Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica

mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse

quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di

Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e

nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che

volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che

un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di

lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad

essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei

satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo

Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia;

ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente

insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani,

ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di

un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un

certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con

Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la

Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per

trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi;

che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da

per tutto; che già aveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici

milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe

due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro

obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei

destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia;

che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica

a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver

accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di

più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli,

partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che

si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i

fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e

superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito

per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e

furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi

difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.

Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza,

fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei

nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e

con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re

Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la

fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia,

e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tanto avidi del suo sangue,

comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e

già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò

bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi

nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una

repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo

volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che

sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti

di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed

il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad

un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene

sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse

umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse

privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con

pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma

non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj

del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di

Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la

costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti,

dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle

egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto

consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte

a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era

combattuto; riconoscesse anche in lui nei colloqui privati l'altezza del

grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli

atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale

emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il

conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di

Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti

usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le

querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del

Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero

bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e

sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma

usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode

debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual

frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il

progresso di queste storie.

La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era

stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo

d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a

Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e

molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici

novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo

mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle

consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse,

mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austria e

d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del

Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica.

Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.

Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo

discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo,

quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo

mandavano, più fallaci che vere.

A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli

la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi

verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese,

conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua;

userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità

sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi,

si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva,

osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero

conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata,

sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua

neutralità conservando.

Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva

maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema

difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato

il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti

al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo

ancora racconcia la ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta,

ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese

nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello

stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake,

ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re

cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova.

Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con

Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di

non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non

poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una

guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la

guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio,

dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i

bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o

fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi.

Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse,

l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni

suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.

Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le

rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di

dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti

scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia

che più di questo si possa riputare insolente: perciocchè non s'era mai

veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di

lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque

fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo

independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia,

portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi

proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un

attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero

dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a

far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e

come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi

d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad

opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?

Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la

prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di

farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del

suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente

dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole

al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi

avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio

d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza,

e non rappresaglia.

La signorìa di Genova, serbata la dignità, e non omesse le rimostranze,

fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal

diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà

dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo.

Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o

alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica,

ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima

dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi

per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne

uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.

Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le

navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle

artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo

vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto

odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le

bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati

con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di

portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che

è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione

sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di

disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse,

per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse

dall'empito comune, stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni

strazio.

Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i

confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica,

crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia,

vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I

consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa,

essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro,

ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in

dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre

consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai

per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato

nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la

sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più

grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più

acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando

speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.

Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori.

Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi.

Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli

generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche

moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consenso

dei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di

Corte; appruovò la constituzione.

Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà

legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo

legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:

Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero

ratificati dal re:

Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se

non col consenso del parlamento:

Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi

al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi

di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:

Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra

quaranta giorni:

Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:

Avesse la nazione il diritto delle addomande:

I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare

le addomande:

Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse

intimar guerra, e fare pace:

Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:

Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato,

se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non

conforme alle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei

danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:

I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero

dai giurati:

Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:

Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:

Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i

successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel

trono della Gran Brettagna.

Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la

congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e

fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle

nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non

temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo,

sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al

suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora

essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il

coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva

fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i

civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione

nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un

sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni

dispotismo e da ogni violenza.

L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e

Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli

mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione

corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le

ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano

signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi

assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro

verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra

a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero

contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di

appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente

enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti

neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e

si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi

di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa.

Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai

Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi

eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in

Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed

umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar

anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e

di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano

dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intanto arditissimi corsari

Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi

quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni

incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non

portava.

Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma

insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di

Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi,

autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i

bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero

dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini,

non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero,

secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo

che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.

Pareva che la condizione di Genova con la Gran Brettagna fosse divenuta

più tollerabile; al tempo stesso i termini, in cui viveva con la

Francia, si miglioravano; perchè, morto Robespierre e venuta in Parigi

la somma delle cose in balìa d'uomini più temperati, era stato

richiamato Tilly. Mandavasi iscambio un Villard, che moderatamente

procedendo diede speranza, che e la repubblica se ne potrebbe vivere più

riposatamente, ed i vicini più securamente.

Ma la guerra non lasciava quietare la mal arrivata Genova. L'accidente

seguito della occupazione di una parte della riviera di Ponente, ed i

progressi dei Francesi insino a Finale, davano timore, che potessero per

la via del Dego, e del Cairo, che era la più spedita di quante dalla

Liguria portavano pei gioghi dell'Apennino in Piemonte, sboccare in

questa provincia. Le genti Tedesche stipulate nel trattato di Valenziana

non ancora erano giunte, nè era da sperarsi che quelle che già vi

stanziavano, quantunque congiunte con gli eserciti Sardi, potessero

cacciare un nemico ardente e poderoso dal territorio Ligure. Bensì si

confidava di poter con loro preservare il Piemonte insino a tanto che il

trattato di Valenziana avesse la sua esecuzione. A questo fine tutte le

truppe Austriache, che già si erano chiamate dall'Italia inferiore verso

la superiore, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui.

Poscia, veduto che i Francesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si

riducevano più vicino, occupando le terre delle Carcare, delle Mallare,

d'Altare, di Millesimo, di Cosserìa, del Cairo. Sommavano a dodicimila

combattenti, tra fanti e cavalli. Quest'erano le squadre della

vanguardia, e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al

Dego, terra posta sulla strada maestra tra Cairo, e Acqui. Ivi avevano

le artiglierìe grosse, i magazzini, ed i forni ad uso di spianar pane

per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con

trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucìa; ed a levante di

Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che

dominavano la Bormida sopra la pescaja del Mulino. Queste trincee e

ridotti di Santa Lucia e del mulino rappresentavano il più forte sito, e

la principale speranza della vittoria degli Austriaci in loro era posta.

Così forti di sito e di artiglierìe, e stando a cavallo sulla strada per

al Dego, speravano di fronteggiar con vantaggio il nemico. Oltre di ciò

alcuni reggimenti Piemontesi, che alloggiavano in un campo a Morozzo,

marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi con gli Austriaci,

che difendevano il paese del Cairo.

Dall'altra parte i Francesi, udito di questo moto, ed avendo anche

presentito per alcune dimostrazioni fatte dall'esercito imperiale, ch'ei

si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di

prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di

Dego. Perlocchè l'esercito loro grosso di quindeci mila combattenti,

fatto uno sforzo, aveva cacciato la vanguardia Austriaca dalle Mallare,

dalle Carcare, da Millesimo, dal colle di San Giacomo delle Mallare, e

dalle eminenze di San Giovanni di Murialdo, seguitandola fino sulle

alture che stanno a sopraccapo al Cairo, le quali occuparono la notte

dei venti settembre, principalmente quelle che signoreggiano il

castello. La quale cosa vedutasi dai generali Austriaci Turcheim, e

Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti

loro verso il campo del Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno

l'artiglierìa grossa, serbando con se la leggiera, ch'era fiorita e

numerosa. In tutte queste azioni passavano gli Austriaci tratto tratto

sul territorio Genovese. I magistrati, come già a Ventimiglia contro i

Francesi, e con non miglior successo protestavano della violata

neutralità.

Era il giorno vent'uno settembre imminente una battaglia, nella quale da

una parte dovevano combattere un ardire inestimabile e l'incentivo di

vittorie fresche, dall'altra una grande costanza, una stabilità pruovata

negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, un'artiglierìa

elettissima. La mattina molto per tempo avevano i generali Austriaci

ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, che

era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida,

seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo.

Avanti al passo del Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo,

stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo

medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontarj. Al piano,

e verso il mezzo dell'antiguardo trentasei pezzi d'artiglierìa

guardavano il passo, sei sul monte Lucìa, gli altri sulla ripa del fiume

sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del

Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati

schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di

cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 14 / 25 段