Ma divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il gran

duca, che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello,

che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in

tale modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa

deliberossi al mandare un uomo a posta a Parigi, affinchè fra i due

stati si rinnovasse quella pace, che più per forza, che per

deliberazione volontaria era stata interrotta. E parendogli, siccome era

verissimo, che si dovesse mandare chi fosse grato, diede questo carico

al conte Carletti, che era sempre stato fautore, perchè i Francesi si

proteggessero, e leale giustizia tanto nelle persone, quanto nelle

proprietà avessero. Adunque fu fatto mandato al conte, andasse a Parigi,

e col governo della repubblica la pace concludesse. Molte furono le

querele che si fecero in quei tempi di questa risoluzione, e della

scelta del Carletti. Coloro a cui più piaceva la guerra che la pace,

chiamarono il conte giacobino, e per poco stette che non chiamassero

giacobino anche il gran duca. Certo era un caso notabile, che nel mentre

che solo si vedevano in Europa principi o cacciati dalle proprie sedi

per la furia dei repubblicani di Francia, od a mala pena contrastanti

contro la forza loro, un principe Austriaco fosse il primo ad accordarsi

con una repubblica insolita, e minacciosa al nome dei re. Ma il tempo

non tardò a scoprire, che quello che il gran duca ebbe fatto per solo

amore dei sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui o

per consiglio di favoriti ambiziosi, o per gelosìa della grandezza

altrui. Ma era fatale, che in quella volubilità di governi Francesi,

quest'atto del gran duca non preservasse la Toscana dalle calamità

comuni, perchè vennero tempi, in cui la forza e la mala fede ebbero il

predominio: l'innocenza divenne allettamento, non scudo.

Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per

acquistar miglior fama, e sì per allettar altri principi a negoziare con

quel governo insolito, e terribile. Debole era il gran duca a

comparazione di Francia; ma era pei Francesi di non poco momento, che un

principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse

un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva

credere, che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si

sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlocchè

fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i

primi negoziati, fu concluso, il dì nove febbrajo, tra Francia e Toscana

un trattato di pace e di amicizia, pel quale il gran duca rivocava ogni

atto di adesione, consenso, od accessione, che avesse potuto fare con la

lega armata contro la repubblica Francese, e la neutralità della Toscana

fu restituita a quella condizione, in cui era il dì otto ottobre del

novantatre.

Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si

rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi per l'abbondanza

dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del gran duca

Ferdinando, il quale non lasciatosi trasportare agli sdegni d'Europa, e

solo alla felicità del sudditi mirando, aveva loro quieto vivere, e

sicuro stato acquistato. Bandissi la pace pubblicamente con le solite

forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata Inglese,

che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando, non aver dovuto la

Toscana ingerirsi nelle turbazioni d'Europa, nè l'integrità, o la salute

sua fidare alla preponderanza di alcuno fra i principi in guerra, ma

bensì al diritto delle genti, ed alla fede dei trattati; non aver mai

dato a nissuno causa di offenderla; essere stata imparziale, essere

stata neutrale giusta la legge fondamentale del gran ducato pubblicata

nel settantotto dalla sapienza di Leopoldo; sapere Europa come, e quando

il principe ne fosse stato violentemente, e per una estrema forza

svolto, e con tutto ciò non altro aver tollerato, se non che il ministro

di Francia si allontanasse dalle terre di Toscana; avere ciò conosciuto

la nazione Francese; però essere stata la Toscana, con la conclusione

del nuovo trattato, redintegrata di quei beni, che per forza le erano

stati tolti; volere perciò, ed ordinare, che il trattato si eseguisse, e

l'editto di neutralità del settantotto si osservasse. Perchè poi quello,

che la sapienza aveva accordato, i buoni uffizj conservassero, chiamò

Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia.

Introdotto al cospetto del consesso nazionale, orava dicendo, che

mandato dal gran duca in Francia a fine di ristabilire una neutralità

preziosa al governo Toscano, aveva molto volentieri accettato il carico,

siccome quello, ch'ei credeva molto onorevole ad uomo, qual egli era,

amico dell'umanità, amico della patria, amico della Francia;

fortunatissimo per lui riputare il giorno in cui aveva concluso la pace

con la repubblica Francese; essersene rallegrata Toscana con segni di

universale contento; pacifica essere Toscana, voler vivere in termini

amichevoli con tutti; aver sempre avuto i Toscani, malgrado di tutti gli

accidenti occorsi, in onore la potente nazione Francese; sforzerebbesi

egli in ogni modo per fare, che l'amicizia fra i due stati fosse

perpetua; desiderare che la pace conclusa tra Francia e Toscana fosse in

felice augurio di altre tanto all'Europa necessarie: gissero adunque,

continuassero nella temperanza testè mostrata; che sperava ben egli, che

siccome ora gli vedeva coi capi cinti di lauro, così presto gli vedrebbe

con le palme piene d'ulivo.

Rispondeva il presidente con magnifico discorso: il popolo Francese

assalito da una lega potentissima, avere, malgrado suo, preso le armi,

avere anche acquistato gloriose vittorie; ma non desiderare altra

conquista, che quella della sua independenza; volere esser libero, ma

rispettare i governi altrui; sarebbe temperato nella vittoria, come

terribile nelle battaglie; piacergli la Toscana moderazione, piacergli

le cure avute dei perseguitati, piacergli le dimostrazioni amichevoli di

Ferdinando gran duca: perciò avere tosto accettato gli accordi, che

Toscana era venuta offerendo; accettare con animo benevolo il presagio

di altre concordie; non esser nati e fatti i popoli per odiarsi fra di

loro, bensì per amarsi, bensì per travagliarsi concordevolmente a

procacciare felicità vicendevole; tali essere i desiderj, tali le più

instanti cure del Francese popolo in mezzo a così segnalate vittorie:

esser pronto a far guerra, più pronto a far pace; vedere il consesso

volentieri in cospetto suo un uomo noto per filosofia, noto per umanità,

noto per servigj fatti a Francia: augurarne sincera e durabile

concordia.

Infine, perchè non mancasse a queste lusinghevoli parole quel condimento

dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente

l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti.

Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con

nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioje corte e vane, dolori

lunghi e veri.

Giacchè siamo entrati in questa lunga e nojosa briga di raccontare dolci

parole e tristi fatti, non vogliamo passar sotto silenzio le

dimostrazioni non dissimili, con le quali si procedette col nobile

Querini, destinato dalla repubblica Veneziana ad inviato appresso al

consesso nazionale di Francia. Avevano coloro, che nei consigli di

Venezia prevalevano, sperato di sollidar vieppiù lo stato della

repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè

con la presenza e con la destrezza dimostrasse, esser vera e sincera a

determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè,

adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato

straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non so se fosse maggiore

o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua

patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.

Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al

consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con

bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica da tempi

antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari, e pel

desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine

verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una

repubblica, che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue

vittorie. Qual cosa infatti poter essere a lui più lusinghiera, quale

più gioconda di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso

di Francia, a fine di confermar l'amicizia, che il senato e la

repubblica di Venezia alla repubblica Francese portavano? sperare la

conservazione di quest'antica amicizia sperarla, desiderarla, volerla

con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene

fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se al mandato della sua

cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e

se conceduto gli fosse di vedere, che il consesso medesimo fatto

maggiore di se, e benignamente agli strazj dell'umanità risguardando,

con generoso consiglio dimostrasse, aver più cura della pace che della

guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di

tutti.

Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla

repubblica Francese quel giorno, in cui compariva avanti a se l'inviato

della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in

volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere

l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima

sotto la tirannide dei re; ora dover l'accordo essere più dolce, perchè

libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta

la Veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari;

pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la

sua sapienza, e pe' suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re

giudicato, spesso l'Occidente dai barbari preservato: similmente sorta

la Francese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara

dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le

insidie, chiamato in ajuto la civile discordia; ma tutto stato essere

indarno, la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che

siccome pari era il principio, e pari l'effetto, così sarebbe pari

l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la

gran lite in pendente, accolto l'inviato della Francese repubblica

onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere

generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva

dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così goderebbe

securamente i frutti di una fortuna certa: avere potuto la Francia,

quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed

ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente

essere, e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto

il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia, e si

confortasse, che la nazione Francese nel numero de' suoi più puri, de'

suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne

gisse pur contento, che la Francese repubblica contentissima si riputava

di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari

estimazione in Francia goderebbe di quella, che già si era in Venezia

acquistata: i desiderj di pace essere alle due repubbliche comuni;

confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.

Per tale modo si vede, che per testimonio del presidente

Lareveillere-Lepeaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di

Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo, ed un

soldato uso ad ogni violenza la distrussero, chiamandola vile, schiava e

perfida.

Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini,

si rallegrarono vieppiù coloro, che avevano voluto fondar lo stato

piuttosto sulla fede di Francia, che sull'armi domestiche, e si

credettero di aver in tutto confermato l'imperio della loro antica

patria.

Dalla parte d'Italia, dove era accesa la guerra, incominciavano a

manifestarsi i disegni dei Francesi. Doleva loro l'acquisto fatto della

Corsica dagl'Inglesi, e desideravano riacquistarla, perchè non potevano

tollerare, che la potenza emola fermasse con la comodità di quell'isola

un piede di non piccola importanza nel Mediterraneo. Oltre a ciò le

genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per un'estrema

carestìa di vettovaglia; importava finalmente, che il nome e la bandiera

di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con

incredibile celerità a Tolone un'armata di quindici grosse navi di fila

con la solita accompagnatura delle fregate, e di altri legni più

sottili. Genti da sbarco, e viveri in copia vi si ammassarono: usciva

nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque dell'isole Iere

aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi

pensieri.

Il vice ammiraglio Inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con

un'armata, in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte

Inglesi, ed una Napolitana, con tre fregate Inglesi e due Napolitane,

ebbe subitamente avviso dell'uscita dei Francesi sì per un messo da

Genova, sì per le sue fregate più leste, che a questo fine andavano

correndo il mare tra la Corsica e la Francia. Pose tosto in alto per

andar ad incontrar il nemico, e per combatterlo ovunque il trovasse.

Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio Francese Martin, al quale

obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con

lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore

ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie

l'imperio del Mediterraneo. Aveva per compagno a quest'impresa il

rappresentante del popolo Letourneur, uomo non alieno dalle bisogne di

mare, ma che in questo fatto faceva più le veci di confortatore, che di

guidatore. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità

della fortuna; perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del

salpar dei Francesi, spedito ordine alla nave il Berwich, che stanziava

a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a

congiungersi con lui verso il capo Corso, ella, abbattutasi per viaggio

nell'armata Francese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il

San-Culotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Francesi di quell'età le

navi loro) e da tre fregate, per modo che combattuta gagliardamente, fu

costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che

veniva via a vele gonfie per secondare i suoi, che già combattevano. Ciò

non ostante non si arrese il Berwich senza un feroce contrasto, e tanto

fu ostinata la sua difesa, che il San-Culotto mal concio ritirossi per

forza nel porto di Genova, e poco poscia in quello di Tolone. Intanto

arrivavano le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno tredici

marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Francesi, perchè

separata per una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il

Mercurio, e perduto l'albero maestro, andò a dar fondo nel golfo di

Juan; per questi accidenti si trovarono i Francesi al maggior bisogno

loro con due navi di manco, delle quali il San-Culotto, essendo a tre

palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi

il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso

il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In

questo tra pel mareggiare, che era forte a cagione del vento assai

fresco, e per la forza dell'artiglierìe Inglesi, che già si erano

approssimate, perdè il vascello il Ça-ira gli alberi di gabbia, e

diventato inabile a far le mosse, correva pericolo di esser predato

dagl'Inglesi. Infatti, non così tosto si era Hotham accorto del sinistro

del Ça-ira, che il fece perseguitare dalla fregata l'Inconstante, e dal

vascello l'Agamennone. Si difese molto gagliardamente Ça-ira, rendendo

furia per furia molto tempo, sicchè diede abilità a' suoi di venire in

soccorso. Mandava Martin la fregata la Vestale per rimorchiarlo, la nave

il Censore per ajutarlo; anzi tutta l'armata accorreva per arrestar il

corso al nemico, e per salvar la nave che pericolava. Queste mosse molto

opportune operarono di modo che gl'Inglesi si tirarono indietro.

Sopraggiunse la notte; il Ça-ira trovossi guasto per modo che quantunque

liberato pel valore de' suoi compagni dal pericolo, non potè raggiungere

il grosso dell'armata, e continuava tuttavia a dimorar troppo più vicino

all'Inglesi, che la salute sua richiedesse. S'aggiunse, che il Censore,

quantunque replicatamente comandato gli fosse, quando il Ça-ira fu

sbrigato dall'assalto degl'Inglesi, di venir a ricongiungersi con

l'armata, si mostrò poco ossequente alla volontà di Martin; e continuò a

stanziare verso la flotta Inglese. Questi accidenti, parte inevitabili,

parte fortuiti, furono cagione che la mattina del quattordici le due

navi il Ça-ira ed il Censore si scopersero più vicine agl'Inglesi che ai

Francesi. Non posto tempo in mezzo, Hotham mandava le due navi il

Bedford ed il Capitano ad assaltarle, avvisandosi, che o le rapirebbe, o

i repubblicani, per salvarle, sarebbero venuti ad una battaglia giusta.

Contrastarono le due navi Francesi con tanto valore, che gl'Inglesi non

poterono venire così tosto a capo del disegno loro. Chiamarono in

soccorso l'Illustre ed il Coraggioso; ma furono anche queste tanto

lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più

abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel

porto di Livorno. Continuavano nientedimeno il Bedford ed il Capitano a

fulminare le due navi della repubblica, che fortemente danneggiate negli

alberi, nelle sarte, e nelle vele, nè potendo pel silenzio dei venti il

grosso dell'armata accorrere in ajuto loro, calata la tenda, si

arrenderono. Avevano gl'Inglesi il benefizio del vento; finalmente,

essendosi messa una brezza leggiera anche pei Francesi, se ne

prevalsero, non già per riconquistare le due navi perdute, che

intieramente disgiunte dalla flotta loro per la presenza dell'Inglese,

che s'era posta in mezzo, non avevano più rimedio, ma bensì per

ritirarsi con minor danno che possibil fosse, da quel campo di battaglia

oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata,

nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; perchè il vascello il

Duquesne, che era il capofila, al quale tutti gli altri avrebbero dovuto

accostarsi per fronteggiar l'inimico con una non interrotta squadra, o

non avendo inteso i comandamenti del capitano generale, o contraffacendo

manifestamente al medesimi, passò a sopravvento degl'Inglesi. Fu

seguitato dai due vascelli la Vittoria ed il Tonante, per modo che

l'armata repubblicana divisa in due, e tramezzata dall'Inglese, non

poteva più nè uniformare i pensieri, nè operare di concerto. Ma un

cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile; perchè il

Duquesne, la Vittoria, ed il Tonante bersagliarono, nel passare, con

tanto furore la fila Inglese, che ne fu mezzo sperperata; gl'Inglesi

medesimi, sebbene in quei tempi non giusti estimatori del valore dei

Francesi, ne restarono maravigliati. Questo accidente fece anche di modo

che Hotham, pensando meglio a risarcire le navi guaste, che a

perseguitar l'inimico, andò a porre nel porto della Spezia. Poco tempo

dopo passando pel mar Tirreno, si condusse a San Fiorenzo di Corsica,

per sopravvedere da luogo più vicino ciò che potesse sorgere da Tolone.

Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor

degl'Inglesi. Si ricoverarono i repubblicani dopo la battaglia al golfo

di Juan, poscia all'isole Iere, e finalmente nel porto di Tolone.

Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le

parti il valore, ma maggiore dalla parte degl'Inglesi la perizia, e la

ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Francesi l'impresa

di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le

province meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i

repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che

se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più

ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame, sì

efficace raffrenatrice del bene, sì potente instigatrice del male.

In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la

repubblica Francese, e il re di Prussia, accidente gravissimo, e che

diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione, come per la

diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare, che

l'imperator d'Allemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in

costanza; anzi cominciando a manifestarsi gli effetti in Piemonte del

trattato di Valenziana, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano

arrivati, malgrado dell'alienazione della Prussia, alzarono la mente a

più importanti pensieri, nutrendosi della speranza di cacciar del tutto

i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa, avviate le

genti loro verso il Cairo, dal quale i Francesi si erano ritirati, ed

occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto

memorabile. Erano in tale modo ordinati i confederati, che l'ala loro

sinistra guidata dal generale Wallis, e più vicina a Savona, faceva

sembiante di volersene impadronire, e di assaltare i Francesi che si

erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il

generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di

voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo, e di

Melogno: la destra, che obbediva al generale Argenteau, movendosi dalle

vicinanze di Ceva, dava a dubitare che con impeto improvviso

avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di

cavallerìa Piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi,

o gli Apennini, ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria.

Corpi sufficienti di truppe, massime Piemontesi, munivano le valli di

Stura, di Susa, e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di

Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come gli

chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia,

nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e più precipitosi

delle Nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse

dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche

crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la

regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e

moderazione fra di loro, bastavano per frenare appetiti così smoderati,

e così disumani. Certamente questi Barbetti, se si possono lodare, non

dirò dell'intenzione, che pur troppo era rea, ma della cagione che

pretendevano ai fatti loro, debbono biasimarsi pei modi che usarono,

perchè fecero degenerare la guerra delle battaglie, in assalti

fraudolenti e crudeli di strade.

Dall'altra parte i Francesi governati dal Kellerman erano molto intenti

alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito

loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala diritta,

sotto l'imperio di Massena, stanziava coll'estremità sua a Vado, e

distendendosi pei monti di San Giacomo, di San Pantaleone, di Melogno,

di Bardinetto, del San Bernardo, e della sommità della Pianeta, arrivava

insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che

pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra,

che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e

della Tinea.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 16 / 25 段