Il generale Austriaco Wallis, a cui era commesso il governo supremo

dell'esercito, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la

battaglia, e dopo che le sue genti già erano schierate, considerato che

i Francesi, siccome quelli che non avevano artiglierìe, e poca

cavallerìa, avrebbero tentato di aprirsi il varco con una battaglia

sparsa su pei luoghi alti e scoscesi per le ali del suo esercito, a fine

di riuscirgli alle spalle, operò, che alcuni battaglioni dell'antiguardo

venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse

intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.

Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i

Francesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali

Massena e Laharpe, e dal generale d'artiglierìa Buonaparte, ai quali si

aggiungevano i rappresentanti del popolo Albitte e Saliceti, con

Buonaroti, agente nazionale. Erano le genti loro divise in tre schiere:

la prima seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la

strada alla Rocchetta del Cairo andava ad assaltare gli Austriaci posti

al Colletto. La seconda passando pel convento di San Francesco del Cairo

assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vallaro; poi fatto un

branco di se composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il

colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per

superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza,

radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta,

riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che

era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia

avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo

furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini

degl'imperiali si rompevano; ma pel valore loro tosto si rannodavano: i

due cannoni facevano grande strazio nei Francesi. La seconda colonna

sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in

ajuto del Pianale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte

Vallaro, e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto gli

disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre

mandate dal Wallis, gli Austriaci con nuova vigorìa combattendo fin

oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a

sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che si era posto in

agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel

punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare

indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor

degl'imperiali: ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del

Colletto assaltato, e difeso con mirabile costanza. Le fanterìe dei

Francesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavallerìa si fece

avanti, e diè per modo la carica alla cavallerìa Austriaca, ch'essa, non

fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là dal Colletto,

proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due

cannoni. E' pare che l'intenzione degli Austriaci, superiori di

cavallerìa, superiori di artiglierìe, sia stata, operato prima grande

uccisione dell'esercito nemico, di allettare tanto la cavallerìa dei

repubblicani, che condottasi nella valle di Pollovero potesse essere

bersagliata con evidente vantaggio di fianco e di fronte dalle batterìe

di Santa Lucìa e del Pianale. Ma i Francesi accortisi dell'insidia, e

considerato che i fianchi della valle erano tutti occupati dagli

Austriaci, per modo che e' potevano essere circondati da ogni parte, non

si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza, o

abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e

minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucìa, e dell'argine

del mulino. Scesero i Francesi dal Colletto nella pianura, e già si

erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai

Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterìe di Santa Lucìa,

e del Pianale cominciarono a fulminargli con orribile fracasso. Dalla

parte loro anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel

tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro

esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage, se non quando,

sopraggiunta la notte, i Francesi furono sforzati a ritornarsene oltre

il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto

dell'artiglierìe d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in

questo fatto i Francesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci

meglio di settecento, fra i quali alcuni ufficiali di nome.

Questa battaglia del Dego fu una fazione bene e valorosamente combattuta

da ambe le parti, nè si potrebbe con parole descrivere l'ardore, per non

dire il furore, col quale andarono i Francesi all'assalto, nè minor

valore era richiesto, perchè potessero tener pari la bilancia, niuna

artiglierìa avendo, cavallerìa debole, ed essendo gli Austriaci bene

forniti dell'una e dell'altra, e di più trincerati in luoghi fortissimi.

Dall'altro canto non si potrebbe lodare abbastanza l'arte dei generali

Austriaci nel governar gli accidenti della fortuna in questo difficile

ed importante fatto, nè la fermezza, e la longanimità delle genti loro.

Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a se la fama della vittoria, e

dell'onore di questo giorno. Certo è, che gli Austriaci ebbero il

vantaggio della somma del fatto, perchè non solamente obbligarono i

Francesi a ritirarsi dal campo di battaglia, e serbarono tutti i posti

loro, ma ancora nissun accidente, che dipendesse dal nemico, gli

obbligava a ritirarsi. Ciò non ostante pel seguito delle cose fu per

consentimento universale aggiudicata la palma ai Francesi; perciocchè

gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida

interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dove erano le

riposte dell'esercito, ovvero che, come da alcuni fu scritto, avessero

avuto avviso che un corpo Francese partito di Savona, passando per la

valle d'Erro, fosse per riuscir loro alle spalle, e per tale guisa

mozzar loro la strada, la notte dei ventidue, abbandonate le forti

posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie, e con le artiglierìe in

Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli

Austriaci: perchè e nissun corpo Francese era a quei giorni in Savona, e

tutti i Francesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e

nissun'altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza fino a Savona.

Questa falsità di avvisi, o che procedesse dalla solita parsimonia

Austriaca nello spendere, o dalla nimistà delle popolazioni, operò molto

efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare

molte imprese dell'armi imperiali.

Intanto i Francesi temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a

credere, che gli avversarj si fossero ritirati, dubitando anzi di essere

assaliti in sul far del giorno, molto pesatamente, e con ogni cautela

entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello, di che non

potevano sospettare, era vero, vi si confermarono, e diedero mano a

vuotare, e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini

dell'esercito Tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè

contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico,

diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono

quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le

avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra

grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le

vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità

considerabile di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando insomma con

ogni proceder loro, quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole,

tristo presagio dei mali ancor più gravi, che si preparavano

all'infelice Italia.

L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si

ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo

di Morozzo, e pei tempi sinistri, sul Genovesato, dove si fortificava,

principalmente a Vado, aspettando, che la stagione nuova gli facesse

facoltà di tentare fazioni di maggior momento.

LIBRO QUINTO

SOMMARIO

Il re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria.

Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte

d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la

repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al

consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del

nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e

risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e

gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e

quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la

repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi

dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di

Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi.

Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo

Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna

conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a

fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio

Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino

per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del

marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del

marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo

all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di

novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.

Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole

alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma

eziandìo, e molto più verso la Spagna, i Paesi Bassi, e quella parte

della Germania, che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi

in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che cacciati

al tutto gli eserciti Inglesi, Olandesi, Prussiani, ed Austriaci, si

erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda, e di tutta la Germania di

quà dal Reno, sì fattamente che minacciando di varcar questo fiume,

niuna cosa lasciavano sicura sulla sua destra sponda. Tante e così

subite vittorie davano timore, che la confederazione si potesse

scompigliare, e che alcuno fra gli alleati, disperando dell'esito finale

della guerra, pensasse ad inclinar l'animo ai Francesi, e ad anteporre

una pace, se non sicura, almeno manco pericolosa, ad una contesa, il cui

fine era oramai divenuto, se non del tutto impossibile, certamente molto

incerto a conseguirsi. A questo si aggiungeva, che il reggimento che si

era introdotto in Francia dopo la morte di Robespierre, mostrava e più

moderazione verso i cittadini, e maggior temperanza verso i forestieri.

Dannava le immanità del governo precedente, dannava gl'incentivi o

subdoli o superbi usati verso i sudditi, e verso i principi forestieri.

Protestava voler vivere amico di tutti, e non consentire a turbar la

pace altrui, se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi

inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome

di repubblica, al quale suono i principi d'Europa penavano ad avvezzare

le orecchie, prevedendo, che questo nome solo, e con quest'allettamento

della libertà, che i Francesi pretendevano negli scritti e nelle parole

loro, e che con tanto maggior efficacia opera nella mente dei mortali,

quanto ella è una immagine vaga e non bene definita, basterebbe col

tempo, senza che necessaria fosse la forza, a partorir variazioni

d'importanza, ed a cambiar l'ordine antico. Non ostante, essendosi le

cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di

presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de'

lati il terrore delle armi Francesi, diminuito dall'altro il pericolo

delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la

volontà di procurar i proprj vantaggi, con danno di tutti o di alcuno

dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la

Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, sì pel desiderio della

bassezza dell'Austria, sì per le antiche sue consuetudini con la

Francia, e sì per timore della Russia, che continuamente stimolava e non

mai ajutava. Di ciò se n'erano già veduti appropinquare alcuni effetti,

perchè il re Federico Guglielmo, ora ritirava le sue genti dal campo di

guerra, ora voleva mettere a prezzo la cooperazione loro, ed ora dannava

le leve Germaniche per istormo. Insomma pareva a chi guardava

dirittamente, che questo membro della lega avesse frappoco a separarsi

dai consiglj comuni; il quale caso quanto peso fosse per arrecare nelle

cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza, e la

sede de' suoi reami. Si temeva pertanto, che l'inverno, il quale

acquetando l'operare risveglia il deliberare, potesse condurre qualche

negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che ove la stagione

propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Francesi avessero a

fare qualche grande impeto con insinuarsi nelle viscere di uno, o di più

dei rimanenti alleati. Ma già avevano i Francesi verso Germania

acquistato quanto desideravano; poichè signori dell'Olanda, signori

delle province Germaniche poste di quà dal Reno, a loro non rimaneva

altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel

fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator

d'Alemagna a conoscere la repubblica loro, ed a concluder la pace con

lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè

l'Austria, sebbene sbattuta dalla fortuna, era tuttavìa formidabile,

massime se si venissero a toccare gli stati ereditarj. Per lo che

avvisavano, lei potersi assaltare con minor pericolo, e col medesimo

frutto da un'altra parte.

Quanto alla Spagna, sebbene i Francesi si fossero aperta la strada nel

cuore di quel regno coll'acquisto delle fortezze di Fontarabia, e di

Figueras, non ponevano l'animo a volervi fare una invasione

d'importanza; perciocchè e il paese era povero, e le opinioni contrarie,

e la posizione tanto lontana dagli altri luoghi nei quali si combatteva,

che non si poteva nè operare di concerto, nè secondare i casi prosperi,

nè ajutare i sinistri. Nè si credeva che abbisognassero gli estremi

sforzi, ad una inondazione totale di forze repubblicane per costringere

la Spagna alla pace: anzi credevano i Francesi, che un romoreggiare in

sui confini a ciò bastasse. Pareva poi anche loro una invasione di quel

reame cosa troppo insolita da potersi tentare così alla prima, opinando

che l'essersi sempre astenuti i loro maggiori dall'invadere quella

provincia, non fosse senza gravi ed efficaci ragioni. Oltre a questo

aveva forza nei consiglj di Spagna una condizione particolare; perchè

salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia,

avvisavano i Francesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti

straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità,

allontanando con un accordo un pericolo gravissimo, che a mantenere

l'integrità della fama del nome Spagnuolo, e quanto richiedeva in quella

occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.

Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe piuttosto che

in altro luogo voltato il corso delle armi Francesi: per questo avevano

i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli

Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone;

per questo allettato con promesse e con lusinghe il re di Sardegna; per

questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana, e turbato

Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone con

crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del

Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro,

come, quando, per quale via, e con quali mezzi dovessero assaltar

l'Italia. Era la penisola in questo anno la principal mira dei disegni

loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi,

poterla correre a posta loro, perchè malgrado delle funeste pruove fatte

in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito

principalissimo dei Francesi. Conculcate poi l'armi Austriache in lei,

precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano

che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.

Sì fatti disegni, non solamente non celati studiosamente, come si suol

fare per l'ordinario, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio

nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente dei

principi Italiani. Il re di Sardegna ridotto in estremo pericolo,

perduti oggimai i baloardi delle Alpi, e trovandosi con l'erario

consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del

deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il

dire, che posto in una necessità fatale, e portato del tutto da un

destino inevitabile, altro scampo più non avesse che aperto gli fosse,

se non di pruovare, se forse l'armi, che sempre sono soggette alla

fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più

favorevoli; imperciocchè aveva da una parte a fronte un nemico che egli

stimava tanto infedele nella pace quanto era veramente terribile nella

guerra, ed il paese suo era occupato da grossi battaglioni d'Austriaci,

per modo che lo sbrigarsi dai medesimi sarebbe stata impresa

difficilissima, ed anche pericolosa. Per la qual cosa o fosse elezione,

o fosse necessità, deliberossi di non separare i suoi consiglj da quei

de' confederati, e di continuare piuttosto nell'amicizia Austriaca già

pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in

braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principj della

monarchìa. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere

gli accordi di Valenziana così freschi, e prima che si fosse

sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per

verità l'Austria, commossa dal pericolo imminente, che i Francesi

superate le Alpi, ed annientata la potenza Sarda inondassero l'Italia,

non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione dei patti di

Valenziana; perchè oramai non si trattava soltanto della salute di un

alleato, ma bensì della propria, e quello che forse la fede non avrebbe

fatto, il faceva la necessità; perlocchè si dimostravano dalla parte

della Germania ogni dì più efficaci movimenti, le genti Tedesche

ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto, e capace

di tentare, unito al Piemontese, fazioni d'importanza. Così, sebbene già

si vedesse in aria, che qualche alleato avesse a far variazioni dalle

parti di Germania, dimostravano i confederati speranza grande di poter

porre le cose d'Italia in tale stato, che per poco che la fortuna avesse

a guardare con occhio più benigno le armi loro, si avrebbe potuto

opporre un argine sufficiente contro quel fiume tanto impetuoso, e tanto

formidabile. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero

d'accordo con un nemico, che più odiava ancora che temesse, allestiva

con ogni diligenza le armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo

stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al

dispendio straordinario coi mezzi ordinarj, e trovandosi oppressato

dalla necessità di danari, si diede opera a vendere in virtù di una

bolla pontificia, trenta milioni di beni della chiesa; venderonsi i beni

degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monti; posesi un accatto

sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale,

del tabacco, e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per

capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente,

rendevano i popoli scontenti; ma però gettando somme considerabili

ajutavano l'erario a pagar soldati, esploratori, e Tedeschi. Così tra le

gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate, e il romore

dell'armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed

il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.

Le vittorie dei repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino

avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio dei Savi

in Venezia nella risoluzione presa di mantener la repubblica neutrale e

poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il gran duca di Toscana a

far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica Francese,

e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale

sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia s'era

allontanato. Aveva sempre il gran duca in mezzo a tutti quei bollori,

conservato l'animo pacato, e lontano da quegli sdegni che oscuravano la

mente degli altri sovrani rispetto alle cose di Francia; non già che

egli appruovasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le

abborriva, ma avvisava, che infino a tanto che i repubblicani si

lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato

quietare altrui, e che il combattergli sarebbe stato cagione, che si

riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro, che

essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua e pei cattivi consigli d'altri,

i Francesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui, per modo che

oramai quella sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazj di guerra,

era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il gran

duca s'accostasse a quelle deliberazioni, che i tempi richiedevano, e

che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agl'interessi

della Toscana. Quello adunque che la natura ed una moderata consuetudine

davano, volle il governo confermare col fatto: la memoria del buon

Leopoldo operava in questo efficacemente. Oltre a ciò il porto di

Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia,

di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del

Mediterraneo. Quivi concorrevano gl'Inglesi col loro numeroso navilio sì

da guerra che da traffico; quivi i Francesi ed i Genovesi, o sotto nome

proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffichi loro, massimamente di

fromenti, che trasportavano nelle province meridionali della Francia.

Levavano gl'Inglesi grandissimi romori per cagione di questi ajuti

procurati dalla neutralità di Livorno; ma il gran duca, preferendo

gl'interessi proprj a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e

sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai

repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo,

ordinava che fossero aperti i tribunali ai Francesi, e venisse fatta

loro buona e sincera giustizia secondo il dritto e l'onesto. Avendo poi

anche udito che alcuni falsavano la carta moneta di Francia, diede

ordine acciò sì infame fraude cessasse, e fosserne castigati gli autori.

La quale cosa non senza un singolar piacere dall'un de' lati, e sdegno

dall'altro io narro vedendo, che in un principe Italiano, signore di un

piccolo paese, ed esposto alle ingiurie di tanti potenti tanto abbia

potuto l'amore del giusto, e di quanto havvi nella civiltà di più santo

e di più sacro; ch'egli abbia impedito e dannato un'opera sì vituperosa,

mentre appunto nel tempo medesimo uomini perversi in paesi ricchissimi e

potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor

peggiore, la compivano, non nascostamente, ma apertamente, e se non per

comandamento espresso del governo loro, certo con connivenza, od almeno

con tolleranza scandalosa di lui. Così le mannaje uccidevano gli uomini

a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo stato

incrudeliva in Napoli, così i falsarj contaminavano l'Inghilterra,

mentre l'innocente Toscana, non guardando nè su i cappelli i colori, nè

sulle bocche la favella, ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più

da una parte che dall'altra. Felice condizione, in cui nè il timore

avviliva, nè la superbia gonfiava, nè l'appetito dello avere altrui

precipitava a risoluzioni inique e pericolose!

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 15 / 25 段