mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse
quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di
Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e
nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che
volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che
un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di
lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad
essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei
satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo
Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia;
ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente
insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani,
ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di
un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un
certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con
Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la
Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per
trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi;
che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da
per tutto; che già aveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici
milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe
due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro
obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei
destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia;
che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica
a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver
accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di
più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli,
partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che
si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i
fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e
superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito
per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e
furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi
difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.
Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza,
fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei
nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e
con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re
Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la
fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia,
e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tanto avidi del suo sangue,
comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e
già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò
bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi
nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una
repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo
volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che
sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti
di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed
il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad
un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene
sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse
umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse
privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con
pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma
non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj
del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di
Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la
costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti,
dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle
egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto
consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte
a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era
combattuto; riconoscesse anche in lui nei colloqui privati l'altezza del
grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli
atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale
emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il
conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di
Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti
usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le
querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del
Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero
bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e
sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma
usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode
debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual
frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il
progresso di queste storie.
La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era
stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo
d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a
Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e
molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici
novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo
mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle
consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse,
mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austria e
d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del
Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica.
Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo
discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo,
quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo
mandavano, più fallaci che vere.
A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli
la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi
verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese,
conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua;
userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità
sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi,
si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva,
osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero
conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata,
sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua
neutralità conservando.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva
maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema
difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato
il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti
al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo
ancora racconcia la ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta,
ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese
nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello
stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake,
ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re
cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova.
Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con
Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di
non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non
poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una
guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la
guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio,
dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i
bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o
fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi.
Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse,
l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni
suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.
Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le
rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di
dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti
scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia
che più di questo si possa riputare insolente: perciocchè non s'era mai
veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di
lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque
fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo
independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia,
portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi
proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un
attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero
dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a
far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e
come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi
d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad
opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?
Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la
prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di
farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del
suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente
dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole
al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi
avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio
d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza,
e non rappresaglia.
La signorìa di Genova, serbata la dignità, e non omesse le rimostranze,
fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal
diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà
dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo.
Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o
alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica,
ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima
dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi
per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne
uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le
navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle
artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo
vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto
odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le
bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati
con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di
portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che
è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione
sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di
disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse,
per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse
dall'empito comune, stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni
strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i
confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica,
crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia,
vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I
consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa,
essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro,
ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in
dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre
consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai
per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato
nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la
sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più
grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più
acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando
speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori.
Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi.
Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli
generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche
moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consenso
dei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di
Corte; appruovò la constituzione.
Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà
legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo
legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:
Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero
ratificati dal re:
Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se
non col consenso del parlamento:
Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi
al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi
di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:
Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra
quaranta giorni:
Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:
Avesse la nazione il diritto delle addomande:
I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare
le addomande:
Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse
intimar guerra, e fare pace:
Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:
Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato,
se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non
conforme alle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei
danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:
I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero
dai giurati:
Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:
Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:
Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i
successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel
trono della Gran Brettagna.
Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la
congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e
fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle
nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non
temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo,
sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al
suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora
essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il
coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva
fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i
civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione
nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un
sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni
dispotismo e da ogni violenza.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e
Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli
mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione
corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le
ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano
signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi
assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro
verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra
a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero
contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di
appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente
enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti
neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e
si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi
di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa.
Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai
Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi
eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in
Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed
umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar
anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e
di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano
dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intanto arditissimi corsari
Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi
quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni
incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non
portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma
insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di
Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi,
autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i
bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero
dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini,
non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero,
secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo
che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.
Pareva che la condizione di Genova con la Gran Brettagna fosse divenuta
più tollerabile; al tempo stesso i termini, in cui viveva con la
Francia, si miglioravano; perchè, morto Robespierre e venuta in Parigi
la somma delle cose in balìa d'uomini più temperati, era stato
richiamato Tilly. Mandavasi iscambio un Villard, che moderatamente
procedendo diede speranza, che e la repubblica se ne potrebbe vivere più
riposatamente, ed i vicini più securamente.
Ma la guerra non lasciava quietare la mal arrivata Genova. L'accidente
seguito della occupazione di una parte della riviera di Ponente, ed i
progressi dei Francesi insino a Finale, davano timore, che potessero per
la via del Dego, e del Cairo, che era la più spedita di quante dalla
Liguria portavano pei gioghi dell'Apennino in Piemonte, sboccare in
questa provincia. Le genti Tedesche stipulate nel trattato di Valenziana
non ancora erano giunte, nè era da sperarsi che quelle che già vi
stanziavano, quantunque congiunte con gli eserciti Sardi, potessero
cacciare un nemico ardente e poderoso dal territorio Ligure. Bensì si
confidava di poter con loro preservare il Piemonte insino a tanto che il
trattato di Valenziana avesse la sua esecuzione. A questo fine tutte le
truppe Austriache, che già si erano chiamate dall'Italia inferiore verso
la superiore, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui.
Poscia, veduto che i Francesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si
riducevano più vicino, occupando le terre delle Carcare, delle Mallare,
d'Altare, di Millesimo, di Cosserìa, del Cairo. Sommavano a dodicimila
combattenti, tra fanti e cavalli. Quest'erano le squadre della
vanguardia, e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al
Dego, terra posta sulla strada maestra tra Cairo, e Acqui. Ivi avevano
le artiglierìe grosse, i magazzini, ed i forni ad uso di spianar pane
per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con
trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucìa; ed a levante di
Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che
dominavano la Bormida sopra la pescaja del Mulino. Queste trincee e
ridotti di Santa Lucia e del mulino rappresentavano il più forte sito, e
la principale speranza della vittoria degli Austriaci in loro era posta.
Così forti di sito e di artiglierìe, e stando a cavallo sulla strada per
al Dego, speravano di fronteggiar con vantaggio il nemico. Oltre di ciò
alcuni reggimenti Piemontesi, che alloggiavano in un campo a Morozzo,
marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi con gli Austriaci,
che difendevano il paese del Cairo.
Dall'altra parte i Francesi, udito di questo moto, ed avendo anche
presentito per alcune dimostrazioni fatte dall'esercito imperiale, ch'ei
si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di
prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di
Dego. Perlocchè l'esercito loro grosso di quindeci mila combattenti,
fatto uno sforzo, aveva cacciato la vanguardia Austriaca dalle Mallare,
dalle Carcare, da Millesimo, dal colle di San Giacomo delle Mallare, e
dalle eminenze di San Giovanni di Murialdo, seguitandola fino sulle
alture che stanno a sopraccapo al Cairo, le quali occuparono la notte
dei venti settembre, principalmente quelle che signoreggiano il
castello. La quale cosa vedutasi dai generali Austriaci Turcheim, e
Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti
loro verso il campo del Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno
l'artiglierìa grossa, serbando con se la leggiera, ch'era fiorita e
numerosa. In tutte queste azioni passavano gli Austriaci tratto tratto
sul territorio Genovese. I magistrati, come già a Ventimiglia contro i
Francesi, e con non miglior successo protestavano della violata
neutralità.
Era il giorno vent'uno settembre imminente una battaglia, nella quale da
una parte dovevano combattere un ardire inestimabile e l'incentivo di
vittorie fresche, dall'altra una grande costanza, una stabilità pruovata
negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, un'artiglierìa
elettissima. La mattina molto per tempo avevano i generali Austriaci
ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, che
era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida,
seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo.
Avanti al passo del Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo,
stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo
medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontarj. Al piano,
e verso il mezzo dell'antiguardo trentasei pezzi d'artiglierìa
guardavano il passo, sei sul monte Lucìa, gli altri sulla ripa del fiume
sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del
Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati
schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di
cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.