano,

querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in

giudizio, come se di Francia venissero, quando Chinigò molto

diligentemente risguardando, fece vedere, Napolitane carte essere, non

Francesi. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il

rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente

si sdegnavano: ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al

rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale,

ed a lui più che a' suoi compagni si attribuivano i fatti occorsi, così

fu dismesso ed esiliato da Napoli, gratitudine degna del benefizio. Ciò

non ostante non fu piena la moderazione che si aspettava, perciocchè

l'asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con

Francia. Di questi umori terribili era pieno il Napolitano regno, nè è

da far maraviglia, se abbiano poscia sboccato con tanto impeto, e fatto

sì grande inondazione, quando gli accidenti gli ajutarono.

Frattanto non si confermava l'imperio Inglese in Corsica, parte per

l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani

Francesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli

attribuendo, come sogliono, a quel nome di libertà più di quello che

dare può, sì erano dati a credere, ch'ella dovesse indurre l'immunità

delle tasse; quando poi si trovarono scaduti dalle speranze, si erano

sdegnati, e gridavano, aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò

grande era tuttavìa il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più

amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volontieri

gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della

Corsica ai Francesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Tutti questi

motivi o spartitamente, o unitamente operando, facevano, che non

quietando gli animi, erano sorti parecchi rumori in alcune pievi quà dai

monti, massimamente nei contorni d'Ajaccio. Si adunavano quà e là bande

armate, che non contente al non pagar esse le contribuzioni, impedivano

che altri le pagasse, ardevano i magazzini del pubblico, entravano

armatamente nelle case dei particolari addetti alla Francia, ed anche di

quelli che amavano l'Inghilterra, minacciando, ed ogni cosa rubando. Il

male già grave in se, induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già

gridavano apertamente il nome di Francia. Nè la mala riuscita delle armi

navali Francesi nel Mediterraneo aveva potuto moderare questi umori già

mossi; che anzi mescolandosi la pervicacia del continuare all'animosità

del cominciare, si temeva una turbazione universale, se prontamente non

vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima

diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando

esortatorio. Rammentava i benefizj dell'Inghilterra; avere liberato i

Corsi dall'anarchìa e da un truculento dominio; col proprio sangue aver

loro conservato quel quieto e libero vivere; sopperire col denaro

proprio alle spese più gravi; soldati Corsi pagarsi da lei; l'arsenale

d'Ajaccio da lei fornirsi; inviolata essere in Corsica la libertà delle

persone, sacre ed inviolate le proprietà; il mare libero alle navi mercè

la tutela del naviglio Inglese; la religione antica rispettata,

trattarsi con la santità del papa nuovi ordinamenti al bene universale

molto utili; tutto presagire, tutto promettere un buono e facile ordine

di governo: che voler dunque significare questi umori, e questa

turbolenza nuova? Badassero a non corrompere coi tumulti il bene

universale; badassero che ove la licenza regna in luogo della legge, ivi

non son più sicure nè le proprietà, nè le vite; badassero quanto

imprudente fosse, quando era il tempo di stabilire la libertà e la

sicurtà della Corsica, spargere semi di nuovi travaglj, che potevano

aprir l'adito a farla ritornare nella servitù di un nemico arrabbiato e

vicino; volere un governo senza tasse, essere stoltizia; doversi meno

lagnar la Corsica di altri popoli, poichè l'Inghilterra suppliva del

suo, ed i rappresentanti consentivano; ricordassersi della fede data,

del giuramento fatto; avere più compassione che sdegno ai traviati,

preferire l'ammonizione alla punizione; ascolterebbe ogni giusta

querela, farebbe ragione ad ogni discreta domanda, ma non sarebbe mai

per tollerare, che la violenza prevalesse alla legge, nè che fossero

offesi in Corsica la dignità della corona, ed i diritti constituiti del

re.

Queste esortazioni non restarono senza effetto, non già sulle

popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, non

con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano

volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate

alcune squadre di soldati subitarj, furono mandate ad ajutare nelle

pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo Paoli,

o cagione, o pretesto che fosse di questi romori, fu chiamato in

Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli

aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo

animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in

Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria

famiglia. Paoli, obbediendo all'invitazione, se ne giva a Londra,

trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse sino

all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli nome

riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la

rivoluzione di Francia. Imperciocchè a lui furono più gloriose le

disgrazie che le prosperità, e l'integrità del suo nome incominciò a

restare offesa, quando consentì ad essere ripatriato dalla Francia, e

molto più quando volle sottomettere la patria all'Inghilterra; e poichè

era fisso là donde ogni accidente umano procede che la Corsica avesse ad

essere, non di se stessa, ma o Francese o Inglese, era richiesto a

Paoli, che nè accettasse il benefizio di Francia, nè servisse ai disegni

d'Inghilterra. Tanto è vero, che ad alcuni uomini è più glorioso il

riposare, che il travagliarsi! Ma volle il destino, che questo illustre

Corso servisse di nuova ammonizione a coloro, che o per ambizione, o per

l'amore scelerato delle parti sottomettono la patria loro agli strani;

perchè il minor male che si abbiano, è il sospetto di coloro, a cui

hanno servito.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati Corsi ai soldi

d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti

da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, fra gli

altri massimamente quelli di Ajaccio e di Mezzana più ostinati, deposte

le armi, tornarono all'obbedienza. Così fu ristorata, se non la

concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però, che per l'infezione

delle parti non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra

breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde a questi tempi in Sardegna, principalmente in

Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli

stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna;

domandava i privilegj conceduti dai re d'Aragona, domandava i patti

giurati nel 1720. Capi e guidatori di questo moto erano Goveano Fadda,

Giovacchino Mundula, e principalmente il cavaliere Angioi, uomo tanto

più vicino alla virtù modesta degli antichi, quanto più lontano dalla

virtù vantatrice dei moderni. Sassari mandò i suoi deputati a Torino,

perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderj dei Sardi al

re rappresentassero. Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche

cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto, e se ne

partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati,

componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete con grande

contentezza del re, che molto mal volentieri aveva veduto contaminarsi

la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula, ed

Angioi si posero con la fuga in salvo.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 17 / 25 段