dell'esercito, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la
battaglia, e dopo che le sue genti già erano schierate, considerato che
i Francesi, siccome quelli che non avevano artiglierìe, e poca
cavallerìa, avrebbero tentato di aprirsi il varco con una battaglia
sparsa su pei luoghi alti e scoscesi per le ali del suo esercito, a fine
di riuscirgli alle spalle, operò, che alcuni battaglioni dell'antiguardo
venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse
intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.
Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i
Francesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali
Massena e Laharpe, e dal generale d'artiglierìa Buonaparte, ai quali si
aggiungevano i rappresentanti del popolo Albitte e Saliceti, con
Buonaroti, agente nazionale. Erano le genti loro divise in tre schiere:
la prima seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la
strada alla Rocchetta del Cairo andava ad assaltare gli Austriaci posti
al Colletto. La seconda passando pel convento di San Francesco del Cairo
assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vallaro; poi fatto un
branco di se composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il
colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per
superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza,
radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta,
riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che
era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia
avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo
furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini
degl'imperiali si rompevano; ma pel valore loro tosto si rannodavano: i
due cannoni facevano grande strazio nei Francesi. La seconda colonna
sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in
ajuto del Pianale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte
Vallaro, e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto gli
disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre
mandate dal Wallis, gli Austriaci con nuova vigorìa combattendo fin
oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a
sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che si era posto in
agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel
punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare
indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor
degl'imperiali: ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del
Colletto assaltato, e difeso con mirabile costanza. Le fanterìe dei
Francesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavallerìa si fece
avanti, e diè per modo la carica alla cavallerìa Austriaca, ch'essa, non
fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là dal Colletto,
proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due
cannoni. E' pare che l'intenzione degli Austriaci, superiori di
cavallerìa, superiori di artiglierìe, sia stata, operato prima grande
uccisione dell'esercito nemico, di allettare tanto la cavallerìa dei
repubblicani, che condottasi nella valle di Pollovero potesse essere
bersagliata con evidente vantaggio di fianco e di fronte dalle batterìe
di Santa Lucìa e del Pianale. Ma i Francesi accortisi dell'insidia, e
considerato che i fianchi della valle erano tutti occupati dagli
Austriaci, per modo che e' potevano essere circondati da ogni parte, non
si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza, o
abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e
minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucìa, e dell'argine
del mulino. Scesero i Francesi dal Colletto nella pianura, e già si
erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai
Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterìe di Santa Lucìa,
e del Pianale cominciarono a fulminargli con orribile fracasso. Dalla
parte loro anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel
tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro
esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage, se non quando,
sopraggiunta la notte, i Francesi furono sforzati a ritornarsene oltre
il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto
dell'artiglierìe d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in
questo fatto i Francesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci
meglio di settecento, fra i quali alcuni ufficiali di nome.
Questa battaglia del Dego fu una fazione bene e valorosamente combattuta
da ambe le parti, nè si potrebbe con parole descrivere l'ardore, per non
dire il furore, col quale andarono i Francesi all'assalto, nè minor
valore era richiesto, perchè potessero tener pari la bilancia, niuna
artiglierìa avendo, cavallerìa debole, ed essendo gli Austriaci bene
forniti dell'una e dell'altra, e di più trincerati in luoghi fortissimi.
Dall'altro canto non si potrebbe lodare abbastanza l'arte dei generali
Austriaci nel governar gli accidenti della fortuna in questo difficile
ed importante fatto, nè la fermezza, e la longanimità delle genti loro.
Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a se la fama della vittoria, e
dell'onore di questo giorno. Certo è, che gli Austriaci ebbero il
vantaggio della somma del fatto, perchè non solamente obbligarono i
Francesi a ritirarsi dal campo di battaglia, e serbarono tutti i posti
loro, ma ancora nissun accidente, che dipendesse dal nemico, gli
obbligava a ritirarsi. Ciò non ostante pel seguito delle cose fu per
consentimento universale aggiudicata la palma ai Francesi; perciocchè
gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida
interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dove erano le
riposte dell'esercito, ovvero che, come da alcuni fu scritto, avessero
avuto avviso che un corpo Francese partito di Savona, passando per la
valle d'Erro, fosse per riuscir loro alle spalle, e per tale guisa
mozzar loro la strada, la notte dei ventidue, abbandonate le forti
posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie, e con le artiglierìe in
Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli
Austriaci: perchè e nissun corpo Francese era a quei giorni in Savona, e
tutti i Francesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e
nissun'altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza fino a Savona.
Questa falsità di avvisi, o che procedesse dalla solita parsimonia
Austriaca nello spendere, o dalla nimistà delle popolazioni, operò molto
efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare
molte imprese dell'armi imperiali.
Intanto i Francesi temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a
credere, che gli avversarj si fossero ritirati, dubitando anzi di essere
assaliti in sul far del giorno, molto pesatamente, e con ogni cautela
entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello, di che non
potevano sospettare, era vero, vi si confermarono, e diedero mano a
vuotare, e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini
dell'esercito Tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè
contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico,
diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono
quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le
avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra
grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le
vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità
considerabile di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando insomma con
ogni proceder loro, quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole,
tristo presagio dei mali ancor più gravi, che si preparavano
all'infelice Italia.
L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si
ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo
di Morozzo, e pei tempi sinistri, sul Genovesato, dove si fortificava,
principalmente a Vado, aspettando, che la stagione nuova gli facesse
facoltà di tentare fazioni di maggior momento.
LIBRO QUINTO
SOMMARIO
Il re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria.
Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte
d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la
repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al
consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del
nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e
risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e
gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e
quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la
repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi
dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di
Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi.
Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo
Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna
conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a
fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio
Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino
per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del
marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del
marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo
all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di
novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.
Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole
alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma
eziandìo, e molto più verso la Spagna, i Paesi Bassi, e quella parte
della Germania, che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi
in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che cacciati
al tutto gli eserciti Inglesi, Olandesi, Prussiani, ed Austriaci, si
erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda, e di tutta la Germania di
quà dal Reno, sì fattamente che minacciando di varcar questo fiume,
niuna cosa lasciavano sicura sulla sua destra sponda. Tante e così
subite vittorie davano timore, che la confederazione si potesse
scompigliare, e che alcuno fra gli alleati, disperando dell'esito finale
della guerra, pensasse ad inclinar l'animo ai Francesi, e ad anteporre
una pace, se non sicura, almeno manco pericolosa, ad una contesa, il cui
fine era oramai divenuto, se non del tutto impossibile, certamente molto
incerto a conseguirsi. A questo si aggiungeva, che il reggimento che si
era introdotto in Francia dopo la morte di Robespierre, mostrava e più
moderazione verso i cittadini, e maggior temperanza verso i forestieri.
Dannava le immanità del governo precedente, dannava gl'incentivi o
subdoli o superbi usati verso i sudditi, e verso i principi forestieri.
Protestava voler vivere amico di tutti, e non consentire a turbar la
pace altrui, se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi
inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome
di repubblica, al quale suono i principi d'Europa penavano ad avvezzare
le orecchie, prevedendo, che questo nome solo, e con quest'allettamento
della libertà, che i Francesi pretendevano negli scritti e nelle parole
loro, e che con tanto maggior efficacia opera nella mente dei mortali,
quanto ella è una immagine vaga e non bene definita, basterebbe col
tempo, senza che necessaria fosse la forza, a partorir variazioni
d'importanza, ed a cambiar l'ordine antico. Non ostante, essendosi le
cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di
presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de'
lati il terrore delle armi Francesi, diminuito dall'altro il pericolo
delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la
volontà di procurar i proprj vantaggi, con danno di tutti o di alcuno
dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la
Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, sì pel desiderio della
bassezza dell'Austria, sì per le antiche sue consuetudini con la
Francia, e sì per timore della Russia, che continuamente stimolava e non
mai ajutava. Di ciò se n'erano già veduti appropinquare alcuni effetti,
perchè il re Federico Guglielmo, ora ritirava le sue genti dal campo di
guerra, ora voleva mettere a prezzo la cooperazione loro, ed ora dannava
le leve Germaniche per istormo. Insomma pareva a chi guardava
dirittamente, che questo membro della lega avesse frappoco a separarsi
dai consiglj comuni; il quale caso quanto peso fosse per arrecare nelle
cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza, e la
sede de' suoi reami. Si temeva pertanto, che l'inverno, il quale
acquetando l'operare risveglia il deliberare, potesse condurre qualche
negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che ove la stagione
propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Francesi avessero a
fare qualche grande impeto con insinuarsi nelle viscere di uno, o di più
dei rimanenti alleati. Ma già avevano i Francesi verso Germania
acquistato quanto desideravano; poichè signori dell'Olanda, signori
delle province Germaniche poste di quà dal Reno, a loro non rimaneva
altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel
fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator
d'Alemagna a conoscere la repubblica loro, ed a concluder la pace con
lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè
l'Austria, sebbene sbattuta dalla fortuna, era tuttavìa formidabile,
massime se si venissero a toccare gli stati ereditarj. Per lo che
avvisavano, lei potersi assaltare con minor pericolo, e col medesimo
frutto da un'altra parte.
Quanto alla Spagna, sebbene i Francesi si fossero aperta la strada nel
cuore di quel regno coll'acquisto delle fortezze di Fontarabia, e di
Figueras, non ponevano l'animo a volervi fare una invasione
d'importanza; perciocchè e il paese era povero, e le opinioni contrarie,
e la posizione tanto lontana dagli altri luoghi nei quali si combatteva,
che non si poteva nè operare di concerto, nè secondare i casi prosperi,
nè ajutare i sinistri. Nè si credeva che abbisognassero gli estremi
sforzi, ad una inondazione totale di forze repubblicane per costringere
la Spagna alla pace: anzi credevano i Francesi, che un romoreggiare in
sui confini a ciò bastasse. Pareva poi anche loro una invasione di quel
reame cosa troppo insolita da potersi tentare così alla prima, opinando
che l'essersi sempre astenuti i loro maggiori dall'invadere quella
provincia, non fosse senza gravi ed efficaci ragioni. Oltre a questo
aveva forza nei consiglj di Spagna una condizione particolare; perchè
salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia,
avvisavano i Francesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti
straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità,
allontanando con un accordo un pericolo gravissimo, che a mantenere
l'integrità della fama del nome Spagnuolo, e quanto richiedeva in quella
occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.
Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe piuttosto che
in altro luogo voltato il corso delle armi Francesi: per questo avevano
i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli
Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone;
per questo allettato con promesse e con lusinghe il re di Sardegna; per
questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana, e turbato
Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone con
crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del
Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro,
come, quando, per quale via, e con quali mezzi dovessero assaltar
l'Italia. Era la penisola in questo anno la principal mira dei disegni
loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi,
poterla correre a posta loro, perchè malgrado delle funeste pruove fatte
in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito
principalissimo dei Francesi. Conculcate poi l'armi Austriache in lei,
precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano
che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.
Sì fatti disegni, non solamente non celati studiosamente, come si suol
fare per l'ordinario, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio
nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente dei
principi Italiani. Il re di Sardegna ridotto in estremo pericolo,
perduti oggimai i baloardi delle Alpi, e trovandosi con l'erario
consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del
deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il
dire, che posto in una necessità fatale, e portato del tutto da un
destino inevitabile, altro scampo più non avesse che aperto gli fosse,
se non di pruovare, se forse l'armi, che sempre sono soggette alla
fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più
favorevoli; imperciocchè aveva da una parte a fronte un nemico che egli
stimava tanto infedele nella pace quanto era veramente terribile nella
guerra, ed il paese suo era occupato da grossi battaglioni d'Austriaci,
per modo che lo sbrigarsi dai medesimi sarebbe stata impresa
difficilissima, ed anche pericolosa. Per la qual cosa o fosse elezione,
o fosse necessità, deliberossi di non separare i suoi consiglj da quei
de' confederati, e di continuare piuttosto nell'amicizia Austriaca già
pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in
braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principj della
monarchìa. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere
gli accordi di Valenziana così freschi, e prima che si fosse
sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per
verità l'Austria, commossa dal pericolo imminente, che i Francesi
superate le Alpi, ed annientata la potenza Sarda inondassero l'Italia,
non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione dei patti di
Valenziana; perchè oramai non si trattava soltanto della salute di un
alleato, ma bensì della propria, e quello che forse la fede non avrebbe
fatto, il faceva la necessità; perlocchè si dimostravano dalla parte
della Germania ogni dì più efficaci movimenti, le genti Tedesche
ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto, e capace
di tentare, unito al Piemontese, fazioni d'importanza. Così, sebbene già
si vedesse in aria, che qualche alleato avesse a far variazioni dalle
parti di Germania, dimostravano i confederati speranza grande di poter
porre le cose d'Italia in tale stato, che per poco che la fortuna avesse
a guardare con occhio più benigno le armi loro, si avrebbe potuto
opporre un argine sufficiente contro quel fiume tanto impetuoso, e tanto
formidabile. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero
d'accordo con un nemico, che più odiava ancora che temesse, allestiva
con ogni diligenza le armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo
stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al
dispendio straordinario coi mezzi ordinarj, e trovandosi oppressato
dalla necessità di danari, si diede opera a vendere in virtù di una
bolla pontificia, trenta milioni di beni della chiesa; venderonsi i beni
degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monti; posesi un accatto
sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale,
del tabacco, e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per
capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente,
rendevano i popoli scontenti; ma però gettando somme considerabili
ajutavano l'erario a pagar soldati, esploratori, e Tedeschi. Così tra le
gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate, e il romore
dell'armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed
il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.
Le vittorie dei repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino
avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio dei Savi
in Venezia nella risoluzione presa di mantener la repubblica neutrale e
poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il gran duca di Toscana a
far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica Francese,
e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale
sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia s'era
allontanato. Aveva sempre il gran duca in mezzo a tutti quei bollori,
conservato l'animo pacato, e lontano da quegli sdegni che oscuravano la
mente degli altri sovrani rispetto alle cose di Francia; non già che
egli appruovasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le
abborriva, ma avvisava, che infino a tanto che i repubblicani si
lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato
quietare altrui, e che il combattergli sarebbe stato cagione, che si
riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro, che
essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua e pei cattivi consigli d'altri,
i Francesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui, per modo che
oramai quella sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazj di guerra,
era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il gran
duca s'accostasse a quelle deliberazioni, che i tempi richiedevano, e
che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agl'interessi
della Toscana. Quello adunque che la natura ed una moderata consuetudine
davano, volle il governo confermare col fatto: la memoria del buon
Leopoldo operava in questo efficacemente. Oltre a ciò il porto di
Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia,
di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del
Mediterraneo. Quivi concorrevano gl'Inglesi col loro numeroso navilio sì
da guerra che da traffico; quivi i Francesi ed i Genovesi, o sotto nome
proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffichi loro, massimamente di
fromenti, che trasportavano nelle province meridionali della Francia.
Levavano gl'Inglesi grandissimi romori per cagione di questi ajuti
procurati dalla neutralità di Livorno; ma il gran duca, preferendo
gl'interessi proprj a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e
sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai
repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo,
ordinava che fossero aperti i tribunali ai Francesi, e venisse fatta
loro buona e sincera giustizia secondo il dritto e l'onesto. Avendo poi
anche udito che alcuni falsavano la carta moneta di Francia, diede
ordine acciò sì infame fraude cessasse, e fosserne castigati gli autori.
La quale cosa non senza un singolar piacere dall'un de' lati, e sdegno
dall'altro io narro vedendo, che in un principe Italiano, signore di un
piccolo paese, ed esposto alle ingiurie di tanti potenti tanto abbia
potuto l'amore del giusto, e di quanto havvi nella civiltà di più santo
e di più sacro; ch'egli abbia impedito e dannato un'opera sì vituperosa,
mentre appunto nel tempo medesimo uomini perversi in paesi ricchissimi e
potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor
peggiore, la compivano, non nascostamente, ma apertamente, e se non per
comandamento espresso del governo loro, certo con connivenza, od almeno
con tolleranza scandalosa di lui. Così le mannaje uccidevano gli uomini
a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo stato
incrudeliva in Napoli, così i falsarj contaminavano l'Inghilterra,
mentre l'innocente Toscana, non guardando nè su i cappelli i colori, nè
sulle bocche la favella, ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più
da una parte che dall'altra. Felice condizione, in cui nè il timore
avviliva, nè la superbia gonfiava, nè l'appetito dello avere altrui
precipitava a risoluzioni inique e pericolose!